8
L'alba stanò Camila già sveglia. Aveva speso una notte intera a perfezionare i dettagli del suo piano sperando risultasse meno fallace di quanto l'apparenza mostrasse. Fino ad una settimana prima i problemi maggiori presenti nella sua giornata gravitavano attorno alla scelta del menù da consumare o del film da vedere. Adesso era decisa a tornare ad Island Side. Era pronta a rischiare più della sua stessa vita: scommetteva la propria libertà.
Forse non poteva muovere una rivoluzione, ma essere parte del cambiamento sì, quello poteva farlo.
Credeva fosse una buona idea usare la giustizia come terreno fertile per muovere il primo passo, ecco perché era intenzionata a raggiungere Island Side, rintracciare Lauren e consegnarle i soldi che le spettavano. Reperire i contanti non era un problema, non se vivevi in una fortezza glassata d'oro. Aveva scelto un regalo donatele per uno dei tanti compleanni faraonici imbastiti da suo padre, una si quelle feste di immemorabile memoria, ma non per lei. Un angelo forgiato con oro finissimo e rifinito di diamanti sull'aureola. Un Angelo per entrare all'inferno; una moneta che tutti, prima o poi, scambiavano.
Lo nascose nella tasca interna dell'unica borsa che era riuscita a recuperare dalla cucina. Emanava un pungente fragore di arance. Non rimarrà sui vestiti del mio amico, vero? Sorrise maliziosa, sfregando la tunica della statuetta. Il volto dell'angelo non fece una piega. Lo prendo come un sì, scherzò fra sé e sé, prima di rintuzzarlo all'interno della sacca.
Adesso doveva pensare a quali altre necessità le sarebbero potute occorrere durante il viaggio. Acqua, senza alcun dubbio. Qualcosa da mangiare e una coperta per dormire, se il tragitto avesse subito ritardi del tutto indesiderati. Rimpinguata la borsa delle prime necessità, avanzava ben poco spazio per qualche idea in più. Colmò gli angoli con i pochi soldi custoditi nella sua stanza e un libro. Si, come arma per la sopravvivenza non era una scelta azzeccata, ma non ne conosceva molte altre.
Suo padre si sarebbe presto recato ad una riunione indetta d'urgenza dal Consiglio Militare. Era riuscita ad origliare qualche pezzo di conversazione. Qualcuno sosteneva di dover incarcerare chiunque commettesse saccheggi alle risorse cittadine dirette a River Island; altri proponevano di proseguire la campagna del terrore in atto per placare anche gli ultimi lapilli di rivolta: non solo l'isola era divisa, ma anche i loro pensieri. Alejandro, però, non era affatto preoccupato della situazione. La sua prosopopea accecava ogni considerazione ragionevole. Era proprio così che si perdevano le guerre: sottovalutando il nemico, soprattutto quando questo dormiva sotto lo stesso tetto.
Camila deglutì. Davvero si reputava sua nemica? Ma soprattutto: poteva il peso della sua scelta gravare meno dei rimorsi che ne sarebbero conseguiti? Il muggito del motore le ricordò di non avere tempo per pensarci, non ora almeno. Suo padre, assieme ad uno stuolo di guardie e leccapiedi, stava lasciando la villa. Questo non diminuiva la vigilanza, ma la indeboliva ed era quanto bastava a Camila per sgattaiolare fuori in sordina.
La fase uno del piano prevedeva un'uscita di scena degna di un mago. Ogni entrata era presidiata dalle guardie, ma nessuno le conosceva davvero tutte. Nessuno tranne chi era nato e cresciuto nel dedalo dorato. Camila manteneva i segreti del palazzo da quando aveva sei anni. Aveva fantasticato spesso sul giorno in cui se ne sarebbe servita, ma mai avrebbe immaginato in quali circostanze. Come ogni bambino vagheggiava l'idea di custodire segreti degni di un atto eroico; invece adesso rischiava di diventare una criminale di Stato usufruendo di essi. Il pensiero non la dissuase dal proseguire imperterrita verso la cucina. L'uscita sul retro -dove i camion scaricavano i rifornimenti- sfociava su un piccolo cortile trascurato dalle gentilezze del giardiniere: a palazzo si curvano solo i lati "ben visibili". Proprio i lati meno frequentati da Camila. Preferiva le zone oscura della villa, dove nemmeno i gorilla di suo padre potevano seguirla. Era stato così che aveva scovato una piccolissima falla, ma grande abbastanza per i suoi progetti.
