Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Piu di tutti i "ti amo" del mondo

Era facile per Percy, capire il momento esatto in cui Annabeth si alzava, lasciandolo da solo sul loro letto matrimoniale. Era facile perché, pur lei non volendolo, lui sentiva sempre quando, delicatamente, si lasciava scivolare verso il lato del materasso, afferrando poi la prima biancheria che trovava (se già non la aveva addosso e, no, quello non succedeva troppo spesso) e trotterellando delicatamente fuori dalla loro camera.

Era facile perché, quando non sentiva più il calore familiare del suo corpo contro al proprio, non riusciva più a dormire bene quanto avrebbe voluto. La sua testa lo costringeva ad un fastidioso stato di dormiveglia fino a che almeno, il profumo del caffé non gli stuzzicava le narici e, così, nonostante la pigrizia che difficilmente si scrollava di dosso subito, si alzava per raggiungerla in cucina.

Annabeth lo aspettava sempre dietro l'isola di marmo che lei stessa aveva tanto voluto. I capelli biondi un po' scompigliati ed una sua vecchia maglietta addosso che le accarezzava dolcemente le cosce. 

D'inverno era ancora più carina mentre si affacendeva per preparargli la colazione perché, al posto delle magliette, gli rubava le felpe dai cassetti, indossandole sopra a dei leggins ed un paio di calzini lunghi e sempre colorati.

In quel momento, era pieno inverno. La neve cadeva dolcemente da giorni sull'asfalto di New York e, nonostante tutto, a loro piaceva dormire nudi, stretti tra le loro braccia e sotto al duvet che, ogni settimana, cambiava colore.

Annabeth, un pomeriggio di Settembre, l'aveva trascinato in uno di quei negozi privi di ogni logica, che avevano gli specchi sulla destra e le presine per la cucina sulla sinistra, ed aveva comprato (nonostante le sue proteste delle quali, comunque, lei non si era affatto preoccupata) sette federe diverse e colorate. Annabeth le faceva girare, alternando i colori ogni volta che poteva e, anche se Percy difficilmente l'avrebbe ammesso, gli piaceva. Era un'abitudine solo di Annabeth e quella quotidianeità che rappresentava, loro se la tenevano bella stretta.

Alternare i duvet colorati era un lusso che avrebbero sempre riservato e conservato con garbo. Come lo era ordinare la pizza tutti i giovedì o prendere il take away cinese tutte le domeniche per pranzo.

Erano quelle pillole di normalità che rubavano alla loro vita di semidei e che, seduti sul divano che avevano scelto con Piper e Leo, cercavano di godersi ogni volta con un po' più d'intensità.

Anche se erano cresciuti, anche se avevano ventisette anni, in fin dei conti erano sempre ancora semidei. Non avrebbero mai smesso di esserlo e, arrivare a quell'età con ancora tutti gli arti attaccati al corpo e con la sanità mentale quasi completamente intatta, era un traguardo da non sottovalutare affatto.

Oh no, nossignore.

Era dopo la morte di Jason che avevano smesso di dare così per scontati i momenti in cui passeggiavano tenendosi per mano, guardando le vetrine dei negozi dopo che, per troppi mesi, la loro vita era stata quasi piatta tra una lezione al college che seguivano e quelle che impartivano alle nuove reclute a Nuova Roma.

Jason.

Jason che era uno dei suoi migliori amici. Jason che era puro e di buon cuore. Jason che, tutte le mattine, prima di andare a lezione, gli portava sempre una tazza di caffé con un solo cucchiaino di zucchero, sorridendogli da dietro la montatura scura degli occhiali.

Jason che l'aveva spalleggiato e protetto.

Jason che era talmente forte da sembrare quasi invincibile e che, così ingiustamente, gli era stato portato via.

Era nei Campi Elisi. E lo sapeva perché, una volta al mese, chiedeva a Nico come stesse andando la sua vita laggiù. "Beve Caipirinha e mangia cocco tuttii giorni. È felice. È un eroe" e, no, ovviamente non gli bastava.

E, anche se non aveva Jason, Percy continuava ad avere Annabeth. Annabeth che gli preparava i pancake con lo sciroppo d'acero ogni domenica e, tutti i giorni, una tazza di caffé con un solo cucchiaino di zucchero.

Annabeth che era talmente bella da sembrare irreale. Annabeth che era ancora più bella quando indossava i suoi vestiti, girando con le calze colorate nel loro appartamento sulla Upper East Side, regggendo una tazza di thé caldo tra le mani.

Annabeth che gli scostava sempre i capelli dalla fronte, sorridendo quando gli diceva fossero sempre disordinati. "Dovrei tagliarli?" - "Una spuntatina, Percy Jackson. Un centimetro di più e di sbatto fuori di casa".

Annabeth che aveva sempre le guance rosse per il freddo newyorkese al quale, il suo cuore californiano non si sarebbe mai abituato. Annabeth che lo svegliava sempre col profumo del caffé e poi lo accoglieva con un sorriso nella loro cucina.

Annabeth che, quel giorno, ancora non aveva fatto salire il caffé e che, dal bagno, ancora non era uscita.

Percy si era seduto sul letto, lasciando che il duvet -arancione quella settimana- potesse scivolargli lungo il busto nudo.

Era lui quello che ci metteva tanto tempo in bagno. Lei era veloce, sempre efficiente e, secondo i suoi pessimi calcoli, considerato avesse dormicchiato fino a quel momento, doveva essere in bagno da almeno venti minuti.

Venti minuti era troppo persino per lui.

Aveva gettato le gambe giù dal letto, passandosi una mano tra i capelli scuri e sbadigliando rumorosamente. New York fuori dalla finistra alla sua sinistra era bianca di neve ed aveva sorriso per istinto, lanciando uno sguardo sul comodino. Vortice era posata accanto alla foto incorniciata che ritraeva lui ed Annabeth sotto l'orologio di Times Square durante il Capodanno di due anni prima. Si stringevano tra di loro e nei cappotti. Le teste coperte dai berretti ed i volti talmente sorridenti che le bocche aperte riempivano l'intera foto. Quell'anno erano con Frank ed Hazel e, da qualche parte in salotto, doveva sicuramente esserci una foto anche con loro due.

