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moonlight sonata


Gridai, non riuscivo a fare altro.
Iniziai a piangere, un pianto disperato che veniva dal più profondo di me stessa.
Il dolore che provavo sembrava ripercuotersi sul mio corpo, avevo la netta sensazione che qualcosa dentro di me si stesse sgretolando.

«Lindsey.» disse Dylan, quasi a bassa voce.

"Non è possibile, sarà uno scherzo."
Tentai di convincermi che tra qualche secondo Allison si sarebbe alzata in piedi, che sarebbe venuta qui accanto a me, prendendomi in giro e dandomi della credulona, e che poi con il suo solito tono beffardo mi avrebbe chiamata ancora una volta "cadaverina".
Sarebbe andato tutto bene, perché dovevo pensare che fosse davvero morta?
Mi ponevo da sola domande le cui risposte, già lo sapevo, non erano quelle che speravo.

I secondi passavano, ma non accadeva niente.
A quanto pare tutto ciò era reale.
Le lacrime presero il sopravvento, non avevo più il controllo su nulla, mi sentivo impotente e inerme.

Non riuscivo ancora a scollare gli occhi di dosso dal viso della bionda.
L'ultimo momento che avevamo trascorso insieme era stato un litigio, e ora che ci pensavo bene non sapevo se sarei mai stata in grado di perdonarmelo.

Mi diressi verso il corpo di Allison, ma le braccia di Dylan strette attorno alla mia vita me lo impedirono.

«Dylan, lasciami andare!» strillavo, non avevo più alcun controllo sul volume della mia voce, e tantomeno sulle lacrime che sgorgavano a fiumi lungo le mie guance.

«Lindsey, potremmo essere sulla scena del crimine, non puoi toccare nulla.» sussurrò lui, decisamente in contrasto con le mie grida.

Sembrava indeciso, magari una parte di lui voleva lasciarmi andare dalla mia migliore amica, e finalmente farmi sfogare sul suo corpo.

«Ti prego, ti prego!» strillavo, strinsi il viso tra le mani come se sentissi la testa sul punto di esplodere «Dylan, devo andare da lei.»

Lui scosse la testa, e mi resi conto che non potevo lasciare nessun tipo di impronta sulla scena del crimine, altrimenti la colpa sarebbe rovinosamente caduta su di me.

Mi girai verso Dylan, strinsi la mano in un pugno e la battei con forza sul suo petto.
Quasi non se ne accorse, non credo gli avrei provocato molto più che un lieve fastidio, ma dovevo sfogarmi.

A quel punto abbandonai ogni speranza, sentii le gambe cedere sotto il mio peso e trascinare a terra con me anche Dylan.
Rimanemmo così, accasciati sul pavimento, io piangendo quasi stremata, lui passandomi una mano tra i capelli, mentre tenevo la testa appoggiata al suo petto.

Non riuscivo a pensare a altro che all'espressione di Allison, provavo a immaginare cosa fosse successo ma per quanto mi sforzassi non facevo altro che aumentare il dolore alla mia testa.

«Dylan...» sussurrai, cercando di scandire le parole nonostante i singhiozzi «chiama il 911.»

Lui annuì, poi estrasse da una tasca il cellulare e compose le tre cifre.
Mi girai nuovamente verso la mia migliore amica, scollando il viso dal petto di Dylan.
Era terribilmente doloroso guardarla, ma non potei farne a meno.
Improvvisamente un pensiero balenò nella mia mente: c'era davvero un assassino in circolazione, qualcuno che aveva avuto un motivo per uccidere Allison e che, a quanto pare, non aveva esitato a farlo.

Iniziò a farsi strada in me una rabbia disumana, quasi bestiale, la sentivo crescere e ribollire nel sangue e nelle vene.
Lo avrei trovato, avrei trovato l'assassino, l'avrei fatto per Scott, Annabeth e ora anche per Allison.

«Lindsey, dovresti vedere una cosa.» disse Dylan, dopo aver parlato al telefono per qualche minuto.

Si alzò, lasciandomi sola sul pavimento, e si diresse verso il divano.

«Hai detto che è la scena del crimine...» sussurrai, quasi evidenziando il fatto che non mi avesse lasciato andare così vicina al corpo di Allison, mentre ora si trovava a solo pochi centimetri da lei.

