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men in black


«Non ci provare nemmeno.» esclamai ridendo.

«Ci provo eccome!» rispose Dylan, lanciandomi uno sguardo di sfida.

Scese dall'auto, che aveva fermato alla fine di una ripida e tortuosa stradina sterrata, e si girò verso di me.
Lo guardai dal finestrino, scuotendo vigorosamente la testa in segno di dissenso più totale.

«Dai, Linds...» disse, con tono supplichevole «Sarà divertente, te lo giuro.»

Lo fissai per qualche secondo, mentre lui probabilmente cercava di interpretare la mia espressione.
Alla fine, aprii la portiera e spinsi gli occhiali da sole sopra la fronte, in modo da poter osservare meglio il posto in cui mi trovavo.

Attorno a me, decine di scogliere rocciose ricoperte di erba verde smeraldo si tuffavano a picco nell'acqua quasi altrettanto verde.
Eravamo proprio in cima ad una di quelle pareti di roccia, e sotto di noi una ventina di metri abbondanti ci separavano dalla superficie cristallina del mare.

«Tu sei pazzo...» commentai alzando la voce, in modo che Dylan potesse sentirmi nonostante il vento che si stava alzando.

«Qualcuno una volta, davanti a una casa degli orrori, ti disse di "buttarti".» rispose, alludendo alla serata passata insieme alla fiera d'estate «Magari dovresti considerare il fatto di prendere quel consiglio alla lettera.»

Prima che avessi tempo di ribattere, lui si stava sfilando la maglietta, rimanendo solamente coperto dal costume.
Eravamo in vacanza insieme già da tutta la settimana, ma non mi ero ancora abituata al fatto che tra noi ci fosse molto meno imbarazzo e inibizione.

«Allora, cosa hai intenzione di fare?» chiese Dylan, indicando i miei vestiti.

«Scordatelo.» risposi, intuendo ciò che voleva.

«Come vuoi tu...»

Lo guardai mentre sporgeva il viso oltre lo strapiombo, forse misurando con lo sguardo la distanza dall'acqua.
Si allontanò di qualche passo, poi prese la rincorsa e saltò.

«Dylan!» gridai istintivamente, tappandomi poi la bocca.

Non credevo che si sarebbe tuffato veramente, anche se sembrava così sicuro di sé da farmi credere che l'avesse già fatto decine di volte.
Mi sporsi, guardandolo mentre in aria univa le braccia oltre la testa ed entrava in acqua verticalmente, producendo il tipico "splash" rumoroso.

Il mare era perfettamente calmo, fatta eccezione per le piccole onde che si allargavano in modo concentrico dal punto in cui Dylan era entrato in acqua.
Ci volle più di quanto mi sarei aspettata prima che il ragazzo tornasse in superficie, tanto che quasi pensai che fosse annegato.

«Tu sei pazzo!» gli gridai, guardandolo ridere.

«Me lo hai già detto!» rispose.

Scoppiai anche io a ridere, e sentii l'eco delle nostre risate causato da tutte le superfici rocciose dove il suono poteva rimbalzare.
Fissai l'acqua, verde e cristallina.
Non avevo mai visto un mare così, e la tentazione di saltare fu davvero tanta.

«Perché non vieni anche tu?» sentii dire da Dylan.

Non risposi, ma dopo qualche secondo avevo già sfilato la maglietta e i pantaloncini ed ero rimasta in bikini, abbandonando gli abiti su una roccia accanto alla T-shirt del mio ragazzo.

C'erano solo pochi passi a separarmi da un salto di venti metri, e sentii la mia frequenza cardiaca accelerare rapidamente.
Cercai di non fermarmi a pensare, sicuramente avrei constatato che stavo per fare una follia e mi sarei fermata.

Ma prima ancora che me ne potessi accorgere, non c'era più nulla di solido sotto i miei piedi, nulla che mi sorreggesse.
Sentivo il vento tra i capelli, l'aria che premeva in ogni direzione sul mio corpo.
La sensazione di vuoto mi assaliva, eppure era terribilmente piacevole sapere che per una manciata di secondi anche io potevo volare.

