Capitolo 1
Cammino con lo sguardo basso, aggiustandomi i capelli dietro le spalle.
Odio i lunedì, succedono sempre cose sgradevoli.
Come la fine del weekend, per esempio.
Colpisco una lattina di Coca Cola con il piede, facendola ruzzolare sulla strada, dove intralcia la strada di una moto che arriva velocemente.
Perché il fine settimana passa sempre così in fretta?
Giro a destra automaticamente, percorrendo una strada ormai troppo familiare per poterla apprezzare veramente.
Alzo il volume della musica.
I'm not afraid to walk this world alone.
Canta Gerard, il cantante dei My Chemical Romance, sulle note della mia canzone preferita. Già, non ho paura di attraversare questo mondo da sola. Sono una persona forte, e finché ci saranno i libri e la musica non avrò bisogno di nessuno se non di me stessa.
Svolto di nuovo a destra, e subito dopo a sinistra, per oltrepassare il cancello della scuola, che somiglia tantissimo, forse troppo, alle sbarre di una prigione o di un carcere minorile.
Salgo le scale grigie dell'edificio, molto lentamente a causa dei piedi che sembrano diventati di piombo.
Perché non sono andata in biblioteca? Perché mi sono svegliata così presto?
Mi tolgo le cuffie ed entro in classe, anche se so che me le rimetterò non appena sarò seduta, solo per dare fastidio all'insegnante.
"Signorina Scar, è in ritardo" dice la professoressa di letteratura, cercando di suonare minacciosa.
La fisso e la incenerisco con lo sguardo. Dovrebbe ringraziarmi perché mi sono alzata stamattina e sono venuta a sentirla parlare di un qualche autore morto di cui so più di lei.
La prof si irrigidisce, muta, e io butto il mio zaino nero sulla sedia, spaventando metà classe.
Buongiorno Clare, felice tortura, e possa la fortuna essere sempre a tuo favore.
Penso, imitando la voce di Effie.
Passano sei ore di inutili lezioni in cui alterno un po' di tempo per leggere, un po' per dormire o ancora per sentire la musica.
Raccolgo la mia roba e prendo lo zaino, me lo metto in spalla, quindi esco sotto lo sguardo attonito dell'insegnante.
In fondo, proprio lui che è un professore e sarebbe qui per insegnarci qualcosa, dovrebbe sapere che aspettare la campanella è un'inutile perdita di tempo. Soprattutto quando mancano dieci minuti alla fine delle lezioni.
Sbatto la porta dietro di me, cercando di allontanarmi il prima possibile da questa prigione, ma lasciando ben chiaro agli altri che io sono una Divergente e noi Divergenti non possiamo essere controllati.
Accendo il telefono e vedo subito due messaggi di Alex.
"Dove sai tu, all'ora di sempre. Devo parlarti" dice il primo.
"È urgente" aggiunge poi nel secondo
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