to the stars
Fissai quella persona sulla sponda del lago, completamente incapace di fare nulla.
Avrei voluto gridare, ma non trovavo nemmeno la forza di far uscire la voce dalla gola.
Dopo qualche secondo, la figura nera parve volatilizzarsi tra le nuvole di nebbia opache che sembravano sul punto di inghiottire anche me.
Mi girai in ogni direzione, non c'era traccia di quella persona.
Forse avrei dovuto sentirmi sollevata, ma l'idea che potesse sbucare accanto a me da un momento all'altro mi agitava più di quanto non fossi già di mio.
Sentivo il cuore rimbombare nel petto, e cercai di focalizzare tutti i miei pensieri su quel suono ripetitivo e rassicurante.
Presi dei respiri profondi, fino a quando il mio battito cardiaco tornò il più possibile normale.
"Rifletti, Lindsey" pensavo.
"Quale sarebbe la cosa migliore da fare in una situazione come questa?"
«Aiuto!» gridai con tutta la forza che mi era rimasta «Qualcuno riesce a sentirmi?!»
Ero confusa e spaventata, non ricordavo assolutamente nulla di come fossi arrivata lì nel bel mezzo di un lago e non avevo idea di come tornare indietro, e l'istinto di sopravvivenza stava sopraffacendo anche l'ultimo barlume di razionalità.
«Vi prego, aiutatemi...»
Non avendo risposta, cercai di concentrarmi su ciò che riuscivo a veder e sentire, magari sarei riuscita a trovare qualcosa che mi permettesse di andarmene da lì.
Notai che nella barca c'erano almeno cinque centimetri d'acqua, e ormai avevo i piedi completamente fradici.
Faceva terribilmente freddo, e il fatto che non avessi con me nemmeno una felpa non aiutava di certo.
Mi sentivo terribilmente frustrata, ero sull'orlo di una crisi di nervi e probabilmente sarei scoppiata a piangere da un momento all'altro.
Come diavolo ci ero finita su una barca in mezzo a un lago?
Che mi fossi ubriacata così tanto da non ricordare nemmeno come ero arrivata fin lì?
Mi girava la testa, iniziai a singhiozzare come una bambina.
Tentai di gridare un'ultima volta.
«Qualcuno mi aiuti!»
Nulla.
Nel silenzio più totale non sentivo nemmeno l'eco delle mie parole, e iniziai a pensare che forse avrei dovuto raggiungere la sponda del lago a nuoto.
No, era una pessima idea.
Chissà, magari distava chilometri da dove mi trovavo, forse non avevo nemmeno abbastanza forza per raggiungere la terraferma.
Non avevo nemmeno con me il telefono, e non avevo nulla con cui farmi notare.
«Linds...»
A quel suono flebile tutti i miei sensi si risvegliarono.
«Sono io! Sono in mezzo al lago!» gridai, cercando di agitare le braccia in modo che fossi visibile anche attraverso la nebbia.
«Lindsey, sono Morgan!» tirai un sospiro di sollievo, ero ancora nella proprietà dei genitori di James.
«Morgan, come faccio a tornare a terra?» gridai
«Aspetta lì...» rispose vago.
"Non è che possa andare da qualche parte..." pensai.
Dopo qualche minuto iniziavo a pensare che il ragazzo non sarebbe più tornato, o che addirittura fosse solo frutto della mia immaginazione, ma dovetti ricredermi quando lo sentii chiamarmi di nuovo.
«Lindsey? Ci sei?»
«Sì, sono ancora qui.» con questa nebbia sarebbe stato difficilissimo notare la figura di Morgan sulla sponda del lago se non mi avesse parlato.
«Non sei molto lontana dalla riva, prova a nuotare verso di me.»
«Morgan, non mi reggo in piedi... Non so se ce la faccio.»
Cercai di alzarmi, reggendomi al bordo della barca che si muoveva pericolosamente.
