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room 58


«Allison?! Dove sono i cereali?»

Era sabato, fantastico.
Avevo dormito non so quante ore ed ero già pronta a una giornata di dolce far niente.

«Scusa Linds, ho finito le palline al cioccolato. Fame da stress...» gridò la bionda in risposta, e io sbuffai.

«Si, dovrei crederci? Poi, stress per cosa? Dai Allis, è sabato!» ribattei seccata.

«Lindsey, tra due giorni iniziano gli esami!» sgranai gli occhi, come avevo fatto a scordarmene?

Corsi su per le scale, entrai in camera mia e recuperai dal fondo della mensola il mio foglio degli appunti e il libro di chimica.
Mi buttai sul letto e iniziai a sfogliarlo cercando di ricordare più cose possibili, e sentii suonare il campanello di sotto.

«Allis, vai tu!» gridai, e la sentii scendere le scale e aprire la porta, per poi tornare su di nuovo.

Continuavo a leggere freneticamente, supplicando il mio cervello di assorbire come una spugna tutte le nozioni e formule che mi scorrevano sotto gli occhi.

Scesi di nuovo con gli appunti in mano e mi diressi in cucina.
Appoggiai il foglio pieno di scritte evidenziate sul piano della cucina, poi senza smettere di leggere aprii l'anta del mobiletto sopra la mia testa, per poi cercare a tastoni la scatola di cereali sullo scaffale più alto.
Mi spinsi in punta di piedi, e mentre cercavo di arrivare ai cereali con una mano, con l'altra mi tiravo giù la maglia che stava salendo, scoprendo una parte di schiena sopra i pantaloncini.

«Che bella visuale, Lindsey.» saltai in aria, lanciando un grido acuto e Dylan scoppiò a ridere.

«Cavolo Dylan, tu sei completamente pazzo!» esclamai cercando di tirare giù la maglietta decisamente troppo corta, mentre sui si avvicinava velocemente.

Lui alzò lo sguardo verso lo scaffale che cercavo di raggiungere prima, poi allungò un braccio e senza alcuno sforzo raggiunse la scatola di cereali.

«E tu devi essere affamata, e in ritardo con lo studio.» disse porgendomi la confezione per poi prendere in mano i miei appunti.

«Non è vero!» ribattei, mentendo spudoratamente.

Lui mi guardò alzando un sopracciglio, io ricambiai lo sguardo ma dopo qualche attimo non ressi più la tensione e sbuffai.

«Okay, sono solo leggermente indietro col programma.» dissi, e lui si aprì in un sorriso scuotendo la testa.

Ridacchiai anche io, poi rimasi a guardarlo mentre lui leggeva i miei appunti con aria confusa.
Alzò gli occhi dal pezzo di carta completamente evidenziato, e io distolsi lo sguardo il più velocemente possibile sperando che non capisse che lo stavo osservando.

«Mi fissi, Lindsey?» sussurrò con un tono di voce alquanto sensuale e sorrise quasi malizioso, non potei fare a meno di arrossire.

Si avvicinò a me e posò una mano dietro il mio collo, libero dai capelli grazie alla coda alta in cui li lego per dormire.
Presi coraggio e appoggiai le mie mani sulle sue spalle, continuando però a guardare il pavimento.

«Interessanti le mie scarpe, vero?» disse Dylan in tono sarcastico, e io finalmente alzai lo sguardo.

Il suo viso non era molto vicino al mio, ma non così tanto lontano da evitare che una scia di brividi invisibili percorresse rapidamente la mia schiena.
E se lo baciassi?
Scacciai immediatamente l'idea dalla mia testa, non lo conoscevo da abbastanza tempo per farlo.

Si sentì un suono provenire dall'orologio di Dylan, lui staccò finalmente il suo sguardo da me e controllo l'orario.

«Vestiti alla svelta, andiamo a trovare Lucas all'ospedale. Ti aspetto in macchina, piccola.» si avvicinò a me per poi inclinare la testa e stamparmi un lieve bacio sulla guancia destra, poi si allontanò lentamente, camminando all'indietro in modo da osservare la mia espressione stupita.

Quando Dylan fu fuori dalla mia visuale mi avvicinai una mano alla guancia, sfiorando il punto dove si erano appoggiate le sue labbra.
Non era la prima volta che ci scambiavamo un bacio del genere, ma la sensazione che provavo era completamente nuova.
Mi risvegliai dal mio stato di trance, poi presi in mano gli appunti e pensai che forse sarei dovuta restare a casa a studiare.