Mi guardò, poi annuì leggermente e tornò indietro di qualche passo.
Sembrò riflettere, guardando il pavimento sotto al braccio di Allison che scendeva immobile giù dal divano.
Seguii il suo sguardo fino al foglietto stropicciato che notavo solo ora, e che dalla sua posizione sembrava rotolato fuori dalla mano della mia amica.

Aggrottai la fronte, poi ebbi un'idea.
Recuperai dalla borsa un fazzoletto di carta, lo aprii e mi avvicinai al biglietto.
Lo raccolsi da terra, assicurandomi di non toccarlo direttamente ma solo attraverso il fazzoletto, per evitare di spargere le mie impronte digitali.

Dylan mi guardava stranito.

«Cosa aspetti, aprilo!» mi incitò, e con cautela appoggiai il foglietto sul tavolo lì accanto e lo aprii in modo che tutte le parole si leggessero chiaramente.

«Dylan» lo chiamai, invitandolo a raggiungermi «dimmi cosa ne pensi...»

Il ragazzo arrivò a fianco a me, lesse rapidamente il messaggio e sgranò gli occhi.

"Ci vediamo a casa tua alle dieci meno un quarto, assicurati di essere da sola."

Sotto al testo, il biglietto era stato incautamente firmato.
Dylan sembrava decisamente sorpreso, mentre io quasi me lo aspettavo.

"Firmato: James."

---

La temperatura si era abbassata di qualche grado, quel poco che bastava per consentire ai brividi di attraversarmi la schiena.

Vidi arrivare verso di me un agente di polizia, insieme a Dylan, con una coperta in mano.
Lui l'afferrò dalle mani del poliziotto, e me la appoggiò sulle spalle mentre io tenevo ancora lo sguardo fisso sulla porta di casa.

L'ambulanza e la polizia erano arrivate quasi contemporaneamente, suscitando la curiosità di molti vicini, e gli agenti limitarono la zona con del nastro bianco e rosso.
Ci avevano portati fuori da casa mia, dove il via vai di poliziotti non accennava a diminuire, e ora ci trovavamo sul marciapiede di fronte a essa.
Tra qualche minuto avrebbero portato via il cadavere, e avevano chiesto a me e Dylan di aspettare qui, in modo da poter rispondere a qualche domanda.

«Lindsey Brandon?» una voce maschile e piuttosto cupa mi fece sobbalzare, e strinsi ancora più forte la coperta ispida attorno alle spalle.

Mi girai, avevo davanti un uomo sulla quarantina, piuttosto alto con i capelli scuri il cui colore, data l'età, iniziava a tendere verso il grigio.

«Sono io» risposi.

L'uomo mi squadrò, come se una parte di lui cercasse di immagazzinare più informazioni possibili solamente a partire dal mio aspetto.

«Ispettore Shay» disse, mostrandomi da quello che all'apparenza era un portafogli, un distintivo dorato «sono stato ingaggiato per occuparmi degli omicidi di Scott McRescue e Annabeth Parker, e ora lavorerò anche su quello di Allison Reed.»

Annuii, non stavo ascoltando veramente ciò che l'ispettore stava dicendo, tutta la mia attenzione era rivolta verso la porta di casa, in attesa del corpo di Allison.

«Signorina Brandon, mi sta ascoltando?» chiese scocciato l'uomo.

Scossi rapidamente il viso, quasi più  per darmi una svegliata che per rispondere.
L'ispettore Shay sbuffò e alzò gli occhi al cielo, poi riprese a parlare.

«Stavo dicendo che mi servirebbe sapere ogni dettaglio sull'accaduto.»

Questa volta fui io a sospirare, e svogliatamente raccontai all'uomo tutto ciò che mi venisse in mente a riguardo.
Lui nel frattempo sembrava prendere appunti, e quando finii di raccontare vidi con la coda dell'occhio dei poliziotti che trasportavano su una barella un sacco nero delle dimensioni di un uomo.

Mi rivolsi verso l'altro lato della strada, e mi portai una mano sulla bocca, prevenendo un grido di terrore.
Sentii le lacrime rigarmi nuovamente le guance, sapevo che non era normale che piangessi così tanto ma la visione di Allison rinchiusa in un sacco, come se si trattasse di spazzatura, mi scosse troppo.

«Grazie del suo aiuto, la pregherei di restare in contatto in caso possa avere nuovamente bisogno di lei per le indagini.» disse l'ispettore, mentre io seguivo con lo sguardo la barella.

