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Prologo

La prima volta che andai via di casa fu come una liberazione. Fu come ritornare a galla dopo un'immersione durata troppo; fu come vedere il sole dopo essere stato per anni chiuso in uno scantinato. Fu come spiccare il volo. Tornare a sentirmi leggero. Per me fu una conquista. Il mio più grande traguardo.
Non mi importava di non aver cominciato l'università, perchè il mio unico scopo era vivere la vita come avevo sempre sognato di fare. Spassandomela. Trovando anche l'amore, magari. Quello vero.
Andarmene a vivere all'estero era stata la scelta più giusta che io avessi mai potuto prendere.
O almeno, questo era quello che avevo sempre pensato, quello di cui man mano mi ero convinto. Eppure a guardarmi ora, vivendo il mio presente, non ne ero più certo.
Forse ero soltanto un casino. Un grande casino.


Accesi lo stereo in auto e uscii dal parcheggio ingranando la marcia. Non ero in ritardo, ma con il traffico di New York non si scherzava, ed io ero troppo preciso per rischiare anche solo di ritardare un secondo, o meglio, il mio capo era troppo preciso.
Il ritardo per lui era solo un ottimo modo per essere licenziati.
Girai a destra e mi fermai ad un semaforo rosso, strofinandomi gli occhi e sbadigliando.
Dal canto mio, la sveglia era impostata sempre troppo presto.
"Se non ci fossi io tu saresti un grassone pigro e viziato." Era il mantra con cui la mia fidanzata amava canzonarmi ogni qual volta si ritrovava a dormire da me, prima di darmi un bacio e sistematicamente spingermi fuori dalla porta di casa verso la macchina.
Che personcina adorabile.
L'avevo conosciuta non appena ero arrivato a New York, durante il periodo in cui lavoravo come il cameriere in un locale di periferia.
Una di quelle bettole dove i turisti si fermavano soltanto se disperati. Con i banconi sporchi e inutilizzati, i tavoli graffiati e resti di cibo qua e là. I dirigenti erano una coppia strampalata e male assortita. Ero sempre stato convinto che se avessero utilizzato il tempo e le energie che sprecavano a litigare, per prendersi cura del bar, a quell'ora sarebbero stati ricchi sfondati e con un locale da fare invidia al Cesar Palace. L'unica cosa che funzionava lì dentro era.... bhe, assolutamente nulla.
Ma all'epoca io ero negato con l'inglese. Avevo bisogno di soldi per l'affitto e Astoria, questo era il nome della mia attuale ragazza, era molto più paziente con me rispetto ai proprietari del locale.
In meno di un mese fui licenziato, ma lei era oramai diventata la mia professoressa personale.
Se ora pensavo alla nostra relazione, ancora non capivo bene quando fossimo passati dall'insegnamento all'amore.
Forse perchè non riuscivo ancora a ritenermi innamorato di lei.
O semplicemente perchè io e lei non avevamo nemmeno una relazione, ci divertivamo soltanto a giocare a fare i grandi... la coppia perfetta.
Il semaforo scattò verde e subito premetti sull'acceleratore, ma nemmeno un attimo dopo stavo già frenando bruscamente.
Un ragazzo agitò le mani in segno di scuse e si avvicinò velocemente al finestrino, mentre io mi mantenevo la fronte che avevo appena sbattuto sul parabrezza.
-Mi dispiace... Davvero... Ma è il mio primo giorno di lavoro... io devo... sono davvero di fretta.- Disse tutto d'un fiato.
Aveva un paio di jeans attillati neri, un giubbino di pelle dello stesso colore ed un paio di scarpe da ginnastica. In mano aveva solo un cellulare che di sfuggita mi sembrò mostrare la schermata del navigatore.
-Capisco.- Gli feci l'occhiolino.
-Sono Draco.- Sorrise imbarazzato, portandosi dietro l'orecchio il ciuffo biondo.
Annuii guardando i suoi occhi grigi.