Appena fui in piedi sopraggiunse un senso di vuoto sotto i piedi che mi avrebbe sicuramente fatta cadere, se non mi fossi retta alla barca così forte da sentire il dolore alle nocche.
Mi girava la testa, e tutto attorno a me sembrava essersi improvvisamente messo a ruotare vorticosamente.
«Lindsey!» un'altra voce chiamò il mio nome, la voce di Dylan.
Non provai nemmeno a rispondere, pensai che la cosa migliore sarebbe stata cercare di nuotare fino a riva con le ultime forze che mi rimanevano.
Mi buttai goffamente in acqua, sicuramente non aiutata dal fatto che la barca ondeggiasse così tanto.
Immediatamente sentii il dolore dovuto all'impatto con la superficie del lago, poi il freddo dell'acqua fin sotto alla pelle.
Iniziai a muovermi in qualche modo verso la direzione da cui sembravano provenire le voci.
Ero sempre stata un'ottima nuotatrice, ma questa volta ogni movimento sembrava uno sforzo immane, e mi sentivo trascinata verso il fondo come non mi era mai successo.
"Le scarpe, devono essere quelle a spingermi verso il basso." pensai.
Dovevo aver nuotato sì e no per una ventina di metri, e già sentivo che non avevo più la forza di andare avanti.
Il mio unico pensiero ora era tenere la bocca fuori dall'acqua per poter respirare, e anche se è scientificamente provato che il corpo umano galleggia, mi sentivo affondare ogni secondo di più.
Allungai le braccia verso i miei piedi nel tentativo di togliermi le scarpe, ma era quasi impossibile senza immergere anche la testa sott'acqua.
Mi sentivo completamente frustrata, e iniziai a non capire più nulla.
La bocca si riempiva di acqua, non riuscivo nemmeno a chiedere aiuto.
Le braccia e le gambe erano completamente molli, e iniziai a scivolare lentamente verso il fondo del lago.
Prima che la testa scendesse completamente sott'acqua, notai in uno spazio di cielo non coperto dalla nebbia, dove si intravedeva il debole barlume di qualche stella.
"Morirò sapendo che l'ultima voce che ho ascoltato è quella di Dylan" fu l'unico pensiero che riuscii a formulare, e quasi mi misi a ridere della mia stessa infantilità, prima che le forze mi abbandonassero del tutto.
Tutto intorno a me diventava nero, ed ero inghiottita da una nube di oscurità.
Solitudine, silenzio, buio.
Che modo orribile di morire.
---
Sentii un colpo forte alla pancia, tanto da mettermi lo stomaco in subbuglio, e iniziai a tossire così forte che la gola mi bruciava.
Dalla mia bocca usciva tutta l'acqua che avevo ingoiato, e finalmente sentivo di poter respirare di nuovo.
«È viva!» sentii una voce, non la riconoscevo, giungeva come ovattata alle mie orecchie.
Provai ad aprire gli occhi, tutto era sfocato e ruotava su se stesso, quindi li richiusi dopo un istante aspettando che il mal di testa si placasse.
Ero sdraiata su una superficie irregolare e fredda, non avrei saputo dire dove, e sembravano esserci molte persone dal vociare che sentivo.
Cercai di alzare la porzione superiore del corpo, in modo da potermi mettere seduta, ma gli addominali parevano non essere nemmeno esistenti, quindi dovetti puntare i gomiti e alzarmi.
«Lindsey, come ti senti?» ancora quella voce «Hai bisogno di qualcosa?»
Riprovai ad aprire lentamente gli occhi, e questa volta dovetti fare molta meno fatica per mettere a fuoco ciò che mi circondava.
Mi trovavo sul terreno accanto al lago, circondata da un gruppetto di persone che mi guardavano facendo commenti sulla mia salute o ipotesi sull'incidente.
Davanti a tutti c'era Morgan, che era pallido come un lenzuolo e mi guardava come se avesse visto un morto, e Dylan era inginocchiato accanto a me, completamente fradicio.
«Dylan...» sussurrai, e lui sorrise.
«Sì, Linds?»
