Capitolo 4. Rescue
Tornai a casa verso le sei di sera. Il cielo era ancora grigio cenere e sembrava che si stesse preparando a piovere. Quando arrivai di fronte casa, trovai ancora la macchina di mio padre parcheggiata nel vialetto e dalla finestra della cucina, potevo vedere le sagome dei miei genitori che stavano ancora discutendo.
Nessuno poteva immaginare quanto odiassi vederli litigare. Se dovevo pensare, che solo fino ad un anno fa eravamo una famiglia perfetta, mi chiedo quale sia stata la causa della loro rottura...
Girai la chiave nella porta ed entrai.
«Mamma! Sono tornata a casa!» dissi, appoggiando per un momento le pesanti sporte della spesa all'ingresso. Mi tolsi le scarpe da ginnastica e le riposi nella scarpiera.
«Non può andare avanti in questo modo, io chiederò il divorzio!» urlò mia madre dalla cucina.
«Fa quel che cazzo ti pare!» sbottò mio padre, poi lo vidi uscire dalla cucina e avvicinarsi all'ingresso, dove mi trovavo io.
Mi irrigidì all'istante. Mio padre mi passò di fianco, senza farmi o senza dirmi nulla. Se ne andò via sbattendo la porta di casa e lo vidi salire in macchina, e andarsene.
Mia mamma stava piangendo in cucina, allora andai da lei.
«Mamma, stai bene...? » dissi, non sapendo proprio da dove cominciare o come muovermi. Lei sollevò la testa, col volto rigato dalle lacrime e mi chiese di lasciarla sola. E così ho fatto. In ogni caso, non le sarei stata di gran aiuto e non avrei saputo cosa fare.
Lasciai le buste della spesa all'ingresso, prendendo con me solo la borsa e il regalo per Timmy, poi me ne andai in camera mia.
Accesi il computer e mi collegai a Skype. Karen non era on-line, ma aveva lasciato un messaggio per me.
Ehi, bella amica che sei!
Ieri sera ho aspettato fino a l'una che ti collegassi.
Il Cern mi è piaciuto, però qui ormai non c'è più nulla da vedere. Forse, il prossimo venerdì torniamo a casa.
Tu che cosa hai combinato nel frattempo?
Scrivimi presto,
~ Karen.
Iniziai a scrivere tutto quello che mi era capitato la sera prima, dal momento in cui mi ero svegliata fino a quando non ero svenuta nel bosco e il tizio con le accette non mi aveva riportata a casa. Rilessi tutto il messaggio prima di spedirlo, ma... suonava così surreale che persino Karen, pur essendo la mia migliore amica, mi avrebbe dato della svitata. Sbuffai, mentre cancellavo tutto il messaggio. Le scrissi che le cose stavano andando come al solito e che i miei genitori avevano litigato. La solita solfa... già... la solita vita di merda.
Aprii una pagina su Google e ripresi le mie ricerche.
Tornai su quel sito in cui avevo letto quella strana parola: «Creepypasta». Dopo qualche minuto, appresi che si trattavano di storie inventate da utenti anonimi per suscitare un senso di agoscia nel lettore. - Tutto qui? - mi domandai.
Tornai sulla pagina principale e digitai, oltre alla parola Creepypasta, anche 'storie vere' e cliccai su 'cerca'. Ovviamente, non mi sarei mai aspettata di trovare qualcosa, ma dovevo ammettere di essere rimasta sconvolta dalla moltitudine di pagine che avevo trovato. Per lo più, erano discussioni su dei forum in cui diversi utenti riportavano le proprie esperienze personali, ma nessuno parlava di un tizio con gli occhiali arancioni e le accette. Poi, trovai dei video su YouTube di utenti che dicevano di aver avuto contatti con personaggi delle Creepypasta. Un nome che ricorreva spesso era... Slenderman.
Non sapevo neanche che cosa significasse. Provai a fare copia e incolla della parola e a inserirla nel browser per vedere che cosa mi sarebbe saltato fuori tra le immagini. Le foto che trovai, mi fecero gelare il sangue nelle vene.
