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Poison



Say you got someone I'll say I got someone too.

We broke all the pieces,
but still want to play the games

I told all my friends I hate you,
But I love you just the same.

Pick your poison
I'm poison either way.

————

«Tu piaci sempre a tutti, perché ti preoccupi?» Sento la musica di sottofondo a casa di Dinah. Non sta prendendo seriamente questa conversazione tanto quanto vorrei.

«Beh, perché sono le amiche di Alex e ci tengo tanto a lei.» Sospiro, consultando l'orologio. Sono chiusa in bagno da troppo tempo per non inventare una scusa.

«Si, ma se hanno tutte la sua età, a malapena avranno udito per sentirti e vista per vederti.» Risponde con meno ironia di quanto possa sembrare.

«Dinah,» sospiro grevemente: «lasciamo perdere.»

«Ok, scusami.» Sento la musica affievolirsi e la sua urgenza rassettarsi. «Sono sicura che Alex ti stia portando a conoscerle proprio perché é sicura sia di te che di loro.» Non mi aspettavo una risposta tanto centrata.

Inspiro a fondo calmando i nervi: «D'accordo. E poi, anche se non piacessi a loro, non vorrebbe dire niente, no?»

«Sarebbe la fine della tua relazione, ma a parte questo...»

«Ti odio.» Le dico e finalmente una risata liberatoria slitta fra la connessione. Non lo penserai mai davvero. Le voglio troppo bene e i due termini non vanno d'accordo.

«Aggiornami nei prossimi giorni, ok?»

«Ok...» Sospiro massaggiandomi le tempie: «Alla fine sono solo due settimane.» Una risatina isterica mi compromette proprio prima di chiudere la telefonata. Dinah snocciola ancora qualche incoraggiamento e poi riaggancia.

Mentre ritorno all'auto, mi sforzo per distendere la tensione sul volto. Entro nell'abitacolo sorridente ed allegra, ma evito di incrociare lo sguardo di Alex, che non accenna a distogliersi.

«Ti verrà una paresi se continui a sorridere in quel modo.» Dice, sgonfiando la mia finzione in un sospiro scoraggiato.

«Sono nervosa, va bene?» Suono più aggressiva di quanto vorrei e per questo poso una mano sulla sua per farmi perdonare.

«Le mie amiche sono tutte entusiaste di conoscerti e poi saremo in un villaggio talmente grande che ti dimenticherai della loro esistenza.» Attende che la compiaccia con un cenno accondiscendente prima di sorridere e baciarmi. «Adesso puoi smetterla di sorridere a quel modo? Sei inquietate.» Scherza, strappandomi una risata che mi tranquillizza.

Durante il tragitto in auto mi addormento più facilmente di quanto credessi ed é proprio Alex a svegliarmi quando arriviamo a destinazione.

«Le ragazze sono dentro. Perché non ti avvii? Io scarico le valigie.» Mi sprona e non voglio deluderla prima di cominciare, quindi accetto di buon grado il consiglio.

La grande hall dell'albergo ospita più fermento di quanto pensassi. Siamo allocate in un'oasi di pace, ma a quanto pare anche qui ci sarà poco silenzio. Mi guardo attorno studiando l'ambiente fin quando i miei occhi si posano su una donna dall'altra parte della stanza.

É seduta su un divano con le gambe accavallate, le sue forme fasciate in un abito elegante ma sobrio. Le onde dei capelli corvini incorniciano il suo viso. Non ho mai visto un viso più bello. E i suoi occhi rifulgono anche da lontano. In confronto a tutti gli altri qui, lei sembra del tutto indifferente alla frenesia, alla calca, al rumore. Mi incuriosisce per questo. É una di quelle personalità che attraggono sguardi in ogni stanza e che li mantengono grazie alla propria persona. Oggettivamente, pure io sono rimasta stordita.

La donna volta distrattamente gli occhi nella mia direzione ed io mi riscuoto. Alex sopraggiunge giusto in tempo per restituirmi la mia razionalità.

«Ah, eccole lì!» Sentenzia sorridente, alzando il braccio nella direzione da cui provenivano i miei timori.

Cazzo, impreco dentro di me, seguendola con le spalle dritte. Non so quanto ancora potrò tenermi il mio orgoglio, é bene usarlo tutto finché posso.

Alex saluta tutte loro presentandomele affettuosamente. Ricordo pochi nomi e confusi: Ally, Kate, Erika, Normani... E Lauren. La corvina mi stringe la mano nella sua. Trattengo il fiato per piantarmi a terra. Abbozzo un sorriso svagato, ma dentro di me qualcosa non é già più mio. Appena ritiro la mano, tutto torno al suo posto, si riaggiusta in qualche modo anche se in spazi diversi, con forme non del tutto uguali a prima.