«Sono viva?» la domanda venne spontaneamente fuori dalle mie labbra, poteva sembrare stupido ma era la prima cosa a cui riuscivo a pensare.
La folla che si era creata iniziava a diradarsi, probabilmente non trovavano più nulla di interessante da vedere qui.
«Mi dispiace ma sì, sei viva. Dovrai continuare a sopportarmi e fare tutte quelle cose noiose che fanno i vivi.» disse, mentre si alzava in piedi.
Con una naturalezza incredibile, Dylan prese il bordo inferiore della sua maglietta tra le mani e se la sfilò con una grazia che io potevo solamente immaginare, poi arrotolò l'indumento su se stesso e lo strizzò, osservando le goccioline che cadevano fino a terra.
Io invece fissavo la sua pelle nuda, dalle spalle fino a sotto l'ombelico, e mi sforzai di non dare troppo a vedere che avrei sbavato se non ci fosse stato anche Morgan.
"Devo essere morta, e questo devo essere il paradiso." pensai.
«So di essere affascinante, ma ora puoi anche chiudere la bocca.» disse Dylan, scoppiando a ridere.
In un batter d'occhio serrai le labbra, prima spalancate per lo stupore, e abbassai lo sguardo verso la mia maglietta, anch'essa completamente fradicia.
Non ero mai stata così in imbarazzo, avrei voluto sprofondare, ma quando anche Morgan scoppiò a ridere la tensione si alleviò, e anche io mi concessi un sorriso.
«Come hai fatto?» chiesi a Dylan, quando ci riprendemmo dalle risate.
«Fatto cosa?»
«Come hai fatto a riportarmi qui?» indicai con una mano il terreno accanto a me.
«Beh, mi sono buttato quando non hai risposto dopo che ti ho chiamata, ho nuotato un po' per cercarti e quando ti ho trovata eri priva di sensi sotto il pelo dell'acqua.
Poi ti ho riportata a terra, ed eccoci qui.» alzò leggermente le spalle, come se avesse appena raccontato una suo giornata normale.
«Beh, detto così sembra una cosa da nulla.» osservai «Comunque, grazie per avermi salvata.»
Dylan si infilò nuovamente la maglietta, privandomi della visione dei suo fisico scolpito, e cercando di lisciarla inutilmente con le mani.
Poi sorrise leggermente, si avvicinò a me e mi tese entrambe le mani.
Le afferrai, piegai le ginocchia e mi alzai in piedi, pericolosamente vicina al suo volto.
«Era il minimo che potessi fare...» rispose, falsamente modesto.
Prese una ciocca bagnata dei miei capelli tra le dita, poi la portò delicatamente dietro al mio orecchio, e mi sfiorò la guancia.
Sentivo i brividi lungo la schiena dovuti al contato con la mano di Dylan, terribilmente fredda dopo il bagno nel lago.
«Ehm-ehm...» Morgan lanciò un colpo di tosse, e noi ci girammo verso di lui, che era stato evidentemente tagliato fuori.
«Scusa, Morgan.» dissi, staccandomi da Dylan e andando verso di lui.
«Non ti devi scusare, anzi sono io che devo farlo. Una stupida tradizione dei miei compagni di classe vuole che alle feste il primo che si addormenta debba subire uno scherzo da tutti gli altri, e quest'anno è toccato a te...» si passò una mano tra i capelli, ricci e scuri come quello del fratello James.
«Ma io ero con...» iniziai a parlare, poi mi rivolsi verso Dylan «Come hai potuto lasciare che mi facessero una cosa del genere?!»
«Lindsey, io mi ero allontanato solo un minuto per prendere qualcosa da bere, e non avevo idea di cosa ti avrebbero fatto, ti giuro che...» lo interruppi con un gesto secco della mano, quindi tornai a parlare con Morgan.
«Dunque, era tutto uno stupido scherzo dei tuoi amici?»
«Purtroppo, sì.» rispose lui «Lindsey, mi dispiace tantissimo.»