«Certamente...» sussurrai, ma l'uomo era già andato verso Dylan, probabilmente per porgli le stesse domande che aveva fatto a me.

La barella si avvicinò all'ambulanza, dove venne caricata.
A quel punto successe qualcosa: tutti quanti nei paraggi del sacco nero gridarono, non saprei dire se di paura o stupore, e li vidi agitarsi.

Non ragionai nemmeno, corsi oltre il nastro rosso e bianco lasciando cadere per terra la coperta che avevo addosso, raggiunsi le porte dell'ambulanza e mi feci spazio tra gli agenti e i paramedici per riuscire a intravedere la scena.
Non capivo, vidi solamente che la barella venne caricata in fretta e furia sull'ambulanza.

«Cosa succede?» chiesi, a un uomo in divisa da paramedico, alzando decisamente il volume della voce per sovrastare il caos che si era creato.

Sembrava sconcertato, come se avesse visto un fantasma.

«La ragazza...» si girò e indicò il sacco caricato sull'ambulanza, che ora veniva aperto con ancora più fretta di prima.

L'uomo parlava come se avesse il fiatone, vidi che il sacco nero veniva definitivamente tolto e che l'ambulanza stava per partire.

«Allora?» chiesi, spronando l'uomo a parlare.

Lui mi guardò, prese un respiro profondo e pronunciò le parole come se fossero un segreto.

«È ancora viva.»

---

«Dylan!»

Lui si girò, stava ancora parlando con l'ispettore Shay.
Eravamo lì da almeno un'ora, la polizia stava già iniziando le analisi a casa mia, ma almeno i vicini se ne erano andati.

«Hai notizie di Allison?» chiese Dylan, facendo cenno all'ispettore di aspettare.

«Non molto, sua madre mi ha mandato un messaggio dall'ospedale dieci minuti fa, dice che non sembra particolarmente grave.» riposi, mentre estraevo il cellulare dalla tasca dei pantaloni.

«Signorina Brandon!» mi chiamò l'ispettore, qualche metro dietro a Dylan.

Mi avvicinai all'uomo, ancora con il telefono in mano.

«La prego, ispettore. Mi chiami solamente Lindsey.»

«D'accordo, Lindsey.» rispose, sottolineando leggermente il mio nome con il tono di voce «Le analisi potrebbero durare anche qualche giorno, non ha qualcuno da cui dormire?»

Riflettei, sarei potuta andare dai miei genitori, ma ci avrei impiegato troppo tempo e l'idea non mi andava a genio.
Lucas? No, meglio di no.

«Puoi venire da me.» disse Dylan.

«Preferirei evitare di vedere Lucas ancora per un po', almeno finché la situazione non si sia calmata.» risposi.

«No, non da Lucas.» scosse la testa, poi si strofinò una mano tra i capelli «Ora che mi hanno accettato all'università ho deciso di affittare un appartamento, si trova a qualche isolato da qui. Certo, non è ancora arredato, ma ho il letto e il divano. Se ti va puoi venire, anche se avevo intenzione di mostrartelo quando sarebbe stato più presentabile.»

Alzai le spalle, poi sorrisi.

«D'accordo, grazie mille.»

In quel momento sentii il telefono vibrare tra le dita, lo sbloccai e lessi il messaggio che mi era appena stato inviato dalla madre di Allison.

"Qui va tutto bene, sembra che non le sia successo nulla di particolare. Domani la dimettono."

Sorrisi ancora, sentii il mio cuore alleggerirsi.
Chiusi gli occhi e respirai profondamente, era tutto passato.

«Lindsey, andiamo?» mi sentii chiamare da Dylan, che già stava andando verso la macchina.

Lo raggiunsi, correndo per qualche metro.
Salii in macchina e partimmo, stemmo in silenzio per quasi tutto il tragitto.
Non ci feci caso, ero troppo presa dai miei pensieri.

«Siamo arrivati.» disse Dylan dopo una decina di minuti, spegnendo il motore dell'auto.

Scesi dalla macchina, il palazzo davanti a noi doveva avere almeno sei piani.
Entrammo, seguii Dylan per un piano di scale, poi prese le chiavi e le fece scattare nella serratura di una delle due porte nel pianerottolo.

«Spero sia abbastanza accogliente, mi dispiace per il disordine.» si scusò lui, ma non capivo per quale motivo, dato che in quella che sembrava la sala c'erano solamente il divano, un tavolo e la televisione.

«Chi dorme sul divano?» chiesi.