Per tutto il pomeriggio tento di parlare con tutto loro senza mai voltarmi troppo spesso alla mia destra, dove Lauren siede taciturna. Partecipa alla conversazione, ma con scarso entusiasmo ed ogni volta che devo sostenere i suoi occhi posso sentire il sapore del sangue riversarmisi in bocca. Quando dico di essere stanca per potermi congedare, in realtà sto solo cercando di far cessare il prurito che ho alle mani. Mi asserraglio nella stanza disfacendo le valigie in attesa di Alex, che é rimasta a confabulare con le sue amiche probabilmente proprio di me. Tutte le preoccupazioni di prima adesso sembrano futili e vane. Mi dico che sia per via della gentilezza con cui mi hanno accolto, ma la mia pelle sembra così diversa da prima.

Alex bussa alla porta e io vado ad aprirle. Mi riporta i commenti positivi delle sue amiche e mi sorprendo ad attendere quello di Lauren. Non so niente di questa donna. Potrei conoscerla e potrebbe non piacermi. Potrei odiarla. Ma intanto non so niente di lei e posso immaginarla come meglio credo.

«Lauren ha addirittura detto che le sembri trasparente.»

«Trasparente.» Sottolineo. In qualche modo non credo sia un complimento, ma un messaggio. Potrebbe aver notato la mia forza disinvoltura nell'ignorarla e lo sanno tutti che dove non guardi é dove temi di andare.

La serata trascorre in relativa spensieratezza. Ceniamo tutte assieme, parliamo del più e del meno e mi sento parte della conversazione tanto quanto tutte le altre. Quando ci avviamo verso l'uscita, mi rendo conto di aver dimenticato il telefono e mi scuso tornando sui miei passi. Mentre frugo distrattamente nella borsa, per poco non vado a sbattere contro la donna davanti a me.

«Merda.» Inveisco, più per la vicinanza che per lo spavento.

Lauren mi porge il cellulare senza dire una sola parola. I suoi occhi mi penetrano senza pietà. É bella. Ma non é questo. É che la sua pelle chiama la mia. É che quando le sto vicino non so più distinguere il volere del mio corpo dal desiderio del suo. No, non é cosi. Sono solo intimorita. Intimorita dalla sua figura, dalla sua autorità, dal suo carisma. Non devo confondere potere e passione.

«Grazie.» Sfioro la sua mano mentre recupero il mio cellulare e la maledico per la sua resilienza. Imperturbabile continua a fissarmi senza accennare ad un minimo di cedimento.

«Sei sempre così sbadata, Camila?» Domanda con voce arrochita e suadente.

No. Si... Qual era la domanda? «Io?» Approssimo un sorriso per annebbiare lo sbigottimento. Mi rimira senza scomporsi. «Ah no, solitamente lo sono di più.» Mento, accennando un sorriso che spero di ravvivare anche in lei, ma invece scaturisco solo un cipiglio. Mi sta studiando e la mia risposta é uscita fuori dagli schemi, é completamente fuori dalle sue aspettative.

«Strano,» ammette infine, sempre imperscrutabile, «avrei detto il contrario.» A questo punto sono io ad essere disorientata.

Dopo che ha lasciato fermentare sufficientemente la sua affermazione nello spazio che ci separa, mi sorpassa, accertandosi di non sfiorarmi, e se ne va. Mi volto ad osservare la sua ombra ondeggiare indomita. Che diamine vuol dire? Ho come l'impressione che tutto quello che faccia non abbia un senso, ma solo uno scopo. E il suo fine quale sarebbe?

Mi riunisco alle altre sottacendo lo scambio appena avvenuto, ma per tutta la sera divago mentalmente in scenari e alternative incompiute, perdendomi in labirinti insensati in cui il raziocinio c'entra ben poco e pure io. Non dovrei venerare i vicoli ciechi. Da qui non ne esce neppure la mia ombra.

Mentre ci dirigiamo verso la nostra stanza, commetto lo stupido errore di girarmi indietro. Lauren cammina alle nostre spalle, sinuosa e provocante come solo l'ignoto sa essere. I suoi occhi puntano sulla mia schiena e ogni mia vertebra conta il ritmo con cui le su ciglia sbattono su di me. La mano di Alex scivola sul punto in cui un brivido sta sdrucciolando e sussulto come se il mio segreto fosse pelle. La rimiro convulsa, stampandomi un sorriso plastico con cui nascondere lo spasmo agli angoli della bocca.

