47
Il Mondo tratteneva il respiro. Gli occhi puntati sulle porte del palazzo come fossero i cancelli del paradiso... o dell'inferno, dipendeva da chi avrebbe varcato la soglia ancora sulle sue gambe.
Camila sospirò. Il suo eco riecheggiava fra le immense pareti, risvegliando ogni stanza del palazzo. Le porte sigillate attendevano solamente di essere schiuse su un Mondo diverso. Un Mondo sicuramene da ricostruire, ma ancora in tempo a essere salvato.
L'eco sordo dei passi rimbalzava fino al soffitto. Tirò la leva collegata al sistema automatico di apertura. Si posizionò al centro, deglutendo. Un boato squarciò il silenzio del Mondo; il primo vagito di una nuova era. Camila si impegnò per apparire il più imperiosa possibile, ma sulle sue spalle gravava non solo il peso del futuro, anche il nome di chi non lo avrebbe avuto. Doveva rendere onore ai caduti e giustizia ai sopravvissuti, ma era una sola.
Il Mondo non si fece attendere. Uno stuolo di soldati e ribelli si era radunato di fronte al palazzo. Dimentichi della lotta, interrogavano il loro destino. I raggi di Sole irrorarono la figura esile della ragazza. L'alba del nuovo giorno aveva ribaltato le sorti del Mondo. I ribelli sorrisero, ma non esultarono; i soldati accanto a loro non avevano perso da soli, adesso erano tutti fratelli e sarebbero stati seppelliti sulla stessa terra. Avevano lottato per questo.
Camila scese lentamente i gradini, tenendo il mento alto verso il cielo, verso coloro che avevano perso la vita per permettere ad altri di viverla dignitosamente. Un ragazzo fu il primo ad inchinarsi, seguito da tutti gli altri, indipendentemente dal colore delle divise; ora erano tutti uguali sotto lo stesso colore: il rosso, rosso come il sangue versato e come il sangue che li univa. In vita e in morte.
Camila liberò i cancelli principali dalle catene. Un ribelle le andò incontro. Lo aveva riconosciuto; era uno fra quei volti sconosciuti che tempo addietro avevano votato per non ammetterla fra le loro schiere. Camila poggiò una mano sulla sua spalla. Tutti dimenticato: «Devo andare al quartiere generale, subito.»
«Ma... Gli uomini attendono un discorso...» Soggiunse esitante.
«Lo avranno, ma dovranno attendere ancora. Prima devo andare a casa.» Il suo sguardo non ammetteva repliche; non era l'autorità ad averle dato alla testa, bensì la paura.
Il Re era morto, il suo regno del terminato, ma non il terrore. Il suo fantasma ne spargeva ancora come polvere dopo la lotta. Doveva tornare subito al centro di controllo, assicurarsi Lauren stesse bene, poi avrebbe fatto tutto il resto. Aveva dato la vita per quella causa, in cambio chiedeva solo due minuti.
Camila osservava lo scenario scorrere fuori dal finestrino. Avrebbero impiegato qualche anno per riportare a nuovo la città, per coprire tutte le ferite scavate a cielo aperto. I volti logori e sporchi cercavano di scorgere attraverso il riflesso i suoi occhi; volevano ringraziarla, ma avevano anime troppe strappate per intingersi di gratitudine. Camila li capiva. Nessuno si sarebbe mai pentito, ma nessuno avrebbe mai dimenticato. Tantomeno lei.
Mentre transitavano davanti ad una tenda di primo soccorso, Camila intravide Dinah e chiede all'auto di fermarsi. La ragazza era malconcia, ma si reggeva in piedi da sola e soprattutto aveva recuperato appetito. I loro occhi si trovarono mentre Camila la raggiungeva. Dinah fece qualcosa che la ragazza non avrebbe mai immaginato: aprì la braccia e l'accolse in un abbraccio. Non dissero niente, si strinsero e basta. La guerra era finita per tutti, anche nel cuore di Dinah. Ora Normani aveva trovato riposo e Dinah percepiva il suo spirito essere di nuovo solo suo.
«Andiamo a casa. Hanno bisogno di noi.» Disse Camila guardandola negli occhi, lasciando trasparire la sua angoscia. Dinah aggrottò le sopracciglia e annuì, seguendola.
Al quartiere generale festeggiavano con modesti abbracci e silenziosi sorrisi. Non c'erano esultanze o rumore; dopo quelle notti nessuno voleva vivere nel frastuono per tanto tempo.