«Al diavolo...» buttai alle mie spalle il foglietto stropicciandolo leggermente, poi mi diressi in camera cercando i vestiti.

---

«Sai, ho pensato molto al biglietto di James» disse Dylan, senza staccare lo sguardo dalla strada «e ho scoperto che il Braille utilizza lo stesso alfabeto sia per le lettere che per i numeri.»

Eravamo saliti in macchina da qualche minuto, e a questa velocità non avremmo impiegato molto ad arrivare in ospedale.

«Non credo che James le avrebbe lasciato una sequenza di numeri...» dissi, cercando nella borsa il cellulare.

«Beh, non ci costa nulla provare.» disse lui, rallentando leggermente mentre continuavo a frugare nella borsa.

Poi mi bloccai di colpo, la mano di Dylan era scivolata tra il mio corpo e il sedile esattamente in corrispondenza della mia natica.
Dovevo essere indignata, ma non potevo fare a meno di pensare che tutto ciò fosse un po' eccitante.
Ritirò lentamente la sua mano dal mio corpo e io ripresi fiato.

«Cercavi questo?» disse lui, mostrandomi il cellulare che aveva appena estratto dalla tasca posteriore dei miei jeans.

Rise, e io scossi la testa afferrando il telefono.

«Non lo fare mai più.» affermai cercando di restare seria, senza molto successo.

«Tradotto dalla lingua di Lindsey: "ti prego, toccami ancora"» rise Dylan beffardo, mentre io gli tiravo un leggero pugno sulla spalla.

Mi ricomposi e sbloccai il telefono, cercai rapidamente in internet l'informazione che mi occorreva e poi trascrissi i numeri sul retro di un vecchio scontrino con una penna quasi scarica, miracolosamente ritrovata in borsa.

«21391, per te ha qualche significato?»

«No, non che mi ricordi almeno. Comunque, siamo arrivati.» rispose Dylan, per poi uscire dall'auto e dirigersi all'ingresso seguito da me.

Raggiungemmo l'atrio e mi rivolsi a un'infermiera dietro al bancone.

«Buongiorno, vorremo vedere Lucas Dunbar, è possibile?»

La signora sembrò esaminarmi con aria quasi sprezzante, controllò rapidamente alcune carte che aveva sulla scrivania e poi ci indicò l'ascensore alla nostra destra.

«Secondo piano, stanza numero 58.» disse la donna con il tono di chi vorrebbe essere ovunque tranne qui.

«Grazie mille.» dissi, poi ci dirigemmo rapidamente verso l'ascensore.

Entrammo, e mentre le porte si richiudevano schiacciai il bottone del secondo piano.
Mi girai, ritrovandomi Dylan a qualche centimetro di distanza che mi osservava.

«Mi fissi, Dylan?» dissi con lo stesso tono che aveva usato lui a casa mia.

«Solo un po'.» rispose sorridendo, mentre con una mano mi spostava una ciocca di capelli dal viso.

Le porte dell'ascensore si riaprirono su un corridoio quasi deserto, se non fosse stato per qualche infermieri che lo attraversava in entrambe le direzioni.

Uscii e notai che le prime stanze sulla sinistra erano la numero 40 e 42, quindi tirai Dylan verso quella direzione.
La stanza non era così vicina come potesse sembrare, infatti iniziai a chiedermi se fossimo davvero nel posto giusto.

Continuavo a passo spedito, quando Dylan mi tirò per un braccio facendomi fermare di fronte alla stanza 58.

«Entriamo?» sussurrai, mentre fissavo la porta indecisa.

«Se non te la senti posso andare solo io.» disse Dylan premuroso.

Scossi la testa, dovevo dire a Lucas di Annabeth, che era mia sorella, e mi sarei sentita fin troppo meschina facendolo fare a lui.
Allungai la mano verso la maniglia e prendendo un profondo respiro entrai.

Lucas era disteso su un lettino, una gamba era ingessata dalla punta del piede fino al bacino e stranamente non riportava che qualche firma fatta con un pennarello rosso.
Un braccio era pieno di lividi e segni di graffi, e una benda gli fasciava la fronte e parte della testa.

Girò lentamente il viso verso di noi, si sforzò di mostrare un sorriso e senza dire una parola ci indicò due sedie libere alla sua destra.
Mi avvicinai a lui e mi sedetti, mentre Dylan stette ancora un po' in piedi.

«Ciao Lucas, come ti senti?» dissi io, cercando di parlargli come avrei fatto a un vecchio amico, ma mi riusciva difficile ignorare tutti i suoi precedenti.

