24
Nessun Mondo conosce la paura prima della guerra. Il loro Mondo stava per conoscerle entrambe. Credevano che la guerra potesse provenire solo dal cielo; nessuno, prima di allora, credeva che il vero nemico si trovasse sulla stessa terra dove camminavano i loro figli. Il muro li aveva divisi, ma ci voleva ben altro per dominarli.
Le fiamme avevano smesso di ardere, ma gli abitanti temevano le macerie più di qualsiasi incendio. Tutti tranne Camila. Le lingue rosse l'avevano illusa di un vivo calore, mentre il freddo cemento le ricordava solo la morte e la tomba che aveva scavato ai suoi piedi.
Negli ultimi giorni si era distratta. Aveva impiegato tutte le sue energie nei lavori al quartier generale, rincasando troppo stanca per dar adito ai pensieri. Si distendeva ripassando unicamente i propositi per il giorno dopo. Nel buio delle sue quattro mura, la solitudine le faceva da cuscino. Nei sogni, però, incontrava tutte le sue Erinni. Venivano a vendicare le sue colpe, ma soprattutto smentivano un perdono che non sarebbe mai arrivato. Quando era scappata dal palazzo, sapeva cosa voleva ma non era consapevole a cosa davvero andasse incontro. Adesso era oltre la consapevolezza: bastava varcare un confine una sola volta per non temere più quello successivo. Camila ne aveva già oltrepassati troppi per chiedersi quale sarebbe stato il prossimo, ma gli altri ribelli aspettavano da troppo tempo quel momento per assomigliarle.
Lauren aveva concesso tre giorni di riposo a tutti. Tre giorni di silenzio in cui ciò che avevano fatto non venne neppure nominato. Era la più grande vittoria conseguita negli ultimi anni e Lauren taceva. Camminava nei corridoi come se niente fosse, mangiava parlando del meteo, discuteva delle scorte racimolate con calma stoica. I ragazzi sbirciavano da sotto le loro visiere consumate la corvina, enunciando frasi celebrative solo dopo il suo passaggio, frasi che Lauren non si azzardava nemmeno a sussurrare. Normani, frustrata da quel silenzio indolente, sbottò con Dinah. Non era possibile che il loro leader non pronunciasse una parola in merito -o di merito- al crollo del muro. Avevano vinto, cazzo. Ma soprattutto avevano dimostrato di poter vincere. Qualcuno doveva dirlo a tutti coloro che avevano perso molto più di quanto un trionfo potesse restituirgli. E quel qualcuno doveva essere Lauren. Ma lei sceglieva il silenzio.
Dinah acquietò Normani e tentò di farla ragionare, ridimensionando la sua rabbia. Però anche lei, in cuor suo, stringeva i pugni. Normani era offuscata dalla malattia e dall'impulsività, ma Dinah no. Sapeva cosa stava succedendo ed era il momento di cambiare le cose. Bussò alla porta di Lauren ed entrò, indipendentemente dalla risposta. La corvina era seduta alla sua scrivania, stava scarabocchiando la mappa consegnatole da Camila, quella dove aveva disegnato gli ipotetici avamposti che il Re avrebbe schierato per difendersi dopo il primo attacco.
Dinah si avvicinò lentamente. Lauren la fissò senza distogliere lo sguardo. Intuiva la rabbia dietro i suoi occhi pacati e non la biasimava. Il tempo stringeva, soprattutto per Normani e Dinah, la quale si era ripromessa di far vedere all'amica il Mondo Nuovo dalla terra e non dal cielo.
Tese le braccia sulla scrivania e le disse austera: «È pronta.»
Lauren corrugò la fronte, mentendo anche a sé stessa: «La mappa?»
«No.» Disse recisa Dinah. «Lei.»
Il suo sguardo perentorio intercettò quello consapevole di Lauren. La corvina annuì una sola volta. Tutto quel silenzio non era servito per riflettere, ma per alleggerire i colpevoli delle loro colpe. E in quella parte di Mondo c'era una sola persona a sentirsi in colpa per i danni collaterali.
Dinah uscì dalla stanza lasciando Lauren da sola con i suoi pensieri. Aveva atteso tre giorni per festeggiare, tre giorni per rispetto al dolore di Camila, ma ora non poteva aspettare oltre. La guerra li attendeva e loro non potevano tardare.