Camila non aveva proferito parola per tutto il viaggio, rannicchiandosi nel suo silenzio. Dinah non aveva insistito, ma senza dubbio Camila non aveva l'aria di una vincente. Appena decelerarono, la ragazza si precipitò fuori dalla vettura e, incurante degli sguardi ammirati e confusi allo stesso tempo, corse verso la stanza di Lauren.
Il cuore le sfondava il respiro e il petto. Aveva talmente tanta paura da chiedersi se non fosse stato meglio perdere, così da non sapere mai quale fosse la verità e sceglierla da sola per la pace del suo spirito. Ma invece ora era lì, davanti all'uscio della stanza, e poteva solo attraversarlo per conoscerla.
Avvolse la maniglia con calore, imprimendo tutta la sua forza attraverso la presa. Quella era l'ultimo secondo in cui poteva illudersi di trovarla lì, ad aspettarla, poi avrebbe fatto i conti con la realtà e se c'era qualcuno più spietato di suo padre era proprio la realtà.
Abbassò la maniglia con uno scatto e si rifiutò di respirare mentre scrutava la stanza.
Lauren c'era, ma non era più la sua Lauren.
Suo padre aveva mentito, non era riuscito a scovarla e ad ucciderla, ma al posto suo l'aveva fatto la malattia.
Lauren era distesa nel letto, attaccata a dei macchinari che pompavano ogni istante per tenerla in vita. I suoi occhi si erano chiusi chissà da quante ore ormai. Era tardi.
Dei passi alle sue spalle interruppero il tumulto del suo cuore. «Camila...» Era la voce di uno dei medici che si era occupato fino alla fine di Taylor. Non si voltò. Temeva che voltandosi Lauren sarebbe evaporata da un momento all'altro.
«Quando sei tornata?»
«Tardi. Sono tornata troppo tardi.» Bisbigliò, appoggiandosi contro la parete alle sue spalle.
«Mi dispiace molto.» Era solo una voce che non la toccava minimamente. Aveva già dimenticato anche la vittoria, il Mondo... Tutto pareva un ricordo lontano e senza significato se non poteva raccontarlo a lei.
«Non si sveglierà più?» Chiese, sforzandosi di tenere insieme i pezzi del suo cuore il tempo necessario per sapere.
«Si sveglierà, ma non sarà lei. Ha già le allucinazioni.» Fece una pausa, ma non seppe cosa aggiungere.
«Come ha fatto a peggiorare in così poco tempo?» Gli occhi vacui rispettavano la voce atona.
«Ha smesso di assumere medicinali da un po'. Ha proseguito la cura standard, ma ha rifiutato quella potenziata. Lo sai perché.» Mormorò.
«Perché non me l'ha detto?» Continuava a fissarla. Si sarebbe uccisa con la spada di suo padre se avesse potuto evitarle quell'agonia. Invece dovevano subirla entrambe.
«Non saresti mai partita se lo avessi saputo.»
Camila trasalì, avanzando un passo verso la ragazza: «Lei lo sapeva.» Mormorò a fior di labbra: «Sapeva che non ci saremmo riviste e sapeva che non avrebbe conosciuto le sorti del Mondo.»
«Non l'avrebbe mai fatto se tu fossi stata qui. Aveva bisogno di saperti lontana per avere la forza di lasciarsi andare. E si fidava talmente tanto di te da non aver bisogno di conoscere le sorti del Mondo per sapere quali sarebbero state in mano tua.»
Camila scuoteva adagia la testa. Aveva trovato una soluzione per tutti, ma non ce ne era una per l'unica persona che amava.
«Lei sapeva che avresti vinto, Camila. Lo sentiva, non aveva bisogno di vederlo.»
«Invece avrebbe dovuto.» Una lacrima le rigò la guancia; era un dolore talmente profondo da avere radici dove nemmeno il pianto cresceva. «Puoi lasciarci sole, per favore?»
«Certo. Tornerò dopo.» Si allontanò in fretta e chiuse cautamente la porta.
Camila rimase ad ascoltare nuovamente il suo silenzio, ma stavolta non offriva alcuna alba: era una notte interminabile. Si approssimò al letto, stringendo i pugni e fissandola in viso. Lo sapeva. Ma questo non le bastava. Non le bastava essere riconoscente per l'enorme fiducia che le aveva anche donato pace, voleva anche essere testimone delle sue speranze. Ma non poteva.
Si sedette accanto al letto e le strinse la mano nella sua. Le parole le franavano in gola assieme alle lacrime. Era ancora lì o non c'era già più?