In ascensore, la corvina ci riflette prima di passare in mezzo a noi, dividendoci per qualche istante. Si posiziona dietro di noi e lo spazio é troppo angusto per non percepire il calore sulla mia pelle. Qualsiasi cosa di male che abbia fatto, le sto scontando tutte insieme. Adesso capisco perché Tantalo. Capisco perché sia una tortura feroce mettere vicina una cosa che vuoi così tanto senza poterla toccare mai. Ma io non ho rubato niente al cielo, anzi: é lui che deve restituire qualcosa a me.

Quando altre persone si aggiungono nell'abitacolo, siamo costretta ad indietreggiare. La mia schiena sfiora involontariamente il suo petto e per quanto sia già contro la parete, non ci prova nemmeno a spostarsi. Maledetta, mi mordo labbra e lingua. Ha l'aria di una che ottiene sempre quello che vuole, ma non so se per brama o per gioco. Io mi sento un po' il gioco nelle sue mani, ma d'altronde non sta succedendo niente e perciò le colpe stanno a zero.

Appena il trillo dell' ascensore ci avvisa che siamo arrivati, saluto generalmente i presenti ed esco a passo spedito. Alex si intrattiene qualche attimo in più. Io ho già aperto la porta della stanza quando lei mi raggiunge.

Le dò le spalle mentre mi abbasso la cerniera dell'abito e ripongo la collana sul cassettone:

«Stai bene?» Chiede corrugando la fronte.

«Mh-Mh.» Mugugno, voltandomi in una rapida occhiata per un rapido sorriso.

«Sei stata strana per tutta la sera.» La sua voce mi ricorda un confessionale, un tribunale.

«Solo perché non conosco nessuna di loro e non so mai cosa dire.» Mi stringo nelle spalle. Saprei bene cosa fare però... Mi volto di scatto per sfuggire ai miei pensieri. Adesso sono accerchiata anche da me stessa?

Alex si aspetta delle parole a seguito del mio gesto, ed é difficile architettare una bugia in mezzo a questo frastuono: «Devo solo conoscerle meglio.»

«Va bene, organizzerò qualcosa.» Mi rassicura. Con passo cadenzato viene verso di me, fa scivolare le sue mani sulle mie spalle e poi lungo le mie braccia. Vorrei dire di provare qualcos'altro oltre il timore, ma ormai i miei sensi hanno un'origine indipendente e tutto quello a cui servo io é lasciarli sfogare.

Alex mi bacia sul collo e poi sul mento e so già dove cadrà il prossimo, così mi distanzio prima: «Sono stanchissima, possiamo dormire stanotte?» Tengo il suo viso in due carezze per alleviare il peso della mia menzogna. I suoi occhi si incupiscono per un istante ma é solo il buio del dubbio, infine annuisce sorridendo, quasi istupidita dai suoi stessi pensieri, e mi accompagna nel letto senza spogliarsi.

La mattina dopo, Alex ed facciamo colazione con le altre. Di sottecchi analizzo Lauren. Detesto i suoi movimenti rilassati, ripudio la sua temperanza, odio il suo stato di calma. Perché é così facile per lei sbarazzarsi di me? Oddio, forse é una pretesa arrogante credere di essermi insinuata sotto la sua pelle. Ma a maggior ragione: perché lei non ha avuto bisogno di me? Si lo so, per piacersi servono due persone, non ne basta una. Ma quello che ho sentito standole vicina l'altra sera, in ascensore, proveniva dal mio o dal suo corpo? Sono io che inganno me stessa o lei che mi irretisce? É un desiderio il nostro o un peccato mortale il mio? Non che abbia paura di morire, mi dispiacerebbe solo fosse per niente.

«... Tu che ne pensi, Mila?» Domanda Alex, ma ho perso tutta l'altra parte della conversazione. Passo in rassegna i volti delle ragazze. Se Dinah fosse qui, saprebbe come aiutarmi.

«Scusate, di che cosa?» Spero di non sembrare maleducata.

«Di passare la notte in barca per il compleanno di Normani. Ti andrebbe?» Mi sprona facetamente Alex.

«Mi piacerebbe, ma ho un problema col mal di mare. Temo che starei più male che bene.» Improvvisamente un'idea si impossessa di me. Se tutte loro se ne andranno, potrò finalmente restare da sola con il mio male e curarlo con la solitudine. Lo interrogherò e lo frusterò finché non mi dirà cosa vuole da me. «Ma voi dovreste andare!» Adduco sbrigativamente, attirando gli sguardi su di me. Fantastico, adesso sembro una pazza.