Annabeth, in fin dei conti, aveva deciso di mettere foto ovunque. Tra le spezie in cucina e tra le cerette rosa in bagno. Cosa ci facesse poi una foto sua e di Piper sul lavandino, che Percy poteva perfettamente vedere mentre stava seduto sul water, era una domanda alla quale avrebbe potuto rispondere solo Annabeth.

Mancavano due giorni a Natale e loro, per tradizione, andavano sempre dai suoi genitori. Aveva contattato la mamma con l'Iride Phone qualche giorno prima per confermare i dettagli ma solo perché Annabeth, nel corso degli anni, era diventata un po' paranoica. Anche se era una tradizione che, a quel punto, rispettavano da almeno un decennio.

Percy aveva sbadigliato un'ultima volta prima di alzarsi dal letto, dirigendosi alla cassettiera vicino alla porta e prendendo il primo paio di boxer che gli erano capitati a tiro una volta che vi ebbe affondato la mano all'interno.  Aveva afferrato una felpa e dei pantaloni della tuta consumati dal pouf sotto la finestra e poi, lentamente, si era avviato verso la porta bianca del bagno.

Era a quel punto che aveva esitato. Il pugno alzato pronto a bussare ed il cuore che, chissà per quale motivo, non si sentiva affatto pronto a farlo.

"Annabeth?" l'aveva chiamata prima di toccare il legno con le nocche, corrugando la fronte quando la porta si era aperta davanti al suo tocco leggero. "Tutto bene?" aveva domandato un attimo prima di ritrovarsi la figura di Annabeth seduta sul water con un affare lungo e bianco -che somigliava un sacco ad un termometro- chiuso tra le dita della mano destra. "Annabeth, tutto bene?"

Gli occhi della donna erano rimasti puntati sul termometro per quelli che a lui erano sembrati interminabili prima che, in un scatto fulmineo, la tempesta si potesse abbattere dritta sul mare. Erano iridi velate di lacrime ed il labbro inferiore di le tremava talmente tanto che, per un solo e stupido istante, Percy si era chiesto se le sarebbe potuto cadere.

"Annabeth" l'aveva richiamata, nascondendo abilmente il panico nel tono della voce, fissando il termometro tra le mani affusolate della bionda e che -ovviamente- sapeva benissimo non essere un termometro. "Annabeth."

"Sono incinta".

E l'autocontrollo di Percy, in quel momento, era stato -per la prima volta in ventisette anni di vita semidivina- messo duramente e realmente alla prova.

Aveva affrontato dei, semidei, titani, imperatori e mostri di ogni tipo.

Aveva rischiato di morire talmente tante volte nel corso della sua vita che non avrebbe potuto contarle sulle dita delle mani e dei piedi, semplicemente perché vi aveva perso il conto più o meno dopo aver compiuto tredici anni. 

Aveva anche chiesto ad Annabeth di sposarlo, che Tartaro! E quello, si che l'aveva terrorrizato anche se, sdraiato a letto, era riuscito a far finta di niente mentre glielo annunciava con la semplicità con la quale avrebbe annunciato la voglia di messicano.

E non solo le aveva chiesto di sposarlo, l'aveva anche sposata! E l'aveva guardata camminare lungo la navata allestita nel Campo, lottando contro le ginocchia che tremavano paurosamente. Tentando di asciugarsi le mani sui pantaloni dell'abito nel modo più discreto possibile.

Ma quello.

Un bambino.

Quello era molto più di quanto potesse sentirsi in grado -od esserlo effettivamente- di superare.

E poi, loro due erano semidei! Che cosa sarebbe uscito, un dio intero per compensazione?

Si era costretto a non indietreggiare, dandosela a gambe con la stessa intensità con la quale avrebbe corso per salvarsi la vita.

Ma andiamo, lui avere un bambino? Lui? Ancora piangeva davanti a Toy Story! Come avrebbe mai potuto essere anche solo in grado di crescere un bambino?

E povera Annabeth. Due Percy in casa? A distanza di anni, ancora si chiedeva come avesse fatto la madre a sopravvivere per tutto quel tempo.

E poi, aveva sbattuto le palpebre, guardando Annabeth per davvero per la prima volta da quando era entrato in bagno. Aveva una sua felpa grigia del college che le copriva le mani fino alle nocche, gli occhi grigi, enormi e terrorizzati, velati dalle lacrime che Percy, in quel momento, aveva assobito come fitte dritte nel cuore. Indossava dei calzini con gli alberi di Natale ricamati sopra che, per quanto erano brutti, doveva averglieli comprati Talia e solo per darle fastidio. I ricci erano spettinati e, comunque, era bellissima.

Era bellissima ed era sua. E sarebbe stata una madre altrettanto bella ed altrettanto sua.

Quindi, ovviamente, invece che stringerla tra le braccia e baciarla fino a che non le avesse tolto il fiato le disse:"ma ti uscirà dalla testa?"

Percy, per un miracolo che qualche dio aveva deciso di lanciargli sulla testa in quel preciso istante, era sopravvissuto alla furia di Annabeth che, prima di scoppiare a ridere, lasciandosi stringere dalle sue braccia, gli aveva lanciato il test di gravidanza dritto in testa. L'aveva anche picchiato un po' prima che Percy potesse bloccarle i polsi tra le mani, cingendole poi velocemente il viso e guardandola nelle iridi di tempesta. Aveva bloccato le sue imprecazioni (un po' in greco ed un po' in inglese) con un bacio, affondandole la lingua tra le labbra e le dita tra i boccoli biondi.