Il giorno seguente convocò un'assemblea speciale. Si recò nella camera di Camila per comunicarle le sue decisioni in anteprima, permettendole di accettare che, malgrado tutto, il Mondo andava avanti e se voleva farlo nel verso giusto dovevano spingerlo loro.
Camila era seduta sul letto, sfogliava un libro senza leggerlo davvero. Aveva già svolto tutte le mansioni quotidiane in mezza giornata e ora non le restavano altri modi per ingannare il tempo.
Lauren si scusò per il disturbo: «Domani riprenderemo le carte in mano. Dobbiamo decidere come agire e trovare il migliore dei modi per farlo.»
Camila si mise seduta sul bordo del letto. Annuì a capo basso. Lauren avvertì sul petto un peso più gravoso di tutte le macerie all'orizzonte. «Camila,» disse sperando che il suo muro reggesse meglio l'impatto di quello che avevano abbattuto. I loro sguardi si incrociarono, annodandosi l'un l'altro. «È necessario.»
Camila abbozzò un sorriso, conscia. Aveva ragione Lauren: anche se non era nelle sue intenzione, era necessario. Malgrado i drammi personali, bisognava proseguire ciò che era stato iniziato. Anzi. Proprio perché i drammi erano avvenuti e si erano resi inevitabili, bisognava andare avanti, per non renderli anche inutili.
La mattina seguente, tutti si erano presentati puntuali o addirittura in anticipo, ma nessuno arrivò in ritardo. L'attesa taciturna aveva fermentato gli animi più di qualsiasi comizio. Lauren si congratulò rapidamente con tutti per aver messo a segno la prima vittoria concreta, ma non guardò nessuno negli occhi mentre elogiava l'impresa. C'erano occhi che dovevano ancora redimersi e lei non aveva intenzione di condannarli.
«Adesso però dobbiamo decidere come attaccare gli avamposti di fortuna.» Appese la mappa sulla lavagna. Aveva già cerchiato alcune zone, mentre altre erano state sbarrate con una X. Iniziò da quest'ultime: «Queste sono le zone dove non possiamo dirigersi. Troppo rischioso esporsi in aeree centrali, soprattutto considerando le poche munizioni rimaste.» Storse la bocca, ma non si soffermò a lungo sui dubbi del momento.
«Attaccheremo dagli estremi. Qui i rinforzi faticheranno ad arrivare, per via del bosco e anche per la distanza dalle entrate di sicurezza.» Diede un rapido sguardo alla sala. Seguivano tutti con diligente concentrazione. «Saranno più armati, ma noi è questo che vogliamo: armi. Non possiamo permetterci uno scontro diretto, abbiamo già sprecato troppe risorse nell'ultimo conflitto. Non ne usciremo vivi.» Fissò la carta stringendo i pugni. Doveva trovare una soluzione, ma da sola non ci era riuscita.
Si voltò verso la sala, fronteggiando i suoi amici. Non era difficile intuire il motivo per cui erano riuniti li: dovevano scovare un'alternativa e dovevano farlo più velocemente possibile. Diede loro la parola.
«Potremmo lanciare qualche granata e sparare qualche colpo. Pochi. Giusto quelli per creare il panico e approfittare del caos per rubare le armi.» Propose Normani, carezzando la pistola nella fondina. Sparare una volta era stato gratificante, ma non abbastanza da rinfoderarla per sempre.
«No.» Scosse la testa Lauren. «Abbiamo solo cinque granate e dobbiamo tenerle per le emergenze. In più, loro risponderebbero al fuoco. Dopo l'ultima volta spareranno alla cieca e qualcuno rischierebbe troppo. Pensiamo a qualcos'altro.» Teneva le braccia serrate al petto e il cipiglio ancor più serrato.
«Cerchiamo di infiltrarci senza farci notare e rubiamo le armi di nascosto.» Scrollò le spalle un volto sconosciuto a Camila. Ancora doveva imparare i loro nomi.
«Impossibile.» Scosse la testa Lauren. «Secondo le informazioni di Camila, le armi di scorta sono tenute sotto chiave. Dobbiamo recuperarla per appropriarcene.»
