Capitolo 3 -Lovely-
La musica era tanto alta da farmi chiedere come mai nessuno dei vicini si fosse ancora lamentato per tutto quel rumore.
-Diciamo che questo quartiere non è il massimo della tranquillità... probabilmente i vicini sono qui ad ubriacarsi.- Theodore mi diede una pacca sulla spalla, lasciando la sua mano su di essa, mentre mi indirizzava verso l'ingresso.
C'era il doppio della gente che sarebbe potuta entrare nel raven, eppure dovevo ammettere che sapere di essere io per una volta quello a divertirsi, mi dava una sorta di tranquillità.
-Allora sei venuto!- Max ci scorse nella folla, correndo in direzione di Theo, che subito fece più forte la presa sulla mia spalla. Sorrisi.
Lei era esattamente come me l'aveva descritta: mora, occhi scuri, fisico invidiabile... esattamente agli antipodi di Draco.
Maledizione, lo stavo pensando di nuovo.
-Devi essere la padrona di casa...- Mi misi in mezzo io, senza che Theo avesse il tempo di rispondere. La ragazza annuì, un po' spaesata. -Dove possiamo prendere da bere?- Chiesi, allora.
-Oh, beh... in cucina.- Era chiaro fosse rimasta delusa dal mio atteggiamento, ma Theo mi aveva fatto una promessa, e non gli avrei lasciato nemmeno la tentazione di tradirla
-Scusalo, non esce molto di casa, ultimamente.- Lo sentii gridare, prima di seguirmi. -Non credi di essere stato un po' brusco?- Chiese poi. Io presi una bottiglia di gin, improvvisando un gin lemon al volo, poi ne passai uno a Theo.
-Non avevi detto di volerla evitare?- Mi strinsi nelle spalle.
-È pur sempre la padrona di casa. Se non ci avesse invitati non potremmo bere gratis.- Anche quello poteva essere vero, ma scommettevo ci fosse dell'altro sotto.
-Sicuro che lei non ti piaccia?-
Theo arrossì di colpo, mandando giù quasi metà del bicchiere.
-Beccato.-
-Scopa da Dio, amico.- Si giustificò.
-Non sempre è tutta una questione di sesso.-
-Quando non c'è amore, lo è eccome.-
Theo si guardava intorno, agitato, quasi temesse che Max rispuntasse fuori dal nulla, come un folletto della casa. O forse, in realtà, ci sperava.
-Va' da lei, avanti.- Lo spinsi verso la porta.
-Cosa?-
-Ho detto va' da lei.- Urlai, in modo che mi sentisse con chiarezza.
-Ma ti ho promesso...-
-Lo so, ma non voglio averti intorno con quella faccia da arrapato. Spaventi le ragazze.- Sorrisi.
Il suo volto si illuminò.
-Sei davvero un amico.- Prese un altro bicchiere, non ben identificato, dal bancone, poi corse via. Decisi di farmi un giro, ma prima mi assicurai che il mio bicchiere fosse di nuovo pieno.
La casa era persino più grande di quanto avessi immaginato dall'esterno: ogni angolo era pieno di ragazzi e ragazze di tutte le età, che ballavano e si divertivano come fosse l'ultimo giorno della loro vita. Ero abituato a vederli, eppure in quel contesto mi sembravano ancor più sfrenati, senza limiti. Il salone era diventato una discoteca, al cui centro vi era una bolgia danzante che avrei evitato; il puzzo di alcool e sudore si percepiva anche da quella distanza.
La televisione a muro, accanto al camino, era accesa, permettendo ad alcuni ragazzi di giocare all'xbox, circondati da altri che urlavano scommesse.
-Ehi... Harry.- Una mano si posò sul mio fianco mentre io buttavo giù l'ennesimo sorso di roba di bassa qualità. Mi voltai, solo per incontrare due occhi grigi, grandi ed espressivi.
-Elea?-
-Non credevo ricordassi il mio nome.- Era arrossita, forse per l'imbarazzo, o per l'alcool. Pareva averne bevuto abbastanza da avere gli occhi lucidi, e il passo malfermo. Si manteneva a stento sui tacchi vertiginosi, che mettevano in risalto le sue gambe snelle. Per non parlare dei jeans stretti che le fasciavano le curve pronunciate, e quel top che lasciava poco all'immaginazione.