E prima ancora che me ne accorgessi, l'impatto con l'acqua arrivò inaspettato, e anche estremamente doloroso.
Sopra di me c'erano almeno tre metri d'acqua, e sentivo il tipico dolore alle orecchie di quando la pressione è davvero troppa.

Aprii gli occhi, e il mare si rivelò trasparente come il vetro.
Riuscivo a vedere il fondo, i pesci che cercavano riparo o cibo tra le rocce, le gambe di Dylan qualche metro più in là di me.
Era tutto così diverso dalla mia ultima esperienza in acqua, nel lago a casa di James e Morgan.

Tornai a galla spinta solo dall'estremo bisogno di ossigeno, ma mai come allora avrei desiderato possedere le branchie.
Riempii i polmoni d'aria, spostandomi i capelli bagnati dalla faccia, e cercai di riprendermi dal salto che avevo appena compiuto.

«Non ci posso credere...» sentii dire da Dylan «Non pensavo che ti saresti buttata davvero!»

«Non dovresti sottovalutarmi, sai?» sorrisi, per niente convinta di ciò che stavo dicendo.

«Non l'ho mai fatto, Lindsey.»

Per l'ennesima volta in questa settimana trascorsa insieme, il mio cuore perse un colpo.
Dovevo ancora abituarmi anche ai continui commenti smielati di Dylan.

Mi avvicinai a lui, nuotando a grandi bracciate, e quando gli fui abbastanza vicina, allungò il braccio e mi tirò a sé.

«Ma tu ci tocchi?» chiesi, sorpresa.

«Qui sotto c'è un masso.» disse, svelando il motivo della sua stabilità.

All'improvviso, sentii le sue mani sotto le mie cosce, e senza il minimo sforzo dato che l'acqua annullava il mio peso, mi prese in braccio.
Strinsi le gambe attorno al suo bacino, e unii le mani dietro al suo collo.
Lo guardai, con i capelli bagnati e schiacciati sulla testa e il viso pieno di goccioline d'acqua, e non potei fare a meno di pensare che era davvero bellissimo.

«Ma allora sai nuotare.» mi disse, interrompendo il silenzio.

«Certo che lo so fare!»

«Sai, non lo avrei detto settimana scorsa alla festa...» disse, prendendomi nuovamente in giro per quell'episodio.

Staccai le mani dal suo corpo e iniziai a schizzargli l'acqua in faccia, ridendo a crepapelle per le smorfie che faceva.
In qualche modo, riuscì a intimarmi di smettere tra gli schizzi, e mi fermai in modo che riprendesse fiato.
Stava sorridendo, non sembrava per nulla seccato dai miei gesti infantili o da qualunque altra cosa facessi.

Si avvicinò a me, e mi baciò.
Una cosa a cui invece mi ero abituata, era il sapore delle sue labbra e il suo respiro sulla mia guancia.
I nostri nasi incrociati, i corpi terribilmente vicini, il calore della sua pelle.

A volte pensavo che in qualunque istante mi sarei potuta svegliare di soprassalto nel mio letto, in una giornata grigia come tutte le altre.
Poi sentivo di nuovo le labbra di Dylan sulle mie, e mi rendevo conto che era tutto vero.

Mi staccai da lui, con un leggero schiocco di labbra, e appoggiai la mia testa sulla sua spalla, il viso nascosto nell'incavo del suo collo.

«Nessuno ti obbliga a tornare a casa questa sera, Lindsey.» sussurrò, anche se non c'era nessuno che potesse sentirlo «Possiamo stare ancora insieme qualche giorno...»

«Non posso, Dylan. Non mi fraintendere, vorrei più di ogni altra cosa stare insieme a te, ma devo tornare da Allison.» sospirai «Me ne sono andata senza neanche avvisarla, ed è da una settimana che non la chiamo o le scrivo un messaggio. Era già arrabbiata con me la sera della festa, figurati dopo questa vacanza...»

«Allison ti vuole bene, e ti capirà se vorrai stare ancora un po' con me...» disse Dylan, passandomi una mano tra i capelli bagnati «E in fondo anche lei è innamorata. Sa come ti senti.»

Mi staccai dalla sua spalla, tornando a guardarlo negli occhi.