«Ci sto io, tu puoi dormire nel mio letto. Vieni, la camera è di qua.» disse, poi mi fece cenno di seguirlo verso un corridoio.

Ero leggermente imbarazzata, mi sembrava di invadere il suo spazio, ma a lui non sembrava dispiacere.

Dylan aprì una porta, e mi fece entrare in una stanza molto più grande di quanto non mi aspettassi, ma anche questa quasi vuota.
Le pareti erano di un giallo tenue che era interrotto solamente dal letto e dall'armadio bianchi, e da un magnifico pianoforte a coda nero.

«Tu sai suonare?» chiesi, piuttosto curiosa.

«Sì, ma è da un bel po' che non lo faccio.» rispose, guardandomi mentre mi avvicinavo allo strumento e mi sedevo sullo sgabello.

«Posso provare?» chiesi, un po' titubante.

«Certo, ma non deve essere molto accordato.»

«Non fa niente, tanto non sentirei comunque la differenza.» dissi, lui rise leggermente, poi si sedette accanto a me sullo sgabello.

Appoggiai le mano sui tasti freddi, strimpellai una dopo l'altra le poche note che conoscevo di una melodia piuttosto malinconica.

«La Sonata al chiaro di luna, eh?» chiese.

«Non lo so, devo averla imparata da piccola e non averla più scordata.» ammisi.

Dylan appoggiò la mano sinistra sul pianoforte, poi prese la mia mano destra e la avvicinò ai tasti.
Intuii ciò che voleva fare, ripetei quelle note cercando di non sbagliare e di rendere la melodia più fluida, mentre lui suonava l'accompagnamento splendidamente.

Ero incantata dal suono che usciva dallo strumento, per qualche istante mi sembrò di scordare tutto ciò che stava succedendo, quasi come se non avesse più importanza.

Sentii lo sguardo di Dylan su di me, non smetteva di suonare ma mi guardava.
Mi girai verso di lui, ma io invece fermai la melodia.
Era da un po' che non succedeva, che non ci fissavamo così intensamente.
Lui andava avanti imperterrito a suonare, anche se sentivo che la musica era meno scorrevole di prima.

«Chi stacca lo sguardo per primo?» chiesi.

«Io no di certo, starei così per ore.» rispose Dylan.

Allora mi girai, tornando a guardare la tastiera del pianoforte.
Lui fece lo stesso dopo qualche decina di secondi, poi riprese a suonare con entrambe le mani, e rimasi lì ad ascoltarlo.

Passarono i minuti, le note scorrevano, e sembrava che il tempo si fosse fermato per aspettare la fine del movimento, che ovviamente sopraggiunse troppo presto.
Calò il silenzio, Dylan non staccava ancora le mani dai tasti nonostante non li stesse premendo, sembrava volerli sfiorare.

«Credo sia meglio andare a dormire, domani ho lo scritto di inglese.» dissi, ricordandomi che gli esami non erano ancora finiti.

«D'accordo.» rispose lui, alzandosi dallo sgabello dove eravamo seduti.

Mi alzai anche io, ricontrollai il telefono per accertarmi che la madre di Allison non avesse bisogno di qualcosa o avesse novità.

«Dormi vestita così?» chiese Dylan, indicandomi con la mano.

Mi guardai gli abiti, potevo tenere la maglietta ma preferivo non dormire con i jeans.

«Non lo so, avresti un paio di pantaloni?»

Lui aprì l'armadio, recuperò un paio di pantaloncini da basket neri e me li lanciò.

«Possono andare bene questi?»

«Si, sono perfetti. Dov'è il bagno?» chiesi ancora.

«Prima porta a destra.» rispose Dylan, mimando con la mano una svolta verso destra.

Andai in bagno, mi cambiai i pantaloni e tornai in camera.

«Che giornata...» dissi sbuffando, per poi sdraiarmi sul letto.

Dylan si avvicinò, poi si sedette accanto a me.

«Stanno succedendo così tante cose, e così in fretta. Sembra che qualcuno mi voglia morta.» dissi ironicamente, anche se non nascondo che iniziassi a sospettarlo.

Lui mi prese una mano, la strinse tra le sue e la guardò, forse come scusa per abbassare lo sguardo.

«Perdonami per oggi, mi dispiace davvero per quello che è successo ad Allison, e scusami se sono sembrato piuttosto insensibile. Volevo solo evitarti più problemi di quanti già tu non ne abbia.» disse, quasi in un sussurro, mentre con l'indice percorreva tutte le linee sul palmo della mia mano.

