14
Camila richiuse l'uscio alle sue spalle. Lauren non si sedette, rimase appoggiata alla scrivania. Braccia conserte, mascella serrata.
«Se vuoi uccidermi,» cominciò Camila, «eviterei di sporcare il tappeto.»
Lauren non rise, anzi. Scosse la testa, allibita dalla superficialità della ragazza. «Per te è tutto un gioco, vero?» Il tono ammonitore alludeva ad una falsa partenza.
Camila roteò gli occhi al cielo: «No, non è così.»
«È sempre così per chi non ha niente da perdere.»
Camila avanzò un passo, frustrata dalla saccenza della corvina. «Sai che c'è? Mi sono rotta le palle del tuo atteggiamento del cazzo.»
«Come, prego?» La stupore della corvina imbrigliò la rabbia.
«Voi ci accusate di essere tutti uguali, ma tu non sei da meno.» Stavolta fu lei a puntarle il dito contro. Non stava ponderando le conseguenze, era guidata solo dal fuoco dentro di lei.
«Non ti permettere.» Ringhiò a denti stretti Lauren, stringendo con più forza le sue stesse braccia.
«Mi permetto eccome. Non sei da meno perché anche tu commetti lo stesso errore nostro: non ci vedi come persone!» Camila ormai aveva accorciato le distanza, rendendole irrisorie. Bastava sventolare un millimetro in più il dito per toccarle il naso. «Solo chi è nato da questa parte sa cosa sia il dolore, no? Solo voi avete il diritto di soffrire, o sbaglio? Noi siamo dei semplici arroganti che giocano come preferiscano.»
Lauren inalò, calmando i nervi. «Descrizione accurata.» Le afferrò l'indice impettito e lo allontanò dal suo volto.
Camila si stampò un sorriso amareggiato: «Allora non fingere di essere diversa da noi, perché sei uguale, solo meno fortunata.» Camila non possedeva nessuno scettro, ma quella condanna pesò più di qualsiasi colpa.
Lauren gonfiò il petto, ma non ebbe tempo di ribattere perché la porta si aprì di nuovo e Dinah si materializzò al di là. «Scusate se vi interrompo, ho una domanda per Camila.» Fra le mani racchiudeva una fiala, piccola e scintillante come una pepita ed era oro davvero: «Che cos'è questa?» Innalzò un sopracciglio, girandosela fra le mani come se la risposta si trovasse sull'altro lato.
«È una fiala di Rematil.» Rispose semplicemente Camila, ma la confusione generale la indusse a specificare. «Davvero non sapete cosa sia?» Entrambe scossero la testa. «Questa è la miglior medicina prodotta fino ad oggi. Non è una cura, sia chiaro, ma qualcosa di molto simile.»
«Non ne esiste già una?» Suonò scettica Dinah, che ora però reggeva con entrambe le mani la fiala, quasi potesse rompersi da un momento all'altro.
«Certo, ma quella è pensata per prevenire la malattia, infatti somministrandola si ottiene una sospensione dei sintomi non più lunga di qualche ora.» Guardò prima l'una e poi l'altra per capire se stessero effettivamente seguendo. Proseguì. «Questa è pensata per alleviare i sintomi. Non succede spesso... da noi... ma talvolta la malattia insorge anche in presenza del trattamento, così interveniamo con quella.» Indicò il flaconcino argenteo fra le dita di Dinah.
«Per quanto cura i sintomi?» Chiese quasi balbettando.
«Dipende dallo stadio della malattia, ma...» Si strinse nelle spalle calcolando una stima approssimativa. «Solitamente almeno un mese.»
Gli occhi di Dinah guizzarono sfavillanti verso Lauren. Non aveva mai avuto niente di cui essere grata prima di allora. E Lauren la capiva.
«Un mese...» Sussurrò incredula, con gli occhi lucidi per la felicità. «Un mese!» Esultò con più impeto, ridendo.
«Ok, ok, ok, ok.» Cercò di riordinare le idee. «Quando possiamo somministrarla e soprattutto come?»
Camila fece spola fra le due. Capì solo allora che la tensione percepita nell'aria era solo euforia inespressa. «Posso farvelo vedere...» Azzardò. «Insomma sempre che ci sia qualcuno che vogliate curare subito.»
Dinah e Lauren si scambiarono un'occhiata: troppe persone. Stavano solamente decidendo chi prima e chi dopo. «Sì,» declamò Lauren, magnetizzando lo sguardo di Camila. «Mia sorella.»