«Parli come se la conoscessi da anni...»

«Io e lei abbiamo fatto un po' di chiacchierate in questo mese, sai?» disse.

«Ah sì? E quando avreste parlato voi due?» risposi, fingendomi gelosa.

«Di solito quando aspetto te, oppure quando la incontro in giro. Anche l'altra sera, quando l'ho riaccompagnata a casa e tu sei andata all'ospedale.» rise leggermente «Ho sbagliato strada un paio di volte, e ci siamo ritrovati sulle colline dietro alla casa di James!»

«Ah, non sapevo che il mio fidanzato e la mia migliore amica si frequentassero...»

«Noi non ci "frequentiamo"» Dylan marcò con la voce l'ultima parola «E comunque, lei non ha occhi che per James.»

«Lo so...» risposi, con una punta di amarezza nella voce «Ma non mi va di parlarne.»

«Perché?»

«Come "perché"?» dissi incredula «Allison non dovrebbe amare un ragazzo che ha cercato di farla fuori, e che ha ucciso due nostri coetanei...»

Dylan sospirò, poi mi sfiorò dolcemente una guancia.
Mi beai del suo tocco delicato, chiudendo gli occhi.

«Non possiamo scegliere noi chi amare.» disse, quasi sottovoce «Non essere arrabbiata con lei. In fondo, James la rende felice.»

«Ma è anche un assassino!» esclamai «Pensaci bene, Dylan. Chi più di lui avrebbe voluto Annabeth morta? E inoltre, Scott era al ballo con Allison, la ragazza che lui ama.»

Non avevo parlato di Corinne, ma era meglio così.
Non so se Dylan sarebbe mai riuscito a perdonarsi della sua morte.

«Se lo hanno rilasciato ci sarà un motivo, Linds.» rispose, senza però alzare la voce «Non ci pensare, okay? Non sei tu che devi occuparti di questo...»

Sospirai, ancora stretta tra le braccia del mio fidanzato.
Aveva ragione, squadre di agenti e poliziotti erano venute apposta per dare la caccia al killer.
Non era una cosa di cui avrei dovuto preoccuparmi, eppure mi sentivo coinvolta fin troppo.

«Forse dovremmo andare...» concluse Dylan, e mi accorsi che tremava dal freddo.

«D'accordo.» risposi, per poi guardare di nuovo la scogliera «Ma come torniamo alla macchina?»

Dylan si guardò attorno, poi indicò un punto nella roccia sulla sua destra.

«C'è una scalinata lì.» affermò.

«Per fortuna! Stavo iniziando a pensare che ci saremmo dovuti arrampicare...» dissi sollevata.

Staccai le braccia dal corpo di Dylan, iniziando a nuotare verso il punto indicato da lui qualche secondo prima.

«Dove vai?» disse, allungando un braccio e afferrandomi una gamba.

Scoppiò a ridere, vedendomi annaspare dopo quel suo gesto, e mi riprese tra le braccia.
Sentivo le sue mani sui miei glutei, e il mio petto premuto sul suo.

«Cosa cavolo...» non finii la frase, perché Dylan mi baciò.

Chiusi gli occhi, godendomi di nuovo il contatto tra le nostre labbra.
Quando ci staccammo, rimasi ancora qualche secondo con lo sguardo fisso nel suo.

«Sai,» disse Dylan «essere fidanzati mi piace sempre di più.»

---

Presi un respiro profondo, mi feci coraggio ed abbassai la maniglia della porta di casa mia.
Dovevano essere almeno le undici di sera, e mi sembrò normale che tutte le luci fossero spente.
Dylan mi aveva riportata a casa verso mezzogiorno, io avevo solamente lasciato le valigie ed ero stata fuori tutto il pomeriggio.

Richiusi la porta alle mie spalle, e istintivamente mi guardai attorno alla ricerca di Allison.
Salii le scale, e quando passai davanti alla porta socchiusa di camera sua non la vidi, quindi non doveva essere in casa.
Sospirai di sollievo, non ero pronta ad affrontare una sua sfuriata.