«Voglio dire, non ci sono problemi, tanto devo comunque lavorare. Ne approfitterò per recuperare i giorni d'assenza.» Per rendere più generoso il mio gesto, carezzo il polso di Alex e sprigiono un sorriso nella direzione delle altre; in realtà sono solo due suppliche al tempo.

«Non voglio lasciarti da sola in hotel.» Sospira Alex, ma con aria scontenta perché sa che dovrà farlo. Quanti compleanni di Normani si é persa?

«Non sarà sola.» Esordisce Lauren, ed istintivamente i miei occhi si chiudono prima di schiudersi nella sua direzione. «Sto aspettando una chiamata importante e non credo in mare aperto sia possibile riceverla. Resterò in hotel anche io.»

«Come due perfette pensionate.» Scherza Ally, scaturendo una risata collettiva.

Se potessi tirarmi fuori da questa trappola, lo farei, ma se cambiassi idea adesso desterei dei sospetti e finirei per peggiorare quello che già va male di per sé. Alex sembra consolata e si convince che siamo tutti sistemati al meglio per la nottata di domani. Almeno stasera staremo tutte insieme e avrò la possibilità di schivare Lauren ancora per ventiquattro ore. 

Mentre le altre stanno ballando e bevendo dentro al pub del villaggio, esco a prendere una boccata d'aria. L'enorme giardino si estende su una grande terrazza. I riflessi della luna galleggiano nell'acqua della piscina fino a tuffarsi nel mare. Mi avvicino alla ringhiera perdendomi nell'orizzonte lattescente. La luna diventa effervescente sulla mia lingua mentre ingoio lo champagne.

«Se sei sbadata come dici, mi terrei lontana dalla ringhiera o dall'alcol.» Mi volto in direzione della voce.

Lauren si erge alle mie spalle. La sua ombra ricopre la mia figura. Mi chiedo se questa possa percepire il palpitare del mio respiro. Sono entrambi inconsistenti, ma reali, proprio come quello che provo adesso.

«E tu dovresti smetterla di spaventarmi mentre sono vicina a tutte e due le cose.» Non sto provando a farla ridere, ma in qualche modo é la prima volta che la vedo spezzare la sua maschera di austerità.

Con passo cadenzato taglia a metà i dardi lunari fino a raggiungermi nella penombra. Ora che siamo oltre la luce, possiamo fare quello che vogliamo di noi stesse? C'è un giudice anche nel buio o dove non arriva lo sguardo non arrivano neppure le leggi? Tutti i mostri escono alla scoperto nella notte, questo vorrebbe dire che il mio desiderio ha gli artigli affilati?

Si appoggia contro la ringhiera e contempla il panorama senza dire una parola. Non sembra ricordare la mia presenza. Assomiglia molto al tipo di donna che fa caso solo alla sua persona. Il resto del mondo può guardarla mentre si appassiona a sé stessa. Questo é quanto di più confidenziale possa permetterti. Quindi, attualmente, mi sta concedendo un lusso e io devo tenerlo a mente. Per esserne riconoscente, rimango in silenzio, imitando la sua postura e il suo sguardo. I nostri polsi si sfiorano e mi costringo a non ritrarlo.

«Pensavo non ti piacesse il mare.» Esordisce dopo un periodo infinitamente lungo ma che può essere racchiuso in pochi attimi. L'estensione dell'attesa ha una forma indipendente dallo scorrere del tempo.

«Guardarlo da riva mi piace.» Abbozzo un sorriso, ma la sua espressione si fa più intensa.

Sta leggendo qualcosa nei miei occhi di cui non vorrei essere messa a conoscenza, ma appena drizza le spalle so di essere in pericolo: «Guardare da lontano é da codardi, Camila.» I suoi smeraldi affondano dentro la mia coscienza. Sta dicendo quello che penso?

Annuisco mitemente. Adesso che ha scoperto il mio segreto, può tenerlo per sé? Può sotterrarlo dentro di lei affinché non debba stare più dentro di me? Può bastare condividere l'entità del proibito nella stessa porzione di carne? Può bastare, intendo, per restare nei propri confini, per accontentarsi della lussuria della parola?

Lauren deposita il suo calice sul bordo della ringhiera: «Buonanotte, Camila.»

«Buonanotte.» Lo dico duramente, quasi con rabbia. Oltre il peso della mia segretezza, potevi almeno lasciarmi l'orgoglio della mia resistenza?

Inalo profondamente tornando a voltarmi verso l'oceano. Quello che prima era intriso di magnificenza, ora ha solo il colore del petrolio e le stigmate della cera. Occhieggio il calice della donna. É rimasto l'alone del suo rossetto sul bordo e un filo di champagne sul fondo. Lo afferro irosamente e lo tracanno, assaggiando il sapore della sua bocca assieme al gusto della sua serata. Quanta forza c'è in una stella che non cade? Quanta rabbia c'è in un desiderio che non si spegne?