«Meglio di una settimana fa, ma non esattamente bene.» rispose gentilmente, sforzandosi per tirarsi a sedere così da potermi guardare negli occhi «ma non sei venuta per sapere come sto, vero?»

«No, cioè... Non solo.» risposi impacciata.

«Sei nervosa, e se ti conosco bene come credo devi dirmi qualcosa.» sorrise dolcemente, e io sospirai.

In fondo, eravamo stati insieme per quasi un anno, come poteva non accorgersene?

«Riguarda Annabeth e...» feci una pausa, probabilmente quella notizia avrebbe sconvolto più lui che me «e me. Mio padre è anche il padre di Annabeth.»

«Cosa?» si irrigidì immediatamente, e mi guardò sbalordito.

Iniziai a raccontare tutta la storia, esattamente come me l'aveva detta mio padre, e alla fine del racconto Lucas sembrava non volerci credere.

«...non è possibile.» sussurrò lui, mentre Dylan continuava a guardarci da lontano.

«Lucas, è la verità.» gli presi una mano, mentre lui fissava il vuoto.

«Lindsey, io ero innamorato di Annabeth, di tua sorella, come lo sono di te.» disse lui, ignorando il fatto che Dylan fosse lì in quella stanza con noi «mi rendo conto di averla amata solo ora che lei è morta, e non mi perdonerò mai per questo. Non voglio rimpiangere anche te solamente quando non ci sarai più.»

Lo guardai dritto negli occhi, quelli occhi così azzurri da fare invidia al cielo, e non potei fare a meno di pensare a quelli di Dylan, così diversi dai suoi.
Perché pensavo a lui anche in questo momento?
Lucas mi aveva dichiarato per l'ennesima volta il suo amore, e io da brava ingrata pensavo all'altro ragazzo, che ora ci guardava entrambi con un'espressione che non lasciava trasparire la minima emozione.

«Lucas, io...» iniziai a dire, prima di ritrovarmi il suo dito indice sulle mie labbra.

«Non voglio che tu dica nulla, sappi solo che ti amo.» disse dolcemente, mentre Dylan sembrò sussultare, ma fu solo per un secondo.

Portò la sua mano tra i miei capelli e si sporse verso di me, facendo avvicinare pericolosamente i nostri visi.
Cosa faccio?
L'unica domanda che riuscivo a pormi rimbombava nella mia testa, non potevo baciare Lucas di fronte a Dylan.

Il biondo era a qualche centimetro da me, ma prima che riuscissi a elaborare una soluzione sentii le sue labbra poggiarsi sulla mia fronte.
Attesi un formicolio, una sensazione particolare o un brivido per qualche secondo ma quel bacio, seppure non così diverso da quelli di Dylan, non suscitava in me alcun sentimento.

Mi lasciai sfuggire un sospiro, chiusi gli occhi ringraziando mentalmente Lucas per essersi fermato.

«Okay, è finito il momento delle smancerie amorose?» disse Dylan, e il biondo lo guardò come per fulminarlo.

«Geloso, O'Brien?» disse Lucas acido, sottolineando con il tono di voce il cognome del ragazzo.

I due si scambiarono degli sguardi che avrebbero pietrificato entrambi in un attimo se solo avessero potuto, un silenzio carico di tensione regnava da qualche decina di secondi nella stanza.

«Credo sia meglio che andiamo, Dylan.» dissi rivolgendomi al moro, e lui finalmente mi degnò di uno sguardo, uno sguardo gelido, tagliente.

«Certamente.» rispose lui con tono piatto.

«Ciao Lucas.» dissi al biondo, allontanandomi dal lettino mentre lui mi salutava con un dolcissimo sorriso.

«Ciao Lindsey, se vi va potete tornare a trovarmi anche mercoledì...» disse Lucas speranzoso.

«D'accordo, ci vediamo.» risposi io semplicemente.

Appena fummo fuori dalla stanza mi fiondai su Dylan, qualche metro più avanti di me, e lo costrinsi a fermarsi trattenendolo per un braccio.

«Ma cosa ti è preso?» dissi quasi sottovoce per evitare che l'intero ospedale mi sentisse.

«Niente, assolutamente niente.» sbottò lui, senza degnarmi di uno sguardo.

«Smettila, Dylan. Dimmi solo perché hai fatto così, sto solo cercando di capirti e non...» venni interrotta dalla sua voce, mentre si girava verso di me e mi prendeva saldamente per le spalle.

«Lindsey, io ti...»