-Harry-
Draco arrossì ancora di più. Dovevo ammettere che era davvero carino.
Passò qualche secondo in cui ci fissammo, come in cerca di qualcosa.
-Non eri di fretta, Draco?- Ridacchiai.

I clacson delle auto dietro di me cominciarono a suonare e Draco parve risvegliarsi all'improvviso.
La sua faccia da rossa divenne pallida mentre dava uno sguardo veloce all'orologio e agitando la mano come a volermi salutare, scappava via.
Io scossi la testa guardandolo allontanarsi, o meglio, guardando il suo sedere ondeggiare mentre andava via.
-Idiota, concentrati. Sei in ritardo anche tu.- Mi sgridai da solo, poi, prima che qualcuno mi tamponasse la macchina, ripartii.
Mi ci vollero cinque minuti, prima di parcheggiare in perfetto orario davanti al locale nel quale lavoravo. In confronto al mio primo lavoro Newyorkese, avevo fatto decisamente un salto di qualità.
Ora, infatti, lavoravo in un locale notturno nel cuore di New York. Ero uno degli unici barman, così mi toccava lavorare per circa dodici ore, ma la paga era buona e non mi potevo di certo lamentare. Per avere 23 anni ed essere uno straniero, ero fottutamente fortunato.
-Giorno a tutti!- Mi chiusi la porta alle spalle, avviandomi verso uno dei tavoli dove di solito si tenevano le riunioni dello staff prima dell'apertura.
-Buongiorno? Sei serio Harry? Sono le tre del pomeriggio... Ti prego non dirmi che ti sei appena svegliato.- Blaise guardò l'orologio da polso, fingendosi sconvolto. Io alzai gli occhi al cielo.
-C'è qualcuno che si fa il culo qui, Blaise. Ti ricordo che Harry ieri ha fatto chiusura.- Ginny entrò ancheggiando sensuale, rivolgendomi uno dei suoi occhiolini provocanti, difendendomi dalle accuse del mio amico, io le sorrisi malizioso andandomi a sedere accanto agli altri ragazzi.
-Qualcuno ha visto Tom?- Luna si guardò intorno, come cercandolo, muovendo su e giù quelle sue ciglia lunghissime, troppo finte per i miei gusti.
Se ne stava lì con i suoi capelli biondi, abboccolati come quelli di una bambola, la faccia truccata e il vestitino succinto. Non avrei saputo se fosse più giusto definirla sexy o squallida.
-Ha detto che aveva una cosa da sbrigare prima di venire qui...-
Bella, la fortunata ragazza che quel mese frequentava il capo, uscì dal suo ufficio, masticando rumorosamente una gomma tra i denti. Restammo tutti in silenzio, mentre il rumore dei suoi tacchi alti rimbombava nella stanza.
Spostai i capelli dietro le orecchie, trattenendomi dal commentare.
Quando Tom arrivava in ritardo c'era soltanto una spiegazione. Guai in vista.
-Chi manca oltre lui?- Chiesi, cercando di evitare di guardare nella direzione di Bella.
Nessuno di noi la sopportava: era la più antipatica delle conquiste di Tom. Eravamo abituati ad avere intorno ragazze alla mano: spogliarelliste, donne di strada, ragazzine sfacciate... lei, però, non pareva averci nulla a che fare. Aveva all'incirca trent'anni, non aveva peli sulla lingua e l'unica cosa che sapeva fare, era starsene seduta dietro alla cassa, con gli occhi di chi ti sta giudicando anche per l'aria che respiri. Tutti noi eravamo certi che il capo l'avesse scelta non tanto per il suo carattere, ma bensì per il suo fisico perfetto.
- Credo manchino soltanto le gemelle e il Dj, che dovrebbe arrivare mezz'ora prima dell'apertura.- Luna guardò il cellulare, approfittando del momento libero.
Annuii.
