VII
Quando Marta e Alessandro arrivarono nel quartiere Locanda, il cielo stava iniziando a tingersi di rosa e giallo, segno del fatto che il sole sarebbe sorto da un momento all'altro. Si era alzata nell'aria una brezza molto fresca, tanto che Marta si strinse nel suo golf nero e Alessandro tirò su la zip della felpa. Si fermarono ancora qualche minuto sotto il portone di casa del ragazzo per dirsi le ultime cose e scambiarsi la buonanotte, anche se sarebbe stato più corretto augurarsi il buongiorno, quando alle loro spalle apparve Paolo. Il ragazzo rimase allibito nel vederlo e, nonostante volesse essere il primo a parlare, lasciò che fosse lui il primo a farlo, poiché la sua bocca non era in grado di emettere alcun suono.
- Avete passato una bella serata ragazzi? Vi siete divertiti? -, chiese con un tono poco convincente Paolo, cercando in ogni modo di dissimulare il suo completo imbarazzo per la situazione che si era venuta a creare.
- Che cazzo ci facevi a casa mia? Vedi di trovare una spiegazione plausibile al più presto, prima che mi incazzi sul serio. -
- Tranquillo, ragazzo, sono venuto per fare quel controllo all'appartamento di cui ti ho parlato giorni fa, nonché quello relativo al bilanciamento dei contatori del gas e quant'altro. Tutte problematiche tecniche piuttosto noiose, insomma, con le quali non ho alcuna intenzione di tediarti. - Quelle parole furono accompagnate da evidenti gocce di sudore che iniziarono a scendere con cadenza regolare dalla fronte di Paolo.
- Il controllo di cui mi hai parlato, il contatore del gas, ma cosa cazzo ti stai inventando? - Alessandro stava iniziando a perdere le staffe, tanto che per la collera il suo viso si tinse di rosso acceso, e le sue mani si mossero istintivamente in direzione dei lembi che sporgevano dal colletto della camicia del suo interlocutore.
- Piano, ragazzo, calmati: non so cosa tu stia pensando in questo momento, ma ti assicuro che ti stai sbagliando di grosso. Mi sono solo dovuto sincerare delle condizioni dello stabile nel caso in cui venisse disposto lo sfratto. E non stiamo parlando solo del vostro, ma anche di quello delle altre famiglie che vivono nel tuo stesso condominio. Questa tua reazione è davvero sconclusionata e non porterà a niente di buono. - La voce di Paolo risuonava sempre meno credibile nelle orecchie del ragazzo, tant'è che quest'ultimo, senza neanche pensarci su, gli sferrò un violento pugno diretto al viso e, prima che questi si accasciasse a terra, lo sbatté contro il muro, tenendo sempre ben salde le mani strette intorno al suo collo.
- Vai a farti fottere, coglione, tu e tutte le tue stronzate. Dillo, ti scopi mia madre per caso? Dillo, figlio di puttana! - Alessandro era fuori di sé dalla rabbia e nonostante Marta cercasse di separarlo da Paolo, a nulla valsero i tentativi di dividere i due. In un primo tempo Paolo sembrò quasi riuscire a reagire grazie alla forza della disperazione, come se all'improvviso fosse stato posseduto da un atavico senso di sopravvivenza, ma il raptus di pazzia, misto a disperazione, che in quel momento aveva accecato la ragione del ragazzo, alla fine ebbe la meglio su di lui. Alessandro colpì il volto dell'uomo con una scarica di pugni, animati da una tale ferocia, che questi ricadde privo di sensi a terra. L'aver fatto perdere conoscenza a Paolo non bastò ad Alessandro, il quale si accanì su di lui in maniera animalesca e brutale, colpendolo ripetutamente al corpo e al volto con altrettanti calci. Nella concitazione del momento, il ragazzo non riusciva a sentire le grida disperate miste al pianto ininterrotto della ragazza, la quale lo implorava di fermarsi, mentre tentava con ogni mezzo di farlo smettere, strattonandolo e spingendolo come meglio poteva. Era come se il tempo si fosse interrotto per alcuni minuti e tutta la realtà circostante fosse priva di qualsiasi suono, ovattata e senza spessore.
Quando il ragazzo tornò in sé, si rese conto di cosa avesse fatto: guardandosi intorno vide Marta in ginocchio con gli occhi rossi gonfi di lacrime e Paolo disteso a terra nel lago formato dal suo stesso sangue, completamente sfigurato in viso e con il respiro flebile, a tratti appena accennato. Il vedere il corpo immobile di quell'uomo spregevole, per quanto fosse tutt'altro che uno spettacolo piacevole, provocò al ragazzo un senso di pace e una calma interiore indescrivibile. L'essersi sfogato senza riserve contro chi, fino al pomeriggio precedente, si era proclamato suo amico e gli aveva teso la mano in segno di aiuto, stava dando ad Alessandro un piacevole senso di liberazione, sensazione, questa, che si sarebbe ricordato per tutta la vita.
Ancora ansimante, con il fiato corto per lo sforzo, aiutò Marta a rialzarsi e cercò di abbracciarla, senza però riuscirci, poiché lei si ritrasse bruscamente da lui. Allora, con mani tremanti, sulle quali campeggiavano le nocche sbucciate grondanti sangue, prese il telefono dalla tasca dei jeans e compose il numero del 118, sperando che quel bastardo non gli avesse fatto lo scherzo di andare al Creatore prima del tempo. Il danno, seguito dalla beffa, sarebbe stata l'unica cosa che non sarebbe proprio riuscito a sopportare.
