9 maggio 2015
Caro Isaac,
Io non capisco. Ci sono miliardi di persone al mondo. E tu hai scelto me. Proprio me.
Non fraintendermi io sono contentissima di essere la tua migliore amica, ma non posso fare a meno di chiedermi "Perché io?".
Io che fin dal primo giorno di scuola sono stata in disparte, chiusa in me stessa, spaventata dai nuovi compagni. Io che fatico a farmi degli amici, perché non riesco ad aprirmi. Io che preferisco restare sotto le coperte a fantasticare, piuttosto che uscire in discoteca. Io che non faccio altro che pensare e creare più dubbi che risposte. Io che ho il cervello a punto di domanda, perché ha bisogno di analizzare ogni singolo dettaglio per ricavarne il significato. Io che apro la bocca solo per respirare. Io che non voglio alzare la mano, perché mi sentirei in imbarazzo. Io che sono talmente timida che dopo due mesi dovevo ancora conoscere alcuni miei compagni di classe. Io che arrossisco ogni volta che qualcuno mi guarda. Io che non avevo il coraggio di parlarti fino a quattro mesi fa. Io che ho paura ad amare, perché non ho mai provato niente di così vero. Io che resto in silenzio anche se sono contraria, perché ho paura di avare dei nemici. Io che mi lascio sottomettere, che non mi arrabbio. Io che non sorrido mai, che non sciolgo mai i capelli, che non mi vesto alla moda. Io che sono un insieme di insicurezze, paranoie e paure. Io che sono semplicemente me stessa.
Ecco cosa non comprendo, tu hai scelto tutto questo senza pensarci e senza sapere in che cazzo di disastro ti sei imbattuto. Là fuori ci sono ragazze molto più belle, interessanti, magre e simpatiche di me, però tu non le hai neanche guardate e hai direttamente scelto me.
Pensi che non mi sia accorta? Ogni giorno da quando entravo in classe a quando scendevo alla fermata dell'autobus, avevo il tuo sguardo puntato addosso che mi solleticava la pelle. Non l'ho mai odiato, mi piaceva sentire che a qualcuno importasse di me o almeno sapesse chi sono. Non ho neanche mai provato a controllare se eri tu, perché stranamente ne sono sempre stata sicura. Solo il tuo sguardo mi rendeva trasparente, come se i tuoi occhi fossero la cura della mia timidezza. Il tuo sguardo era sempre gradito, sapere che tu mi stavi osservando da lontano mi riempiva di gioia. Poi hai iniziato a provare a scambiare qualche parola per chiedermi se avessi una penna in più o se avrei potuto prestarti un fazzoletto. Sei sempre stato gentile e paziente. All'inizio muovevo impercettibilmente la testa in un No anche se ce l'avevo e tu sembravi triste e deluso, ma non da me come mi capita di vederne molti, da te stesso. Ti auto colpevolizzavi, magari dicendoti che avresti dovuto aspettare di più o che non l'avevi detto in modo cortese. Io, quando ritornavo a seguire la lezione, arrossivo al solo pensiero di quell'istante e aspettavo con felicità la prossima volta che mi avresti parlato. Poi sono riuscita a prestarti le cose senza guardarti negli occhi e, intanto, le mie guance si infiammavano. Infine sei riuscito ad avere una semplice conversazione con me.
Non mi interessa conoscere che cosa ti ha fatto continuare con questi piccoli gesti, voglio che tu sappia che in questo modo sei riuscito a scavalcare la mia timidezza e sei stato il primo a piantare la bandiera sul mio cuore. Non capisco perché hai preferito scassarti le palle con tutte queste piccole cose, quando ci sono ragazze che chiedono solamente di essere scopate una volta alla settimana.
Però anche io ti ho notato per primo, ancora prima di vedere il tuo viso, ancora prima di entrare in classe. Era verso fine luglio quando hanno aggiunto nel sito ufficiale del Liceo le classi che si sarebbero formate all'inizio dell'anno scolastico. Stavo scorrendo l'elenco di nomi sconosciuti che non mi dicevano niente e mi è balzato agli occhi il numero 23: Harris Isaac. Strano vero, come fosse stato un segno del destino. Per il resto delle vacanze avevo sempre in testa quello strano nome, perché non c'è molta gente che si chiama Isaac. Mi rimbombava nella mente e in sogno mi immaginavo come potresti essere stato. Ti ho immaginato basso e coi capelli rossi, grasso e dark, in tutti i modi, eppure mi piacevi lo stesso. La sorpresa più grande è stata quando hanno fatto l'appello il primo giorno di scuola e ho scoperto che Harris Isaac corrispondeva ad un ragazzo alto, non troppo muscoloso, dai capelli neri come la pece e occhi scuri.