Le luci del palco e del piano bar erano ancora spente, ma si riusciva a vedere con chiarezza il grande ambiente che andava a formare la pista da ballo, i cubi e le porte sul fondo che portavano ai bagni e allo studio del capo. La porta dietro al bancone che portava al settore dedicato ai dipendenti era socchiusa, e la luce all'interno era accesa.
-Luna, sul serio! Quante volte devo dirti di spegnere la luce quando esci dallo spogliatoio.-Urlai, facendo sobbalzare metà dei presenti. Ginny scoppiò a ridere mentre l'amica metteva il muso.
-Andiamo Harry... lo sai che ho paura di cadere se è buio.- Si lamentò fingendo di cominciare a piangere. Io agitai la mano in aria, con sufficienza.
Alla fin fine non ero di certo io a dover pagare le bollette a fine mese, e poi lo spogliatoio era l'unico luogo che Tom ci aveva permesso di utilizzare e modificare a nostro piacimento. Ovviamente ad utilizzarlo maggiormente erano le ragazze, che con gli spettacoli avevano bisogno di cambiarsi, così avevano messo specchi e mensole ovunque e le avevano riempite con una marea di trucchi, spazzole e altri accessori. A noi poveri uomini era toccato un lato vuoto e malconcio del grande stanzone.
-Allora uomo, dimmi un po'...Come vanno le cose con Storia?- Luna si avvicinò a me e si sedette sul tavolino per starmi di fronte.
-Il solito.- Scossi la testa, infastidito.
-Salutala tanto da parte mia.- Lei sorrise lasciva, accarezzandomi con dolcezza la spalla.
-Non credo che lei sappia nemmeno chi tu sia.- La guardai male, ma lei come sempre fece finta di nulla, ridacchiando falsamente, come se io avessi fatto la battuta più bella del secolo.
-E' qui la festa?- Due voci squillanti riempirono la stanza, accompagnate dalle gemelle che saltellavano allegre nella stanza, interrompendo il momento imbarazzante che stavo vivendo.
Sapevo che Luna non perdeva attimo per provarci con me, ma a volte era esasperante. Non era lei che volevo, e anche se alle volte mi rendevo conto di non aver voglia di stare nemmeno con Astoria, questo non le dava il diritto di starmi attaccata come una piattola.
-Guarda un po' chi si vede, le mie sorelline preferite.- Sorrisi, salutandole con un cenno del capo, per poi sprofondare ancora di più nella poltrona. Luna si allontanò, mettendosi più comoda sul tavolo, con le gambe accavallate.
Calì e Padma lanciarono i borsoni a terra, correndo ad abbracciare Luna e Ginny, che quasi caddero a terra, trascinandosi dietro anche Bella, che si scansò schifata giusto in tempo.
Scoppiammo tutti a ridere. La felicità, però, non durò che un breve istante, interrotta bruscamente dal rumore della porta, che si apriva per l'ennesima volta, avvisandoci dell'arrivo di Tom. Abbaiò qualche rimprovero generico, fulminando con lo sguardo le quattro ragazze che ancora mezze abbracciate, si affrettarono a ricomporsi, sedendosi ai propri posti. Padma si aggiustò i capelli neri dietro le orecchie scambiandosi uno sguardo frustrato con la sorella e facendo incontrare i suoi occhi -che quella sera erano di uno strano lilla scuro- con quelli marroni di Ginny.
-Dov'è quello nuovo?- Tom si andò a sedere, accendendosi una sigaretta, così Bella si sedette di rimando sulle sue gambe. -In ritardo il primo giorno... dovrei licenziarlo.-
Non fece neppure in tempo a finire la frase che la porta sbattè violentemente, e un ragazzo dall'aria affannata ci guardò a metà tra lo spaventato e confuso. Sembrava sul punto di vomitare.