"Ti amo. E sarai una mamma bellissima".

La prima persona che Annabeth aveva chiamato, era stata Piper. Avevano pianto al telefono per quella che a Percy era parsa più di un'ora e, mentre lui beveva litri di caffé, appoggiato al lavandino per la paura di cadere, aveva guardato Annabeth piangere e camminare da una parte all'altra della casa col telefono stretto all'orecchio. Era rischioso farlo e lo sapevano perfettamente entrambi ma, in quel momento, i mostri che sarebbero potuto entrare nel loro appartamento, erano l'ultimo dei problemi.

Percy era talmente felice che, in fin dei conti, avrebbe volentieri offerto un po' di caffé al primo minotauro che avesse sfondato la porta di lengo scuro. In fin dei conti, adesso che ci pensava, neanche che gli sfondasse la porta gli avrebbe davvero dato fastidio.

Aveva posato la tazza sul piano della cucina, passandosi una mano tra i capelli neri.

Quando si erano dimenticati di mettere le protezioni? E da quanto Annabeth era incinta?

E poi, a quel pensiero, aveva sorriso di nuovo.

Annabeth era incinta.

Ed era scoppiato a ridere. Talmente tanto forte che la testa bionda della semidea aveva fatto capolino dal corridoio. L'aveva guardato confusa con un sorriso che le aleggiava sulle labbra e che lo stupore non era stato in grado di nasconderle. E Percy l'aveva guardata dalle palpebre socchiuse per la risata perché Annabeth era bellissima e lui l'amava talmente tanto che faceva quasi male.

"Devo andare. Ti chiamo dopo, Pip. Grazie. Ti voglio bene anche io" e mentre camminava verso di lui, con il telefono stretto tra le dita, Percy l'aveva guardata ed aveva riso ancora. Perché Annabeth era bellissima con i capelli biondi che le sfioravano la vita, le calze orrende con l'albero di Natale cucito sopra e gli occhi grigi gonfi di pianto. Perché Annabeth era bellissima e lui l'aveva pensato dal primo momento che l'aveva vista a dodici anni, con una maglia del Campo arancione addosso. Perché Annabeth era bellissima e lui l'amava talmente tanto che, in fin dei conti, quello scricciolo dentro di lei non doveva poi sorprenderlo così tanto. Prima a poi, tutto quell'amore, sarebbe dovuto andare da qualche parte, no? Prima o poi, il cuore che gli batteva sempre un po' più forte quando la vedeva, o le labbra che si stendevano sempre in un sorriso quando incrociava le sue iridi, o gli occhi che avevano sempre paura a celarsi dietro le palpebre per quei brevi istanti, impendendogli la sua vita, dovevano pur concretizzarsi in qualche modo.

"Che c'è?" gli aveva chiesto lei, posandosi naturalmente contro di lui, piegando le braccia tra i loro petti e sfiorandogli il collo con le dita. "Perché ridi?"

E Percy le aveva avvolto i fianchi tra le braccia, guardandola negli occhi grigi. "è che ti amo" si era limitato a dirle, senza smettere di sorridere e quando Annabeth aveva riso, piangendo ancora un po', lui l'aveva baciata.

Dirlo a sua mamma era stata una delle esperienze più belle che Percy si fosse mai ritrovato fare. Quando avevano preso coraggio e glielo avevano detto, seduti attorno al tavolo apparecchiato abbondantemente per Natale, Sally era scoppiata a piangere sul tacchino e Paul -l'eterno Stoccafisso- aveva fatto il giro del tavolo per poter abbracciare prima Annabeth.

Sally aveva fatto strisciare la sedia sul pavimento, gettandosi tra le braccia del figlio mentre ancora piangeva. E Percy se l'aveva stretta contro al petto senza trattenere le lacrime mentre la mamma gli piangeva contro la spalla, respirando il suo profumo di torta e biscotti. "Ti voglio bene, bambino mio. Bravo, bravo". E Percy, in tutta risposta, aveva pianto persino un po' di più.

Ad i loro amici, i sette più Calipso, Reyna, Talia e Grover, l'avevano detto la sera di Capodanno. Avevano organizzato la cena a casa da loro e, mentre Reyna si alzava per versare il vino, Annabeth aveva ritratto il suo bicchiere.

"Ma andiamo, neanche un goccio? È la vigilia di Capodanno!"

"Non è che non voglio, è che non posso"

e Reyna si era fermata, protesa verso Leo seduto dall'altra parte del tavolo, due posti alla sua destra, la bottiglia di vino rosso ancora ben stretta tra le dita. Talia si era fermata con la forchetta a mezz'aria e l'orologio al polso di Leo aveva preso fuoco ma lui non si era neanche preoccupato di segnerlo mentre faceva saettare gli occhi castani da Annabeth a Percy talmente velocemente che, il moro, per un momento, si chiese se non gli stesse venendo il capogiro.

Annabeth aveva sorriso, il volto rosso per l'emozione mentre guardava gli amici di una vita stretti al loro tavolo. "Sono incinta!" aveva gridato ed il boato formato semidio che si era innalzato dal loro appartmento nell'Upper East Side non sarebbe mai, mai, potuto essere eguagliato da nessuno botto di Capodanno.

***

Annabeth si voltò sotto al duvet e Percy sorrise, abbassando gli occhi verdi sul ventre, un tempo piatto, adesso meravigliosamente rotondo. Era al quarto mese e, nonostante l'ecografia di qualche settimana prima, non avevano voluto sapere il sesso. Se lo sarebbero riservato fino alla fine.

Se tutto fosse andato per il verso giusto, il loro bambino sarebbe nato per la fine di Settembre e, no, ovviamente non avevano idea di quale sarebbe stato il suo destino. Se sarebbe stato costretto a lottare per la sua vita sin dalla tenera età. Se avesse avuto la saggezza di Annabeth ed i poteri di Percy od entrambe le qualità. Se loro sarebbero sopravvissuti a lungo abbastanza da vederlo diplomarsi e laurearsi.