Tornai al piano di sotto e cercai qualcosa da mettere sotto i denti, dato che non avevo nemmeno cenato.
Presi della frutta dal frigo, accendendo la luce prima di sedermi al tavolo della cucina.

Stavo finendo di togliere i semi dall'anguria, quando mi accorsi di avere appoggiato il piatto sopra un foglietto.
Lo presi, e la tensione in me salì a mille.
Era da una settimana che non mi dovevo più preoccupare dei messaggi che ricevevo, ma essendo tornata me lo sarei dovuta aspettare.

Aprii il foglio piegato in due, e per la seconda volta nel giro di qualche minuto mi sentii estremamente sollevata.
Non era un messaggio del killer, ma un semplice biglietto.
Lo lessi rapidamente, dato che la calligrafia era splendidamente ordinata e chiara.

"Per Lindsey:
Sono passata da casa tua questo pomeriggio, ma tu non c'eri.
Volevo ridarti il libro che mi hai prestato, ma ho notato un'altra cosa.
È meglio che veda tu stessa, è importante: puoi venire a casa mia a qualsiasi ora.
-Emily"

Sotto c'era riportato l'indirizzo della casa della ragazza, non distava particolarmente da casa mia.
Era sera tardi, ma se la questione era davvero così importante come scriveva Emily, forse sarei dovuta andare subito.

Non dovetti nemmeno prepararmi, dato che ero appena entrata in casa, e uscii dopo qualche secondo portando con me il biglietto.
Camminavo spedita, a quel passo ci avrei impiegato forse meno dei quindici minuti che avevo previsto.

Mi guardai attorno: anche se ero stata via solamente una settimana, sembrava quasi che ci fosse qualcosa di diverso in città.
La strada era completamente deserta, cosa comprensibile dato che con il caldo la stragrande maggioranza partiva per le vacanze.

Il silenzio era rotto solo dal frinire di qualche grillo, e dal suono dei miei passi.
I lampioni proiettavano coni di luce sul marciapiede, forse troppo distanti tra loro dato che erano intervallati da almeno quattro metri di buio.

Mi strinsi nella mia giacca di jeans, troppo leggera per quella sera fresca.
Mi consolò il pensiero che girato l'angolo avrei raggiunto la casa di Emily, ma più mi avvicinavo più quel gesto mi sembrava una follia.

Insomma, avevo visto quella ragazza un paio di volte, e dopo il nostro ultimo incontro avevo iniziato quasi a credere che lei fosse un cyborg, da quanto era perfetta in tutto.
E poi, non dimenticai nemmeno che mi aveva lasciato una foto di me e Dylan, e che era la ex ragazza del mio fidanzato.

Salii qualche scalino, e mi trovai di fronte alla porta dell'indirizzo scritto sul biglietto.
"Questa è una pessima idea" pensai, suonando poi il campanello.
Non ci volle nemmeno un secondo prima che Emily mi aprisse la porta.

«Ciao Lindsey, ti stavo aspettando.» disse sottovoce «Vieni dentro, presto.»

Entrai nella casa, e nella sala tutti i mobili e gli arredi sembravano avere almeno trent'anni, dato lo stile non decisamente moderno.

«Questa è casa tua?»

«Io non vivo qui in città, questa è la casa dei miei.» disse, indicandomi con un gesto della testa le foto di famiglia su un mobile «Non vorrei essere scortese, ma non sei venuta qui per parlare della casa e io ho una certa fretta, dato che mio padre potrebbe svegliarsi da un momento all'altro»

Annuii, colpita da questo comportamento così poco "perfetto" di Emily.
Intanto, lei era andata verso un mobile e stava aprendo un cassetto, estraendone poi un foglietto.

«Come avrai letto nel biglietto che ho lasciato, oggi pomeriggio sono passata da casa tua. Mi ha aperto Allison, e mi ha detto che non eri in casa. Stavo per andarmene, ma ho trovato questo.» mi porse un foglietto di carta piegato a metà «Ho pensato che non fosse sicuro lasciarlo lì sul tavolo, quindi l'ho preso. Vorrai scusarmi se l'ho letto anche io...»