-Sono bravo con i nomi.- Le sorrisi.
Elea lavorava nel bar sotto il mio appartamento. Erano state poche le volte in cui ci eravamo scambiati qualche parola, ma erano bastate... una come lei non si dimenticava facilmente.
-Non sei con la tua ragazza?- Si affacciò dietro di me, cercandola con gli occhi.
-No, niente ragazza.- Non serviva raccontare tutto quello che era successo. -Stasera ho solo voglia di divertirmi.- In un impeto di coraggio, la afferrai per la vita, attirandola a me.
Con quei suoi occhi così chiari da sembrare argentei, le labbra carnose e i denti perfetti. Aveva un piercing sul labbro e i capelli tanto scuri da confondersi con il buio. Era un demone tentatore, un angelo caduto che aveva mantenuto la sua bellezza divina.
-Non credevo fossi tanto spudorato.- Mi prese in giro, senza però allontanarsi.
-La cosa non ti piace?- La provocai, avvicinandomi ancor di più, in modo che il suo seno si scontrasse con il mio petto. Anche con i tacchi, rimaneva più bassa di me. Sentivo il suo fiato nell'incavo del mio collo.
-La cosa mi piace da morire.- Ammise. -Andiamo a ballare.-
Leggevo nei suoi occhi il desiderio, mentre tentava di placarlo, mordendosi leggermente le labbra rosee. Lasciai che mi prendesse per mano, trascinandomi in pista.
L'alcool che avevo nel sangue non era abbastanza da rendermi ubriaco o da farmi sentire scombussolato, ma bastò a rendermi sciolto in mezzo alla pista.
-Ti muovi bene.- Elea si strusciò sul mio corpo, facendomi sospirare.
-Aspetta che mi muova sul serio.-
Non fu difficile lanciarmi sulle sue labbra, baciandola con foga. Il sapore del suo drink dolciastro si unì all'amaro del mio.
-Che ne dici di andare in un posto più tranquillo e dimostrarmelo?-
-Non credevo fossi tanto spudorata.- Riutilizzai le sue parole.
-A volte bisogna sfruttare le occasioni che la vita ti dona.- Ero fottutamente d'accordo con lei. -Vieni.- Mi prese nuovamente per mano, questa volta dirigendosi fuori dalla calca, verso le scale. -Sai almeno dove stiamo andando?- Scoppiai a ridere, facendole alzare gli occhi al cielo.
-Max ed io siamo amiche, non preoccuparti.- Riuscì a mala pena ad aprire la porta, dato che le sue labbra erano incollate alle mie, ma alla fine riuscimmo nell'impresa. Con un calcio chiusi la porta alle mie spalle e girai la chiave nella toppa. Tolsi la felpa e spinsi Elea verso il letto, illuminato da una lampada sul comodino. Lei cadde su di esso, arretrando, per lasciarmi lo spazio necessario per raggiungerla. Solo allora, ribaltò le posizioni, salendo cavalcioni sul mio petto, baciandomelo.
L'unico rumore era quello dei nostri respiri irregolari... almeno fino a quando un altro rumore, ritmico e fastidioso, non cominciò a propagarsi nella stanza, andando a sopprimere i nostri ansiti. Aggrottai le sopracciglia, non capendone la provenienza.
-Maledizione.- Elea si staccò da me, tirando fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni, con aria minacciosa.
-Non rispondere.- Tentai di riportarla a concentrarsi su di me, ma non parve farci caso.
-Maledizione.- Ripeté, invece. Poi, con un autocontrollo che non pareva aver avuto fino ad allora, si alzò e rispose alla chiamata.
-E' successo qualcosa? Stai bene?- Fece brusca, e allo stesso tempo dolce. Ci fu un mormorio dall'altro lato del ricevitore, poi Elea scosse la testa, divertita.
-Davvero, sei un coglione.- Fece cenno verso di me, come a scusarsi. -Mi devi una scopata, fratellino.-
Mi alzai e andai a recuperare la mia felpa, rimettendomela con calma, mentre lei chiudeva definitivamente la conversazione.
Addio, divertimento. Grazie, Fratellino.
-Non sapevo avessi un fratello.- Lei rise di gusto.
-Ci sono tante cose che non sappiamo l'uno dell'altra.- Si strinse nelle spalle, andandosi a dare un'occhiata allo specchio, pettinandosi i capelli con le dita.