Nessuno dei due voleva ammetterlo a l'altro ma, sapevano benissimo entrambi che il loro ultimo desiderio era quello di vedergli impugnare in una spada mentre si allenava per sopravvivere.

- Sei bellissima – gli disse Percy ed Annabeth sorrise, scivolandogli più vicina per poterlo baciare.

Percy le avvolse il fianco con un braccio, facendole schiudere le labbra con la lingua mentre la spingeva verso al materasso, sovrastandola delicatamente col busto.

Annabeth gli accarezzò la schiena e Percy fremette, posandole dolcemente una mano sul ventre. Smise di baciarla solo per potervi avvicinare il volto, baciandole la pelle tesa con un sorriso.

- Quando inizierai a muoverti là dentro, eh? – baciò Annabeth ed il figlio ancora una volta. – Papà vuole sentirti. Vuole sapere che stai bene. Sarai un bambino bellissimo. O una bambina. Io spero una bambina, con i miei capelli e gli occhi della mamma.

Annabeth sbuffò mentre lo guardava e Percy spostò le iridi verdi su di lei con un sorriso. – Ti prego, augurale i miei capelli. I tuoi sono ingestibili!

Percy le baciò la pancia ancora una volta ed Annabeth sorrise, affondandogli le dita tra i capelli scuri. Non sarebbe mai riuscita a fare l'abitudine a quel bambino.

Né a quello che aveva nel ventre né a Percy, ovvio.

Percy aveva iniziato a parlare al loro bambino dal momento stesso in cui gli aveva confessato d'essere incinta anche se, nelle prime settimane, era una cellula minuscola che non poteva sentire assolutamente nulla. Ma adesso, adesso che cresceva forte e sano, parlargli era sempre più reale ed ogni volta più bello.

Percy le baciava il ventre ogni volta che poteva. Parlava col loro figlio ogni volta che sembrava passargli per la mentre ed Annabeth, tutte le volte, gli affondava le mani nei capelli, sorridendo davanti al suo amore.

- Visto? La mamma è già antipatica – la prese in giro, baciandole la pelle di nuovo. – Ma tu non ti devi preoccupare perché, tutte le volte che sarà antipatica, ci sarà io a salvarti – la baciò ancora. Esitò con le labbra posate sulla pelle tiepida ed Annabeth tremò sotto al tocco tanto gentile. – Papà te lo promette. Perché ti amo già tantissimo.

Ed Annabeth non riuscì a trattenere un singhiozzo ed una lacrima che, bollente, le solcò la guancia, arrivandole alle labbra. La asciugò con la mano libera, guardando Percy col cuore che le scoppiava e con il volto che sorrideva talmente tanto che prese a farle male. Sarebbe potuto entrare chiunque dalla porta o dalla finestra. Potevano entrare tutti i mostri del Tartaro e lei avrebbe comunque continuato a tenere una mano tra i capelli di Percy, guardandolo ed ascoltandolo mentre amava il loro bambino. In qualche modo, sapeva che sarebbero stati al sicuro. In qualche modo, sapeva che non gli sarebbe potuto accadere niente di male perché, quello che li circondava in quel momento, era una protezione ben più solida del bronzo celeste.

Percy smise di dedicare attenzioni al bambino solo per poterle rivolgere a lei, sorridendole con gli occhi verdi che brillavano mentre si spingeva sul suo volto. Le baciò la scia bagnata dalla lacrima. Le baciò il naso, la fronte, gli occhi che Annabeth chiuse davanti alla sua tenerezza e poi le baciò le labbra piano, come se avesse paura di romperla. Esitò, la sfiorò accarezzandole i capelli con una mano sopra alla testa, posata sul cuscino.

- Ti amo.

Percy rise, scuotendo la testa. – Mi auguro mi amerai anche quando sbaglierò a cambiare i pannolini.

Annabeth allungò il collo per poterlo baciare. – Anche in quel momento.

- Ed anche quando, perché avrà sicuramente il mio carattere, verrà espluso da scuola.

La bionda scosse la testa, baciandolo ancora. – Anche in quel momento.

-Ed anche quando sbaglierò.

E, in quel momento, invece che baciarlo, lo guardò confusa, accarezzandogli il collo con le dita. Mosse i polpastrelli sul suo volto, sfiorandogli la curva del gentile del naso e le sopracciglia scure. – Cosa dovresti sbagliare?

Percy sorrise senza smettere di giocare coi suoi capelli. – Tutto. Tutto perché sono ancora un bambino che starebbe ore a giocare alla playstation e che piange ancora davanti a Toy Story. Quando non riuscirò ad aiutarlo come si deve nei compiti. Quando ti farò arrabbiare perché tu l'avrai messo in punizione ed invece io, come un idiota, gliel'avrò tolta. Quando mi sembrerà sia troppo per me e tenterò la fuga. Quando sarò troppo Percy e troppo poco pad..

Ma Annabeth lo baciò prima che potesse finire, allugando il collo verso di lui. Premette le labbra sulle sue senza smettere di sorridere, tirandoselo più vicino mentre affondava ancora una volta nel cuscino morbido. – Troppo Percy è stata la cosa più bella che mi sia mai potuta capire nella vita – disse soffiandogli sulle labbra e cercandogli gli occhi verdi. – E troppo Percy sarà la cosa più bella che potrà mai capitare anche al nostro bambino.

Quando lo baciò ancora, tirandolo a sé, Percy corrugò le labbra, allontandosi dal suo volto con uno schiocco. – Sicura? Perché secondo me cambierai idea non appena sbaglierò con un pannolino, tipo o se farò un casino con quelle pappette terribili e poi..