Afferrai il pezzo di carta, e lo aprii.
Vidi le lettere scritte disordinatamente in rosso, quasi girava la testa guardandole.
Iniziai a leggere ad alta voce, ma non riuscii nemmeno a finire che mi sentii un groppo in gola.

"Pensavo ti avrebbe fatto piacere sapere che più cose racconti al tuo fidanzatino, meno lui è al sicuro."

«Q-questo cosa vuol dire?» chiesi con la voce rotta.

Sentimmo un rumore provenire da qualche parte nella casa, poi un suono regolare come di passi sul pavimento ligneo.

«Non è il momento né il luogo adatto per discuterne.» disse Emily, allarmata, praticamente trascinandomi verso la porta di casa «E forse io non sono la persona più adatta per parlarne.»

La guardai, gli occhi carichi di quella che sembrava tristezza.
Le dovevo un favore, e forse ora mi sembrava meno diabolica di prima, e anche più umana.

«Grazie, Emily.»

«Di niente.» rispose, chiudendo alla svelta la porta.

---

La temperatura sembrava scesa di ancora qualche grado dopo essere uscita dalla casa di Emily, e la strada sembrava ancora più buia e deserta.
Avevo una fame tremenda, quindi cercai di accelerare il passo e arrivare a casa il prima possibile.

All'improvviso, vidi qualcuno arrivare verso di me.
Era completamente vestito di nero, il cappuccio della felpa calato sugli occhi, e si muoveva con una certa fretta.
Sentii un brivido lungo tutta la schiena, e non per il freddo.

Dopo nemmeno un paio di secondi, quella persona mi passò pericolosamente vicina.
Lo guardai in faccia, o almeno quel poco dei lineamenti che riuscivo a vedere.
Era Morgan, ne ero certa.

Non ebbi il tempo di formulare una frase da rivolgergli che il ragazzo mi superò rapidamente, forse ignorandomi o non riconoscendomi.
Mi fermai, girandomi a guardarlo mentre camminava in fretta.
C'era qualcosa di terribilmente sospetto nel suo atteggiamento, e non potei fare a meno di chiedermi cosa dovesse fare a quest'ora della notte.

Dopo una decina di metri si fermò, guardò se qualcuno arrivava davanti a lui, poi imboccò un vicolo male illuminato alla sua destra.
Non so perché, ma seguii i suoi passi fino all'angolo della stradina che il ragazzo aveva appena imboccato.
Non arrivai nemmeno alla svolta, che sentii delle voci.

«Tu cosa ci fai qui?» chiese Morgan, con una voce che stentai a riconoscere perché molto più roca del suo solito tono squillante.

«Potrei farti la stessa identica domanda...» rispose l'interlocutore, e invece quella voce l'avrei riconosciuta tra mille.

«Senti, so che questa cosa a te non va a genio, ma anche io ho il diritto di fare le mie scelte, e non dipendo di certo da te!» sbottò Morgan.

Mi sporsi al di là dell'angolo del vicolo, per cercare di vedere qualcosa.

«Non puoi andare avanti così, Morgan. Devi fermarti, o sarai davvero un pericolo per tutti. La cosa sta degenerando, e non sei solo tu a pagarne le conseguenze.» l'altro ragazzo, anche lui completamente vestito di nero, aveva poggiato una mano sulla spalla di Morgan.

Volevo vederlo il faccia, e avere la certezza che quella voce fosse davvero quella che io pensavo di riconoscere.
Ma mi sporsi troppo, persi l'equilibrio e caddi su una lattina vuota, producendo un rumore che sembrava assordante nel silenzio della via.

Morgan si girò di scatto, vedendomi mentre cercavo di rialzarmi.
E anche il suo interlocutore mi aveva vista.
Dylan mi stava guardando dritta negli occhi.

---

Correvo, l'unica cosa che mi sembrasse giusto fare era mettere più spazio possibile tra me e quel vicolo.

Mi ero concentrata per tutto questo tempo su James, ma ora che vedevo Morgan sotto questa nuova, inquietante prospettiva mi rendevo conto che forse anche lui poteva essere considerato un possibile killer.
Mentre Dylan...
Non ci volevo nemmeno pensare.