«Io non posso farlo senza di te.» Sibilò, avvertendo il petto squarciarsi proprio come quello di Shawn. Lui almeno aveva trovato pace, lei avrebbe vagato sulla terra ancora a lungo, con una spada conficcata nello sterno; invisibile a tutti, lacerante per lei.
«Non posso, Lauren. Perdonami, ma non posso senza di te.» Tremava nelle sue mani quasi fosse la sua vita in bilico, e lo era, lo era davvero. Più di quanto lo fosse stato nella sala del Trono: la morte era niente in confronto ad una vita in attesa.
«Perché l'hai fatto, perché?» Le scuoteva la mano spedando reagisse, ma non avvenne. Quello non poteva essere il loro addio, non poteva.
Una malsana idea le balenò in testa. Si guardò attorno fino a stanare la cassetta delle medicine che aveva raccolto fra uno scarto e l'altro. Aveva nascosto delle fiale di Rematil all'interno, in caso Lauren ne abbisognasse di notte. Si sbrigò per tirarne fuori una e tornò al letto. Non l'avrebbe perdonata mai per averle fatto quello, ma se voleva che continuasse a vivere le doveva almeno un addio degno di essere ricordato.
«Perdonami.» Sussurrò carezzandole il viso esanime.
Le afferrò il braccio e, tremando, iniettò la fiala nella sua vena. Attese col fiato sospeso che succedesse qualcosa, ma fu inutile. La ragazza non muoveva nemmeno un muscolo. Era pronta per iniettarne un'altra, quando Lauren schiuse lentamente una palpebra e poi l'altra. Camila cadde in ginocchio accanto al letto, stringendo saldamente la sua mano. Credeva di non poterla sentire mai più così calda.
«Lauren, Lauren sono io.» Sorrise fra una timida lacrima e l'altra.
La corvina pareva non distinguere da dove provenisse la voce; si era voltata dalla parte sbagliata prima di identificarla.
«Ciao.» Sorrise tiepidamente, baciandole la mano.
Lauren non parlava, osservava in silenzio.
«Lo so, so che adesso mi odi e lo capisco. Ma io avevo bisogno di parlarti almeno un'altra volta, ti prego di...» Non riuscì a terminare la frase perché la mano di Lauren scattò nella sua direzione. L'afferrò energicamente per il collo e la sollevò senza problemi da terra.
Camila rantolò gesticolando a mezz'aria. L'ossigeno si prosciugava dai suoi polmoni ad ogni istante, annebbiandole la vista sempre di più. Tentò di pronunciare il suo nome, ma ne uscì un suono scomposto e monocorde. Lauren la scaraventò al suolo poi, lontano da lei. Camila gattonò verso la scatola delle medicine. Arrancò freneticamente in cerca di un appiglio, ma ricadde al suolo sparpagliando il contenuto. Lauren si approssimò pericolosamente, senza darle il tempo di riprendersi.
«Lauren. Sono io. Ti prego torna in te.» Non era ancora riuscita a rimettersi in piedi, quando la ragazza le fu addosso. L'afferrò nuovamente, ma stavolta per un braccio, e la spintonò dall'altra parte della stanza.
Camila sbatté contro il muro, ma riuscì a non cadere. Imprecò quasi urlando. Non c'era modo per fermare ciò che lei aveva messo in atto. Solo uno. Ed era lo stesso che l'aveva salvata a palazzo.
«Lauren, ascolta la mia voce.» La corvina tentò di artiglieria, ma Camila si scansò. «Sono io, Camila. Ti prego, ti prego...» Di nuovo un affondo, di nuovo una schivata. «Lauren sono Camila, stai per ferirmi e sono Camila, la tua Camila. Non vuoi ferirmi, non vuoi!» Stavolta la prese quasi, ma riuscì solamente a sfiorarla. Camila, parando, scivolò al suolo.
Lauren balzò subito in avanti, mentre l'altra sgusciava all'indietro. L'abbrancò per il colletto della maglia e stavolta non l'avrebbe risparmiata, se la mano di Camila non avesse raggiunto, con uno sforzo immane, la fiala che aveva nascosto nella manica. Iniettò il contenuto nel collo, notando dapprima gli occhi scurirsi di rabbia e poi incanutirsi di pace.
Lauren fece spola fra la sua mano e Camila. Il respiro trafelato si assestava lentamente, così come lo sfarfallio delle palpebre. «Oddio.» Mormorò, facendo scivolare la mano dietro la sua schiena per aiutare ad alzarla. «Camila.» Bisbigliò confusa e sbigottita.
«Si, si. Si.» Camila avvolse le braccia al suo collo, stringendola forte a sé. Toccò ogni parte della sua schiena, delle sue spalle, accertandosi fosse lì, fosse lei. Di nuovo lei. Ancora lei.
