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ventisette

Apro gli occhi e guardo la sveglia color panna di metallo: sono le undici.
Come ho fatto a dormire così tanto?
Mi alzo svogliatamente, esco dalla porta della camera trascinando i piedi.
Inciampo sul tappeto e finisco distesa per terra.
- prevedo una cattiva giornata - eh si, parlo anche da sola.
Penso che se non lo faccio perderò l'uso delle corde vocali, oppure della lingua, quella Italiana in primis.
Mi lavo, mi pettino e mi vesto. Che mi trucco a fare? Qui non conosco nessuno e comunque nessun ragazzo accettabile attaccherebbe bottone con una povera scema che lo capirebbe soltanto a gesti.
Al contrario di ciò che pensavo in inglese non sono una cima, mi rendo conto che fra i banchi di scuola è un gioco da ragazzi, ma quando devi usare solo ed esclusivamente quello per ogni singola parola diventa tutto un casino.
- buongiorno signorina - mi saluta il receptionist e rispondo con un gran sorriso.
Esco dall'hotel con passo fiero e sicuro, a differenza di ciò che devo fare, che a dire la verità è del tutto una cosa sconosciuta.
Mi sembra di stare vivendo una vita del tutto inutile.
Mi piacerebbe vivermelo questo paese, visitare posti, camminare per le vie del centro scoprendo come la gente fa shopping qui, il che è un elemento indispensabile per entrare a fondo delle dinamiche delle persone che vivono in questa città.
Vorrei andare in Transilvania, vedere i leggendari posti dov'è vissuto Dracula, girare per quei paesini sperduti di agricoltori. Ma ci vogliono soldi.
Mi arresto di colpo davanti ad una targhetta su un portone.
Aleksandr Rovnov.
E in quel momento collego tutto, trovando in una strana conoscenza fatta per caso qualche giorno fa, le risposte di cui ho bisogno.
Cerco disperatamente una cabina telefonica, magari qui si usano ancora.
Quando la trovo mi fiondo dentro e compongo il numero.
Uno.
Due.
Tre.
Al sesto squillo risponde dicendo una parola strana.
- no mi dispiace, non capisco un accidenti di quello che dite qui - ironizzo.
- guarda guarda, chi si fa viva! Allora come va? -
- tutto bene tu? - schiaccio un sasso nervosamente.
- benissimo - risponde.
- non è vero, non va bene per niente - mi lascio andare.
- che succede? - indaga.
- succede che nessuno mi capisce quando parlo, succede che non trovo un lavoro, quindi una casa e ho quasi finito i soldi per l'hotel -
- mi stai chiedendo un prestito? -
- no ti sto chiedendo cosa cazzo devo fare perché di questo passo finirò come i barboni in Vittorio Emanuele a Milano, solo che qui fa leggermente più freddo - ironizzo acida.
- capisco capisco - ridacchia.
- sai che fai? Ora tu prendi un pulman, un taxi, quello che vuoi e vieni nella mia città. È a tre ore da Bucharest, è più piccola ma molto più graziosa. C'è meno richiesta di lavoro e quindi più possibilità di trovarlo -
- sei sempre così impostato - mi lamento.
- hai bisogno di consigli o di una marionetta che ti faccia divertire? -
- sarò lì entro domani sera - mi faccio lasciare l'indirizzo e attacco.
Cammino per la strada con passo lento, d'altronde non ho nulla da fare.
È mezzogiorno e mezzo, ho una certa fame.
Mi fermo in un fast food e prendo un'insalata, sono venuta qui anche per riprendermi ciò che ero prima. Per ritornare la ragazza dal fisico che tutte invidiavano.
La prendo con la forchetta a piccoli bocconi, un po' perché non mi piace, un po' per impegnare il tempo.
Ogni tanto mi distraggo a guardare le persone che passano, donne, bambini uomini e vecchi. Sono doversi da me, anche io ho gli occhi chiari ma i loro hanno qualcosa che nell'insieme li caratterizzato come tipici di un'etnia della quale io non faccio parte.
Può adattarsi quanto vuole ma per un minimo lo straniero si sentirà sempre un po' fuori posto.

GIORNO 2, BUCUREŞTI (ROMANIA)
Sono le sei del pomeriggio, la pioggia scende a secchiate fuori e dal vetro sopra il mio letto posso vedere solo gocce d'acqua che lasciano trasparire il grigio malato del cielo.
Un tuono.
All'improvviso mi ricordo dell'ultimo temporale che c'è stato quando ero ancora a casa, quando da quelle quattro mura che sembravano tenermi intrappolata volevo solo scappare.
Ora invece mi sento bene chiusa qui, è come se questa stanza fosse la mia oasi nel deserto, l'unico posto dove il mondo esterno non può entrare.
Ho deciso di prendere quest'avventura come un viaggio, non come il solo tentativo di rifarmi una vita, così oggi ho fatto ciò che faccio sempre quando visito un posto nuovo: una gita nei quartieri popolari della città. Eh già, perché quando viaggio non voglio vedere solo le cose belle, i castelli le chiese... viaggio per vedere come vive la gente in quel luogo, scoprire le loro abitudini. In ogni viaggio sono riuscita persino ad entrare nelle case di persone normalissime, rimanendo ogni volta affascinata dalla diversità rispetto alle nostre. Io probabilmente sarò strana, ma credo che l'essenza del viaggio sia proprio questa: conoscere davvero un luogo negli aspetti della vita quotidiana.
- grazie, ecco a lei - pago il tassista e scendo.
Mi ritrovo in una zona dall'aspetto poco raccomandabile. I palazzi sorgono alti e tutti maledettamente uguali. Grossi casermoni di un grigio scolorito che si è tentato di rallegrare con delle finestre colorate ma in vano.
Ai lati della strada le strisce di erba sono cosparse di spazzatura così come anche i prati fra i palazzi. Non vola una mosca, tutto tace.
Mi guardo intorno smarrita, questo non mi era mai successo, trovavo sempre persone ospitali di solito.
Vado lungo quella che sembra essere la strada principale, giro a destra, poi di nuovo a destra.
In un prato ci sono due grosse pozzanghere e tutt'intorno i bambini giocano, alcuni ci si avvicinano e si bagnano di acqua sporca.
Malgrado la mia testa mi dica che è una cattiva idea mi avvicino ad una femminuccia. Avrà più o meno nove anni, è molto bella, gli occhi azzurrissimi e i capelli biondi legati in una treccia.
Indossa un vestitino a fiori che non è più della sua taglia da un pezzo.
- Do You speck English? - chiedo, ma lei mi guarda come se avessi mai chiesto chissà quale assurdità.
Sto per andarmene quando sento qualcuno picchiettarmi un dito sulla spalla. Quindi deve essere qualcuno già abbastanza alto.
Cattivo presagio.

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