Nella stanza non c'erano solo loro tre, ma anche due dottori. Beh, più che dottori erano ragazzi esperti nel suturare ferite e cambiare flebo. Camila aveva spiegato teoricamente il processo per applicare la medicina, adesso lo mostrava nella pratica. Erano tutti assiepati attorno al letto di Taylor, raramente assopita.
«È come inserire l'ago di una flebo... Credo. Ma comunque questa fialetta è già dotata di un ago.» Stappò la punta, mostrandone l'estremità acuminata. «La inserite nella vene della paziente.» Questo passaggio fu messo in atto da uno dei due ragazzi; non avevano una laurea, ma più esperienza di Camila di sicuro. «Adesso basta premere sul fondo, come fosse una siringa, finché non si sgonfia.» Il procedimento era facile, ma l'ansia lo complicava. La fialetta si prosciugò come un chicco d'uva secca. Estrasse lentamente l'ago, buttando la fiala nel cestino.
Tutti osservarono Taylor con il fiato sospeso. Il battito sul monitor accelerrò, istigando Lauren a gettarsi sulla sorella.
«No.» La mano di Camila l'arpionò, trattenendola. «È normale, il farmaco sta agendo direttamente sul sangue.» La rassicurò. Lauren, compressa dal momento di concitazione, portò istintivamente la propria mano su quella di Camila. Tremava. Camila la occhieggiò senza dire niente, la tenne solo nella sua.
I picchi impazziti sul monitor diminuirono sempre di più, stabilizzandosi. Un sollievo generale si diffuse nell'aria. Lentamente le palpebre presero a sfarfallare. Strizzò le pupille punte dalla luce.
«Taylor.» Esalò con un filo di respiro Lauren.
«La luce...» Si lamentò, reclinando il capo.
Lauren le andò vicino, afferrandole le mano. Era la prima volta dopo mesi interi che era sveglia senza delirare. «Che giorno siamo?» Chiese. «E che cazzo fate tutti qui?» Generò una risata collettiva. Passò in rassegna tutti i loro volti, soffermandosi su quello di Camila.
«Chi è lei?» La voce era appena udibile, straziata dalle crisi degli ultimi mesi.
La corvina si voltò verso Camila. I suoi smeraldi la trafissero, per la prima volta, senza astio. «Un'amica.» Rispose. Non lo pensava davvero, questo era chiaro a tutti, ma forse iniziava a considerarla come una persona e non solo come una cittadina di River Side.
Le lasciarono un po' di tempo da sole. Dinah le chiese di replicare il procedimento su Normani.
«Mi punterà un fucile addosso?» Aveva chiesto Camila, sorridendo ma non scherzando.
«Tranquilla, glielo punterò prima io.» Contraccambiò il sorriso, ma nemmeno lei giocava.
Camila aiutò i ragazzi a riordinare la merce. Spiegò loro cosa non conoscevano e si fece insegnare cosa non sapeva lei. Dinah dovette attingere ad ogni risorsa di pazienza per convincere Normani a sottoporsi alla cura. I sintomi non erano gravi, ma non voleva scoprire quando lo sarebbero divenuti. Perché non c'era dubbio: sarebbe successo. Camila si apprestò ad iniettare la medicina, ma la mano di Normani le si chiuse sul polso.
«Quando io uso un'arma, so quello che faccio.» La fulminò con occhi diffidenti: «Tu lo sai cosa stai facendo?»
«Certo,» ribatté Camila, «ti sto aiutando.»
Normani grugnì contradditoria, ma orientando lo sguardo verso Dinah si ricordò perché aveva accettato. Le allentò la presa, lasciandola procedere. Il siero le scaldò la circolazione come alcol, ma non la inebriò allo stesso modo. Il battito cardiaco le schizzò in gola, ma dopo pochi attimi, i muscoli si rilassarono. La malattia non aggrediva solo il cervello. Anche i tessuti risultavano irrigiditi, sempre pronti a scattare. Non si sentiva così tranquilla da mesi, talmente acquietata da potersi addormentare subito, sprofondando nel sonno come dopo una fatica immane. Camila lasciò il suo posto a Dinah, defilandosi. Erano tutti indiffarati quel giorno. Lei si sentiva un pesce fuor d'acqua, anche se il mare lo aveva portato lei.
