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ventisei

Dopo quella miserabile visione torno in hotel con l'intenzione di valutare nella notte se prendere o no la casa.
Quando arrivo nella hole il ragazzo alla reception nota qualcosa che non va.
- sono solo un po' stanca - affermo.
Sono le sette, ho poco tempo per prepararmi poi inizio a lavorare.
Non so che pensare, sono molto spaventata. Insomma per quanto forte chi non lo sarebbe?
Trovarsi in un Paese poco raccomandabile senza spiccicare una parola, senza conoscere nessuno, senza una casa e con un lavoro instabile e illegale.
A solo sedici anni.
Ho sempre pensato di essere cresciuta troppo in fretta.
È cominciato tutto quando avevo circa nove anni, mentre tutte le bambine ancora pensavano alle bambole o a giochi stupidi io mi trovavo spesso a riflettere sulla vita e già cominciavo a mettere insieme i primi tasselli della mia esistenza.
E non era piacevole. Per niente.
Il realtà non ricordo molto di quel periodo, ma posso affermare con certezza che per la maggior parte del tempo mi sentivo sola e arrabbiata, proprio come adesso. Non so se fosse per il fatto che a me le bambole non interessassero già più, perché perdessi troppo tempo a pensare o perché ero effettivamente antipatica, so solo che come oggi, di amici non ne avevo, o comunque ne avevo pochi e altalenanti.
Conduco una vita emotivamente sregolata da sempre, il che un po' mi spaventa. A volte mi trovo a chiedermi perché sono diversa dagli altri e non so darmi una risposta.
- miss Verdi - mi richiama il receptionist.
- si -
- posso farle qualche domanda? -
- certamente - rispondo, ma con poca convinzione.
- cosa la ha portata qui? -
- avevo bisogno di cambiare aria -
- si fermerà per poco quindi - constata.
- no al contrario, oggi ho trovato un lavoro e ho visto una casa - sorrido.
- oh, si sarà accorta che sono molto diverse dalle abitazioni italiane -
- già, dovrò abituarmici - ammetto e lui sorride in risposta.
Arrivata in camera mi precipito subito a truccarmi. Eyeliner, rossetto rosso e un po' di mascara.
Indosso dei jeans e un maglione.
Merda.
Impreco non trovando gli orecchini e buttando all'arinfusa il contenuto delle valigie.
Poi ricordo.
Gli ho lasciati a casa di Federico la volta che abbiamo fatto sesso.
Mi siedo sul letto e guardo in alto sforzandomi di non piangere. Lui si è preso tutto di me, non mi ha lasciato più niente. Mi ha spogliato delle certezze intorno a cui girava la mia vita per vestirmi di paure.
Solo che in quei vestiti stavo stretta e non sono stata abbastanza forte da sopportarli.
Alzo gli occhi e ammiro la scritta su quella montagna, l'unica cosa che appena apro gli occhi mi fa ricordare che non sono più a casa, la stessa immagine con la quale la sera mi addormento cercando di non pensare.
Mi alzo, infilo il cappotto e le scarpe ed esco da quell'albergo.
Vengo investita da un'aria gelida e insopportabile.
Odio il freddo lo odio con tutta me stessa e più di qualsiasi altra cosa.
Cammino a piedi per troppo tempo, lungo la strada che ho percorso ieri.
Spero solo di non perdermi, sono in una delle città meno affidabili d'Europa, da sola e di sera.
Le probabilità che mi succeda qualcosa sono davvero alte, mentre quelle che importi a qualcuno dolorosamente nulle.
Arrivo nella via che mi è stata indicata, alzo gli occhi e cerco di leggere l'insegna, impossibile.
Entro e mi assale un odore terribile, l'ambiente è illuminato, per così dire da luci rosse e mi si annebbia la vista a causa della cappa di fumo.

GIORNO 1, BUCUREŞTI (ROMANIA)
Primo giorno completamente lontana da casa, ed è tutto un disastro.
Mi sono ritrovata in una città in cui nessuno mi capisce, sta volta letteralmente.
Sta sera è stato il primo giorno di lavoro, e anche l'ultimo.
Ho quasi finito i soldi, ma di dignità ne ho ancora.
Tutto qui mi ricorda che sono nei guai fino al collo, si potrei tornare a casa, ma significherebbe ricominciare a sopravvivere stando a regole, schemi e cose da fare. Tutto schifosamente uguale, non voglio.

Chiudo il quaderno nero pieno di pagine bianche da riempire, do uno sguardo alla luna fuori dalla finestra chiedendomi quante ancora ne passeranno prima che le cose possano cambiare.

Quella notte sogno Federico, è seduto al tavolo di una cucina che non mi è per niente famigliare. Fra le braccia tiene un bambino di qualche mese, ride. Sembra felice.
Cerco di avvicinarmi, ma qualcosa mi spinge all'indietro facendomi cadere. Ci provo ancora ma succede la stessa cosa.
Poi compare una donna, si distingue solo la forma dato che è come un'ombra nera.
Poi tutto si fa scuro e mi sveglio di soprassalto.

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