Tutti si voltarono verso Camila, come se non solo le soffiate dovessero provenire ma anche le intuizioni. Effettivamente ne aveva una, ma non sapeva quando buona fosse.
«Possiamo camuffarci nel bosco. Sfruttiamo la boscaglia e la notte per coglierli di sorpresa. Neutralizziamo tutti in silenzio. Rubiamo le armi e andiamo via prima che qualcuno si accorga della nostra presenza... O prima che arrivino i rinforzi.»
Il denso silenzio indusse gli sguardi a smuoversi come un'onda verso la battigia, verso Lauren. La corvina inchiodava Camila con il suo sguardo, assorta in un duraturo pensiero. Forse non era il migliore dei piani, ma non potevano permettersi il lusso di escogitarne di perfetti.
«Potrebbe funzionare.» Dichiarò dopo una pausa riflessiva. «Ma se qualcosa andasse male sul campo, non avremmo copertura.» Si rimiravano come due guerrieri con le spade in mano. Tutti osservavano la scena facendo rigidamente spola tra le due.
«Potremmo piazzare qualche arciere nel bosco. Silenziosi, ma letali.» Propose.
«Non abbiamo arcieri.» Rispose aspramente Normani, senza degnarla di uno sguardo. Evidentemente proteggerla dalla pioggia di proiettili col suo corpo, bastava solo per ottenere la sua parola, non il rispetto.
«Si che ne avete.» La nonchalance di Camila confuse gli astanti. «Ci sono io.» Scrollò le spalle.
Un ghigno affiorò sulle labbra di Normani: «I tuoi sogni non si avverano in questa parte di Mondo.»
«Mi sono esercitata.» Ribatté con tono asciutto e neutro. «So cavarmela.» In vita sua aveva teso la corda solo per colpire cortecce di alberi o mele nel giardino, mai per mirare ad un uomo. Ma ormai che differenza faceva? Aveva imparato che nella vita non importava nascere ribelli per essere capaci di uccidere, bastava avere un'arma in mano e una alla tempia per diventare il più veloce.
Lauren la trafiggeva con sguardo attento. Poteva funzionare, l'unico scoglio alla sua approvazione era l'idea di far scendere nuovamente Camila in campo, allo scoperto. I recenti eventi avevano provato che impugnare una pistola, non equivaleva a conoscerne il peso; Camila aveva dormito in enormi letti d'oro, ma era stata una piccola pallottola di piombo a strapparle via il sonno. Non era sicura fosse pronta ad affrontare gli stessi tormenti. Erano già troppi per una vita, figuriamoci per una settimana.
Camila sosteneva i suoi occhi austeri e vigili come aveva fatto con Bernard. Non indietreggiava di un battito di ciglia. Quella fu la prima volta che Lauren si domandò cosa o chi avesse sfidato per essere lì oggi. In quel momento pensò che non avrebbe chinato il capo nemmeno davanti al Re.
Si era sempre chiesta se la sua rabbia avrebbe prevalso di fronte all'uomo che comandava e piegava il Mondo, e si era sempre vergognata di rispondersi che forse no, forse non sarebbe stata abbastanza per guardarlo negli occhi mentre esalava l'ultimo respiro. Ma Camila era diversa. Camila sarebbe stata capace di sostenere il suo sguardo fino a che l'ultimo centimetro della spada non si fosse conficcato nel suo ultimo pezzo di cuore. Ferro contro ferro.
«D'accordo.» Sentenziò infine, suscitando un brusio di palpebre. «Faremo così.»
«Ma Lauren!» Sbottò Normani, placata solo dalla tessitura della mano di Dinah attorno alla sua. Ricamava calma sulla sua sgomenta tela.
«È deciso.» Lo sguardo intransigente ricadde sulla sala come un mantello, avvolgendo le nuche chine.
«Non abbiamo migliori opzioni e il tempo stringe. Dobbiamo agire subito se non vogliamo che i nostri sforzi vadano al vento.»
Normani serrò la mascella e rimangiò le sue recriminazioni. Anche lei sapeva bene quanto valesse un'ora in più durante una guerra: cento teste e duecento anime. Era malata, non stupida... Ma nemmeno docile. Non sopportava l'idea che fosse Camila a prendersi la gloria. Non si era già presa abbastanza dal loro Mondo? Non le bastava aver sognato notti intonse sulle loro ossa? Ora voleva anche i loro occhi.