«Non importa...» mentii, ero infuriata ma non potevo prendermela con Morgan.
Intanto, non riuscivo a fare a meno di pensare a quella persona vestita di nero sulla sponda del lago che mi salutava.
"È stato tutto uno scherzo, Lindsey, niente di più. Solo uno stupido scherzo." cercai di convincermi.
I miei pensieri furono interrotti da un suono flebile, che quando si fece più intenso riconobbi come una sirena.
«Oh no...» sussurrai «Dylan, dimmi che non hai chiamato l'ambulanza.»
«Perché non avrei dovuto? Insomma, io non so nulla di Medicina, ma eri mezza morta per terra con due litri d'acqua nei polmoni...» rispose, allargando le braccia.
«Mi terranno in osservazione tutta la notte!» esclamai, con le mani tra i capelli.
«Mi dispiace, Linds. Volevo solo assicurarmi che stessi bene...» tentò di scusarsi Dylan, ma io ero troppo seccata dall'idea di dover passare una notte in ospedale da capire che l'aveva fatto a fin di bene.
Iniziai ad incamminarmi per raggiungere l'ingresso della casa andando verso una strada sterrata, l'unica zona nel mio campo visivo che non fosse piena di alberi e che, a rigor di logica, sarebbe dovuta essere la strada da seguire.
Inaspettatamente, venni fermata da Morgan che mi afferrò il braccio con una mano.
«Ci metterai una vita andando per di là.» disse «Ci vorrà molto di meno attraversando il bosco.»
A quelle parole, sia io che Dylan ci irrigidimmo.
Morgan non poteva saperlo, ma nel bosco poteva aggirarsi ancora James.
«Scusa, quindi c'è un sentiero nel bosco?» chiese Dylan a Morgan, anticipando la domanda che anche io volevo porre.
«Sì, ma è molto difficile da trovare e percorrere se non lo si conosce bene.» rispose, mentre iniziavamo ad avviarci «Praticamente, solo io e la mia famiglia saremmo in grado di attraversarlo senza perderci...»
Smisi di camminare bruscamente, colpita da quello che aveva detto Morgan, e Dylan si girò verso di me non capendo il motivo del mio gesto.
Non gli avevo ancora detto di quella persona vestita di nero che avevo visto, ma non era questo il momento di farlo.
«Ho detto qualcosa di male?» chiese Morgan, notando il comportamento mio e di Dylan.
Ci furono alcuni attimi di silenzio prima che gli rispondessi e riprendessi a camminare.
«No, niente.»
---
Ci impiegammo circa una decina di minuti ad arrivare all'ingresso della casa, dove ci attendevano già l'ambulanza e i paramedici.
Cercai involontariamente di nascondermi dietro Dylan, ma era tutti inutile.
Mi venne in mente Allison, non avevo idea di dove fosse e, come se prima non fosse già abbastanza arrabbiata con me, non sapeva che quella notte non sarei tornata a casa con lei.
«Dylan.» dissi, richiamando l'attenzione del moro davanti a me «Puoi dire tu ad Allison che io sono in ospedale? Magari potresti anche accompagnarla a casa, lei odia guidare da sola di notte...»
«Non ti preoccupare, penserò io a lei.» mi rassicurò, fermandosi davanti a me.
Morgan continuò a camminare, raggiunse i paramedici e iniziò a parlare con un paio di loro, gesticolando esageratamente.
Probabilmente stava spiegando loro l'incidente, e a me faceva comodo che lui li tenesse occupati.
«Toglimi una curiosità...» chiesi a Dylan «Come hai fatto a rianimarmi?»
«Respirazione bocca a bocca.» rispose tranquillamente.
«Cosa?!» esclamai, spiazzata da quella risposta.
Dylan mi fissò per qualche istante, poi sollevò un'angolo della bocca assumendo un'espressione particolarmente sexy.
«Sto scherzando, genio.» disse, dopo essersi goduto la mia faccia esterrefatta «Ti ho solo dato qualche colpo alla pancia, in modo che sputassi un po' d'acqua.»