Sbatto il calice al suo posto e mi incammino marzialmente verso la mia stanza. Non sono arrabbiata con lei. Sono arrabbiata con me stessa, perché la collera é l'unica cosa che rimane sotto il mio controllo. E allora sono ancora mia.

Quando le altre partono a mattina inoltrata, stilo un piano per restare il più distante possibile dal villaggio e da Lauren. Sono fesserie, stupidità a cui mi aggrappo per convincermi di poter ancora fare qualcosa che non sia sbagliato. Chiaramente, per far andare le cose nell'unico modo in cui le si sono pensate, c'è bisogno di due volontà: la propria e l'altrui. Lauren appare subitamente contraria alla mia. Non che avessi dubbi.

Dovunque vada, lei é lì. Magari in disparte, magari per caso, ma é comunque presente. Fastidiosamente presente. Il solo posto sicuro é la mia stanza ed é li che mi trincero per la maggior parte del tempo.

Dinah mi chiama dopo cena. L'ho tenuta informata sulla situazione, anche se sono ragguagli su dei sogni, su delle piccole manie. Potrei passare ore intere a descrivere dettagli superflui solo per trovare un simbolo dentro un momento.

«Perché non glielo dici?» Domanda Dinah e tutta la sua naturalezza é proporzionale alla mia angoscia.

«Stai scherzando? Come, come ti salta in mente?» Devo modulare il respiro perché non sono mai andata così vicina alla verità se non con la mia pelle.

«Mi sembra l'unica soluzione.» Come può essere così tranquilla mentre bombarda la mia stabilità?

«L'unica soluzione sarebbe rendermi ridicola?» Un sorriso sarcastico mi scappa dalle labbra, offendendola leggermente. «No, Dinah. Non lo farò mai.» Evidenzio con veemenza, come per mettere un sigillo su una promessa a cui sarò debitrice per molto tempo...

«Allora torna a casa. Inventa una scusa e vieni via.» Effettivamente era più facile di quanto pensassi. Dire una bugia non é così arduo in una settimana in cui non faccio altro che mentire a me stessa. E stavolta sarebbe per il bene di tutti.

«Inventare una scusa per andare via non sembra male, ma non so se...» Mentre parlo qualcuno bussa alla porta con insistenza, quasi non fosse la prima volta.

«Dinah, ti richiamo.»

Abbasso la maniglia con fin troppa spensieratezza. Lauren mi rimira silenziosamente, come se fossi stata io a bussare alla sua camera e non viceversa.

«Scusa,» parola dal suono interessante sulle sue labbra, «ho prestato un libro ad Alex qualche giorno fa, credo lo abbia ancora lei.»

«Okay.» Le dico, ma resto inerte sulla soglia. Le sue sopracciglia si inarcano sprofondandomi. «Si, entra pure.» Tutto quello che non sarebbe dovuto succedere ha appena varcato la porta.

Controllo visivamente gli angoli in cui sono ammassati i libri, ma non credo di saper distinguere i suoi dai nostri. «Ehm, ti ricordi come...» Mi volto, ma le parole rimangono dove le ho lasciate.

Lauren si é affiancata a me, ed é talmente vicina da farmi incespicare suoi miei passi. Temo di perdere l'equilibrio, ma mi riassetto giusto in tempo. «Ok.» Dico sorridendo, ma la sua espressione adamantina non accenna a darmi indizi. La sua andatura si. Con decisione ricopre lo spazio che avevo involontariamente contrapposto fra noi.

«Lauren.» Inclino la testa su un lato con fare sagace, quasi fossimo ancora in tempo a dichiararlo uno scherzo.

Lei non ha la faccia di una che é venuta qui per scherzare, però. Affatto. Quando tocco il cassettone con i talloni, le sue mani si poggiano su di esso imprigionandomi a lei. Il suo sguardo é talmente profondo da lasciarmi senza fiato.

«Se tu adesso dovessi dirmi di andarmene, io lo farò senza mai tornare sul discorso.» Esordisce e il suo respiro caldo colora la mia pelle già vermiglia. «Ma se invece mi dici di restare, non mi fermerò.» Le sue parole così schiette sono talmente aggressive da spiazzarmi.

Non riesco a pensare a niente. Nemmeno se lo voglia o meno. Io non avrei mai avuto il suo coraggio, la sua sicurezza. Sono stupefatta e ammirata.