«Oggi stileremo un piano d'attacco, qualcosa di rapido e accessibile a tutti.» Sorvolò fino ad incontrare lo sguardo di Camila. Non l'aveva lasciata un attimo. «Prima però, dobbiamo testare le tue abilità. Tutto dipende da te, Camila.» Non si riferiva al piano, non solo a quello almeno.
Camila comprese e per questo annuì una sola volta. Stava promettendo.
L'arco di cui disponevano era un vecchio modello rigido e ostile alla flessibilità. Il tempo trascorso dall'ultimo allenamento combinato all'asperità del ferro, non era di buon auspicio per la sua prima prova. Per fortuna avrebbe fallito davanti a pochi occhi. Lauren, Normani, Dinah e Drake osservavano attentamente la ragazza riscaldarsi. Sotto le labbra di ognuno si nascondevano speranze diverse. Fiducia. Malizia. Angoscia. Speranza. Un Mondo intero racchiuso agli angoli della loro bocca.
Camila lo sapeva, avvertiva rovinarle sulla schiena le aspettative, nidificare nel suo osso sacro e ramificarsi come adrenalina lungo la colonna vertebrale. I brividi le scorrevano più nel sangue che sulla pelle. Li raccolse in un pugno, mentre tendeva la corda. Incoccò una freccia. Il peso del vento a tarare la forza. La corteccia dell'albero distava circa venti metri. Non era un tiro difficile, ma la traiettoria sfidava un intero destino. Inalò a fondo. I polmoni si riempirono di ossigeno, la freccia si tese di vita. Il respiro riverberava nel petto, la corda vibrava nei muscoli. Non capiva dove finisse l'arco e iniziasse lei. Era solo quello il segreto per una mira impeccabile. Trattenne il fiato e scoccò il colpo. La freccia fendette l'aria con eleganza mortale. I lapilli marroni schizzarono via dall'abito dell'albero. La punta si era conficcato un po' storta e leggermente decentrata, ma aveva comunque raggiunto la meta. Camila sorrise sotto i baffi.
Normani sogghignò teatralmente: «Perfetto, così invece di prendere la spalla di un nemico colpirai le nostre chiappe.»
Il tiro aveva mancato di davvero poco il centro, quanto bastava per svegliare i dubbi. Drake e Dinah tacquero. Non volevano screditare Camila, ma il pensiero di Normani non era troppo lontano dalle loro incertezze. Lauren era l'unica a fissare perpetuamente Camila. La freccia l'aveva a malapena guardata. Un solo sguardo. Una sola volta. Le era stato sufficiente per capire.
«Va bene. È abbastanza soddisfacente.» Trasse infine, suscitando l'indignazione di Normani.
«Stai scherzando?! Ti fidi di quel tiro? Non ha nemmeno colpito il centro! Un piccolo sbaglio come quello potrebbe costarci la vita.» Sbraitò, ma Lauren non smetteva di rimirare Camila, malgrado la maschera di urla cucitale addosso da Normani.
«Sono sicura.» Non diede ulteriori spiegazioni.
Normani, allibita, scosse il capo. Era lei quella malata, ma era Lauren ad aver perso la testa per prima. Se ne andò a grandi falcate, seguita da un'implorante Dinah. Drake scrollò le spalle. Non gli sembrava così male. C'era di meglio, ma non era mai stato dalla loro parte. Non era una novità.
Camila recuperò la freccia dall'albero, sfiorando il centro del bersaglio solo con le ciglia. Lauren non aveva smesso di fissarla.
«Non c'era bisogno.» Disse.
Camila si voltò lentamente, intercettando il suo sguardo, più affilato della freccia. Nessuna punta di ferro sbeccava cuori come la verità di chi ti legge dentro.
«Di cosa?» Domandò aggrottando le sopracciglia.
«Di sbagliare di proposito.»
Si scambiarono un lungo sguardo in cui nessuna falsa parola tradì ogni sincero respiro. Camila trattenne un sorriso. Anche lei, quello stesso giorno, capì una cosa: Avrebbe fatto quella guerra per tutti, ma avrebbe vinto per una sola persona.
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