4-DISTRUTTA.
SOFIA
-Non mi toccare!- grido.
Uno dei ragazzi si accosta per terra e vedo la pistola che spunta dalla tasca dei suoi pantaloni.
-Sj la madonna principè-
Smetto di ascoltarli e mi concentro sulla pistola.
Cerco con tutte le forze di slegare una mano dalla corda, e ci riesco.
Non lo faccio notare, aspetto il momento giusto.
Valletta è distratto, è il mio momento.
Do un calcio sulle palle a quello con la pistola, e frego la pistola sporgendomi ed allungando la mano libera.
Senza pensarci un secondo, sparo a quello che ho davanti e solo dopo mi rendo conto di quello che ho fatto.
Cala il silenzio e gli altri si spostano.
-Andiamoncenne- dice uno, vedendomi con la pistola.
Evidentemente sono così fessi da portare una sola pistola.
Scappano in massa, prendono i motorini e fuggono via.
Lasciano il corpo morto sdraiato lì, sulla strada.
Mi slego anche l'altra mano e mi accuccio sopra di lui.
-No, no, nun morì. Nun morì!- grido tra i singhiozzi.
-AIUTO!-
Continuo a gridare invano.
Le lacrime salate bagnano le mie guance.
Non avevo mai ucciso qualcuno.
E non pensavo facesse così male , anche qualcuno che si odia.
-No, nun morì... Ti prego!- singhiozzo.
Ho le mani ed il vestito sporco di sangue.
E ora?
Mi alzo con fatica e la mia testa gira.
Prendo a scavare ossessivamente la terra per mollarci il cadavere.
Non lo posso vedè.
Singhiozzo e le mie mani tremano.
Stremata, cado a terra e vedo tutto buio.
_____________
-Si svegli! Si svegli!-
Delle voci sconosciute mi svegliano e mi alzo di soprassalto.
Sono in condizioni schifose, riesco a stento a stare in piedi.
-Lei è in arresto per omicidio-
Una frase, sei parole.
Lei. È. In. Arresto. Per. Omicidio.
Non sono più in quel campo da incubo, sono in una stazione di polizia.
Ci sono le sbarre.
-Sono in prigione?- chiedo sussurrando.
-No, ma tra poco si-
Un signore mi prende, mi ammanetta e mi porta fuori.
I raggi del sole mi colpiscono nella maniera peggiore.
-Ahi!- dico, alzando la mano per coprirmi.
-Andiamo ja, che u sole è doce- dice la guardia, che mi mette in macchina.
Non riesco a capire niente. Sono praticamente senza sensi.
Ma la guardia deve essere la stessa che mi ha accompagnato da Carmine, un po' di tempo fa.
-We, ma tu sj a' Di Salvo?- chiede quando siamo in macchina.
-Purtroppo- dico.
-Ma che hai fatto?- mi dice, studiandomi.
-Aò, ma non me devi portà a' carcere?- dico, innervosendomi, senza voce.
-Tieni fretta?-
-No, teng' solo voglia di silenzio- rispondo.
Quando arriviamo all'IPM mi sembra un incubo.
Avrei potuto immaginarmi di entrare qua dentro per chiunque della mia famiglia, ma mai, e dico mai, per me.
Scendo dall'auto e un educatrice si presenta.
-Sono Litz, tu?-
La guardo e poi guardo il mare alle nostre spalle, dietro le sbarre.
Perché non me lo sono goduta quando potevo?
Chissà quanto ci sto qua dentro.
-Sofia, piacere- le dico sforzando un sorriso.
Nella mia vita non ho mai visto gentilezza, allora mi sono promessa di esserlo sempre.
Quando si può.
E in questo momento, non ci riesco proprio. Sto mollando tutto, non ho forze, non mangio da ore e tutto sembra farsi pesante sotto il mio sguardo scettico.
E quando non sono gentile, divento un mostro.
Ho due personalità.
Supero Litz e guardo i ragazzi giocare a pallone.
Cerco solo mio fratello.
Ma sono talmente sotto shock che mi sembra di non vederlo mai.
Litz mi prende e mi porta via.
-Vieni con me, Sofia-
Una lacrima salata mi scende dall'occhio guardando il mare fuori.
-Andiamo, va-
I ragazzi smettono di giocare a pallone e mi fissano.
Ho ancora il vestito macchiato.
-Zucchero filato, sj tornata?- dice uno, lo stesso di una settimana fa.
-SOFIA!-
Quando riconosco la voce di mio fratello, nemmanco mi fermo.
Continuo a camminare a testa alta, mentre lui spintona tutti e corre nella rete che delinea il campo da calcio.
-SOFIA MA CHE STAI A FA CCÀ?-
Le sue grida sono come graffi sulla mia schiena.
Non lo voglio guardare in faccia.
Non ne ho il coraggio.
Ma per sbaglio il mio sguardo cade su uno di loro, che ho già visto.
È Ciri Ricci?
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