Annabeth lo baciò ancora una volta, chiudendogli il volto tra le mani con più tenencia e spingendogli la lingua tra le labbra con più ardore. Gli graffiò le spalle con la lingua e quando Percy si allontanò da lei abbastanza per poterle mordere il labbro, facendola gemere, lei lo spinse per il fianco. Il ragazzo scivolò abilmente tra le sue gambe ed Annabeth le piegò ai suoi fianchi, sollevandole dal materasso mentre Percy aderiva delicatamente al suo centro, stando attento a non pesarle eccessivamente sul ventre.

- Ti amo – mormorò contro alle sue labbra, guardandolo dal basso, sfregando il naso contro al suo. – E nessuna pappetta o pannolino riusciranno a cambiarlo, capito, Testa d'Alghe?

Percy rise, baciandola per poco ma con abbastanza intensità da toglierle il fiato. – Capito, Sapientona.

E poi, ovviamente, l'aveva baciata ancora.

***

Annabeth guardò Piper da sopra la sua tazza di thé.

C'era incredibilmente freddo nonostante fosse inizio maggio. La primavera non sembrava ancora decisa ad arrivare e quando l'amica era entrata a casa, levandosi la sciarpa ed il cappotto, il thé era stata l'unica cosa che aveva chiesto.

Piper era sempre bellissima. Con l'età, i lineamenti si erano fatti più marcati ma non per questo meno belli. Gli occhi, chiari e luminosi, arricchiavano il volto mulatto ed i capelli che quasi sempre legava delicatamente in una treccia lungo la schiena, erano abbelliti da una piuma dolcemente incastrata tra le ciocche.

Era stata felice, quel giorno, che Percy fosse andato al Campo Mezzosangue per parlare con Chirone. Sentiva il bisogno di parlare da sola con Piper da un po' ormai.

Le sorrise e la migliore amica ricambiò dall'altra parte del divano. La televisione, accesa davanti a loro e tra due finestre che si aprivano sul terrezzo, proiettava a basso volume un qualche quiz show che non stavano seguendo.

Piper era uscita con un ragazzo qualche giorno prima. Un aspirante pretore di Nuova Roma ma, anche se l'appuntamente era andato bene, lei aveva ancora un velo di dolore negli occhi chiari dal quale nessuno avrebbe mai potuto liberarla.

Era bellissima. La sua semidea bellissima e triste e strinse più forte la tazza di ceramica gialla al pensiero.

Lei era riuscita a malapena ad andare avanti per due settimane senza Percy. Piper doveva fare i conti con la morte di Jason da anni, ormai.

- Pip – disse interrompendola, senza riuscire a sentirsi il colpa per non averla seguita mentre raccontava fino a quel momento.

- Dimmi – le sorrise l'amica, prendendo un sorso del thé che stringeva tra le mani, affondando con naturalezza gli occhi chiari nelle sue iridi grigie.

- Io e Percy abbiamo deciso i nomi del bambino – le confessò senza nascondere il sorriso che, al solo ricordo di quel momento, le illuminò il volto.

Piper quasi saltò sul divano e, per un solo istante, Annabeth si chiese come mai avrebbe potuto lavare le federe dei cuscini se li avesse sporcati. Ma, con la grazia che contraddistingueva la figlia di Afrodite, il divano rimase illeso e lei fu anche in grado di sistemarsi meglo, poggiando la schiena al bracciolo. Piper incrociò la gambe guardandola con gli occhi che, solo in quel momento, tornarono quelli di un tempo, quando ancora aveva sedici anni ed amava Jason al suo fianco.

- Non riesco ancora a credere che vogliate continuare con questa cosa del non farvi dire il sesso. La prossima volta che andiamo a fare un'ecografia, tu esci dalla stanza ed io mi faccio dire dalla Sanchez se avrò un nipotino od una nipotina – prima che Annabeth potesse obbiettare divertita, Piper alzò la voce per interromperla. – E spero davvero sia una femmina! Perché così la porterò a fare shopping, alle lezioni di danza, a guardare i film al cinema! Ti riempirò la casa di vestitini, cavolo. E scarpe! Le scarpe dei bambini sono così carine e piccole che ho voglia di comprarle anche se non ho figli!

Annabeth scoppiò a ridere, posandosi naturalmente una mano sul ventre. Cresceva dolcemente anche se, per il momento, non aveva ancora deciso di muoversi. Percy ci parlava tutte le volte che poteva ma, ancora, non sembrava abbastanza per lui. O lei.

- Be', se vuoi puoi farlo. Con tutti quei vestitini, se nasce maschio, almeno ho la scusa per cercare di fare la femmina! – scherzò. Anche se le sarebbe piaciuto. Un piccolo Percy ed una piccola Annabeth in giro per casa.

Con ogni probabilità, i due senior sarebbero stati costretti a fuggire da qualche parte in Alaska con due tornadi simili ma, per il momento, si cullava nella sua bolla di felicità dorata.

- Comunque, torniamo ai nomi! – esclamò Piper, guardandola con la schiena posata al bracciolo ed un sorriso euforico ad illuminarle il bel volto.

Annabeth annuì, sorridendo. – Se è femmina, Kyma Sofia Jackson – e, nonostante fosse figlia della dea Afrodite, Annabeth tradusse lo stesso, – Onda Sapienza Jackson.

Piper annuì, bevendo un sorso di thé senza smettere di sorridere. – Mi piace. È come se uniste i vostri due nomi. A proposito, si sa che qualità avrà Kyma? Sarà una semidea con la tua intelligenza ed i poteri di Percy?

Annabeth sollevò le spalle, nascondendo la preoccupazione dietro ad un sorso di thè. Nessuno ne aveva idea perché nessun semidio era sopravvissuto abbastanza a lungo da poterlo raccontare. Certo, Clarisse e Chris avevano avuto una bambina qualche mese dopo il suo matrimonio ma nessuno aveva dei poteri da tramandarle e, per quel che valeva, quando l'avevano portata al Campo, le barriere non l'avevano respinta. Il che, nella prospettiva di Annabeth, era un cinquanta percento di fortuna e l'altro di merda.