-Oh ecco qui il nostro ritardatario. Salvo per un pelo.- Borbottò ironico, facendogli cenno di avvicinarsi. -Dunque, sarò breve e coinciso ragazzi. Date il massimo e non fatemi incazzare. Sono già abbastanza indaffarato a risolvere i miei problemi, non aggiungetene degli altri.- Ottimo. Solita routine per quella sera.
Mi voltai nuovamente verso l'ultimo arrivato, notando stesse guardando proprio me. I miei occhi si immersero nei suoi grigi e per poco non mi cadde la mascella a terra.
-Harry, voglio che per stasera insegni a questo novellino come tenersi stretto il lavoro.-
Tom fece un tiro dalla sua sigaretta, senza nemmeno guardarmi. Io annuii, incapace di fare altro. Draco, perché di certo era lui il biondino che mi guardava spaesato, si strinse nelle spalle, come a chiedermi scusa per l'incombenza.
-E tu, ritardatario... comprati un orologio.- Draco annuì. -E se riesci ad arrivare a domani, andrai con le ragazze. Ti diranno loro cosa fare.- Continuò allora, il capo.
Con le ragazze? Oddio, se stava con le ragazze significava che....
-Voglio precisare una cosa. Solo perchè sei l'unico spogliarellista maschio, non significa che mi farò scrupoli a mandarti a casa. Al prossimo ritardo ti lascio con il culo per terra.-
Lui annuì convulsamente e non potei fare a meno di ridacchiare per il timore e la paura che percepivo nei suoi occhi.
-Bene. Voglio tutto perfetto per le nove. Per ogni cosa rivolgetevi a Harry.-
Tom buttò la sigaretta sul pavimento e alzandosi la schiacciò con la punta del piede prima di guardare i ragazzi uno ad uno per poi soffermarsi su di me, sorridendomi leggermente. Io ghignai, ricambiando il suo sguardo d'intesa. Ero stato il suo primo dipendente, e ora ero arrivato ad essere la sua spalla destra. Quando lui mancava, ero io a tenere le redini.
-Fate i bravi, ragazzi.- Fece pragmatico, prima di appoggiare una mano sulla spalla di Bella, ed uscire con calma dal locale.
Ci fu il solito sospiro di sollievo generale.
-Scusate... non per essere indiscreto...ma posso chiedere cos'è appena successo?- Draco spezzò il silenzio, facendo ridere quasi tutti quelli che erano all'ascolto.
Io mi alzai e gli altri fecero lo stesso.
-Prima lezione, Draco.- Marcai il suo nome con malizia. -Non fare domande. Qui eseguiamo solo gli ordini e incassiamo le somme.- Sussurrai nel suo orecchio, per poi ridacchiare.
Luna lo fulminò con lo sguardo, gelosa.
-Allora. Presumo tu ricordi il mio nome, quindi passo a presentarti gli altri. Lui è Blaise, è un barman come me, stagli lontano, ama prendere tutti per il culo.- Il diretto interessato fece un mezzo inchino, prima di allontanarsi dietro al bancone. -Lì abbiamo Sam e Rupert: camerieri... tipi simpatici se impari a conoscerli.- Draco strinse la mano ad entrambi. -E poi, le nostre vip: Ginny, Padma, Calì e Luna, come avrai potuto immaginare, loro sono le nostre spogliarelliste, ma alternano gli spettacoli con il servizio ai tavoli, la stessa cosa che farai tu.-
-Dovrò servire ai tavoli?-
-Questo ti crea dei problemi?- Mi allontanai da lui e lo guardai con un sopracciglio alzato in attesa di risposta.
-No, no... davvero.- Ricambiò lo sguardo, mezzo impaurito.
Sospirai. Era davvero uno spogliarellista?
Cacciai dalla testa le immagini di lui che si spogliava sul palco e mi voltai verso i miei amici.
-Mettiamoci a lavoro. Porto Draco a vedere il resto.- Dissi in tono di sufficienza. Tutti annuirono e pian piano si spostarono verso le proprie postazioni.
-Sarà davvero una lunghissima nottata.-

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