Niente volto, una cravatta rossa, vestito di nero, molto alto.
Tutto coincideva con la descrizione di Timmy dell'uomo nero e coincideva anche con la mia, con la creatura che avevo sognato l'altra notte.
Chiusi tutte le finestre aperte su Internet e spensi in fretta in pc. Poi, mi infilai il pigiama e andai a dormire.
«Non è reale... non è reale... » continuai a bisbigliare sottovoce, nascondendo la testa sotto le coperte e cercando di addormentarmi.
Quella notte, non riuscii a riposare bene.
Un po' per la paura e un po' perché mi sentivo osservata. Più volte avevo lanciato un'occhiata fugace alla finestra per controllare se qualcosa mi stava guardando, ma non avevo visto niente.
Nella mia testa, continuavo a pensare a quell'inquetante volto e al messaggio scritto su quella pagina ingiallita - "BEWARE".
Adesso capivo da chi dovevo stare attenta...
Alle sette di mattina mi alzai dal letto e scesi di sotto a fare colazione.
Trovai un biglietto attaccato al frigo, su cui era stato scritto: "Scusami tesoro, dopo il lavoro devo passare dall'avvocato e tornerò più tardi del solito. Ci vediamo stasera, mamma."
Sbuffai. Proprio nel momento in cui avevo bisogno della compagnia di qualcuno, tutti si erano dileguati nel nulla.
Presi la mia ciotola e ci versai dentro latte e cereali, poi andai a fare colazione davanti alla tv. Quando la accesi, stavano dando il notiziario e parlavano dello strano fenomeno che stava facendo impazzire tutte le radio della regione. Sembrava che delle cacchio di onde elettromagnetiche stessero creando interferenze con tutte le stazioni radio. La gente del posto si lamentava con i giornalisti di non poter più ascoltare la radio.
- Pppf! Così la gente imparerà a usare i lettori cd. - pensai, cambiando canale. Passai da un canale all'altro, notando che in tutti i telegiornali stavano dando la stessa notizia. Alla fine, riuscii a trovare un canale su cui stava andando in onda Spongebob.
Sulle nove di mattina, quando ero ancora davanti alla tv a guardare i cartoni animati su Nickelodeon, il telefono di casa squillò. Alzai la cornetta e risposi.
«Pronto?»
Dall'altra parte non sentii alcuna voce. Rimasi un po' in attesa, finché non udii una specie di ronzio. Sembrava il rumore di una tv che veniva lasciata sullo statico.
«Pronto!?» ripetei, e questa volta, oltre al ronzio, riuscii a sentire una voce ovattata.
«Non la sento bene, provi a richiamare in un altro momento.» dissi, poi buttai giù la cornetta leggermente turbata. Tornai a sedermi sul divano, quando il mio cellulare iniziò a squillare.
- Merda, l'ho lasciato di sopra... - pensai scocciata, iniziando a salire le scale per andare in camera mia. Quando entrai nella mia stanza trovai la finestra spalancata. Questa volta, però, non mi allarmai. Fuori stava tirando vento e la mia vecchia finestra, poteva essersi spalancata a causa di questo motivo o almeno, io così speravo...
La richiusi, prima di afferrare il telefono che avevo lasciato sulla mensola e rispondere.
«Pronto?»
«Ciao Jenny, sono Rupert.» disse il padre di Timmy trafelato «Senti, volevo sapere se Timmy è da te.» domandò.
«No...» risposi «Perché? È successo qualcosa?»
«Non riusciamo più a trovarlo!»
«Avete guardato in giardino o dai vicini?»
«Stiamo setacciando il quartiere, ma ancora non lo troviamo.»
«Vengo ad aiutarvi!»
«Grazie.»
Riattaccai il telefono e corsi a vestirmi. Indossai le prime cose che mi capitarono sotto mano dall'armadio e presi la mia borsa a forma di gatto, poi mi precipitai di volata giù per le scale e uscii di casa.
Corsi più veloce che potei fino alla casa di Timmy e trovai i suoi genitori per strada, che stavano chiamando a squarciagola loro figlio.
«Jenny! Grazie di essere venuta!» disse Stacy, non appena mi vide.
«Dove non avete ancora cercato?» domandai svelta.
«I vicini stanno finendo di setacciare il quartiere e in tanto stanno avvisando tutti di chiamarci se qualcuno lo ritrova. Forse, è il caso che andiamo a controllare anche nei boschi qui attorno.»
«Dovremo dividerci... » Stacy mi guardò con gli occhi gonfi dalle lacrime e Rupert annuì. C'erano almeno una dozzina di sentieri che si districavano nei boschi e avremmo impiegato il doppio del tempo se fossimo andati in gruppo.
«Io inizierò dal sentiero dietro casa mia e poi proseguirò verso ovest.» dissi, dopodichè iniziai ad avviarmi, quando sentii una mano sulla spalla frenarmi.
«Hai ragione Jenny, ma tu sei ancora minorenne e non posso permettermi che ti succeda qualcosa. Verrò con te.» disse Rupert.
«Io andrò a cercare dalla parte opposta.» disse Stacy, iniziando ad avviarsi.
Non dissi nulla e in silenzio, io e il padre di Timmy, ci dirigemmo verso casa mia. In quel momento, sentii alcune lacrime iniziare a bruciarmi gli occhi. Ero in pensiero per lui e con tutto quello che avevo passato negli ultimi giorni, non potevo che sentirmi in tensione. E se fosse stato rapito? Magari dal mio stesso aggressore? No, non era possibile... lui mi aveva salvata ed ero sicura che fosse una persona buona. Perché mai avrebbe dovuto rapire un bambino di sette anni?
Timmy... mi resi conto in quel momento di quanto fosse stato importante per me. Avevamo giocato, cucinato, chiacchierato, scherzato e dormito insieme... dopo così tanto tempo trascorso insieme, non lo sentivo più come un estraneo, ma lo vedevo più come una sorta di fratellino piccolo. Qualcuno da proteggere, qualcuno a cui insegnare, qualcuno a cui voler bene.
Fu troppo tardi quando mi accorsi che stavo piangendo come una fontana e Rupert, lo aveva notato. Non disse nulla, semplicemente mi diede una pacca di incoraggiamento sulla spalla.
Superammo la staccionata di casa mia e ci avviammo lungo il sentiero che si inoltrava nel bosco per miglia e miglia, continuando a chiamare il suo nome a gran voce. Dopo quasi un'ora di cammino, oltrepassammo la baracca di legno e continuammo per altre due miglia, finché non arrivammo a un bivio. Non ero mai arrivata fino a questo punto.
«Penso che dovremo dividerci» suggerii a Rupert.
Lui ricambiò il mio sguardo e poi, sospirando, disse: «D'accordo, ma tra mezzora voglio che ci incontriamo di nuovo qui al bivio, per tornare indietro insieme».
Annuii e poi, ognuno scelse una strada e continuai da sola lungo il sentiero.
Evidentemente, avevo scelto il sentiero meno battuto, perché la vetegazione aveva strozzato la strada e numerose erbacce erano cresciute sul terreno. Continuai per diversi metri, finché non trovai delle impronte sul fango. Erano le impronte di una piccola scarpa da ginnastica.
Il mio cuore perse un battito. - Timmy! - pensai, continuando a camminare e cercando altre tracce. D'un tratto, affianco all'impronta del bambino, ne trovai un'altra, più grande della sua. Sembrava che Timmy avesse camminato nel bosco insieme a qualcuno. Il cuore prese a martellarmi nel petto e io, iniziai a correre, addentrandomi sempre di più in quella fitta vegetazione.
«Timmy!» gridai il suo nome, sperando di sentirmi rispondere dalla sua voce.
Sentii un frusciare di foglie. «Timmy!?» mi guardai intorno, ma non vidi nulla.
Ancora udii quel frusciare di foglie, poi, sentii una presenza alle mie spalle. Mi stavo quasi per voltare, quando due mani guantate mi afferrarono e una mi tappò la bocca. Cominciai subito a scalciare e a dimenarmi, ma sembrava più forte di me e non riuscivo a liberarmi da quella ferrea presa.