-Tipo il fatto che hai un fratello. Che ha appena rovinato la mia serata.- Ironizzai.
-Ha qualche anno in meno di me. Non ci vedevamo da quando mi sono trasferita in città, ma adesso lui ha finito gli studi, e i miei lo hanno mandato a vivere da me per un po'. Sono convinti che questa sia una buona occasione per farlo maturare.- Sorrisi.
-Dovremmo conoscerci meglio, sai?- Feci pragmatico. -Intendo fuori dal letto.- Non sarebbe stato male avere una confidente in più, i miei problemi erano così tanti... e gli amici così pochi. Elea annuì.
-Mi spiace averti lasciato in bianco stasera, ma se non vado a prendere quel coglione, rimarrà a piedi e non mi fido a lasciarlo in giro da solo a notte fonda...- Fece il musetto, come un bambina capricciosa.
-Tranquilla. Lo capisco.- Forse era così che doveva andare...
-Domani passa dal bar, ti offro la colazione.-
-Certo, perché no.-
Non feci neppure in tempo ad uscire dalla camera, ormai senza più un motivo valido per rimanere, che Max mi corse incontro, come una furia.
-Sei tu Harry, non è vero?- Non risposi. -Sei tu quello che ha accompagnato Theo, no?- Sembrava stesse per perdere la pazienza, così annuii. -Dovresti venire a prendere quello stronzo. Pare che abbia bevuto troppo.- Guardai l'orologio, non era passata che un'ora. Possibile si fosse ridotto così male in così poco tempo?
-Fantastico. Ti seguo.-
Max mi portò nuovamente al piano di sotto, dove trovai Theodore a testa in giù sul divano. Aveva i piedi appoggiati allo schienale, e la testa che penzolava verso il pavimento, sfidando la gravità. Biascicava e rideva, commentando tutto quello che riusciva a vedere da quella sua bizzarra angolazione.
Mi accucciai verso di lui, guardandolo.
Aveva ancora il bicchiere semi-vuoto tra le mani.
-Credo che possa bastare per oggi.- Glielo tolsi, appoggiandolo a terra.
-Ohhh noooo...- Era chiaro che stesse tentando di ribellarsi, ma tutto quello che riuscì a fare, fu agitare leggermente i piedi, come se stesse cercando di sbatterli a terra, capriccioso.
-Ha solo bevuto?- Max era ancora accanto a me, e scosse la testa, alzando le mani al cielo.
-Non lo so. Ha bevuto un paio di bicchieri di quella roba, poi ha iniziato a comportarsi così.-
Aggrottai le sopracciglia... Theo reggeva l'alcool molto più di così...
Ripresi il bicchiere, annusandolo. L'odore mi diede alla testa, era fortissimo.
Provai a prenderne un sorso, sputandolo subito dopo, sconvolto.
-Questo non è un drink. Questo è Everclear.- C'erano un motivo per cui veniva chiamato la morte liquida ed era stato proibito in nove stati. Aveva una gradazione alcolica di 95°, ed era impossibile da bere assoluto.
-Chi cazzo ha portato una cosa del genere ad una festa?- Non riuscivo davvero ad immaginare chi avesse potuto avere un'idea del genere. Era assurdo anche solo pensarci.
-Non so nemmeno di cosa tu stia parlando.- Max si rannicchiò su se stessa, chiaramente in colpa per quello che stava succedendo.
Theo, intanto, sembrava sempre meno presente, mentre si lamentava di avere la testa troppo leggera e lo stomaco scombussolato.
-Devo riportarlo a casa.- Certo, era esattamente quello che andava fatto. Ma come? Non mi sembrava che Theo fosse in grado di collaborare.
-Ehi... ti serve una mano?- Mi voltai. Un ragazzo dai lunghi capelli neri, mi fissava. Nei suoi occhi pece era percepibile la confusione, quasi come se stesse interrogando se stesso sul motivo per il quale si era proposto di aiutarmi. Stetti per dirgli che non ero interessato alla sua offerta, ma proprio in quel momento, Theo cominciò a tossire, supplicando che lo aiutassimo a rimetterlo in piedi. Era chiaro che stesse per vomitare.