Presi un sospiro di sollievo, poi scoppiai a ridere della mia stessa ingenuità.
Dylan sorrise, ma rimase a guardarmi come aveva fatto prima che Morgan ci interrompesse, al lago.
Quando smisi di ridere, incontrai i suoi occhi fissi nei miei, e non potei fare a meno di aprirmi in un sorriso sincero all'idea che per la prima volta non dovevo vergognarmi di fissarlo come se ne fossi innamorata.
«Riusciremo mai a stare insieme?» chiesi, quasi sottovoce.
«Come due fidanzati normali, intendi?» disse Dylan, lasciandomi senza parole.
«Fidanzati?» ripetei, incredula.
Lui mi spostò dal viso una ciocca di capelli, ormai molto più asciutti e ondulati di prima.
Poi, senza alcuna esitazione, si avvicinò a me e mi baciò, cogliendomi completamente alla sprovvista.
Sentii le sue mani appoggiarsi sui miei fianchi, per poi scorrere lungo tutta la mia vita fino a circondarmi il bacino.
Quel contatto era terribilmente piacevole, e in risposta portai entrambe le mani dietro al suo collo, avvicinandolo ancora di più a me.
Non mi importava del fatto che chiunque potesse vederci, in quegli istanti c'eravamo solamente io e lui.
Mi staccai io per prima dalle sue labbra, sentendo la necessità di prendere fiato.
Lo guardai, mi stava sorridendo come forse non aveva mai fatto prima.
«Tieniti libera settimana prossima, ti porto via con me.» sussurrò.
«Cosa? Dove andiamo?» dissi, cercando di spronarlo a continuare dato che vedevo già Morgan arrivare con un paio di medici.
Dylan prese le mie mani da dietro il collo nelle sue, le strinse forte e poi si allontanò da me, mantenendo il più a lungo possibile il contatto tra esse.
«È una sorpresa...» rispose.
«Chissà perché mi aspettavo una risposta del genere!» gli gridai, mentre lui era già lontano.
Si girò un'ultima volta, portandosi una mano alla bocca e mandandomi un bacio.
---
Come previsto da me, avrei dovuto passare la notte in ospedale.
Era stato completamente inutile dire ai medici che mi sentivo bene e che ero pronta per tornare a casa, anche se in realtà sentivo ancora molto freddo e le gambe a tratti faticavano a reggermi.
Adesso un'infermiera mi stava trasportando su una sedia a rotelle verso quella che sarebbe stata la mia stanza per quella notte, nonostante avessi perso almeno dieci minuti cercando di spiegarle che ero perfettamente in grado di camminare sulle mie gambe.
Sembrava che tutti i medici si fossero organizzati per farmi passare una serata orribile.
«Stanza 56, il bagno è in fondo a sinistra e la camicia da notte è già sul letto. Cambiati che tra dieci minuti arriva l'infermiere per darti le pillole della sera.» disse la donna, sicuramente sopra la cinquantina, quasi con disprezzo.
Stanza 56.
Mi trovavo nella stanza accanto a quella in cui qualche settimana prima c'era Lucas.
«Grazie mille.» tentai di rispondere all'infermiera, che in risposta se ne andò sbattendo la porta.
Mi cambiai rapidamente, lasciando i miei vestiti su una sedia a qualche passo dal letto.
Poi mi sdraiai a letto, in attesa di prendere le pillole.
Un infermiere vestito di verde arrivò quasi subito, molto prima di quanto non avesse detto la donna di prima, con una scatola di pillole.
«Buonasera, signorina...» si fermò e controllò una lista di nomi che aveva in una mano «Brandon, giusto?»
«Mi chiami solo Lindsey, per favore.»
«D'accordo, Lindsey. Ti porto un bicchiere d'acqua, così mandi giù le pillole.» disse, dirigendosi rapidamente verso il bagno.
Tornò dopo nemmeno una decina di secondi con l'acqua, e me la porse insieme ad un paio di pillole che staccò dalla confezione.
