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La scuola iniziò zoppicando. Padronavo l'inglese quasi alla perfezione, ma le diverse materie in lingua erano per me una novità.
Faticai ad ambientarmi, venni etichettata in diversi modi: la nuova, la strana, la russa. Mi mancavano le mie amiche a Mosca.
Mi ero lasciata alle spalle non solo una città, ma un'intera comunità a cui volevo bene.
Era metà settembre quando incontrai una persona familiare nei pressi di Manhattan.
Un uomo che avevo già incontrato in precedenza, ma nella mia patria. Indossava una semplice camicia, e un paio di pantaloni, senza valigie o borse. Era spaesato e si guardava continuamente intorno.
Scesi all'istante dall'autobus che mi avrebbe portata a casa, e mi diressi verso quell'uomo.
-Hey, si ricorda di me?
Alle mie parole, il signore si girò, e quasi sorrise alla mia vista.
-E... E... Il tuo nome... inizia per e, giusto?
-Sì, Ekaterina.- risposi scettica. Come faceva a sapere il mio nome? Era uno stalker?
Pian piano indietreggiai, pentita della scelta che feci nel scendere da quell'autobus. Lui se ne accorse e mise le mani in avanti dicendo: -No, no, non te ne andare, per favore.
Sembrava ferito dal mio comportamento, come quando... come quando ferii mio padre per non averlo ascoltato quando mi disse di tornare a casa prima delle 11...
No. Lui non era mio padre, e non avrebbe dovuto ricordarmelo.
-Che ci fa qui?- adesso quella ferita ero io. Possibile che da quella volta mi avesse seguita fino in capo al mondo?
La sua risposta fu "Non lo so" riassumendo lo stato spaesato di pochi istanti prima.
Mi offrii di aiutarlo a trovare l'albergo in cui alloggiava e cominciammo a parlare.
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