Sei un bel ragazzo, avresti potuto avere tante di quelle ragazze ma hai scelto di perdere tempo a seguire una stupida ragazzina timida come una lumaca. Non sapevi che le lumache sono timide? Bè, lo sono. Persino tu avrai preso in mano una lumaca, magari quando eri piccolo, non ti sei accorto che entrano nel loro guscio? Io sono proprio così: la mia timidezza è il guscio dal quale non oso neanche mettere un fuori dito.
C'è stato un momento dove tu sei entrato nel mio guscio e ci sei rimasto, avrei dovuto prevederla questa tua mossa, invece, sono stata colta alla sprovvista senza aver preso nessuna precauzione. Proprio in quel giorno di pioggia. Ero in autobus e guardavo fuori dal finestrino le gocce che scendevano dal vetro. Rimpiangevo le raccomandazioni di mia madre quella mattina, mi aveva ripetuto cinquantamila volte se avessi l'ombrello, perché sarebbe piovuto e io, da stupida, continuavo a rispondere sì esasperata senza controllare mai se ci fosse sul serio. (So cosa stai pensando "Guarda che rincoglionita!" e magari stai anche ridendo, ma non è divertente e poi non tutti sono perfetti come te,
Mr nonhofattofirmarelagiustificazionedelloscioperoesonorimastotuttoilgiornoascuola. Per cui smettila di ridere e continua a leggere.) Dopo aver pregato per tre quarti d'ora che smettesse di piovere senza nessun risultato, sono dovuta scendere alla mia fermata con il minuscolo cappuccio pigiato sul capo e le mani bene infilate nelle tasche. Avevo creduto avesse smesso di piovere, perché non sentivo le gocce cadermi in testa. Allora alzai lo sguardo da terra e ti vidi a fianco a me con un ombrello arancione che copriva entrambi. Come sempre mi fissavi e sono sicura avrai notato la sorpresa sul mio volto. Poi hai detto:" Brutta giornata, eh?" e ti sei messo a guardare la strada. Io avevo nostalgia del tuo sguardo, allora per attirare la tua attenzione dissi:" Già." e tu mi hai riguardata, questa volta con un sorriso stracolmo di soddisfazione. Stavo per sorridere anche io, sei troppo bello quando sorridi, i tuoi occhi brillano, però mi fermai ritrovando l'imbarazzo e la timidezza che mi avevano lasciato. Abbiamo proseguito in silenzio fino a casa mia e te ne sei andato. Con il senno di poi mi sono sentita in colpa, chissà quanti chilometri hai dovuto fare per arrivare a casa tua, ci sarai tornato tutto inzuppato.
Però, anche tu sapevi che se l'avessi fatto avresti superato il mio guscio senza problemi e senza che io me ne accorgessi, perché se no te l'avrei impedito. Sei stato furbo veramente, ma cosa ci hai guadagnato? Un'amica, certo, tuttavia anche le altre ragazze sarebbero potute diventare tue amiche senza tutti i problemi che hai risolto con me. Hai scelto la strada più difficile e intricata, perché? Io non sono speciale e non ne valgo la pena e non mi trasformo in una fata quando risolvi l'ultimo dei miei problemi.
Voglio una risposta. Ho provato a darmela da sola e non ci sono riuscita, non ho fatto altro che alimentare i miei dubbi. Questo è il motivo della lettera voglio che rispondi a questa domanda: Perché proprio me? Ho bisogno della verità, perché se no potrei scoppiare di illusioni. Non ti ho voluto parlare di persona, ma è già tanto che abbia scritto una lettera che non sono del tutto sicura di spedirti. È colpa della mia timidezza. Non arrabbiarti, io ti voglio bene.
La tua migliore amica,
Eva White.
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