«Lauren.» Deglutisco a fatica e la gola diventa ancora più secca. Provo a dissimulare il nervosismo sotto un sorriso, ma davanti a tanta sicumera come posso giocare d'ironia? Anche se pretendessi di aver frainteso, se me la svignassi con un sofismo, lei non si accontenterebbe e farebbe più che bene. L'audacia non permettere mai al codardo di vincere.

Devo combattere la sua spada con una spada, dimostrarle che sono all'altezza. Potrei perfino disilludere la sua fantasia con la mia vigliaccheria.

«Lauren, é meglio che tu vada.» Allontanarla da me é come staccare la mia pelle dalle mie ossa.

Non riconosco più il mio corpo ora che il suo non mi tocca. É una sensazione talmente primordiale che assomiglia solamente ad una caduta. Quell'attimo in cui inciampi e trattieni il respiro mentre precipiti e poi, quasi per fortuna, ti rimetti in piedi. É la stessa identica emozione. Ed é impressionante quanto effetto faccia sentire il proprio corpo cadere da fermo. In quell'attimo mi attraversa la rotazione terrestre, il moto dei cieli, la rivoluzione del sole. Tutto sento sulla mia pelle mentre mi sbilancio senza muovermi. Tutto. 

I suoi occhi altezzosi perdono per un istante la propria luce, poi tornano a fondersi nell'ombra della superbia. Vorrei darle delle spiegazioni, ma come posso descrivere una sensazione che non esiste? Ci proverò poche volte, dopo questa notte, e tutte sembreranno occasioni sprecate, nessuno capirà davvero cosa intendo, nemmeno lei.

«D'accordo.» Non si altera. «Allora buonanotte.»

«Si, si...» Dico insensatamente, fissando la mano che tengo ancorata alla sua spalla. Lentamente l'adocchia pure lei, ma non dice niente.

C'è un problema. Ed é una stupidaggine, ma esiste: questa é la sua spalla. É la spalla che ho venerato per notti intere, che ho implorato come un altare. Ed é nelle mie mani. Anche se adesso me ne andassi, anche se facessimo finta di nulla, anche se dimenticassimo davvero questo momento, niente toglierà la forma della sua spalla dal mio palmo. Il mondo, da oggi, sarà misurato in base alla distanza fra il suo collo e la clavicola. Ma io come posso dimenticare questo?

Inalo sonoramente senza distaccare lo sguardo da quella porzione del suo corpo che ora è l'unità di misura della mia realtà. Non voglio fare la cosa giusta. Voglio andare fino in fondo e basta.

«Fanculo.» Mormoro fra me e me, e quello scoglio fra il suo petto e la sua schiena lo uso per attirarla a me.

Le sue labbra trovano le mie già aperte. I suoi fianchi si scontrano con i miei già allargati. Il suo ginocchio va a cercare la mia intimità mentre le sue mani si posano sulle mie anche. L'armonia con cui tutto prosegue decanta da quanto tempo stava già avvenendo. Conosce il mio corpo e i suoi punti deboli, così come io conosco il suo e i suoi punti deboli, anche se questa é la prima volta che ci tocchiamo davvero. Penso a quanto crudele sarebbe stato rinunciare a questo. Per entrambe.

I miei gemiti scavano la sua gola mentre le sue mani affondano nella mia carne. Con la punta delle dita solleva l'orlo della mia maglietta ed ogni volta che il tocco si approfondisce, la sua gamba spinge con più forza contro di me; é lei che ha il controllo della situazione, ma allo stesso tempo é lei a perdere il controllo di sé stessa. Mi piace.

I suoi palmi scivolano sotto il mio reggiseno e le mie coppe si adattano perfettamente alla loro forma. Mi sorreggo con le braccia al suo collo. I brividi costeggiano la mia spina dorsale fino a riversarsi nel basso ventre, dove il suo corpo li intensifica. Mi piace che, malgrado l'impeto fra noi, si prenda tutto il tempo per esplorare il mio corpo. É una tortura, ma sa di intimità. La sua lingua si dedica al mio collo, alle mie clavicole, per poi riempiersi dei miei seni. Un grido soffocato fa gemere anche lei. I suoi denti stringono i miei capezzoli, la sua lingua lenisce il dolore e poi ricomincia daccapo allo stesso modo. Le sue dita, nel frattempo, hanno sganciato i miei pantaloni ed io mi sono prodigata per sbarazzarmene. Lauren scende lentamente e mi bacia da sopra l'intimo; la mia schiena si inarca come un colpo di frusta.