Sentii un paio di lacrime iniziare a scendere lungo le guance, stavo singhiozzando.
Non avrei mai pensato di pensare che proprio Dylan, il ragazzo che fino a quella mattina mi baciava nell'acqua del mare, potesse essere coinvolto negli omicidi.

Continuavo a correre, e mi girai per controllare di non essere seguita.
Non vedendo nessuno dietro di me, tornai a guardare avanti, ma non feci in tempo nemmeno a pensare di spostarmi che andai a sbattere contro qualcuno.

Il ragazzo era altissimo e molto muscoloso, anche lui era vestito completamente di nero.
Mi squadrò, mentre io mi massaggiavo in punto della testa che avevo sbattuto contro di lui.
Sembrava avesse dei pettorali d'acciaio, sentivo la testa pulsare come se avessi sbattuto contro un muro.

«Lindsey?» chiamò il mio nome, e io alzai lo sguardo verso il suo viso, sorpresa.

Lo fissai, cercando di riconoscere i lineamenti duri e i capelli cortissimi scuri.

«Quentin?» chiesi, più a me stessa che a lui.

Era rimasto praticamente uguale all'ultima volta che lo avevo visto l'anno scorso, prima che venisse espulso dalla scuola.
Lui era lo spacciatore di droga che quattro anni fa aveva scampato la prigione, a cui invece era stato condannato James per colpa di Annabeth.

Aveva gli stessi occhi scurissimi, la carnagione olivastra e l'espressione perennemente impassibile.
Era diventato molto più alto, e sicuramente molto più robusto.

«Cosa ci fai qui?» mi chiese, ma io non risposi.

Ero occupata a cercare di capire se davvero qualcuno vestito di nero stava correndo nella nostra direzione, e quando mi resi conto che c'era davvero qualcuno, rispondere a Quentin era l'ultimo dei miei problemi.

Ripresi a correre, tirando uno spintone al ragazzo davanti a me per poter passare.
Lui si spostò di appena un millimetro, data la sua stazza, ma poi quando il ragazzo vestito di nero lo raggiunse non si preoccupò più di me, e iniziò a confabulare con il nuovo arrivato.

Notai uno scintillio ai piedi di Quentin, come proveniente da qualcosa di metallico.
Un dubbio tremendo mi attraversò la mente, e quando misi la mano in tasca mi resi conto che avevo davvero perso lì le chiavi di casa.
Non sarei tornata indietro per nulla al mondo, quindi mi rassegnai e continuai a correre.

Appena fui abbastanza lontana d non vedere più i due ragazzi, mi fermai e mi appoggiai contro il muro di un palazzo per riprendere fiato.
Non sapevo dove andare, cosa fare e con chi parlare.
Non potevo andare a casa mia, dato che non potevo entrare.
Non sarei nemmeno andata a casa di Dylan, dopo quello che avevo appena visto.
I miei genitori erano fuori città per una vacanza.

Scossi la testa e lasciai scendere le lacrime, sconsolata.
Dopo qualche minuto, cercai di ridarmi un contegno, risistemandomi il più possibile i capelli e asciugandomi le guance con il dorso della mano.

Fu allora che mi venne un'idea folle, e di certo se mi fossi fermata a pensare per solamente trenta secondi in più ne avrei trovate altre cento migliori.
Invece avevo iniziato a correre, di nuovo, in direzione dell'ospedale.

---

Anche il corridoio bianco del secondo piano era deserto, come le strade che avevo appena attraversato, ma la luce della stanza 58 era accesa.
Mi fermai di fronte alla porta verdastra con una parte in vetro, lavorato in modo che non fosse però visibile l'interno.
L'ennesimo respiro profondo della giornata, poi aprii la porta.

Lucas era steso nel letto, i capelli biondi spettinati, gli occhi chiusi.
Era il ritratto della serenità, sembrava un angelo addormentato.

Richiusi la porta alle mie spalle, poi mi avvicinai lentamente al letto.
Non avevo idea di come spiegare a Lucas il tutto, non sapevo nemmeno se potessi davvero dirgli tutto.
Isabel lavorava lì, forse avrebbe convinto Lucas a dirle ciò che sapeva se io gli avessi raccontato tutto quello che avevo visto.