Piper la guardò penetrante come se, in quel momento, avesse deciso di volerla spogliare di tutte le sue difese con la sola forza delle iridi. – Anche se fosse, ha un sacco di zii pronti a proteggerla – sdrammatizzò ed Annabeth tentò difficilmente di scrollarsi quel peso ormai consueto dalle spalle. – In ogni caso, se è maschio? – domandò, nascondendo una finta espressione infastidita che fece sorridere Annabeth.

- Se è maschio – iniziò la bionda, catturando gli occhi dell'amica davanti a sé nei propri, – Jason Tycheros Jackson.

E Piper, davanti a lei, con la tazza di thé stretta tra le mani, sembrò vittima di Medusa. Si pietrificò al punto tale da non essere più in grado di sbattere nemmeno le palpebre e, quando Annabeth le guardò le spalle nella speranza di vederle muoversi per il respiro, sussultò.

- Piper – la chiamò, la voce tesa mentre continuava a guardarla nel volto pietrificato.

Forse era stata una pessima idea. Forse Piper non voleva ricordare Jason in quel momento. Forse, per lei, il loro bambino sarebbe sempre stato il ricordo del suo dolore ed il cuore di Annabeth mancò di un battito per la sua stupidità. A lei e Percy era sembrata un'idea perfetta quando ci avevano pensato una settimana prima ma, in quel momento, guardando il volto di Piper, riusciva soltanto a pensare a quanto fossero stati stupidi ed egoisti.

- Pip – mormorò con un fil di voce, abbandonando la tazza sul tavolino basso accanto a lei ed allungando una mano verso l'amica. – Pip, mi..

Ma poi, Piper lasciò la tazza sul tavolo, vicino a quella di Annabeth, sporgendosi verso di lei sui cuscini del divano ed  avvolgendola in un abbraccio che la fece sussultare per la sorpresa ed il sollievo. Mentre la stringeva, posandole una mano sulla nuca e l'altra sulla schiena, sorrise, ascoltandola piangere e stringendola a sé un po' più forte.

- Jason Fortunato Jackson – fece Piper, inginocchiandosi davanti a lei sui cuscini e tirando su col naso. Il volto rosso e bagnato per le lacrime che, ancora, le solcavano delicatamente le guance. – è perfetto e lo adoro. E l'avrebbe adorato anche Jason. Lo so. Lo so che l'avrebbe adorato. – Posò una mano sul ventre di Annabeth coperto dal cotone scuro della maglietta che indossava, abbassandovi lo sguardo. – Sarai un bambino bellissimo – disse ed Annabeth non trattenne le lacrime che le pizzicarono gli occhi prima di solcarle le guancie. – E zia ti amerà da morire. Da morire. – mormorò tra le lacrime, senza preoccuparsi di tentare inutilmente di nasconderle.

E poi, quello che venne dopo fu inaspettato quando la reazione di Piper. Fu un colpo direttamente dall'interno contro le pareti di Annabeth e la mano di Piper. Fu un momento dentro di sé che le fece battere il cuore all'impazzata mentre, di scatto, come se fosse stata punta, si sedeva meglio sul divano.

- Oh miei dei – mormorò Annabeth, portandosi una mano sul ventre, le dita sopra al dorso di quella di Piper.

- Oh miei dei – ripeté la sua amica davanti a lei, sollevando gli occhi chiari sul suo volto, cercando la conferma a ciò che era appena successo. – Si è..

Annabeth scoppiò a piangere e Piper l'abbracciò, stringendosela contro mentre rideva tra le lacrime. – Si è mosso – esclamò Annabeth contro al suo collo, stringendola più forte quando altri calci le tempestarono dolcemente la pancia, facendola ridere. – Li senti? – domandò, ma Piper aveva ancora una mano posata sul ventre e, quando pianse un po' più forte, Annabeth ebbe la sua risposta.

- È un maschio. È per forza un maschio.

È per forza Jason ma nessuna delle due ebbe bisogno di dirlo.

Già lo sapevano.

***

Annabeth si svegliò in un sussulto, sendendosi sul letto di scatto e portandosi istintivamente una mano alla pancia. Ve la modellò contro, sbattendo gli occhi nel tentativo di abituarsi al buio della sua camera da letto. Cercò il corpo di Percy con la mano libera, sospirando liberamente quando gli sfiorò delicatamente la spalla.

Andava tutto bene e quello era stato solo un incubo. Solo un brutto sogno.

Il suo bambino stava bene. Percy stava bene. Lei stava bene.

Si liberò lentamente del lenzuolo leggero, buttando le gambe fuori dal letto e poggiandosi alla testiera con una mano per potersi alzare più facilmente.

Si posò una mano sul ventre enorme mentre usciva lentamente fuori dalla stanza, accarezzandolo circolarmente da sopra il tessuto della camicia da notte.

Annabeth aveva passato la vita intera a fuggire dai mostri. Aveva sempre avuto un corpo snello ed atletico, pronto allo scontro ed alle emergenze. In quel momento o, per meglio dire, da un paio di mesi a quella parte, si tirava dietro un peso al quale -ancora e paradossalmente- si doveva abituare.

Era lenta, affatticata e si stancava talmente velocemente che, ogni pochi passi, era costretta a fermarsi.

Non che, comunque, a Nuova Roma non stesse ricevendo tutto l'aiuto di cui aveva bisogno.

Piper andava a trovarla ogni giorno. Giravano per i negozietti, dolcemente incastrati tra i giardini ed i viali alberati, ogni giorno e, nonostante il caldo afoso che avrebbe sempre caratterizzato la costa Ovest, Nuova Roma aveva sempre una brezza leggera a rinfrescarle il volto ed il corpo intero.