Lei ne approfitta per ghermire il mio bacino nella sua morsa. Mi sorreggo alle sue spalle mentre la sua mi allarga le gambe e passa le labbra sul mio interno coscia. Con passo malfermo arretriamo fino al letto dove mi lascia cadere con irruenza. Mi fissa dritta negli occhi mentre si slaccia il reggiseno, si toglie la gonna, si espone alla penombra della stanza nella sua origine. Le sue forme risplendono nei tagli di luce. Si prende più del dovuto per guardarmi smaniare nella mia libidine. Alza prima una gamba e poi l'altra, mettendosi a cavalcioni su di me, ma sostenendosi con le sue mani al materasso. I suoi capelli mi solleticano il collo e mentre si abbassa su di me, ogni parte del suo corpo collide perfettamente con la mia. Mentre succhia la porzione di pelle che unisce il petto al seno, io cerco spasmodicamente di trovare il lembo che va dal suo collo alla sua spalla: la mia unità di misura. Conficco le unghie al suo interno e Lauren ricambia mordendomi dovunque si sposti con la bocca.

Vorrei tenerla vicina a me, ma allo stesso voglio continui a serpeggiare verso il basso, fino a raggiungere il centro del mio piacere. La corvina alza gli occhi una sola lunghissima volta prima di sprofondare dentro di me con la sua lingua. Istintivamente serro le gambe per la scossa, ma le sue mani prontamente le tengano aperte portandosele sopra le spalle. Mi attira di slancio a sé, solcando più in profondità la mia carne.

Vorrei almeno riuscire a parlare, ma a malapena riesco a controllare il respiro. Lei lo sa. Lo sente ogni volta che mi tocca e ne approfitta per passare in vantaggio. Le sue dita premono sulle mie pareti e lentamente scivola al suo interno per poi toglierle subito. Il mio bacino, ancora imprigionato nella sua stretta, si arcua bisognoso. Sento il suo sorriso sfiorarmi laddove prima ho sentito le sue dita. Ripete lo stesso tremendo gioco più volte, poi, infine mi soddisfa tutt'insieme. Le mie pareti si fasciano attorno alle sue dita ed ogni angolo del corpo diviene una curva. Non trattengo gli spasmi né le urla quando la sua energia diviene eccessiva.

Prima che possa finire però, torna a guardarmi e stavolta sono io a tenderle le braccia. Lauren risale le mie sponde fino ad appoggiare la fronte sulla mia spalla e finalmente posso nascondere il viso nella sua porzione di collo. Con le gambe si sistema affinché le nostre intimità si scontrino e con delle spinte decise finisce quello che ha iniziato. Sento il mio corpo rilassarsi dopo la rigidità portandosi addosso una stanchezza nuova. Non mi sono mai stata così sfinita in vita mia. Non si tratta solo della prodezza, ma del desiderio che ci ha legato prima e dopo di questo momento.

Il respiro della corvina si sgonfia contro il mio petto, mentre le mie braccia fiacche la sorreggono ancora a me. Pensavo adesso sarebbe stato più facile lasciarla andare. Pensavo questo sbaglio servisse quantomeno a non pensarci più. Invece é peggio di prima. Se ora si allontanasse dal mio petto, di me non resterebbe molto se non i suoi morsi.

Ci addormentiamo l'una accanto all'altra. Quando mi sveglio, penso di non trovarla più lì, ma nella sua sfacciataggine non solo é rimasta ma é pure sveglia e mi sta osservando. Mi sgranchisco prima di sorriderle e ricambiare l'occhiata. É tornata la sua imperturbabilità, decifrare la sua espressione é difficile quanto lo era l'altra sera, però adesso posso toccarle il viso e vedere quale parte di lei si incrina prima.

Prendo le sue guance fra le mani e le lascio un bacio sull'angolo della bocca. La sento sospirare arrendevole, poggiando il palmo sul mio dorso. Torno sul mio cuscino.

«Mi odi?» Domanda improvvisamente e faccio fatica a non riderle in faccia. Se potessi odiarti, non credo lo avrei già fatto?

Scuoto la testa. Lauren annuisce rincuorata. Inspira e si alza dal letto. Le sinuosità del suo corpo sono ancora più scolpite nella luce del mattino.

«Tra poco torneranno le altre, é meglio che vada.» Si riveste lentamente ed io la guardo mentre si prepara per andar via. Prima di uscire dalla stanza, mi concede un bacio sulla fronte.

Adesso vorrei avere il tempo di ricordare tutto quello che é successo stanotte, di rimarcare ogni suo segno inciso sul mio corpo, ma non ho tempo. Alex e le altre saranno già sulla via del ritorno e l'unica cosa a cui posso pensare é come essere quella di sempre senza rammentare quella di stanotte.