Ingoiai tutto di colpo, stranamente non pensai nemmeno al fatto che sarei potuta soffocare, come facevo sempre tutte le volte che dovevo prendere anche solo un banale antidolorifico.
«Grazie mille, e buonanotte.» lo salutai.
«A domani mattina, Lindsey.» rispose, premuroso «Ah, sai che il ragazzo della stanza 58 non fa c'è parlare di una certa Lindsey con la capo sala? Forse hai un ammiratore...»
A quelle parole mi irrigidii completamente, ma per fortuna l'infermiere era già uscito e non lo poté notare.
"Il ragazzo della stanza 58: Lucas" pensai.
"La capo reparto: Isabel."
In quell'istante, tornò in mente l'incursione all'obitorio con Dylan, ed ero quasi sicura che quel giorno avessi la stessa borsa che ora era appoggiata sulla sedia.
Dopo quel pomeriggio, c'erano stati tantissimi problemi, come la quasi-morte di Allison e le analisi a casa nostra, e non avevo avuto tempo di nascondere il fascicolo di Annabeth che avevamo rubato.
Mi alzai, aprii la borsa e come temevo, trovai sul fondo una cartelletta gialla spiegazzata, che portava la scritta "Annabeth Parker".
Dovevo assolutamente riportarla al suo posto, Isabel la stava cercando da più di una settimana e avrebbe capito tutto se l'avesse trovata in mio possesso.
Senza rifletterci su due volte, aprii la porta della mia stanza e, dopo aver controllato che nessuno stesse percorrendo i corridoi, iniziai a camminare il più velocemente e silenziosamente possibile.
Sentivo il pavimento freddo sotto i piedi nudi, e cercavo con tutta me stessa di non rievocare l'immagine del freddo che mi inghiottiva nel lago.
Superai l'ascensore e raggiunsi la porta grigia a doppie ante che portava al corridoio 2, quello dell'obitorio.
Ricontrollai alle mie spalle di non essere seguita, poi aprii la porta lentamente per evitare che i cardini cigolassero, e scivolai silenziosamente nel corridoio successivo a quello appena percorso.
Camminai ancora, cercando di non pensare oltre che al freddo, a tutti quei film horror che avevo visto, ambientati in ospedali psichiatrici con corridoi enormi e deserti come questo.
Ogni minimo rumore bastava a farmi terrorizzare, ero ipersensibile a tutto ciò che accadeva attorno a me.
Raggiunsi finalmente la porta della stanza 13, l'obitorio.
Abbassai la maniglia che, invece di aprire la porta, produsse un rumore che riecheggiò nel corridoio.
La stanza era chiusa, e ovviamente io non avevo la chiave.
Non feci in tempo ad elaborare un'idea valida che una mano mi tappò la bocca da dietro, facendomi sobbalzare ma impedendomi di gridare.
Mi agitai, cercando in tutti i modi di liberarmi dalla presa saldissima di quella persona, ma mi fermai quando sentii la sua voce.
«Cerchi qualcosa?» disse, accompagnato dall'inconfondibile tintinnio di un mazzo di chiavi.
Isabel.
---
«Cosa ci fai qui?» mi chiese la donna, allentando la presa della mano sulla mia bocca.
«Io...» cercai di obbligare il mio cervello a produrre una scusa plausibile «Non riuscivo a dormire.»
«E questo ti autorizza ad andare in giro per i corridoi dell'ospedale, fino all'obitorio, con in mano il fascicolo di Annabeth Parker.»
«Come fai a sapere che...»
«Che quello che hai in mano è proprio il fascicolo di quella ragazza?» mi precedette Isabel, che ora mi aveva liberata completamente dalla sua mano «Cara Lindsey, si dà il caso che io abbia perfettamente visto te e quel tuo amichetto uscire da qui la settimana scorsa, e solo voi potevate aver preso quella cartella.»
Non sapevo come rispondere, ero stata colta in flagrante e non potevo giustificarmi o difendermi in alcun modo.