«Sai, hai un problema con i sensi di colpa.» dissi, prendendolo in giro.

«Sai, non sei la prima che me lo dice.» rispose, imitando il mio tono di voce, e io scoppiai a ridere.

Lui si limitò a sorridere, poi mi accarezzò la guancia con una mano e mi calmai anche io.
Rimanemmo così per un po', poi lo vidi chinarsi verso di me.
Un'altra volta, sentii i nostri visi avvicinarsi e le nostre labbra si sfiorarono di nuovo, con una leggera pressione tra loro.
Un altro bacio, non potevo crederci.
Si staccò da me dopo qualche secondo, anche un sordo avrebbe potuto sentire il mio cuore rimbombare nel petto.

«Sopravvivrai, Lindsey.»

---

Erano circa le otto di sera quando chiamai la madre di Allison, era tutto il giorno che non la sentivo.

«Pronto?» rispose.

«Sono io, signora Reed. Volevo solamente sapere qualcosa di Allison, è tutto il giorno che non ho più sue notizie.»

«Ah, non ti preoccupare, Lindsey. L'hanno dimessa stamattina, era incredibilmente vivace e non aveva nessun problema, anzi sembrava piuttosto sana. Nel primo pomeriggio è stata interrogata dalla polizia, e poi verso le cinque è andata a fare l'esame di inglese, dopo che ho spiegato la situazione al professore.» raccontò la madre di Allison.

«Perfetto, può dirle di telefonarmi, se ha tempo? Vorrei parlarle.» chiesi.

«Certamente! Ci vediamo, Linds.» rispose, prima di chiudere la chiamata.

Stavo camminando con un sacchetto del supermercato in mano lungo la via della casa di Dylan, che non avevo visto per tutto il giorno.
Quella mattina ero andata a scuola per l'esame, poi ero andata a casa mia per sapere come procedevano le analisi della polizia e avevo fatto la spesa, dato che il frigorifero di Dylan era vuoto come il resto della casa.
Eppure non facevo altro che pensare a quel bacio di ieri sera.
Mi sembrava di camminare a un metro da terra, mi sentivo incredibilmente leggera e sollevata.

«Buonasera Lindsey.» sentii dire alle mie spalle, riconobbi immediatamente la voce di Dylan.

«Buonasera.» risposi, mentre andavamo verso le scale.

«Ero da Lucas, avevo lasciato un po' di cose a casa sua.» disse lui.

«Io ho fatto la spesa.»

«Ma non dovevi...» disse, scuotendo la testa.

«Dillo al tuo frigorifero.» risposi sarcastica, mentre entravamo in casa.

Dylan accese le luci, e io appoggiai il sacchetto sul tavolo, ma qualcosa attirò la mia attenzione.

Un altro biglietto, ordinatamente piegato, era stato lasciato lì sul tavolo, accanto a un pace quasi vuoto di zucchero.

«Dylan, vieni qui, ti prego!» gridai.

Sentii i suoi passi veloci, poi arrivò in sala e mi guardò preoccupato.

«Lindsey, cosa c'è?» chiese, arrivando poi al mio fianco e accorgendosi del biglietto e dello zucchero.

Sembrava sbalordito più di me, e mi incitò con un cenno della testa ad aprire il biglietto.
Mi tremavano le mani, dovetti impormi di restare calma dopo aver letto quelle parole.

"Pensavate che qui non vi avrei trovati? Vi sbagliavate di grosso. Con tutta la mia dolcezza."

-angolo autrice💕
Sì, sono in ritardo.
E sì, avevo promesso che avrei aggiornato più presto.🕑
E ancora sì, i miei sensi di colpa somigliano a quelli di Dylan, ma forse io sono anche peggio.😂
I "Sì" sono finiti (nemmeno fossimo nella pubblicità del profumo di Giorgio Armani💄) e vi prego di non odiarmi...
Spero che il capitolo non sia troppo noioso, ma ho già in programma qualche bella disgrazia o disavventura per i nostri poveri sventurati eroi.⚡️
Cosa succedera? Lo scopriremo nella prossima puntata📺
Nel frattempo, se vi andasse di commentare e votare il capitolo ve ne sarei eternamente grata👽🌟
Basta, vi ho annoiati abbastanza per oggi🙊
Al prossimo aggiornamento💁

;justobrien❤️

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