Quella volta, aveva avuto la possibilità di poter parlare con più genitori semidivini. Il suo bambino avrebbe avuto i poteri del padre e sorrise al pensiero che, se oltre ai poteri avesse avuto anche il carattere, lei si sarebbe ritrovata catapultata nel migliore dei disastri.

Era metà agosto ma lei si diresse comunque al kettle della cucina, abbassando la leva per far bollire l'acqua. Recuperò la tazza che aveva lavato quel pomeriggio dal lavandino, lasciandovi cadere dentro un cucchiaino di zucchero e della camomilla.

Annabeth aveva incubi da tutta una vita. Era una semidea. Gli incubi facevano parte del pacchetto ma, da quando aveva qualcun altro da proteggere, oltre che sé stessa, era tutto più delicato.

E terrificante.

Poggiò i fianchi al lavandino, tirando su la leva del kettle quando sentì l'acqua stesse iniziando a bollire, senza aspettare che si spegnesse da solo. Osservò il vapore uscire dal beccuccio mentre riempiva la sua tazza fino all'orlo e poi, stringendo la ceramica tra le mani, camminò lentamente verso la veranda.

Una leggera brezza scuoteva delicatamente le tende e sorrise al pensiero che, per la prima volta dopo anni, lei e Percy si sentissero liberi di dormire con le finestre aperte. A New York, quello era un lusso che non gli era concesso e, sicuramente, ciò costuiva l'unica cosa a non mancarle della Grande Mela.

Il pavimento della veranda era fresco e si apriva meravigliosamente su un giardino fiorito e sul viale principale che conduceva al Foro.

Si posò alla ringhiera di fine marmo bianco, sorridendo lievemente. Nuova Roma era bellissima e lei non si sarebbe mai stancata di osservarla. Era bellissima con i giardini che costeggiavano le strade. Le volte, gli archi, le colonne di marmo. Il Colosseo che, bellissimo e maestoso, si stagliava alla sua destra. La vista perfetta per l'appassionata di architettura che sarebbe sempre stata.

Nuova Roma era bellissima e l'aveva accolta a braccia aperte.

Reyna le aveva dato l'alloggio più vicino al Colosseo e si premurava che Annabeth avesse sempre ciò di cui necessitava. Le faceva anche riordinare la stanza ogni volta che lei usciva per fare colazione anche se Annabeth, dal primo giorno, due mesi prima, le aveva detto potesse benissimo farlo da sola.

Hazel le faceva compagnia quando era troppo stanca per camminare, seduta sulle sedie morbide della veranda, raccontandole della sua giornata che comprendevano le lezioni al college ed ovviamente Frank.

Anche Leo era diventato una presenza costante nella sua vita. Una botta di vita che quasi le faceva dimenticare di tutti i chili che si portava addosso e dell'inevitabile stanchezza. E Calipso le portava sempre dei vestiti nuovi che Annabeth si premurava di indossare quando passeggiava per i viali assieme a Piper.

Ad un certo punto dalla gravidanza, era ormai diventato evidente non solo il bambino ma anche il fatto che Annabeth, volente o nolente, non sarebbe stata realmente in grado di proteggersi come avrebbe fatto normalmente. Non quando aveva così tanto da perdere e, Nuova Roma era stata la soluzione migliore per entrambi.

In fin dei conti, li aveva ospitati per tutti gli anni del College e, solo la ricerca della normalità fuori dagli schemi semidivini aveva spinto i ragazzi a trasferirsi a New York.

Ad Annabeth era sempre piaciuta Nuova Roma perché era la tranquillità che agognava da tutta una vita. Perché c'era sempre una brezza fresca che le accarezzava la pelle anche se era pieno agosto. Perché era un tripudio di architettura che le mozzava ogni giorno il fiato.

Eppure, le mancava qualcosa. E quando due mani familiari le avvolsero la pancia, quel vuoto al petto svanì quasi del tutto.

Percy le posò il mento su una spalla, baciandole la guancia e voltando poi il capo esattamente dove guardava Annabeth, verso il Colosseo.

Era raro che Percy non si svegliasse quando Annabeth faceva un incubo. Ogni volta che si alzava dal letto per farsi una camomilla, si chiedeva quanto ci avrebbe messo il ragazzo a seguirla. Quella volta, erano stati meno di dieci minuti.

- Sai una cosa? – disse, ascoltando il silenzio di Nuova Roma, chiudendo gli occhi per pochi istanti mentre rovesciava il capo all'indietro, posandolo contro la spalla di Percy.

- Mmh

- Mi manca New York.

Nel silenzio di quella notte di metà agosto, Percy scoppiò a ridere. Ed Annabeth, seppur non volente, lo seguì con naturalezza.

- Ssssh! – sorrise, voltando il capo verso di lui, posandovi poi il proprio contro. – Sveglierai tutti!

Percy, a quel punto della loro vita, le rubava una decina di centimetri e fu per quello che riuscì facilmente a baciarle una tempia prima di posarle nuovamente il mento sulla spalla, le mani grandi e ben aperte sulla pancia gonfia, quasi coprendola per intero.

– è assurdo che ad una Californiana manchi New York una volta tornata in California.

Annabeth rise, piano quella volta e rovesciò nuovamente il capo all'indietro, posando la nuca contro al corpo di Percy. – è solo che ormai mi ci ero abituata a tutti i suoni di New York quando aprivo la finestra. C'è sempre talmente tanto caos che supera quello dei miei pensieri.

Sentì Percy sorridere contro di lei e le baciò la guancia ancora una volta, accarezzandole il ventre con dolcezza e cautela. – Torneremo a New York. Voglio tornarci anche io – le disse. – Solo, non adesso. Aspettiamo la nascita del bambino e magari qualche mese perché possa riprenderti per bene anche tu. E poi torniamo a casa – si ammutolì per un attimo ma prima che Annabeth potesse voltarsi nel tentativo di leggergli gli occhi, Percy parlò. – Forse dovremmo cambiare appartamento. Prenderne uno più grande. Con la stanza del bambino e la stanza per gli ospiti. Non la stanza degli ospiti che diventa quella del bambino.

