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Capitolo 3. Thank you

Non so cosa mi disse la testa in quel momento, ma, sicuramente dovevo essere diventata pazza, per aver deciso di scendere le scale a rotta di collo e precipitarmi in giardino.
Avevo lasciato le chiavi attaccate alla porta e la luce della mia stanza era rimasta accesa. Mi guardai intorno con circospezione, analizzando ogni metro quadrato di giardino che mi circondava.
«Ehi! C'è qualcuno!?» gridai.
Nessuno mi rispose. Un alito di vento gelido mi fece drizzare i peli sulla nuca. «Io... io ti volevo ringraziare.» dissi, continuando a guardarmi intorno. «Per non avermi uccisa e... per avermi riportata a casa sana e salva».
Nessuna risposta.
Sospirai. Forse stavo veramente diventando pazza... parlare da sola? Ma che cosa mi era saltato in testa? Pregai in silenzio che almeno i vicini di casa con mi avessero sentita o il giorno dopo, avrebbero iniziato a chiedere a mia madre se avevo qualche rotella fuori posto.
Rientrai in casa.

[Toby's P.O.V.]

Sentii la porta chiudersi dietro di lei e a quel punto, decisi che era il momento di andarmene. Uscii furtivamente dal mio nascondiglio dietro le siepi e scavalcai la recinzione, per poi avviarmi sul sentiero che si inoltrava nei boschi.
Iniziai a sentirmi strano. Mi portai una mano al petto e mi sembrò di avvertire di nuovo quel senso di "peso". Non sapevo esattamente che cos'era, ma... era qualcosa di fastidioso. In realtà, non volevo andarmene. Volevo restare.
Mi fermai sul sentiero e mi voltai indietro.
La luce della sua stanza era accesa e potevo vedere la sua esile figura, mentre si stava cambiando per indossare il pigiama e prepararsi per andare a dormire.
C'era qualcosa in lei che mi ricordava tremendamente Lyra. Oltre che per l'aspetto fisico, sembrava avere anche il suo carattere... Lyra, era sempre gentile e buona con tutti. Era capace di perdonare anche chi le faceva del male. E quando lei, mi aveva ringraziato per averla portata a casa, nonostante l'altra sera avessi anche tentato di ucciderla, beh... mi ha fatto tornare in mente Lei.
No, non dovevo pensare questo. Io, dovevo lasciare il mio passato alle spalle. Ora, non ero più 'Ticci Toby', lo sfigato che tutti prendevano in giro, pensando che fossi solo un povero ritardato mentale. Ora, Lui, aveva dato un significato alla mia esistenza e non ero qui, per piangermi addosso per quello che avevo perso nella mia vita passata.
Quel peso dal mio petto svanii in un istante e tutto, sembrò tornare come era prima.
«Hai fatto un buon lavoro.» un'altra voce interruppe i miei pensieri e mi costrinse a voltarmi indietro, verso il sentiero, dove una figura mascherata mi stava guardando.
Ero così sovrappensiero, che non mi ero neanche accorto della presenza di Masky. Per quanto tempo ero rimasto lì fermo come un'imbecille?
«Già...» dissi disinvolto, infilandomi le mani in tasca.
«Hai cancellato i suoi ricordi?»
«S-sì.» risposi.
- No, che non l'avevo fatto... - il mio labbro superiore si contrasse ed ebbi anche un tic nervoso agli occhi. Fortunatamente, erano coperti dagli occhiali e dalla maschera, e per una volta tanto non avrei fatto la figura di quello che ha sempre qualcosa da nascondere.
«Dov'è Slenderman?» domandai per distrarlo.
«Lo sai, è di nuovo dalla sua preda.» mi indicò con la punta dell'indice la direzione in cui guardare.
Notai in lontananza una casa a due piani con un bel giardino, probabilmente di una famiglia benestante, dove accanto a una finestra illuminata da una pallida luce, si trovava una lunga ombra nera di forma tentacolare.
Era la stessa casa da cui quella ragazza era uscita, appena qualche momento fa.
Peccato che quel bambino era una Sua preda adesso, e io non potevo farci nulla. Potevo solo sperare per lei che non ci sarebbe rimasta troppo male, quando un giorno o l'altro, quel bambino sarebbe sparito nel nulla.

[Jenny's P.O.V.]

La mattina seguente mi svegliai sulle otto e scesi in cucina per fare colazione, quando vi trovai una spiacevole sorpresa.
«Ciao tesoro, non è che hai visto la mamma?»
Era mio padre.
«No» risposi secca, aprendo il frigo per tirare fuori il cartone del latte. «Tu non dovresti avvisare prima di venire qui?» gli chiesi.
«Sono tuo padre e faccio ancora parte di questa famiglia, perciò questa è tecnicamente ancora casa mia».
Appoggiai una ciotola di ceramica sul tavolo e ci versai dentro i miei cereali al miele.
«Non se non paghi l'affitto e le bollette.» ribattei velenosa.
«Ti sembra il modo di rispondermi!?» sbottò lui alzando la voce e rovesciando per terra tutto quello che avevo appoggiato sul tavolo.
Mia madre arrivò proprio in quel momento.
«Che cosa ci fai qui?» domandò lei seccata.
Presi uno straccio per pulire il pavimento dai cocci rotti della ciotola; ma mia madre mi scansò, facendomi segno di andarmene in camera mia. Uscii dalla cucina e andrai sulle scale a osservare la scena.
«Ehi dai, non trattarmi così male!» biascicò lui, cercando di avvinghiarsi a mia madre.
«Sei di nuovo ubriaco!» lo spintonò lei. «Come ti permetti di venire qui a chiedermi di nuovo soldi? Trovati un lavoro!»
Andai di sopra in camera mia e mi chiusi dentro a chiave, prima di sentirli litigare sul serio. Poco dopo, iniziarono a discutere a voce alta e iniziai a sentire degli oggetti rompersi in cucina.
– Basta... per favore, smettetela... – mi sedetti sul letto, affondai la testa tra le gambe e iniziai a piangere in silenzio.

Trascorsi l'intera mattinata in camera mia a sfogliare vecchi album di fotografie. La mia famiglia non era stata sempre così: c'era stato un tempo in cui eravamo felici e questo era prima che mio padre diventasse un alcolizzato.
I miei genitori si amavano veramente ed erano molto uniti. Volevano solo il meglio per me e poi, tutto successe così rapidamente... mio padre che tornava a casa ubriaco, non si capiva dove passasse la maggior parte del tempo, aveva smesso di lavorare e mia madre doveva fare i doppi turni al lavoro per saldare i suoi debiti. Presto, arrivarono alla rottura e questa è la situazione attuale.
Tirai su col naso e mi asciugai con le maniche della felpa le lacrime.
Qualche minuto più tardi, sentii bussare alla porta.
«Tesoro, sono io, mi apri?» era la voce di mia madre. Questa volta, aveva una voce diversa dal solito. Le andai ad aprire e lei entrò con un vassoio, su cui era posato un piatto pieno di pancakes con la salsa di mirtilli.
«Ho pensato che avessi fame, dopotutto non hai fatto colazione.» mi disse, appoggiando il vassoio sulla mia scrivania.
«Mamma, che cosa ti è successo all'occhio?» le domandai, non appena notai il livido attorno all'occhio che aveva provato a camuffare con un po' di fondotinta.
«Non è niente tesoro.» disse, schioccandomi un bacio sulla fronte e sedendosi di fianco a me sul letto.
«Te l'ha fatto lui?» scattai subito in piedi per la rabbia «Se è stato lui, la prossima volta che lo vedo gli rompo il naso!»
«Stai tranquilla tesoro, ha già avuto quel che si meritava e poi...» mi rivolse un sorriso un po' forzato «...una fanciulla a modo non va in giro a rompere i nasi alle persone. E adesso mangia!»
La seguii con lo sguardo finché non uscii dalla mia stanza.
Questa volta mio padre aveva proprio raggiunto il colmo...

Prima che mia madre andasse al lavoro, mi chiese di svolgere alcune commissioni per lei, tra cui andare a pagare le bollette, fare un po' di spesa e col resto dei soldi, aveva detto che potevo comprarmi quello che mi piaceva.
Quando uscii sulla veranda, la macchina di mio padre era ancora parcheggiata davanti a casa nostra. Iniziai a sospettare che la sua permanenza sarebbe stata più lunga di quel che pensassi.
Iniziai ad avviarmi verso il marciapiede, quando sentii la porta di casa spalancarsi alle mie spalle.
«Ehi! Vuoi un passaggio?» chiese con voce roca mio padre.
«No.» tagliai corto, non fermandomi nemmeno.
Sentii la porta richiudersi e pensai che, probabilmente, doveva essere ritornato in casa. Tanto meglio così... non mi sarei per nulla al mondo fatta dare un passaggio in macchina da un ubriaco! A dire il vero, non avevo neanche idea di come facesse ad avere ancora la patente.
Raggiunsi la fermata dell'autobus e salii sulla linea che portava in città.
Sospirai pesantemente, ripensando ancora a quello che mi era successo la sera prima. Possibile che fosse tutto dentro la mia testa? Sentivo di aver bisogno di prove che quello che mi era successo fosse reale... ma perché ne avvertissi il malato bisogno, non ne avevo un'idea. Forse, era solo per avere conferma di non essere pazza.

Il pomeriggio passò rapidamente e avevo svolto tutte le commissioni che mia madre mi aveva assegnato. Stavo camminando per la strada principale del centro, la quale era tutta illuminata dalle vetrine dei negozi, quando decisi di entrare in una libreria.
Era la mia preferita, soprattutto perché era grandissima ed era super-rifornita di ogni genere di libro e avevano anche uno spazio dedicato alla lettura. Io e Karen la frequentavamo spesso quando venivamo a fare un giro in centro.
Tra qualche giorno Timmy avrebbe compiuto otto anni e visto che non aveva nulla di adatto alla sua età da leggere, decisi che gli avrei regalato il primo libro della saga di Harry Potter. Presi il libro dalla mensola sotto la sezione fantasy e andai a pagare, quando sopraggiunse una voce.
«Non sei un po' cresciuta per leggere ancora quella roba?» ridacchiò una voce baritonale alle mie spalle. Mi voltai e stavo quasi per rispondergli per le rime, quando mi irrigidii.
«Professor Lars!» esclamai.
«Che cosa ci fai qui? Non avrai nostalgia della scuola.» sorrise lui.
Era il mio insegnante di fisica. Un uomo alto, tozzo, sulla cinquantina, che viveva per la sua materia. Lo scorso anno ero riuscita a ottenere il massimo dei voti in fisica, peccato soltanto che da settembre avrei avuto un nuovo insegnante.
«Beh, veramente un po' sì... ma lei perché è tornato in città? Pensavo che abitasse a Tampere ed è molto lontano da qui.»
«Ah sei molto attenta! Infatti, sono di passaggio. Io e un professore di fisica dell'università, stiamo studiando delle onde elettromagnetiche particolari e pare che la fonte sia qui in questi boschi.»
«Dev'essere interessante.» dissi, con tono un po' troppo incerto.
«E lo è!» ribatté lui con entusiasmo «Se vorrai passare qualche volta a dare un'occhiata alla nostra ricerca, siamo accampati in una baita vicino al lago Kuurin.»
«Vi passerò a trovare senz'altro.»
«Ci conto, sarà molto interessante.»

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