Fui trascinata fino a bordi del sentiero, dietro un albero.
«Ssssshhhh!» sibilò una voce al mio orecchio. Continuai a scalciare, cercando di liberarmi da quella presa.
«Sta t-tranquilla.» sentii una voce parlare vicino al mio orecchio. «Non urlare.» disse, poi allentò la presa su di me, permettendomi di liberarmi. Mi voltai di scatto e sgranai gli occhi, stupita, di trovarmi di fronte allo stesso ragazzo che mi aveva aggredita meno di due giorni fa, nel bosco.
Avrei voluto dire qualcosa, ma la voce mi era rimasta intrappolata tra le corde vocali. Poi, rabbrividì nell'istante in cui vidi le due accette, sporche di sangue rattrappito, ancorate alla cintura dei suoi jeans.
[Toby's P.O.V.]
Nei suoi occhi potevo leggere il terrore che aveva di me. La cosa mi urtava in qualche modo, perché non avevo la minima intenzione di farle del male. Beh, forse dovevo solo cambiare il mio approcio.
«Non ho intenzione di farti del male.» dissi in tono tranquillo e sollevando entrambe le mani. Si stava avvicinando troppo al nostro territorio di caccia e volevo solo riportarla indietro, in un posto più sicuro.
«Che cosa hai fatto a Timmy?» domandò con la voce spezzata dalle lacrime. Probabilmente, si stava riferendo a quel bambino...
Scossi con la testa per dire di 'no' e allo stesso tempo, un tic al collo mi tradii. Dannazione alla mia stupida sindrome di Tourette!
I suoi occhi verdi erano diventati blocchi di grigia cenere e qualche ciocca bionda le era sfuggita dalla coda in cui erano stati legati. Sembrava di avere la fotografia di Lyra di fronte agli occhi e questo, mi stava facendo tornare in mente tutti i belli e brutti ricordi del passato che avevo cercato di cancellare.
«N-non puoi stare qui». Dissi con voce più o meno decisa.
«Non posso andarmene... io devo trovarlo, capisci?» e detto questo, rimase davanti a me per qualche secondo, forse, aspettando che le dicessi qualcosa; ma quando si accorse che non avrei detto nulla, provò a superarmi.
Avanzò qualche passo, prima che io le bloccassi la strada col braccio.
«Non andare avanti». Questa volta, ero stato ancora più deciso.
«Devo trovarlo...» disse lei, quasi con un filo di voce «... lui è importante per me».
E mentre nella mia testa avevo iniziato a chiedermi perché quel moccioso fosse tanto importante per lei, avevo cominciato a sentire qualcosa lacerarmi dall'interno. Che cos'era? Che cosa mi stava succedendo?
- CROCK! -
Un tic nervoso mi fece scrocchiare il collo in una maniera inquietante, tanto che lei sobbalzò indietro per lo spavento. Mi afferrai la testa con entrambe le mani e feci di nuovo scrocchiare il collo dall'altra parte.
- CRACK! -
«Stai bene?» domandò lei.
«S-sì.» balbettai.
Poi, quando realizzai che mi aveva appena fatto una domanda che non mi sarei dovuto aspettare, men che meno da una persona che avevo tentato di uccidere, rimasi sorpreso e sentii ancora quella sensazione al petto.
La stessa che avevo provato l'ultima sera che avevo lasciato casa sua.
Era...
Nostalgia.
«Ti aiuterò». Dissi alla fine, anche se non mi stavo rendendo conto di quello che avevo appena detto.
Lei si illuminò quando le dissi così e... ormai, sentivo che non potevo più tornare indietro, anche se, sapevo bene che ci sarebbero state delle conseguenze e giuro, che l'ultima cosa che volevo, era coinvolgerla.
Sono stato un'incosciente.
[Jenny's P.O.V.]