Annabeth sorrise. Accarezzò le braccia di Percy dai gomiti fino ai polsi come se avessero tutto il tempo del mondo e chiuse gli occhi, respirando il suo profumo.

Non importava dove fossero o che avessero fatto prima, Percy sapeva sempre di brezza marina e di tutte le cose che riuscivano a farla sorridere senza sforzo.

Chissà se anche il loro bambino avrebbe avuto il suo stesso profumo.

- Sai, mi piace l'idea di chiamare mia figlia Onda. È originale. È unico – Percy sorrise contro il suo volto. – E poi, se nasce con la tua personalità, magari una figlia è più facile da gestire per entrambi. Voi ragazzi siete sempre delle teste calde.

Percy allontanò il busto dalla sua schiena in una finta esclamazione indignata, voltandosi per poterla osservare meglio. – Chiedo scusa – disse, indicandosi all'altezza del petto, liberando il fianco di Annabeth da una delle sue braccia e costringendola ad un inaspettato freddo. – Sono scappato io di casa a sette anni, per caso? A dodici ancora piangevo per i dolci blu di mia madre. Se nasce femmina o maschio, meglio che abbia il mio carattere, Sapientona. Eccome.

Annabeth gli diede un colpo al braccio, sorridendo quando Percy tornò ad avvolgerla, facendo aderire il petto alla sua schiena. – Sei un piantagrane, tu! Un attiraguai!

Quasi riuscì ad immaginarselo mentre roteava gli occhi al cielo ma l'unica risposta che ottenne fu un bacio sul collo.

- Mi piacerebbe un sacco avere una femmina. Ma anche un piccolo Jason che gironzola per casa sarebbe forte. Gli insegnerei a cavalcare Blackjack o a far esplodere i gabinetti se qualcuno gli dà fastidio a scuola.

Annabeth rise a quel ricordo di talmente tanti anni prima che, se solo si fermava a riflettervi, le veniva un nodo alla gola.

Erano cambiate così tante cose. Il mondo attorno a loro. Lei. Percy. Loro.

Luke non c'era più. Jason non c'era più ed il loro rifugio aveva smesso di essere il Campo Mezzosangue da un po', ormai. Certo, ci tornavano spesso adesso che vivevano a New York ma non pensavano mai di stabilirvisi.

Nuova Roma, invece, gli offriva un riparo ed una casa per la vita.

- Mio figlio o mia figlia avrà il tuo stupido accento newyorkese.

- Ma mi auguro la tua abbronzatura. Sai che figo un newyorkese abbronzato?

Annabeth scoppiò a ridere per l'ennesima volta quella sera.

- Voglio che sia felice, però. Voglio che sia un bambino felice e che abbia un'esistenza lunghissima – lasciò andare un respiro quasi sofferto. – L'idea di aver condannato un innocente alla mia stessa vita.. – sentì che le gambe cedevano sotto ad un peso tutto nuovo da quello che ormai si portava dietro da mesi.

La reazione di Percy però, fu repentina ed il cuore (oltre che il suo subconscio) fecero una capriola per la felicità. Percy la voltò delicatamente verso di sé, muovendole i fianchi tra le mani.

- Ehi, no – disse, una volta che l'ebbe fintalmente davanti a sé. Gli occhi verde mare affondarono nei suoi ed Annabeth si chiese, sotto le stelle di Nuova Roma, se potesse sentirsi più fortunata di così. – Io non sono un oracolo, Sapientona. Né sono esattamente la persona più indicata per fare congetture sul futuro anche perché la mia, di esistenza, non è che sia stata esattamente rosa e fiori – Annabeth si lasciò andare ad una risatina. – Ma so di per certo una cosa – mormorò, prendendole il volto tra le mani, sollevandoglielo verso il proprio. – Ed è che noi due faremo un bel lavoro. E non ci sarà niente e nessuno che potrà farmi cambiare idea a riguardo, capito, Sapientona? Faremo un bel lavoro, che nasca maschio o femmina. Che nasca con i miei capelli ed i tuoi occhi o viceversa, noi lo renderemo felice, educato, forte e gentile – le accarezzò gli zigomi con i pollici, catturandole una lacrima sulla sua pelle.

La maternità l'aveva resa una tale sentimentale.

Annabeth aprì le mani sul suo petto nudo, allungando il volto verso il suo per poterlo baciare.

Percy le sorrise, cercando le sue labbra ancora una volta e quando il bambino scalciò, contro di lei e contro Percy, quello valse tutti i "ti amo" del mondo.

Angolo Autrice:
Eh no, non è un miraggio.
E si, sono tornata e con una PERCABETH!
Non ci credevo neanche io ma Tumblr mi ha dato l'ispirazione per scrivere qualche settimana fa ed ho aspettato a dare un esame prima di mettermi a farlo sul serio. Ho finito di stendere questa shot stamattina alle due ma io computer fa i capricci quindi ho dovuto aspettare e chiedere il permesso a mio padre di usare il suo ahahaha
COMUNQUE, eccoci tornati. Con Percy ed Annabeth che sono belli che cresciuti e stanno per avere un bimbo! Come vi dicevo, Tumblr mi ha dato l'ispirazione ed infatti, anche se vorrei, la battuta della testa non è mia, purtroppo ahahaha in ogni caso, spero vi sia piaciuta e fatemi sapere che ne pensate. Ne approfitto anche per ringraziarvi per tutto l'amore che mi date nelle Long. Io vi leggo sempre e vi voglio davvero tanto bene.
A prestissimo!
Un bacione, fiorellini miei:***

P.S. non ho volutamente specificato il sesso del bambino anche se, per un attimo, l'idea di scrivere di Percy nella stessa stanza con Leo mentre Annabeth era in sala parto, mi era sembrata estremamente geniale ahahaha

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro