VI
Durante il corso della festa ognuno dei quattro amici perse letteralmente il conto di quanto alcool avesse assunto, tra birre, cocktail, amari e shots di superalcolici. La musica assordante perforava i timpani e, mano a mano che il volume si alzava, il loro battito cardiaco si sintonizzava con i bassi della consolle, fino a quando tutti non si sentirono il cuore bloccato in gola, come se fossero sul punto di stare per vomitarlo a terra, da un momento all'altro. Pur rimanendo sempre uniti, ognuno pensava a sé e si muoveva in completa autonomia, dimenandosi sulla spiaggia al ritmo della techno che fuoriusciva prepotente dalle casse del potente impianto installato per l'occasione.
Alessandro non poté fare a meno di pensare a quante similitudini, anche se riadattate al contesto moderno del terzo millennio, ci fossero tra il loro stile di vita e l'agoghè spartana. In fondo, riflettendoci bene, anche loro fin da piccoli venivano catapultati in un mondo ostile in cui o si tentava di sopravvivere come meglio si riusciva, con i mezzi a propria disposizione, o si veniva schiacciati da persone che avevano imparato l'arte della sopravvivenza sulle proprie spalle, pronti ad insegnarla anche al malcapitato di turno. Non bisognava per forza essere i più forti, i più cattivi o i più scaltri, anche se indubbiamente ognuna di queste tre cose avrebbe dato un sicuro vantaggio sulle strade del quartiere, ma era necessario trovare ad ogni costo un gruppo coeso del quale fidarsi ciecamente, con il quale condividere tutto, dai timori alle speranze, dalle ferite ai successi e, naturalmente, anche dalle droghe all'alcool. Era proprio in situazioni come quelle che Alessandro sentiva di aver trovato il suo gruppo, nonché la sua famiglia, e sapeva per certo che qualsiasi cosa fosse successa quella sera, così come in tutte le circostanze che si fossero presentate nel corso degli anni, loro avrebbero protetto lui e viceversa. Niente avrebbe potuto rompere un legame ben più forte di quelli di sangue, poiché il loro non era un legame imposto dalla natura, ma era un'unione frutto di una libera scelta che, come tale, traeva la sua legittimazione da fatti concreti e non da banali convenzioni sociali. Non ne derivava, appunto, nessuna convenienza dallo stare insieme, ma solamente la voglia di sognare all'unisono così forte, per far sì che quelle quattro visioni unite facessero crollare la volta del cielo posta sopra le loro teste, al fine di tramutare in realtà le illusioni giovanili, e dissipare così l'oscurità che li attanagliava da quando avevano avuto contezza di essere prigionieri della loro condizione.
Alessandro, nei suoi ragionamenti, non tenne mai conto del fatto che il diventare uomo e doversi scontrare con la quotidianità, senza le scuse di facili escamotage per aggirarla, lo avrebbe danneggiato più di una qualsiasi droga, di qualsiasi rissa e di tutto l'alcool bevuto fino a quel momento. Il cielo prima o poi sarebbe caduto, sì, ma non per tramutare i sogni in realtà, come i quattro amici credevano, bensì per rompere la campana di vetro che li avvolgeva da quando erano nati, senza che nessuno di loro si fosse mai davvero reso conto che questa esistesse.
Verso le quattro del mattino la spiaggia si presentava come una discarica a cielo aperto con bottiglie sparse dappertutto, ragazzi collassati e privi di sensi in riva al mare, e centinaia di mozziconi di sigarette sparpagliati sulla spiaggia, il tutto illuminato dalla fioca luce del falò che ormai era in procinto di spegnersi. I quattro ragazzi erano stati messi a dura prova dalla festa in spiaggia e, quando questa terminò, si abbandonarono sulla sabbia, completamente stravolti. Mad stava per tirare fuori dell'altra erba, ma all'ultimo si bloccò per sollevare la mano a mezz'aria, con l'intento di indicare due figure indistinte poco distanti dal loro gruppo, le quali sembravano sorreggersi a vicenda.
– Marco, quella là in fondo non è per caso Silvia? – Al solo udire quel nome, il ragazzo sembrò essere tornato in splendida forma e, dopo aver sforzato gli occhi, diede ragione all'amico. Prima che potesse dire qualcosa, Mad si mise in bocca quattro dita e fischiò molto forte per attirare l'attenzione.
– Ecco, vedi che sei proprio un coglione? Ma ti vuoi fare i cazzi tuoi? –, biascicò sottovoce Marco in modo tale che potesse udirlo solo l'amico dal momento che le ragazze, dopo aver sentito il fischio, avevano iniziato a camminare verso di loro.
– Stai zitto e lascia fare a me, finocchio. – Quando la coppia di ragazze fu abbastanza vicina, Marco poté notare che Silvia non si reggeva minimamente in piedi e sarebbe caduta di lato, se l'amica non l'avesse sorretta. Mad le fece sedere vicino a loro e, dopo aver sistemato Marco e Silvia vicini, con un rapido movimento che parve essere casuale, iniziò a provarci con l'amica la quale, tutto sommato, non era per niente male. Si augurò solamente di non essere ancora troppo ubriaco per vederla migliore di quanto in realtà non fosse.
– Che gran bella serata, ragazze! Mi ha ricordato tantissimo una festa di tre, massimo quattro, anni fa, che io e i miei amici facemmo tra le montagne della Val Giaia, con l'unica eccezione che lì, invece che essere sul mare, sedevamo sulla riva di un lago veramente immenso. Non so se avete mai sentito parlare dell'Egro's Festival... – L'argomento non cadde nel vuoto, ma anzi venne subito raccolto dall'amica di Silvia, la quale non fece niente per nascondere il suo interesse per Mad.
– Certo che lo conosco, e pure molto bene! Io ci sono andata giusto l'anno scorso e me lo ricordo ancora perché è qualcosa di davvero incredibile: musica stupenda, una location surreale, ma soprattutto cocktail fatti a regola d'arte, se capisci cosa intendo...– Mad non perse tempo e rispose sfoderando un fugace occhiolino in segno di intesa. Poco dopo fu lei a proporre un nuovo argomento di conversazione. Alessandro e Fabio capirono di essere di troppo e con una scusa si allontanarono dai due amici, per lasciare ad ognuno di loro il proprio margine di azione.
– Botta, ultima birra e poi a nanna? –, chiese Fabio mentre entrambi si trascinavano stanchi verso il lungomare. – Ci sto. –, rispose Alessandro, accennando un debole sorriso. Quando furono nei pressi del chioschetto videro che alcuni ragazzi avevano già incominciato a mettere tutto a posto per chiudere il piccolo bar e, anche se insistettero molto, arrivando a portare perfino il proprietario fino allo sfinimento, chiunque si dimostrò irremovibile nel non volergli vendere altra birra. Proprio mentre avevano iniziato ad allontanarsi dal bar, visibilmente sconfortati, dato che la "birra della buonanotte" era da sempre un vero e proprio must del fine serata, Alessandro si sentì chiamare da una voce femminile alle sue spalle.
– Tieni ragazzino, ma mi raccomando: acqua in bocca –, e così dicendo Marta lanciò un paio di birre nella direzione dei due ragazzi.
– Sei un angelo venuto per salvarci? Che visione celestiale! Proprio come trovare dell'acqua in un deserto arido. –
– Ma smettila che se no la prossima volta la bottiglia te la lancio in testa. Aspettami dieci minuti che vado a cambiarmi, così per tornare a casa ci facciamo un pezzo di strada insieme. –
Alessandro non se lo fece ripetere due volte e si allontanò di poco per non farsi vedere dal proprietario con le bottiglie di birra in mano. Mentre i due aspettavano che Marta tornasse, Fabio scherzò con l'amico su quanto fosse grande la cotta che lui si era preso per lei. Alessandro, tra un insulto e l'altro, si difese strenuamente dalle accuse dicendo che Marta rappresentava solo una semplice scopata, e niente più. In una cosa, però, Fabio aveva ragione, e cioè che il discorso dell'amico non stava granché in piedi visto che i due non erano ancora finiti a letto insieme. Ormai messo alle strette, Alessandro troncò bruscamente la conversazione dando del "coglione" a Fabio e, non volendo più tornare a parlare dell'argomento, non raccolse più nessuna delle successive provocazioni.
Marta li raggiunse poco dopo e, nonostante il cappuccio della felpa calato sulla faccia, intravide il volto tumefatto di Fabio e, visibilmente preoccupata, esclamò: – E tu che diavolo hai combinato al viso? – Senza nemmeno aspettare che il ragazzo rispondesse, gli si avvicinò per togliergli il cappuccio dal viso, così da poter vedere meglio. Il ragazzo fece qualche passo indietro e fu pronto nel rispondere: – Guarda non me ne parlare! È una vita che vado sullo skateboard e, tra tutti i pomeriggi che avevo a disposizione per poter cadere, mica sono scivolato proprio oggi, prima della festa in spiaggia? La sfiga che delle volte ho addosso rimane un mistero anche per me. Va bene, ragazzi, si è fatta una certa ora. Vado a dormire che non mi reggo in piedi: buona continuazione! –
Mentre il ragazzo si allontanava a grandi passi dai due, Marta non perse occasione per sottolineare che Fabio non era mai andato sullo skateboard in vita sua.
– Magari avrà deciso di incominciare –, rispose con tono evasivo Alessandro e dopo averla presa sotto braccio, i due imboccarono la strada di casa.