«Voglio darti un'opportunità, Lindsey.» disse con tono smielato Isabel, mentre faceva scattare le chiavi nella serratura «Vieni con me...»
Seguii la donna all'interno dell'obitorio, che non era cambiato di una virgola dall'ultima volta che ci ero entrata con Dylan.
Appena entrai, Isabel chiuse a chiave la porta alle mie spalle, una precauzione conto una mia possibile fuga.
Mi appoggiai a uno dei tavolini metallici della stanza, il più lontano possibile dalla donna dai capelli ricci che in questi ultimi minuti si stava dimostrando completamente diversa da quella che ero abituata a conoscere.
«Vedi, Lindsey, sono certa che tu non vuoi nessun tipo di guaio da questa storia, soprattutto ora che sei iscritta alla facoltà di Medicina e uno stupido gesto come questo potrebbe darti molti problemi in futuro.» disse, e purtroppo aveva ragione «Io voglio proporti un patto: io non dirò nulla a nessuno dell'accaduto, se tu farai altrettanto.»
Scossi la testa, confusa.
Non capivo cosa avrei dovuto tenere nascosto agli altri riguardo a Isabel.
«Credo di non aver capito bene...» dissi, e la donna sbuffò.
«Sai, hai notato benissimo sin da subito il mio interesse per quel fascicolo, e io non ho mai nascosto a nessuno il mio odio verso Annabeth. Qualcuno potrebbe fare due più due, e arrivare a pensare che...» si fermò, iniziavo a intuire dove voleva arrivare «Che sia io l'assassino.»
Calò il silenzio, rimasi a fissare la donna nelle iridi verdissime, identiche a quelle dei figli James e Morgan.
Aveva ragione, qualcuno poteva pensare che lei fosse interessata alla cartella per poter nascondere dettagli fondamentali della morte di Ammabeth.
Mi bloccai di colpo, incrociando lo sguardo sadico negli occhi di Isabel.
E se tutte quelle non fossero state solo supposizioni?
«Perché Lucas è ancora in ospedale?» chiesi, cambiando completamente argomento.
«Ha avuto delle complicazioni, ma non è questo il momento di parlarne.» mi rispose la donna.
«Che cosa vi dite tu e Lucas riguardo a me?» dissi ancora.
«Non cambiare argomento, Lindsey.» affermò con forza Isabel, puntandomi un dito contro in segno d'accusa «Voglio la tua parola che non dirai nulla a nessuno riguardo a me e Annabeth, e ti giuro che nessuno saprà di questa tua uscita notturna e del tuo furto di fascicolo.»
Esitai, non sapevo quanto potesse essermi conveniente stipulare un patto con un possibile killer.
«Okay, lo prometto.» dissi infine.
Isabel si aprì in un sorriso tanto grande quanto finto, ero disgustata dal suo comportamento e non potevo credere che arrivasse a fare una cosa simile solo perché vedeva infangato il proprio onore.
«D'accordo, Lindsey.» ripeté il mio nome per la trentesima volta «Possiamo chiudere questa faccenda.»
La donna camminò lentamente verso la cassettiera dove erano conservate le altre cartellette gialle uguali a quella che teneva in mano, strappatami poco prima.
Aprì un cassetto senza alcuna esitazione, ma poi quando guardò al suo interno sembrò turbata.
Pose al suo posto la cartelletta che avevo rubato, ma ne estrasse un'altra identica, che iniziò a sfogliare con aria confusa.
Non osavo avvicinarmi, ma riuscivo comunque a leggere il nome sul fascicolo.
"Anmabeth Parker."
Adesso anche io ero perplessa, dato che era spuntato un fascicolo dal nulla.
Isabel lo chiuse con un rumore sordo, poi si avvicinò rapidamente a me e mi prese per un braccio, tirandomi verso la porta dell'obitorio.
La donna lasciò il mio polso solo per prendere le chiavi e aprire la porta, poi mi trascinò di nuovo dietro di sé per tutto il corridoio.
