33
I ragazzi stavano scaricando l'ennesimo camion; abbassarmi tutti gli occhi quando Camila si avvicinò. Aveva il sentore che tutti sapessero cosa stesse succedendo tranne lei, e temeva non le sarebbe piaciuto scoprirlo.
«Ehi, ragazzi. Come va oggi? Sapete dove sia Lauren?» La spensieratezza nella sua domanda imbarazzò tutti; nessuno aveva il coraggio di annullarla.
Alan, uno dei ragazzi con cui aveva condiviso qualche missione, si incaricò della responsabilità: «È da Taylor.»
Il respirò di Camila le colpì lo stomaco come un pugno e con altrettanta forza le si gonfiò nei polmoni. Non c'era bisogno di aggiungere altro. Annuì ringraziando.
Tutti sapevano che quel giorno sarebbe arrivato. Lauren era l'unica a non averlo capito. Aveva evitato quella stanza per settimane, sperando che bastasse camminare oltre per farla sparire nell'oblio. Invece l'oblio aveva spalancato l'uscio e l'aveva inghiottita. Mentre marciava nel corridoio, il respiro pesava come piombo, ma erano le occhiate fugaci dei presenti a far fuoco. Tutti la guardavano con l'aria mortificata di chi non si sarebbe messo al suo posto nemmeno a pagarlo oro. Questo perché tutti, lì, si erano calati nei recessi dell'oblio a scatenare il caos, ma era una scala a senso unico; nessuno sapeva come sarebbe tornato in superficie. Era come se Camila stesse scalando uno scivolo.
Sostare di fronte alla porta della fatidica stanza però, non assomigliava per niente alla superficie. Forse non era il fondo, ma non aveva niente della vetta.
Inspirò a fondo e abbassò la maniglia con un unico movimento. La penombra della stanza pareva più densa ora che il monitor era spento. Lauren era seduta di spalle, talmente immobile che Camila temette fosse il suo cuore ad essersi fermato. Allungò una mano verso la sua spalla e tirò un sospiro di sollievo ad avvertirne un sussulto. Lauren, però, non si voltò a guardarla. Fissava la sorella con il terrore che il corpo si disintegrasse come polvere al primo alito di vento.
«Ha aperto gli occhi prima di...» Ingoiò a vuoto. «Mi ha guardato.» Anche lei non smetteva di rimirarla, chiedendosi forse come avesse potuto per tutto quel tempo ignorarla. Ora poteva solo accontentarsi di un battito di ciglia; il suo perdono e il suo addio.
«Sapeva di non essere sola.» La confortò, parlando sommessamente ma stringendo di più la sua spalla nel suo palmo.
«No.» Scosse senza remore la testa. «Non è mai stata sola perché ci sei sempre stata tu.» La voce si ruppe un po' per il rimorso, ma la mano si poggiò sulla sua per la gratitudine.
Camila inspirò a fondo. Avrebbe voluto afferrarle la mano e baciarle il dorso, ma non lo fece. Rimase inerme sotto il peso del suo tremito e si fece roccia.
«Lauren, so che adesso non puoi capirlo, ma questo Mondo ha smesso di farle male ed è molto più di quanto potessi augurarle.»
Lauren ebbe un sussulto impercettibile del capo: «Adesso non so più per cosa lottare.» Mormorò. Si vergognò di ammetterlo a sé stessa, ma per un attimo si sentì come Dinah. Perché continuare a lanciare bombe se sua sorella non c'era più? Perché far saltare muri, ponti, edifici se sua sorella non era più li? Non trovava un senso.
Camila si inginocchiò di fianco a lei, le afferrò gentilmente il volto fra le mani. Lauren non avrebbe mai cambiato posizione se qualcuno non l'avesse aiutata. Le virò cautamente il capo, facendo combaciare i loro sguardi. Lauren sembrava distrutta come la terra dove camminavano.
Camila aveva buttato giù un muro usando la mano pesante, per abbattere questo serviva invece solo una carezza. Strofinò il pollice sulla sua guancia: «Se non trovi più un motivo, lo troverò io per tutte e due.»
Le pupille di Lauren scattavano da una parte all'altra come lucciole impazzite. Camila tentava di catturare le loro ali con i suoi occhi. Lentamente la tensione nei suoi muscoli si alleviò. Si sgonfiarono come pneumatici bucati. Camila era il suo chiodo e non sapeva quanto gliene fosse grata di essere così appuntita contro i suoi spigoli. Dal centro del suo petto cadde qualcosa che stava in bilico da tanto. Ma non fu una caduta libera. Camila era li a prenderlo a mani aperte. Sul volto della corvina si screziò un'espressione dolorosa. La luce in fondo al suo tunnel erano lampi. Lauren si chinò in avanti, avvilita e stanca. Poggiò la fronte sulla spalla di Camila e pianse. Pianse, pianse, pianse.