«Camila.» La corvina era più vicina di quanto entrambe credessero, ma nessuna delle due arretrò.
«Succede qualcosa?»
Lauren scosse la testa. «Va tutto bene, ma ci sono tante altre persone che hanno bisogno di queste dosi.» Stringeva una fiala fra le mani, contemplandola con intensità. Pochi milligrammi in cambio di una vita. Ecco per cosa era nata la rivoluzione: una fialetta.
«Vi aiuto io.» Camila sfilò gentilmente la medicina dalle mani della corvina, alleggerendola di un peso di cui immaginava solo la portata. Fu un gesto semplice e istintivo, ma più simbolico del dovuto. Lauren la rimirò dubbiosa, ma annuendo.
«Ti accompagno.» Non era una richiesta, ma non celava alcuna minaccia. Era già un passo avanti, o perlomeno... Di lato.
Lauren le mostrò volti incavati, occhi strabuzzanti, mani tremule e voci fioche. Tutto ciò che restava delle persone affette da troppo tempo dalle radiazioni. Camila si prese cura di ognuno di loro, senza fare domande ma rispondendo sempre alle loro. Non parlarono molto con Lauren, ma passarono comunque l'intera giornata a conoscersi. Camila si sentiva costantemente studiata, ma di test ne aveva già passati tanti. A metà tragitto, stavano somministrando l'ennesima fiala ad un ragazzo della loro età, quando Lauren, seduta dietro di lei, le domandò: «Perché lo fai?»
Camila ebbe l'impressione che avesse trascorso tutto il tempo a formulare quella semplice domanda. «Il vero "perché" è un altro.» Salutò il ragazzo con un sorriso affabile, voltandosi per fronteggiare Lauren: «Perché nessuno l'ha fatto prima?»
«A questo è facile rispondere.» Si drizzò in piedi, guardandola dritta negli occhi. «Perché a nessuno interessava...» Pausa. «Prima.»
Camila frenò a stento un sorriso. Non si fidava ancora di lei, ma stava rimediando all'errore di non averle concesso la possibilità di provarci.
«È per questo che non mi credi?» Ripresero a camminare lungo il corridoio in penombra.
«Anche.»
«E cos'altro?»
«Sembri troppo giovane per odiare qualcuno.»
Camila si voltò sorridendole: «Senti chi parla.»
«Io ho un motivo, però. Più di uno.»
«Forse anche io, no?» Proferì sottovoce, assorta in chissà quale rancore.
Lauren si arrestò al centro del corridoio. «Dimmene uno.»
Camila si femò, la guardò e si approssimò. «A te hanno tolto la possibilità di vita, a me hanno tolto la possibilità di viverla.»
Lauren scrutò la sua espressione acerba. Perché la sua rabbia pareva tanto simile alla sua? Cosa avevano in comune due nemiche? Forse un altro nemico?
«Mi pare che non ve la caviate così male.» Il sarcasmo era solo bisogno di approfondire.
«C'è tutto a River Side, lo so. Ma manca una cosa. La possibilità di scegliere.»
«E vorresti farmi credere che sceglieresti di non averlo?» Incurvò un sopracciglio, con sorriso scettico.
«Sceglierei di condividerlo.» Camila esibì la fiala fra le sue dita come prova della sua sincerità.
Lauren non poté far altro che schioccare la lingua contro il palato. I loro occhi erano avversari che non cedevano, ma non si odiavano. Non più o non ancora, lo avrebbero scoperto nel tempo.
«Lau!» La voce stentorea di Dinah spezzò il momento di confidenza.
«Che succede?»
«Ti stavamo cercando.» Si avvicinò con fare marziale. «Stiamo partendo per un campo Remax. Vieni con noi?»
«Certamente.»
Camila fece spola fra le due, chiedendo: «Che cos'è?»
Entrambi i loro sguardi saettarono su di lei, sconcertati. «Non sai cosa è la Retmil?»
La ragazza scosse timorosamente il capo. «Dovrei?»
Dinah imprecò, scuotendo la testa. «Certo che non lo sai, il tuo Re non ti dice le merdate che fa. Stronzo del cazzo.» Non sai quanta ragione tu abbia.
Lauren inspirò, dichiarando: «Verrai con noi. È l'ora che anche tu sappia quanto è cattiva la tua gente.»
Camila assottigliò gli occhi. Non presagiva niente di buono.
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