Ora che la sua tempesta interiore si era placata, era pronto ad affrontare tutto ciò che sarebbe venuto dopo, pienamente consapevole non solo di quelle che sarebbero state le conseguenze di quel gesto sconsiderato, ma anche fermamente deciso ad assumersi le proprie responsabilità.
Mentre aspettava l'ambulanza, la quale sarebbe stata sicuramente seguita a ruota da una pattuglia dei carabinieri, si guardò la maglietta bianca ricoperta dagli schizzi di sangue; era certo che quelle macchie non sarebbero mai venute via, e in cuor suo si sentì triste poiché quello era uno dei pochi regali che gli avesse mai fatto suo padre.
E in quel momento, così come lo sarebbe stata la sua vita da lì in avanti, era da buttare.
~
L'ambulanza irruppe nel quartiere a folle velocità, con le sirene spiegate, chiaro segno che per l'autista ogni minuto di tempo era di vitale importanza nel raggiungere il punto esatto dal quale era partita la chiamata di soccorso. Questi fermò il mezzo inchiodando proprio sotto casa di Alessandro e, a causa di quella brusca frenata, nell'aria si sparse un odore acre di gomma bruciata. Mentre Paolo veniva caricato in tutta fretta su una barella, per essere trasportato d'urgenza all'ospedale più vicino, Alessandro e Marta vennero interrogati dai carabinieri sull'accaduto, prima separatamente, poi in maniera congiunta.
- Alessandro Bottani, la preghiamo di seguirci in caserma. Una volta sul posto, verrà interrogato dal maresciallo, sempre in presenza del suo avvocato, in merito ai fatti accaduti questa mattina e, dopo alcune procedure standard, verrà rilasciato; se tutto procede per il verso giusto, potrà tornare a casa già nel tardo pomeriggio, ma l'avverto fin da subito che avrà l'obbligo categorico di non allontanarsi, per nessuna ragione, dalla città, in attesa che venga stabilita una data per il suo processo. È tutto chiaro? -
Alessandro fece cenno con la testa di aver compreso ogni singola parola, dopodiché chiese qualche minuto per parlare con Marta, prima che questi lo conducesse in caserma. L'appuntato gli intimò di fare in fretta, e si allontanò in direzione del collega, il quale era appoggiato sul cofano della pattuglia parcheggiata poco più in là, intento a redigere il verbale.
Marta parlò per prima, cercando invano di trattenere le lacrime che le sgorgavano copiose dagli occhi e che le stavano inzuppando, goccia dopo goccia, la camicetta di lino bianca indossata in occasione della serata. Quando fu pronta disse: - Ti rendi conto di cosa hai fatto? Ma che cazzo ti è saltato in testa? Botta, ora sei fottuto, ma fottuto per davvero! Se a quello salta in testa la malsana idea di sporgere denuncia, cosa che quasi sicuramente farà, nella migliore delle ipotesi ti farai alcuni mesi chiuso in una cella. E questo sempre che tu non lo abbia spedito al Creatore, eventualità alla quale non voglio nemmeno lontanamente pensare. Ora sentiamo, grande uomo, che cosa avresti intenzione di fare? -
Alessandro rimase in silenzio per qualche minuto prima di rispondere. Non riusciva a fare nient'altro, se non rimanere immobile a guardare Marta: nonostante il viso solcato dalle lacrime, era comunque la ragazza più bella che avesse mai visto. Fissò lo sguardo su di lei, soffermandosi qualche istante ad ammirare il suo corpo snello e aggraziato, i capelli mori leggermente mossi che le ricadevano sulle spalle, gli occhi vispi nonostante il pianto, e subito dopo si rifugiò nel ricordo del suo sorriso contagioso, unica cosa al mondo che fosse in grado di dissolvere ogni sua preoccupazione. Il ragazzo si rese conto solo in quell'esatto momento che l'intrinseca bellezza della ragazza era tanto grande quanto lo era stata la sua cecità; maledisse sé stesso per non averla mai valorizzata appieno, e si disperò all'idea di averne avuto piena contezza solo quando era giunto per lui il momento in cui non ne avrebbe più potuto godere. Era pienamente consapevole del fatto che, dopo ciò che era successo quella mattina, non avrebbe più rivisto Marta, a maggior ragione se si soffermava a ripensare alla discussione avuta poche ore prima, mentre entrambi sedevano dal paninaro: il discorso che lei gli aveva fatto, e con il quale lo aveva poi respinto, verteva proprio su tutto ciò che lui, in una situazione difficile come quella affrontata pochi istanti prima, non era stato in grado di fare, partendo dal concetto dell'essere responsabili e avere la testa sulle spalle, così da essere considerato un uomo e non più un semplice ragazzo, fino ad arrivare a quello relativo all'essere in grado di vedere i problemi sotto una luce diversa. Tutte quelle belle parole, e quei bei discorsi, però, erano stati prima frantumati dai pugni che avevano sfigurato il volto di Paolo, per poi venire trasportati lontano dalla brezza gelida di quella mattina, arrivando così a disperdersi nel nulla.
- Mi stai ascoltando? - L'elevato timbro di voce di Marta riportò Alessandro alla realtà. Senza preavviso, lui l'afferrò per i fianchi e non la baciò con passione, come era solito fare tutte le altre volte: in questa occasione si limitò a sfiorarle di poco le labbra, come se avesse quasi timore a imprimerle sulle sue e, senza proferire parola, si allontanò in silenzio in direzione dei due carabinieri. Le manette gli furono risparmiate e venne fatto accomodare sul sedile posteriore. Gettò l'ultimo sguardo dal finestrino della macchina, cercando invano gli occhi di Marta, ma ella non c'era già più.
Tutto quello che gli rimaneva di lei era una mattinata passata ad aspettare l'alba.
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