Camila le carezzò i capelli e tenne le labbra premute contro la sua nuca fin quando i singhiozzi si acquietarono. La vita sembrava più leggera sulla sua spalla e dalla sua spalla tutti i fantasmi erano stati lavati via dalle lacrime di Lauren.
Il funerale fu a malapena un funerale. Recitarono qualche preghiera, ma tutti rivolgendosi alla terra piuttosto che al cielo. Poi coprirono la bara e piantarono un'altra croce nella foresta di lapidi. Incisero le iniziali di Taylor sul legno e si allontanarono in silenzio.
Camila rimase al fianco di Lauren durante tutta la cerimonia. Non la sfiorò neppure, ma fu sempre pronta a sorreggerla in caso il suo passo cedesse d'improvviso. L'accompagnò nella sua stanza e attese in silenzio la corvina alzasse gli occhi dalla scrivania, raccogliendo il coraggio di osservare un Mondo senza la sorella. Siccome Lauren non si decideva a issare il capo, quello di Camila si inclinò sempre di più verso il cuscino. Si svegliò di soprassalto. Aveva sognato il suo segreto rivelarsi al Mondo. Si voltò dall'altra parte e trasalì di nuovo. Lauren era seduta di fianco al letto, a vegliarla. Aveva la fronte imperlata e teneva le mani davanti alla bocca con aria riflessiva, ma sapeva che stava solo imbavagliando un grido.
«Dio, Lauren. Che succede?» Domandò preoccupata e angosciata.
«Niente io...» Scosse leggermente la testa, abbassando gli occhi. «Avevo paura non ti svegliassi più.» Sibilò.
Camila sospirò affranta. Protese la mano verso la sua e la tenne nella propria: «Va tutto bene. Io sto bene.» Non voleva menzionare direttamente Taylor; non sapeva quale eco avesse il suo nome nelle cavità di Lauren
Lauren annuì, spostando le mani dalla bocca alla fronte e accoccolandosi lì. Anche lei stava cercando di ricordare cosa fosse reale e cosa no. Camila si stiracchiò prima di acciambellarsi sul letto.
Lauren Inspirò dentro la conca delle sue mani e con voce cavernosa disse: «Non so come tornare a credere in qualcosa.»
Camila avvertì il cuore farsi più piccolo delle lacrime che scacciava dalle pupille. Prese un bel respiro e schiuse le mani su quelle di Lauren. Gentilmente allontanò le dita dal suo volto come edera abbarbicata. Le tenne nelle sue mentre intercettava lo sguardo smarrito della corvina. Le sorrise tenuemente. Non era compassione la sua.
«Non devi credere in qualcosa per renderlo vivo. A volte le cose sopravvivono anche quando smettano di parlarci.» Stava pensando a Sofia. Aveva abbandonato la speranza di rivederla ancora una volta, ma non aveva mai smesso di credere che esistesse un modo per riabbracciarla. In questo o nell'altro Mondo. Che poi questa terra, per una volta, le fosse stata lieve prima che lei si facesse terra stessa, era una fortuna insperata.
«Sono ridicola.» Sbuffò ghignando Lauren, asciugandosi le lacrime come per strapparsele. «C'è una guerra là fuori e io mi sto piangendo addosso.» Aveva speso troppo tempo tenendo le fila del Mondo, del loro Mondo, per potersi ritrovare umana senza coscienti rimproveri.
«Quando ho sparato a Bernard, tu mi hai lavato via il suo sangue.» Era la prima volta che se lo sentiva dire ad alta voce. Sembrava passata un'eternità da quel momento, invece non più di qualche mese aveva seccato il vermigliò sulle mani. «In guerra si uccide. Sempre. Tutti i giorni. Ma io ho dovuto farlo almeno una volta per ritenerlo vero.» Legò il suo sguardo a quello di Lauren, sperando il nodo fosse abbastanza stretto e il messaggio sufficientemente cristallino: sappiamo come va il Mondo, ma apriamo gli occhi solo quando ci sta davanti.
Lauren annuì mestamente. Tutto il suo corpo era afflitto da una spossatezza indicibile. La parte più solida di sé stessa erano le mani di Camila.
«Andrà bene.» Fu più una promessa che una mera rassicurazione.
Lauren abbozzò un sorriso sghembo. Fu il primo sintomo di vita che Camila notò. Arginò come possibile il sospiro di sollievo.
Prima che potessero terminare il discorso o inoltrarsi in un uno nuovo, bussarono energicamente alla porta. Lauren tirò su col naso e indossò un'espressione imperturbabile con la facilità con cui si sarebbe cambiata maglia. Concesse il permesso di entrare.