Arrivai accanto al letto e mi sedetti sul materasso, che produsse un suono orribile sotto il mio peso.
Lucas si svegliò di colpo, mi guardò e strizzò gli occhi, forse pensando che io fossi solo frutto della sua immaginazione.

«Lindsey, cosa ci fai qui?» chiese, con la voce impastata dal sonno.

«I-io...» iniziai a rispondere, ma non sapevo cosa dirgli.

Potevo dirgli che il mio fidanzato, uno dei suoi migliori amici, forse era coinvolto negli omicidi?
No, non potevo.
Non reggevo più, sentivo tutte le mie certezze riguardo a Dylan frantumarsi.

Scoppiai a piangere, singhiozzando fin troppo, come avrebbe fatto una bambina di cinque anni.

«Lindsey, cosa...» Lucas iniziò la frase, ma lasciò perdere «Vieni qui.»

Indicò con la mano uno spazio vuoto sul letto, e io mi spinsi accanto a lui.
Mi rannicchiai tra le sue braccia, il viso premuto sul suo petto e le gambe intrecciate con le sue, come avevamo fatto decine e decine di volte quando eravamo fidanzati.
Lucas mi passava una mano tra i capelli, ascoltando in silenzio il mio pianto.

«Lindsey.» pronunciò il mio nome nuovamente, ma questa volta sottovoce «Vuoi dirmi cosa c'è che non va?»

Mi prese il mento tra le dita, facendomi alzare lo sguardo fino ad incontrare il suo.
Sotto sotto, mi erano davvero mancati i suoi occhi color ghiaccio.

«Io... Non posso, Lucas» riuscii a biascicare le parole tra le lacrime, e lui sorrise dolcemente.

«Mi toccherà prenderti per pazza.» disse, e io scoppiai a ridere.

Era una frase che mi ripeteva spesso quando stavamo insieme, ogni volta che io facevo qualcosa di strano o incomprensibile ai suoi occhi.
Stavo ridendo e piangendo contemporaneamente, e forse quella sera ero davvero diventata pazza.

«Dormi qui con me stasera?» chiese Lucas, con il tono che si userebbe per parlare ad una bimba.

Annuii, stendendo del tutto le gambe nel letto e occupandone forse più di metà.
Ma questo a Lucas non importava, come non gli importava che fossi completamente vestita nel suo letto d'ospedale, decisamente oltre l'orario di visita e con l'aspetto e l'atteggiamento di una pazza.

Lo vidi allungare un braccio fino a raggiungere un interruttore, e spense la luce.
Poi riportò il suo braccio dietro la mia schiena, e poggiò delicatamente le sue labbra sulla mia fronte.

«Buonanotte.» mi sussurrò, ma io ero talmente distrutta che forse dormivo già.

---

Mi svegliai sentendo qualcuno sfiorarmi i capelli, e poi scuotermi leggermente il braccio.
Aprii lentamente gli occhi, guardandomi attorno e ricordandomi di come mi ero addormentata la sera precedente.

Lucas mi stava fissando, il suo viso ad una manciata di centimetri dal mio.

«Buongiorno, Linds.» sussurrò «Mi dispiace che tu abbia un risveglio così brusco, ma se non vuoi passare guai seri ti conviene nasconderti sotto il letto prima che arrivi l'infermiera.»

«Certo...» risposi, cercando di rielaborare ciò che il biondo aveva appena detto.

Spinsi le gambe fuori dal letto, non mi alzai nemmeno in piedi e mi accovacciai sul pavimento, per poi strisciare sotto al letto.
Le lenzuola erano abbastanza lunghe da arrivare per terra e nascondermi.

Passarono una ventina di secondi, poi un'infermiera fece bruscamente irruzione nella stanza.
Da lì vedevo solo i suoi piedi, ma già solo dalla voce avevo riconosciuto la donna scorbutica che avevo incontrato la settimana prima, dopo la festa a casa di James.

«Buongiorno Dunbar.» disse in modo sbrigativo.

Non feci caso a ciò che disse, ma doveva aver semplicemente dato a Lucas delle pillole.