«Ma... sono morta?» Domandò, ma tutto attorno a lei pareva come sempre.
«No, non sei morta.» Abbassò gli occhi, ponendosi di fronte a lei.
«No...» Mormorò senza fiato. «No, ti prego, non farmi questo.» Supplicò, ma ormai era troppo tardi.
«Mi dispiace, io avevo bisogno di dirti addio.» Ammise colpevole, obbligandosi a guardarla negli occhi.
«No, Camila, ti prego.» Scosse arrendevole il capo, ricacciando le lacrime. «Ero riuscita ad andarmene, adesso devo farlo standoti davanti, come posso?»
«Non potevo farcela così, mi dispiace. Io...» I singhiozzi arrivarono senza preavviso, lacerando il silenzio fra loro. «Mi dispiace, non volevo, ma... Non potevo io...»
«Va bene, basta. Basta.» Si avvicinò rapidamente, l'afferrò e l'attirò a sé con slancio. Le baciò il capo, usando tutta la forza rimasta nei suoi muscoli per abbracciarla.
«Non potevo.» Ripeté.
«Lo so. Ti perdono. Lo so.» L'accarezzava rasserenando ogni suo singulto, fin quando solo il silenzio aleggiò nella stanza.
Camila ebbe il coraggio di guardarla negli occhi. Le spostò i capelli dal volto madido e la baciò. Lauren ricambiò senza vacillare, stringendola ancora più forte, se possibile. Camila poggiò la fronte contro la sua e con l'ultimo alito chiese: «Quanto tempo abbiamo?»
Lauren scosse la testa: «Non lo so. Poco.»
«In base alla tua esperienza, quanto poco?» Aveva bisogno di saperlo per decidere cosa raccontare e cosa lasciare alla fantasia.
«Non più di dieci minuti.» Dichiarò, più sicura di quanto avrebbe voluto suonare.
«No, no.» Camila si aggrappò alle sue spalle, rifiutandosi di cedere al ricatto del tempo. «Portami con te. Ti prego, portami con te.» La implorò, tremando fra le sue braccia. Era Lauren ad essere in punto di morte, ma era Camila a morire.
«Non dirlo mai più.» La redarguì severamente, senza distogliere lo sguardo dal suo. Per un attimo era tornata ad essere il capo della fazione, a rimbrottarla come una ribelle. Camila non sembrava una Regina e non poteva importargliene di meno. «Questo Mondo ha bisogno di una Regina adesso.» Disse Lauren, leggendola nel pensiero.
«Come fai a...» Balbettò Camila.
«Lo so da quando ti ho conosciuta. Non avevo dubbi su come sarebbe andata. E se sei qui, avevo ragione.» Sorrise tenuemente, carezzandole la spalla.
«Non posso farlo senza di te, Lauren. Non ha senso più niente se non ci sei.»
«Ma ci sono. Non ci ha diviso un muro, pensi che ci dividerà il cielo? No. Questo Mondo ha bisogno di te e l'altro ha bisogno di me. Hanno aspettato fin troppo entrambi.»
«Perché, Lauren? Potevamo avere ancora tempo, magari fino a trovare una cura.» La scosse, chiedendo risposte al suo cuore calmo.
«Camila, mia sorella é morta per portare rispetto a chi per lei ha dato la vita. Io non posso vivere sapendo di aver commesso lo stesso avido errore dei cittadini di River Side, sapendo di aver seppellito mia sorella per lo stesso motivo. Non posso. Ti prego, non ci rimane molto tempo e ho bisogno che tu lo capisca, perché altrimenti non riuscirò mai ad avere pace, nemmeno nell'altro Mondo.» Le strinse dolcemente il viso fra le mani, aspettando che le lacrime si asciugassero per sentirla annuire.
«Come farò senza di te?» Mormorò contro le sue labbra, senza sapere se baciarle o parlare.
«Camila, hai lottato tutta la vita da sola, non hai bisogno di me. Non sarà mai sola e quando sarà il tuo momento, ti dimostrerò di essere atta sempre lì. Ma devi promettermi che non ti arrenderai proprio adesso che abbiamo reso giustizia all'umanità. Promettimi di portare fino in fondo ciò che abbiamo iniziato e di essere felice, perché sei stata triste fin troppo a lungo. Fallo.» La pregava impaurita; erano gli ultimi secondi insieme e nessuna delle due trovava le parole giuste da dire e quelle da non dire. Come si riassumeva una vita non vissuta in una parola?