«Non c'è bisogno che...» iniziai a parlare.
«Sì, invece.» concluse irremovibile Isabel, alludendo al fatto che mi tenesse per il polso e mi tirasse dietro sé fino alla mia stanza.
Finalmente la donna mollò la presa sulla porzione del mio avambraccio che aveva stretto furiosamente fino ad ora, e io istintivamente iniziai a massaggiarmi il polso per il dolore.
«Dormi.» mi ordinò Isabel, prima di andarsene rapidamente «E dimentica tutto ciò che sai.»
---
L'inconfondibile sapore dei cereali al cacao di Allison mi riempì la bocca, e finalmente potei dire di aver fatto colazione.
Quelli dell'ospedale mi avevano dato una misera tazza di latte e una mela da mangiare quella mattina, e quando ero tornata a casa morivo di fame.
Sentii il telefono vibrare sul tavolo, quindi mi alzai per andare a controllarlo, approfittandone per cercare qualcos'altro da mangiare.
Mi era arrivato un messaggio da Dylan:
"Sei pronta? Sto arrivando."
Sorrisi, ero elettrizzata all'idea di passare un po' di tempo da sola con il mio fidanzato.
Non avevo ancora avvisato Allison, in realtà non la vedevo dalla sfuriata alla festa a casa di James, ma le avrei lasciato un biglietto o un messaggio.
Sentii un clacson suonare un paio di volte fuori da casa, raggiunsi la finestra più vicina e riconobbi immediatamente l'auto di Dylan.
Infilai le scarpe e presi telefono e chiavi da sopra il tavolo, poi nell'ingresso recuperai la valigia che mi ero preparata.
Uscii e chiusi la porta con un paio di mandate, e non feci in tempo ad allontanarmi di qualche metro che Dylan mi era già a un millimetro di distanza.
Mi alzai sulle punte dei piedi e gli stampai un rapido bacio sulle labbra, pensando che questo era anche il punto dove io e lui ci eravamo scambiati il nostro primo bacio.
«Buongiorno Lindsey.» disse Dylan, afferrando con una mano il mio trolley azzurro.
«'Giorno.» risposi semplicemente, terminando con un sorriso.
Aprii la portiera dell'auto e mi sedetti al mio solito posto, Dylan invece caricò il bagaglio nel baule e poi tornò al posto di guida.
«Dove vuole che la porti, signorina?» disse, mettendo in moto.
Rimasi un attimo in silenzio, fissando il profilo del suo viso illuminato dalla prima luce del mattino.
«Su una stella...» risposi.
Dylan si girò verso di me, incrociando i nostri sguardi per qualche istante prima di tornare a guardare la strada.
«A che cosa stai pensando?» mi chiese, forse avendo notato la mia espressione persa.
«Che Leonardo DiCaprio l'aveva detta molto meglio di te questa frase.» risposi, scoppiando a ridere.
Dylan in un primo momento si finse indignato, ma poi si fece contagiare dalla risata.
«No, seriamente, dove stiamo andando?» chiesi di nuovo, dopo essermi ripresa dalle risate.
«Andiamo verso l'alba.» rispose Dylan, girandosi a guardarmi «Verso lo straordinario.»
-angolo autrice💕
Sono riuscita ad aggiornare!!🎉
Beh, spero mi perdonerete te per il ritardo se vi dico che settimana scorsa ho avuto gli esami scritti e che martedì prossimo ho l'orale...📚
Bene, volevo innanzi tutto ringraziare tutti voi, perché "Paralyzed" ha raggiunto la #5 posizione nella categoria "Mistero/Thriller"😍
Non so davvero come dire grazie a tutti coloro che puntualmente votano e commentano la storia e i capitoli, mi trasmettete molta voglia di andare avanti a scrivere e mi diverto un sacco leggendo alcuni commenti 😂💖
Ah, ho deciso che la ship James+Allison si chiamerà "Jamlison"👍
Detto ciò, al prossimo aggiornamento💬
;justobrien❤️
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