Dietro una colorata siepe, si nascondeva un oscuro segreto: uno squarcio nella recinzione che nessuno aveva mai riparato. Fra le sue giornate solitarie e i pomeriggi noiosi, aveva slargato le maglie sempre di più, senza realmente accorgersi del danno prima di averlo finito. Si guardò attorno aspettando il momento giusto e sgusciò all'esterno con un'unica mossa agile. Non aveva ancora mosso un passo in libertà che già una sensazione di adrenalinica vittoria la pervadeva. Sapeva bene quanto pericoloso fosse il sentiero imboccato, ma in quel momento le parve di essere capace di far tutto.
Non dedicò neanche un saluto al palazzo. Senza alcun rimorso si avviò verso il gigante di cemento.
Per scrupolo, vagava con il cappuccio inforcato in testa, ma, paradossalmente, nessuno era più anonimo di lei -con o senza cappuccio. Era nata nel lusso, ma senza alcuna gloria. Le era stata concessa un'esistenza sensazionale, ma nel silenzio. Tutti bramavano la vita al palazzo, ma solo lei scontava le conseguenze. Forse per questo non aveva remore a fronteggiare quelle che sarebbero giunte dopo la sua escursione: non potevano minacciare di prigionia una prigioniera.
Adesso, però, limitava le preoccupazioni future per non trascurare quelle presenti. Malgrado non rilevasse alcuna minaccia nell'ambiente, era troppo azzardato darle per scontate. La città offriva un paesaggio variegato. La prima volta che si era allontanata con Shawn e gli altri, aveva dovuto smaltire troppa tensione per godersi l'intrico di strade cittadine. Stavolta non se la passava molto meglio, anzi! Però, se quella fosse stata davvero l'ultima volta che vedeva la città da vicino, non voleva traversarla senza alzare gli occhi dal marciapiede. Anche se era certa di portare i ricordi di quel giorno in tomba, ne voleva uno svestito di rimorsi per quando i rimpianti le avrebbero tolto il sonno -oltre la libertà.
Dapprima occhieggiò timidamente il volto della città bagnato dalla luce mattutina, imbarazzata come un corteggiatore di fronte alla donna delle sue illusioni. E quella città, la sua città, di illusioni gliene aveva regalate tante negli anni. Adesso che la poteva ammirare da vicino però, doveva ammettere di non averne disattesa neanche una. Era bella come lo scintillio della luce notturna prometteva, armoniosa come il colore dei parchi artificiali giuravano e sensuale quanto le vesti dei cittadini dichiaravano. I dettagli erano pensati per non stonare e nessuno deludeva la bellezza nello sguardo. Era convinta che camminare tutti i giorni sotto i floreali balconi o rincasare soffermandosi sulle vetrine giocose ingannasse, prima o poi, la mente anche più razionale. Chissà quanti di loro ricordavano davvero in quale Mondo vivessero, se sapevano ancora distinguere il vero dal falso o se qualcuno glielo avesse mai insegnato. Credeva, forse addirittura sperava, che una volta mimetizzata fra la folla avrebbe odiato ognuno di loro per il peccato dell'indifferenza. Ma non riusciva. Non riusciva a dividere le responsabilità di suo padre per dieci, cento, mille. Tutta quella frenetica bellezza serviva proprio per distrarli, come aveva distratto lei per diciotto anni. L'unico artefice della disperazione di Island Side adesso sedeva ad un tavolo decidendo quanta ancora aggiungerne. Quel pensiero le contrasse i muscoli, sollecitandola ad agire più in fretta.
Una volta superate le due piazze maggiori, perse l'orientamento nel labirinto di nervi di cui era vascolarizzata l'intera città. Tentò di ritrovare la via senza chiedere informazioni a nessuno. Anche perché non era semplice domandare ad uno sconosciuto come infrangere la legge. Evitati i vicoli ciechi e preso coscienza -più o meno- della funzionalità delle strade, non impiegò più di due ore per sopraggiungere a destinazione.