Si portò una mano sul viso, chiuse gli occhi e prese un respiro profondo.
"Lo sta per dire", continuavo a ripetermi e sentivo il mio cuore battere come se lo avessi in mano.

«...io ti ho vista soffrire così tanto e non sopporto che Lucas si prenda ancora gioco di te.»

Rimasi leggermente delusa da quelle parole, ma come al solito era colpa mia, mi ero creata ancora una volta delle false aspettative.
Abbassò lo sguardo, facendo scivolare le sue mani dalle mie spalle fino a intrecciare le nostre dita.

«Me la cavo da sola, ma grazie comunque.» dissi premurosamente.

Lui sorrise, poi continuammo a camminare in silenzio verso l'ascensore.

---

Controllai l'orario per l'ennesima volta e Allison sbuffò innervosita.
Era stata un'orribile domenica passata chiusa in casa a studiare, il giorno dopo sarebbero iniziati gli esami e non ero ancora psicologicamente pronta.

«Lindsey, è la terza volta nel giro di due minuti che controlli l'orologio, mi metti ansia, sai?» affermò Allison, mentre recuperava la borsa e le scarpe.

«Vai così presto da tua madre?» chiesi, staccando solo ora lo sguardo dal libro.

«Ti ricordo che tu hai in programma di andare a letto tra mezz'ora, a me invece sembrerebbe un po' presto dormire alle otto e mezza...» disse lei, mentre infilava le scarpe.

«Sai che se non dormo abbastanza divento troppo nervosa.» ribattei io.

«Come se non lo fossi già abbastanza, eh?» rise e io mi finsi offesa, poi si avvicinò e mi stampò un bacio sulla fronte «ora vado, buonanotte cadaverina.»

«'Notte Allis.» dissi, e lei chiuse la porta alle sue spalle.

Detti un'occhiata all'orario, e decisi che avevo il tempo di farmi una doccia.
Di certo un po' di acqua calda avrebbe contribuito a rilassarmi un minimo.

Arrivai in bagno e mi spogliai, gettando i vestiti sulle piastrelle fredde del pavimento con noncuranza.
Scavalcai il bordo della vasca da bagno e resistetti alla tentazione di sdraiarmi nell'acqua e addormentarmi all'istante.

Afferrai il soffione della doccia e, dopo aver finalmente regolato la temperatura, alzai la testa e chiusi gli occhi godendomi la fantastica sensazione di una doccia calda.

Bagnai i capelli, poi fermai il getto d'acqua e spalmai sulla mia mano una quantità decisamente eccessiva di shampoo.
Alzai la testa, portandomi le mani ai capelli per insaponarli, ma appena aprii gli occhi cacciai un urlo.

"Fuori due".
Questa era la scritta che si leggeva, dipinta con la vernice nera sul soffitto del bagno, esattamente sopra di me.
Indietreggiai senza staccare lo sguardo da quelle parole, portandomi le mani al petto e facendo colare tutto lo shampoo sul mio corpo.

Dopo solamente un passo sentii sulla schiena in contatto con un oggetto metallico, freddo e appuntito.
Mi accasciai all'istante, istintivamente, ma percepii l'oggetto graffiare la mia pelle e subito dopo avvertii il bruciore sulla ferita dovuto allo shampoo.

Mi girai molto lentamente, tornando in piedi e cercando di spostare i miei capelli su una spalla in modo da non far colare ancora più sapone sul graffio.

Sempre con la vernice nera, era disegnato sulle piastrelle della parete un cerchio diviso in otto settori, in ognuno dei quali era scritto il mio nome.
In uno di essi, in corrispondenza della parola "Lindsey" era infilzata nel muro una lima per unghie con la punta sporca del mio sangue, lasciando intuire che fosse stata lanciata come una freccetta contro un bersaglio.

Sotto l'inquietante disegno c'erano scritte parole ancor più terrificanti, e mi sentii mancare.

"Chissà chi sarà la prossima, Lindsey."

-angolo autrice💕
Ciao a tutti!⚡️
Inizio con le scuse per l'incredibile ritardo di questi ultimi capitoli, ma sono presa da mille cose diverse in questo periodo e mi riesce piuttosto difficile aggiornare costantemente
Volevo anche augurare a tutti un buon anno nuovo! (questo è il primo capitolo del 2016🎉)
Ringrazio tantissimo per le visualizzazioni, che ultimamente stanno aumentando non poco😍
Votate e commentate, se vi va, e non esitate a scrivermi nei messaggi privati per chiarimenti, consigli e anche critiche costruttive.⭐️
Detto questo, al prossimo aggiornamento🌊

;justobrien❤️

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