Camminarono abbracciati per le vie del centro, ridendo e scherzando ad alta voce, non curandosi in alcun modo del fatto che avrebbero potuto svegliare chi, di lì a poco, si sarebbe svegliato da sé per andare al lavoro. Passarono da "Gabry", ovvero il paninaro che il sabato sera restava aperto tutta la notte e, dopo aver ordinato da mangiare, si sedettero nei tavolini posti all'esterno di quel bugigattolo. Marta, dopo essersi riscossa da un lungo sguardo scambiato con il ragazzo, fu la prima a parlare: – Botta, sappi che mi piace davvero tanto passare il tempo con te perché sei l'unico che riesce sempre a farmi ridere in qualsiasi circostanza. Con te riesco davvero a dimenticarmi dei problemi e, anche se per poco, a sentirmi più serena. – Alessandro si prese qualche minuto prima di rispondere, ma alla fine decise di non dire niente e si limitò a sorriderle. Parlò qualche istante dopo: – Allora perché non vuoi stare con me? Non dirmi che è un problema di età perché sono tutte cazzate. Lo ammetto, sono più piccolo di te e capisco che questo potrebbe metterti in imbarazzo, ma mica ti ho mai chiesto di presentarmi a tutta la tua cerchia di conoscenze. Possiamo benissimo lasciare che sia una cosa soltanto nostra, senza dover per forza ufficializzare il tutto. –
– Non è questo il punto e lo sai. Smettila di concentrarti sulle minchiate e per una volta guarda il quadro generale: abbiamo background molto simili, ma il nostro modo di affrontare i problemi, e quindi anche la vita, è totalmente opposto. Ed è proprio questo che non posso tollerare, né ora, né mai. –
– Non puoi farmene una colpa se mi piace divertirmi e se a volte mi trovo in circostanze, diciamo così, particolari. Mica ho scelto io di nascere in questo posto di merda e con una situazione familiare come la mia. Sei una ragazza intelligente, però a volte i tuoi discorsi sono proprio senza senso. –
– Dal mio punto di vista è senza senso ubriacarsi e drogarsi tutte le sere con la scusa che viviamo situazioni difficili, oppure fare quei quattro soldi che fate tu e i tuoi amici vendendo erba a scuola e pasticche alle serate. Quando a diciott'anni mia madre è scappata con un altro, anche io per un periodo mi sono lasciata sedurre dal fascino della vita sregolata e, mano a mano che i giorni passavano, mi giustificavo in continuazione, ripetendo a me stessa che era giusto comportarsi in quel modo, visto quanto era grande il dolore che mi aveva causato la mia situazione familiare. Il risultato ultimo è stato che, l'anno seguente, mio padre è morto di crepacuore perché non riusciva più a gestire la situazione, e io mi sono ritrovata completamente sola, senza niente in mano. È stato allora che ho deciso di accantonare le droghe, l'alcool e tutto il resto annesso, solo al fine di trovare un lavoro onesto per riuscire a far fronte a tutti i casini che avevo combinato in quegli anni; e tutto questo è accaduto solo per causa mia, ovvero perché, nella mia testa, la realtà che ero costretta a vivere ogni giorno non era uguale a quella che vivevano tutti gli altri. –
– Tutto giustissimo, però adesso ti ritrovi a fare la barista per guadagnare quattro soldi e, detto tra noi, non mi sembra proprio che questi spiccioli ti abbiano cambiato la vita. Chi può dire quale dei nostri due stili di vita sia giusto o sbagliato? Nessuno. Potremo stabilire chi aveva ragione solo alla fine di tutta questa storia. Detto ciò, continuo a non capire quale sia l'impedimento che non ci consente di stare insieme. –
– Se continui così finirai male, Botta, e questo è già di per sé un ostacolo decisamente insormontabile, non credi? Quando capirai che vivere in questo modo non porta a niente, ma soprattutto quando crescerai e non sprecherai la mente brillante che il Creatore ti ha concesso, allora potremmo riparlarne. Hai appena diciassette anni: davanti a te c'è ancora tutto il tempo necessario per cambiare e capire che sono meglio quattro soldi onesti, guadagnati però con lacrime e sangue, piuttosto che tutto l'oro del mondo, ottenuto in maniera disonesta e vile. Tutto ciò che non guadagni faticando reca in sé una flebile apparenza di stabilità e spero che tu possa arrivare a capirlo il prima possibile, o almeno prima che per te sia troppo tardi. –
– Non cambierò mai il mio stile di vita, ma allo stesso tempo mi piaci davvero troppo per lasciarti andare via da me. Ora dammi un bacio, che tutto questo discutere mi ha seccato le labbra. –
– Paga il conto, ragazzo, poi ne riparliamo –, disse sorridendo Marta, mentre si negava ad Alessandro, il quale non aveva perso tempo e si era sporto in avanti, cercandola con le mani.
– Non hai appena detto che i miei soldi sporchi ti disgustano? –
– L'ho detto, infatti ho pagato il mio panino poco fa mentre andavo in bagno. Mi stavo riferendo al tuo che è rimasto da pagare. – Le sue parole furono accompagnate da una risata soddisfatta e lasciarono Alessandro immobile sulla sedia, completamente di sasso. Quella ragazza sapeva sempre come stupirlo, anche mentre era intenta a prendersi gioco di lui.
Aveva ragione Fabio, la situazione gli stava sfuggendo di mano poco a poco: si era preso davvero una bella sbandata e avrebbe dovuto rimediare al più presto.
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