«Grazie mille!» esclamò il biondo, ma prima ancora che finisse la frase l'infermiera aveva sbattuto la porta e se ne era andata «Okay, ora puoi uscire.»

Strisciai fuori dal mio nascondiglio, mi tirai in piedi e tolsi con le mani un po' della polvere che c'era sui miei pantaloni.

«Io non so come ringraziarti, Lucas.»

«Non c'è problema.» rispose.

«E scusami anche per tutte le scenate che ho fatto.» continuai, alludendo ai pianti isterici della sera precedente.

Lucas scrollò nuovamente le spalle.

«Non mi dirai mai cosa è successo ieri sera, vero?» disse infine con una sorta di amarezza, anche se si era già risposto da solo.

Scossi il capo, forse era meglio che lui non sapesse nulla.
Qui in ospedale forse era anche più facile per lui tenersi alla larga da quei problemi, e non sarei stata certo io a farcelo immischiare.

«Lucas, posso farti una domanda?»

«Anche due, Linds.»

«Perché sei ancora in ospedale?» chiesi, ricordando delle "complicazioni" di cui aveva parlato Isabel.

Lucas abbassò lo sguardo, e pensai quasi di averlo turbato con quella domanda.
Non aveva più il gesso, ormai.
E anche se lo avesse avuto, non era normale che lo trattenessero così tanto in ospedale per una frattura.

«Non mi dirai mai cosa è successo, vero?» chiesi, ripetendo le sue parole.

«Mi dispiace, ma è ancora troppo presto per parlarne.» rispose.

Annuii, lo capivo.

Improvvisamente, una vibrazione provenne dal mio cellulare, incautamente appoggiato sul comodino accanto al letto.
Era una telefonata di Dylan, ma ero troppo arrabbiata e confusa in quel momento per parlargli.
Presi il telefono e rifiutai la chiamata, sotto lo sguardo incredulo di Lucas.

«Non rispondi?» chiese.

«No.» ribattei seccamente, forse troppo.

«Ma io pensavo...» iniziò il biondo, ma lo interruppi.

«Non rispondo e basta!» esclamai, stupendomi della mia stessa rabbia.

Lucas rimase impietrito, forse non si aspettava una reazione così brusca.
Guardai l'orario, e pensai che probabilmente Allison doveva essere tornata a casa.

«Devo andare.» dissi solamente, per poi infilare il cellulare nella tasca della giacca «Grazie ancora, Lucas. Verrò a trovarti più spesso.»

Mi avvicinai a lui, che si era alzato dal letto, e lo abbracciai.

«Se hai ancora problemi, chiamami.» mi disse, sciogliendo l'abbraccio.

Gli sorrisi, poi lasciai la stanza, salutandolo un'ultima volta con la mano.

Mi fermai qualche secondo di fronte alla porta chiusa della stanza, ripensando a tutto quello che era successo in quelle ventiquattr'ore.
Inaspettatamente sentii di nuovo la voce di Lucas provenire dall'interno della stanza, e rimasi in ascolto.

«Pronto, sono Lucas.» doveva essere al telefono «Dylan, vieni in ospedale appena puoi. Io e te dobbiamo fare una chiacchierata.»

Mi allontanai più in fretta possibile dalla stanza, cercando di non pensare a quella conversazione telefonica o a Dylan, ma era più forte di me.
Non sapevo se potermi fidare ancora di lui, dopo ciò che avevo visto la sera precedente.

Raggiunsi l'uscita velocemente, e appena fuori dall'ospedale sentii il mio telefono in tasca vibrare nuovamente.
Lo presi e lo sbloccai, avevo ricevuto un messaggio.

Da Dylan:
"Dobbiamo parlare."

-angolo autrice💕
Per la gioia di alcuni di voi, sono ancora viva!👐
Chiedo umilmente scusa per l'immenso ritardo, ma spero davvero di essermi fatta perdonare con questo capitolo🎯
Ho una richiesta per voi: inventereste dei nomi per le ship che si sono create/volete inventare?💏
Se ci sono delle proposte carine, quei nomi verranno adottati ufficialmente!
Vi farò sapere, voi nel frattempo commentate💬
Al prossimo aggiornamento

;justobrien❤️

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