-Prendilo da quel lato.- Afferrai il mio amico per la spalla, rimettendolo seduto, poi feci cenno all'altro ragazzo di alzarlo. -Portiamolo fuori.- Lui non batté ciglio. Fece semplicemente ciò che chiedevo.
-Max, scopri chi diavolo ha portato quella roba qui dentro ed evita di farla bere ad altri. Potresti finire in guai veramente seri.- Mi fermai, giusto il tempo per avvisarla.
Lei annuì, sconvolta.
-Muoviamoci. Non credo che il tuo amico possa resistere ancora a lungo.-
In effetti Theo pareva essere sempre più cereo.
Balbettava una filastrocca per bambini, provando a non sbattere i denti, a causa del freddo.
Dovette notarlo anche il ragazzo, perché si bloccò, e togliendosi la giacca dalle spalle, gliela mise addosso, provando a scaldarlo.
-La macchina è da quella parte.- Mi mossi più in fretta, trascinando il peso morto di Theo con più forza di quanta ne servisse.
-Si riduce spesso in questo stato?- Lo sconosciuto mi lanciò un'occhiata assassina, alla quale io risposi con altrettanta violenza, strattonando il mio amico un po' più vicino a me.
-In realtà regge piuttosto bene l'alcool.- Mi limitai a dire.
-Oh-
-Ehi Harry.- Theo sorrise stupidamente. -Chi è questo figo che mi sta portando in braccio?- Rivolse una lunga occhiata allo sconosciuto, per poi tornare a guardare me, continuando a ridere. Alzai gli occhi al cielo.
-Sarebbe inutile presentarmi, tanto domani non ricorderai niente.- Il diretto interessato sorrise, ma fu un sorriso triste, quasi sconsolato. Theo si imbronciò.
-Non puoi contraddire l'ubriaco.- Biascicò. Stette per dire altro, ma non appena aprì la bocca per parlare, cominciò a vomitare. Mi scansai giusto in tempo per evitare che lo facesse sulle mie scarpe.
-Dio Santo, stai veramente di merda.-
Il ragazzo accanto a me lo fece piegare, mantenendogli la fronte per evitare che si sbilanciasse verso terra.
Se non ne fossi stato certo, avrei quasi pensato che fosse lui il vero amico, e non io.
-Dovrebbero esserci delle buste in macchina. Siamo quasi arrivati.-
L'auto era parcheggiata a qualche passo da noi.
-Ho fame.- Theo si asciugò le labbra con la manica. Quella dello sconosciuto, che però non disse nulla. Era troppo preso a preoccuparsi per il mio amico. Ormai me lo aveva tolto dalle mani, mantenendolo interamente con le sue forze. Ne approfittai per tirare fuori le chiavi di riserva della macchina, e andare ad aprirla.
-Non credo sia il caso di farlo mettere dietro... è meglio che lo tenga d'occhio.- Aprii lo sportello anteriore del passeggero, ma lo sconosciuto scosse la testa.
-Tranquillo, mi metto io dietro con lui.- Con una mano lo sorresse, con l'altra aprì lo sportello posteriore.
-Perché ci tieni tanto a dare una mano?- Non aveva fottutamente senso.
-Gli devo un favore.- Si strinse nelle spalle.
-Non mi dirai di cosa si tratta, non è vero?- Cantilenai. Lui mi sorrise, questa volta davvero. -Almeno dimmi come ti chiami.- Provai. Theo aveva chiuso gli occhi, come se vomitare lo avesse reso più tranquillo.
-Sono Adhane.-
La sveglia la mattina dopo, non suonò.
Il mio cellulare era ancora a pezzi sulla mensola del corridoio, probabilmente pieno di messaggi da parte di Astoria.
Aprii un'occhio,disturbato da un raggio di sole dritto sulla faccia e scrutai assonnato l'orologio sul comodino. Erano le dodici e mezza.
Cazzo. Avevo promesso a Tom di passare al locale. Buttai via le coperte e corsi verso il telefono, ricomponendolo e premendo convulsamente sul tasto di accensione.
L'arrivo di una quantità innumerevole di messaggi, non appena lo schermo prese vita, mi fece venire l'immediato desiderio di spegnere nuovamente quello stupido aggeggio, ma mi costrinsi a non farlo. mentre cercavo tra la miriade di SMS quello che cercavo.
Ricordati di passare al locale.
13:40...
Porta del cibo, potresti averne bisogno.
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