Man mano che si era avvicinata al muro aveva incontrato sempre meno la presenza di cittadini, fino a perderne totalmente le tracce. C'era solo lei -oltre le vedette armate. Osservare il muro centimetro dopo centimetro lo faceva apparire ancor più imbattibile. Non erano passati nemmeno dieci giorni dall'ultima volta che lo aveva valicato eppure
pareva già più possente di quanto ricordasse. Il fiato spezzato dal concretizzarsi delle sue scelte, si mozzò ulteriormente quando, guardando prima da un lato e poi dall'altro, si sincerò anche della difficoltà di esse. Il suo non era un nemico visibile ma nemmeno invisibile; il suo era un nemico onnisciente. Il muro era stato issato per tutti e sceglieva per chiunque. Forse suo padre aveva ragione quando la tacciava di arroganza. E forse lei aveva torto a credere di poter fare la differenza contro un intero sistema... Però. Però. Quel muro non esisteva prima della sua nascita, dunque era più di un padre o di un fratello: era la sua ombra. L'uno non esisteva prima dell'altro, ma poteva sopravvivere senza l'altro.
«E non sarai tu.» Sorrise Camila, sfiorando la parete di cemento. L'uomo era più fragile del cemento, ma il cemento era meno vivo dell'uomo, e questo era il suo punto debole.
«Identificarsi!» Una voce enfatica e stentorea la riportò alla realtà.
Camila si voltò sollevando le mani in alto. «Salve, sono qui per vedere Elliot.» Era stato più faticoso ricordare il nome del contatto di Shawn che organizzare l'intero piano, ma la memoria aveva prevalso sull'ansia. «C'è un avviso per lui dal comando.»
Il militare aggrottò le sopracciglia. «Perché non hanno inviato un collega?»
Bella domanda. «Beh...» Doveva pensare più in fretta se voleva sperare di essere credibile. «Ho chiesto al colonnello Bernard di sgranchirmi le gambe dopo aver trascorso tutte quelle settimane in ospedale per via delle... Beh, lo sa.» Pietà e favoritismi, non c'era espediente migliore per persuadere chiunque ad abbassare la guardia.
Il soldato storse la bocca, ma il nome del suo superiore lo convinse a rinfoderare l'arma. «Da questa parte.» La scortò verso l'entrata, permettendole di tirare un sospiro di sollievo.
Elliot stava allegramente pranzando con i colleghi quando Camila lo raggiunse, e l'aria allegra si dissolse come una nuvola di vapore. Le guance pallide risaltavano l'intensità delle pupille sgranate.
«Cadetto Elliot, la qui presente viene a recapitarle un messaggio direttamente dal colonnello Bernard.» Gli uomini composero il rispettoso saluto militare anche da seduti.
Il ragazzo fece spola fra il suo compagno e Camila, chiedendosi quanto lui sapesse. Camila, furtivamente, scosse impercettibilmente il capo, rassicurandolo. Lui riprese fiato; non era lì per portare cattive nuove.
«Grazie compagno. Vi lascio finire la pausa senza disturbarvi oltre.» Si alzò in piedi, senza deflettere mai lo sguardo dalla ragazza. Anche lui pareva più possente... E anche più torvo.
«Seguimi.» Sibilò a denti stretti sorpassandola senza esitazione.
Camila rivolse un sorriso arrabattato al gruppetto e si defilò. Elliot la condusse in una stanza più angusta, ma appartata (anche se lo spazio all'interno del muro scarseggiava dovunque ci si girasse).
L'afferrò per un braccio e la Strattonò: «Che diamine ci fai qui?» Ringhiò, squadrandola per ottenere indizi ancora irrecuperabili.
Camila si liberò bruscamente dalla presa: «Calmati.» Gli dedicò uno sguardo altrettanto cagnesco. «Non sono qui per crearti problemi.»
«Lo hai già fatto!»
«Vuoi calmarti, cazzo?» Attese un segnale di distensione nella sua espressione tesa, poi proseguì. «Bene. Non voglio minacciarti o farti passare dei guai.»