Il ragazzo si voltò di spalle e iniziò a procedere lungo un sentiero immaginario, che ovviamente solo lui conosceva. Rimasimo in silenzio per diverso tempo e anche se non era il momento migliore per una conversazione, sentivo il bisogno di fargli qualche domanda, anche solo per allentare la tensione.
Alla fine, presi coraggio e mi buttai.
«Come ti chiami?». Chiesi, un po' incerta se mi avrebbe risposto o meno.
«Tobias, ma preferisco solo Toby».
Finalmente il ragazzo con le accette aveva un nome.
«Quanti anni hai?» Lui ci pensò un po' prima di darmi la risposta.
«Adesso... ne ho ventitre».
«Tu... non sei finlandese, vero?». Domandai, dal momento che avevo notato uno strano accento nella sua lingua.
«Sono americano».
«Parli molto bene la mia lingua, dove l'hai studiata?»
Passò ancora più tempo prima di darmi una risposta.
«L'ho studiata al college». Notai che ebbe una leggera contrazione alla spalla e mi diede come l'impressione che mi stesse nascondendo qualcosa.
Neanch'io davo molta confidenza agli estranei, ma non mi sembrava una domanda su cui ci fosse bisogno di mentire...
«E tu?» ribatté Toby, con mia sorpresa. Mi sentii cadere dalle nuvole.
«Io cosa?»
«Qual è il tuo nome? Quanti anni hai?»
«Oh! Jenny e ho diciassette anni».
In quel momento, lo stavo guardando in viso o quel poco di viso che potevo vedere, dato che il resto era coperto dalla maschera e dagli occhialetti arancioni. Mi sembrò di vederlo abozzare un sorriso.
Un attimo dopo, si fermò.
Alzai lo sguardo e notai che eravamo finiti davanti a una larga radura, al centro della quale, c'era qualcosa.
Socchiusi gli occhi per vedere meglio e smisi quasi di respirare, quando riconobbi il corpicino di Timmy sdraiato sull'erba umida.
«Timmy!». Gridai, mentre mi stavo precipitando rapidamente verso di lui.
Quando gli arrivai vicino, cercai subito di svegliarlo, ma non dava alcun segno. Allora, mi sincerai che fosse ancora vivo, appoggiando la testa al petto per sentire se respirava.
Il suo piccolo petto si alzava e abbassava a ritmi regolari e il suo cuore batteva veloce. Era vivo.
Lo presi in braccio e lo avvolsi nella mia felpa, perchè non prendesse freddo. Toby, nel frattempo, mi aveva raggiunta.
«Grazie Toby» dissi, sorridendogli, anche se lui non era del mio stesso animo, anzi, ora mi sembrava piuttosto agitato.
«Adesso vai... » si raccomandò «... non voltarti mai indietro e non tornare mai più qui.» dietro alle lenti arancioni, notai che ebbe un tic nervoso.
Annuii e mi rialzai, ma prima che potessi allontarmi, disse un'ultima cosa... qualcosa che mi spezzò.
«Jenny, non sei più al sicuro a Thur... appena ti è possibile, lascia il paese e allontanati».
Dall'inflessione della sua voce avevo capito che era piuttosto preoccupato, come se sapesse che qualcosa di brutto sarebbe potuto accadere di lì a poco.
Annuì e corsi via stringendo Timmy al petto, senza mai voltarmi indietro.
Quando tornai al bivio, Rupert mi stava già aspettando e spalancò gli occhi, quando vide chi stavo tenendo in braccio. La sua fu un'esplosione di gioia nel ritrovare suo figlio. Lo prese in braccio e gli schioccò un bacio sulla fronte.
«Dove l'hai trovato?» domandò, quando iniziammo a incamminarci verso casa.
«Dormiva in mezzo a una radura.» risposi. Ovviamente, avevo deciso di omettere il piccolo dettaglio che qualcuno mi aveva aiutata.
Avevo salvato Timmy e questa era l'unica cosa che mi importava al momento, ma... mi sentivo amareggiata dal fatto che avrei dovuto lasciare Thur e avevo paura che adesso, l'uomo senza volto mi avrebbe dato la caccia.
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