«Scusate, non volevo disturbare.» Drake avanzò timidamente nella stanza, fino a raggiungere la scrivania di Lauren. «Dovevo parlarti subito.»
La corvina si corrucciò: «Di che si tratta?»
Drake sbirciò furtivamente Camila, seduta sul letto, quindi planò di nuovo verso Lauren. Quest'ultima smussò ancora di più le feritoie dei suoi occhi.
«Ieri mattina abbiamo spedito dei gruppi di ragazzi a perlustrare la zona. Lo sai, lo facciamo con tutti i nuovi arrivati. Gli affidiamo incarichi semplici per esercitarli senza rischi.» Inspirò sonoramente. «Evidentemente ci sbagliavamo stavolta, perché non sono rientrati.» Inchiodò il suo sguardo a quello di Lauren: «Tutte e quattro le squadre.»
«Cazzo.» Imprecò la corvina. «Perché non me lo avete detto prima?»
«Beh...» Drake incassò le spalle. La risposta era abbastanza evidente.
Lauren impiegò un secondo in più a ricordare cosa fosse avvenuto il giorno precedente. Drizzò le spalle e fece un unico cenno del capo. Adesso la montagna doveva restare montagna, malgrado le frane e le crepe e i dirupi; il pendio doveva capovolgersi e farsi vetta.
«D'accordo. Dobbiamo spedire altre squadre a cercarli.» Ingiunse, ma Drake scosse il capo.
«Già fatto. Non hanno trovato niente. Solo attrezzatura militare.» Sospirò, ingarbugliato nel mistero.
«Attrezzatura militare?» Arcuò un sopracciglio.
«Si. È strano, lo so.» Annuì grevemente Drake, spingendo più a fondo i pugni serrati sul tavolo.
«Perché strano?» Si intromise Camila, restando defilata per non impicciarsi ma non del tutto isolata.
Drake e Lauren scambiarono più di un'occhiata, poi la invitarono ad avvicinarsi. Camila abbandonò malvolentieri la coltre, ma senza lamentele.
«È strano perché da queste parti non si spingono mai i militari.» Sottolineò perentorio Drake, quasi stesse parlando di draghi e fate piuttosto che di soldati.
«Soprattutto è difficile che perdano parte del loro armamentario.» Soggiunse Lauren, ancora immersa nelle sue labirintiche domande.
Camila si lambiccò tacitamente, scartando ipotesi improbabili e approfondendo quelle più plausibili. Disquisirono a lungo tentando di comprendere sia dove potessero essere stati portati i ragazzi e sia perché la presenza dei militari si stesse intensificando. L'inizio della guerra non era il motivo più valido, paradossalmente. «Se il Re avesse voluto attaccare, l'avrebbe fatto senza mezzi termini. Non ha senso aumentare la sorveglianza, se già sa che siamo fuori controllo.» Aveva chiarito Drake, ricevendo l'appoggio di Lauren.
Camila vivisezionò la mappa come se il livello di concentrazione fosse correlato al tempo di risposta. Improvvisamente, però, notò un particolare, non nella carta ma nell'aria. Era rimasto a volteggiare sopra di loro una parola che allineava tutte le svolte e gli angoli disegnati sulla mappa.
Alzò di scatto il capo, con il cuore già in gola: «Che cosa hai detto?»
Drake aggrottò le sopracciglia: «Non ho detto niente...»
«Quando sei entrato.» Andò dritta al punto Camila: «Che cosa hai detto?» Avvolgeva l'aria sul dito come per riascoltare il nastro.
Drake cercò un segnale da parte di Lauren prima di procedere all'analisi: «Ho detto che tutte e quattro le squadre non sono tornate.»
«Squadre di chi?» Il suo indice non aveva smesso di mulinare.
«Di ragazzi.» Disse banalmente Drake, ma il dito di Camila si arrestò a mezz'aria. Aveva trovato il pezzo cruciale.
Le sue pupille si dilatarono. Il respiro mozzato le impedì di parlare subito: «Quale ragazzi?»
Lauren ebbe un sussulto. Stava cominciando a comprendere dove Camila stesse andando a parare e il suo cuore palpitò per lei.
Drake saggiò le parole in bocca e per la prima volta l'intuizione giunse prima della voce. Eresse la schiena, contrasse le spalle rimirando Camila con aria consapevolmente attonita: «I ragazzi del laboratorio.»
Camila rimase a fissarlo senza muovere un muscolo nemmeno per respirare. La verità arriva più imminente di una bomba, senza preavviso e senza rumore, ma distrugge tutto indiscriminatamente e ciò che sopravvive sono solo altri occhi con cui guardare il disastro.
Appena le sue gambe tornarono ad essere sue, zampò in avanti e corse giù per le scale. Aveva fatto una promessa a Sofia. Stava andando a scoprire se l'aveva appena infranta.
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