«Te lo prometto.» Fu l'unica pace che potesse regalarle.
Lauren inspirò sollevata e schiuse le labbra in un sorriso sincero. I muscoli iniziarono a cedere lentamente, uno ad uno, come bulloni.
«Accompagnami al letto.» Le chiese con quanta più dignità riuscisse a trovare.
Camila si fece carico del suo corpo come per tutte le volte che Lauren aveva preso in affidamento il suo. Ma non ebbero la forza di arrivare al letto e dovettero sedersi sul pavimento.
«Camila, quando chiuderò gli occhi...»
«Lo so. Lo farò.» Le promise, sapendo cosa le stava per chiedere ma non avendo il coraggio di sentirlo.
«Vuoi sapere della battaglia?» Aveva appoggiato la testa sul suo cuore e ascoltava il battito farsi sempre più leggiadro.
«No.» Disse in un sussurro scarno. «Raccontami della nostra casa, del Mondo di prima. Come viviamo lì.»
Camila lo aveva immaginato tante volte ad occhi chiusi, ma non aveva mai avuto l'ardire di proseguire il sogno ad occhi aperti; talune fantasie vanno custodite dove la realtà non può arrivare, né per sciuparle né per scomparire. Quel leggero equilibrio fra immaginazione e realtà conosciuto solo da coloro che rischiano di perderle entrambe con un solo passo falso.
Camila si rannicchiò su di lei, li dove il cuore scalciava sempre più debolmente nel suo orecchio. L'eco lontano del battito rimbombava in memorie ancora più lontane.
«In quel Mondo il Sole serve solo per ridere. Noi ridiamo molto. Siamo sempre felici, anche quando dimentichiamo il latte o l'insalata dalla lista della spesa.» Lauren abbozzò un sorriso, le costava talmente fatica da saltare un battito. Le palpebre erano già chiuse, serrate sul Mondo che Camila descriveva per lei. «A volte litighiamo per cose stupide e poi ci prendiamo in giro per gli stessi motivi. Guidiamo sempre con la musica e mangiamo raccontandoci la giornata che non abbiamo condiviso insieme. Leggiamo nel letto e beviamo il té davanti alla finestra.» La sua mente cancellava la realtà per immergersi in quella dorata fantasia; nemmeno il palazzo aveva così tanto oro. L'unico richiamo alla realtà, la sua fune nella fossa, era il battito sempre più lieve di Lauren.
«Condividiamo i vestiti e la doccia. Abbiamo amici simpatici di cui ci piace ridere per le loro stranezze. La nostra casa non é mai perfettamente ordinata, ma c'è sempre buona musica in sottofondo. A volte ti chiedo di ballare, ma nessuna delle due sa come farlo...» La stringeva forte a sé, sempre di più mentre Lauren esercitava sempre meno pressione. Il respiro era poco più di un sibilo e se non avesse udito il picchiettare del battito, avrebbe già detto addio.
«Tu conosci tutti i miei film preferiti e i libri e le storie. Io so a memoria le tue frasi preferite e i personaggi. Siamo un po' noiose, ma non ci annoiamo mai. E poi la lavatrice é sempre piena, te ne dimentichi sempre. I piatti li laviamo quando ci va e...» Il suo cuore picchiò un'ultima volta, un saluto alla porta della vita prima di chiuderla cautamente, senza far rumore.
Camila lasciò in sospeso la frase proprio come Lauren lasciò in sospeso lei.
Inspirò a fondo, trattenendo le lacrime; non voleva piangere, temeva Lauren tornasse indietro anche solo per asciugarle le lacrime e ora che aveva mosso i primi passi, non poteva agguantarla di nuovo. Doveva lasciarle trovare la sua pace come l'aveva fatto col Mondo.
Con mano malferma sfilò il coltello dai pantaloni e lo rigirò nella mano prima di spingerlo lentamente dentro il cuore di Lauren. Lei glielo aveva chiesto. Non voleva restare appesa al Mondo con un dito. Non serviva a nessuno. Era un dolore da risparmiare quanto ai vivi così ai morti. E Camila l'aveva amata tanto da accontentarla.
Aveva messo in ginocchio un Re e ucciso senza remore un esercito, ma adesso non riusciva neppure ad osservare il rivolo di sangue sulla lama: una goccia, cento fiumi.
Quel giorno erano tramontati due regni, due cuori si spegnevano per far luce su quello di Camila. Ma mentre ascoltava il suo respiro spandersi solitario nell'aria, si sentiva una perdente.
Era riuscita a salvare il Mondo. Ma non il suo.
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