«Allora cosa vuoi?»
Adesso doveva compiere solo un ultimo passo. Annuì fra sé e sé. «Voglio attraversare il muro.»
«Sei impazzita?!» Controllò il corridoio fuori dalla porta, sincerandosi nessuno fosse stato richiamato dal suo impulso collerico. «Sapevo di non dovermi fidare di una banda di ragazzini, che diamine mi è passato per la testa.. Gesù.» Farneticava fra sé e sé, dimentico anche della presenza di Camila.
«Ok, ascolta. Questo è l'ultimo favore che ti chiedo, in nome dell'amicizia con Shawn.»
Il cadetto drizzò la testa di scatto, fissandola. «Amicizia?» Sogghignò. «Ma quale amicizia e amicizia. Quel ragazzino è riuscito a oltrepassare solo perché mi aveva promesso in cambio una promozione. Suo padre è il colonello. Non mi sembrava una pessima idea, ma lo è appena diventata.»
Camila metabolizzò le informazioni. Forse era meglio di quanto credesse. Non le piaceva ciò che stava per fare, ma aveva una sola possibilità. «Shawn è un ragazzo in gamba e sicuramente influente.» Fece una pausa. «Ma non quanto me.»
Elliot si girò a guardarla per un secondo prima di scuotere la testa.
«È così.» La folgorante determinazione negli occhi di una ragazza così giovane suscitò più di qualche dubbio. «Vuoi una promozione? Va bene. Ti assicuro che la otterrai. E se non manterrò la parola, potrai sempre dire a tutti che sono venuta a minacciarti, consegnandomi nelle mani della giustizia.»
La grossa risata del ragazzo non contagiò Camila. Attese a braccia conserte l'estinzione dell'ilarità. Elliot aveva ancora l'accenno di un sorriso sulle labbra quando iniziò a prendere sul serio la sua offerta.
«Allora? Affare fatto?» Camila allungò la mano, mentendo un'espressione neutra ma in qualche modo familiare. Il ragazzo provava un senso di deferenza guardandola negli occhi.
«Maledizione, ma cosa piace tanto a voi giovani di quel lurido posto?» Sospirò. Si fidava davvero di una ragazzina, di nuovo; o forse gli conveniva crederlo per non interpretare i brividi che gli scorrevano lungo la schiena. «Affare fatto.» Sigillò il patto con una stretta, ma prima di lasciarla andare l'avvicinò a sé con fare greve. «Ma questa è l'ultima volta in assoluto, dopodiché dovrete sbrigarvela da soli, intesi?»
Camila contraccambiò la sua occhiata intimidatoria. «Intesi.»
Elliot inspirò. Sapeva di commettere un errore, ma non pareva ci fosse altro modo per non replicare in futuro. Stava già lasciando la stanza quando Camila soggiunse in tutta fretta: «Un'ultima cosa.»
Il ragazzo si voltò controvoglia, contraendo la mascella prominente.
«Devo attraversare entro oggi.» Si inumidì le labbra. «E devo raggiungere la città nel modo più rapido possibile.»
Elliot si passò una mano sul viso. Forse la situazione nascondeva più dettagli di quanto un capriccio adolescenziale ammettesse.
«Un camion di attrezzature lascerà il muro tra un'ora. Giungerà ad una postazione militare vicino al centro della città. Vedrò di nasconderti là dentro.»
«D'accordo.» Le parve la soluzione perfetta.
Elliot aprì la porta, ma stavolta fu lui a voltarsi prima di richiuderla: «Qualsiasi cosa tu vada a fare dall'altra parte...» La inchiodò con sguardo minatorio: «Io non voglio saperne niente di niente.» Camila fece un cenno d'assenso permettendogli di lasciare la stanza con la coscienza più pulita, ma non meno leggera.
Si sedette sul pavimento e impostò il cronometro sul suo orologio da polso. I numeri presero a lampeggiare fatalmente.
Ancora non lo sapeva, ma non mancava molto per scoprirlo: meno di sessanta minuti e la vita conosciuta sarebbe rimasta solo un ricordo di quella che avrebbe vissuto.
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