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1. Voci

Aveva sempre pensato di essere pazzo. Quelle voci che provenivano dalla sua testa ne erano la prova schiacciante. Le sentiva ogni volta che si avvicinava a qualcuno, le sentiva tutte assieme mentre dicevano ognuna qualcosa di diverso allora lui, si premeva le mani sulla sua testa pregando che quella tortura finisse. Ma non cessava mai allora correva via, verso un posto isolato lontano da tutti e allora finalmente, le voci sparivano. Non capiva il perché arrivassero, né da dove ma sapeva che accadeva quando era con le altre persone. Appena compreso aveva fatto di tutto per allontanarsi da loro ignorando i danni che ciò causava.

-Charles ti vuoi muovere? - sua madre, la donna più egoista di questo mondo lo aspettava sulla soglia dalla porta pronta per portarlo dal dottore .

Ovviamente era uno psicologo e non avrebbe trovato la soluzione nemmeno lui. E di psicologi Charles ne aveva conosciuto tanti. Era sempre lui il problema e sua madre lo stava portando a farlo curare. Lui era quello sbagliato, pazzo che sentiva delle voci che molto probabilmente non esistevano. Ma allora perché le sentiva?

Sì, senza dubbio era pazzo si disse mentre la raggiungeva. Bambino pazzo a otto anni. Fantastico.

Uscì di casa tenendo lo sguardo basso, quando arrivò davanti all'edificio dove doveva trovarsi lo psicologo esitò prima di entrare. Alzò la testa e si guardò attorno: le persone che camminavano e ridevano, correvano e urlavano. Poi le sentì di nuovo, gli arrivavano dritte al cervello perforandoglielo lentamente mentre cercava di mandarle via: le voci. Poteva sentirle, sì lui poteva sentirle  tutte.

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Puzzava di morte. Il campo di lavoro puzzava di morte. Erik l'aveva sentito subito sin da quando ci aveva messo piede. Dove li stavano portando? Quello non era un campo di lavoro ne era sicuro. Sentiva il sangue pulsargli nelle vene, c'era metallo ovunque. E quando c'era metallo lui sapeva che doveva correre lontano perché avrebbe potuto fare del male a qualcuno se si fosse arrabbiato. Era successo una volta con un bambino, stavano litigando per una bicicletta. Erik non ne aveva una w aveva chiesto ad un bambino se poteva prestaglierla per fare una piccola corsa.

-No- aveva risposto. Ed era andato via con la sua bicicletta, sgommando apposta lasciando che la polvere gli finesse nel viso facendolo tossire. Allora Erik si era arrabbiato e la bicibletta si era smontata di colpo e il bambino era caduto sopra un masso enorme.

-Non so come sia successo- aveva sussurrato alla mamma. Lei gli aveva posato un dito sopra le labbra e l'aveva condotto in fretta e furia dentro casa ignorando il bambino ferito che continuava a dire alla madre che Erik gli aveva fatto del male. Si era vero,  l'aveva ferito ma non pensava di arrivare a tanto.

Gemiti di dolore lo portarono via dai ricordi, vide la sua gente che lavorava sotto la pioggia con dei numeri scritti sul braccio. Erano magri come la Morte. Ma tutto lì, riportava a quello.

Quando lo separano da sua madre urlò. Perché gli stavano facendo questo? Lui voleva tornare a casa, stare con i suoi genitori non lì, non all'inferno.

Allungò la mano  e il cancello si mosse, così come la rabbia dentro il suo petto.

Poi sentì il mondo vacillare e capì che era stato colpito alla testa. Cadde sul terreno fangoso, bagnato dalla pioggia con le voci dei suoi genitori che gli rimbombavano nella testa.

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