Sono tutte nella hall quando le raggiungo. La loro felicità esplosiva é un turbine di parole ed eventi. Mi ragguagliano su tutto quello che é successo e solo quando ormai i racconti sono praticamente terminati, Lauren si unisce a noi.

Il suo nome ha un suono diverso. Sono gelosa di sentirlo pronunciare dalla bocca di qualcun altro, anche se quella persona mi tiene la mano. Sono arrabbiata per la libertà con cui loro si liberano di quelle sillabe senza alcun compromesso, senza alcuna proibizione. Se sapessero quanto pesano sul mio petto. Se sapessero quante ossa ho dovuto spostare per far spazio a queste sillabe dentro di me.
Invece sorrido.

«E voi che avete fatto?» Chiede Alex ed é la prism volta che i nostri occhi si incrociano davanti agli altri. Sarà visibile la colpa in questo brivido?

«Lavorato.» Dico infine, mentre Lauren resta in silenzio, ma sono abituate alla sua ombrosità.

«Noioso.» Ridacchiano tutte in coro. «Stasera vi portiamo fuori, per ricordarvi che siete ancora in tempo per vivere.» Adduce pungente Normani.

Durante il pomeriggio, Alex mi sta vicino il più possibile, ma ogni volta che le sue mani sfiorano un luogo che Lauren ha marcato, sussulto. É difficile provare l'ardore del piacere assieme al calore della vergogna, soprattutto perché nessuno dei due vince sull'altro. Alla sera, ci dirigiamo verso un locale sulla spiaggia dove tutti sembrano più allegri ed euforici di me. Forse dovrei solo bere di più.

Mentre sto rabboccando il calice, una mano si poggia sulla mia schiena nuda e mi mordo immediatamente le labbra. So chi é.

«Scusa,» pronuncia Lauren al mio orecchio, «devo solo prendere questo.» Si sporge per recuperare un bicchiere sotto il mio sguardo torvo che merita un brindisi sarcastico da parte sua. Dopodiché sparisce nella ressa.

Ingollo tutto d'un sorso le bollicine e rimiro il mio riflesso rifrangersi nel cristallo; mi sento altrettanto frammentata. C'è una Camila che mi condanna, una che mi applaude e l'altra che vorrebbe rifarlo. E non sopporto nessuna delle tre.

«Ehilà.» Un ragazzo barcollante entra nel mio campo visivo, fin troppo vicino per non spingermi ad indietreggiare.

«Ciao.» Rispondo aspramente, voltandomi dall'altra parte.

«Che bel vestito.» Amplia un sorriso mentre le palpebre gli si socchiudono. Annuisco senza rispondere, ma se bastasse così poco per dissuadere un uomo saremmo tutte più tranquille. «Lo hai indossato per qualcuno?»

«Sicuramente non per te.» La superbia femminile é solo il modo in cui ogni donna si difende dalla propria ansia.

La sua risata é un affronto: «Mi piacciono le difficili.»

«Non sono difficile, non sono per te e basta.» Mi sto spazientendo e mi conosco quanto in là posso andare quando non ho più controllo. Talvolta la mia arroganza é anche la mia debolezza: provoca più pericolo che sicurezza. La presunzione é solo un altro pregio che gli uomini vogliono toglierci.

«Magari lo potresti diventare.» Con l'indice percorre il mio avambraccio. Lo ritraggo focosamente.

«Ti consiglio di toglierti di mezzo.» Tento di suonare minacciosa perché se mi mostrassi impaurita gli darei un doppio vantaggio.

«Ti consiglio di smetterla di tirare la corda.» Risponde stizzito. Gli rido in faccia per la sua ottusità. Perché un uomo non può accettare un no senza fartelo pagare?

«Senti, hai bevuto troppo. É meglio se torni a casa.» Faccio per andarmene, ma la sua mano vola attorno alla mia, strattonandomi a sé. In un attimo perdo tutto il respiro che avevo custodito.

«Andiamoci insieme, che ne dici?» Ma prima che possa rispondere, la sua faccia si deforma in una smorfia di dolore seguita da un lamento.

Lauren gli torce il braccio dietro la schiena: «Ha detto no.» Non diminuisce la presa e tantomeno la forza: «Ti é chiaro o devo essere più esplicita?» Il lamento del ragazzo si acuisce, attirando l'attenzione, al che la donna lo lascia andare per non creare problemi.

«E tu chi cazzo sei?» Domanda in un'ultima parvenza di decoro.

«La sua ragazza.» Sindaca senza nemmeno pensarci e poi, con un cenno della testa, gli indica l'uscita.

Quando restiamo sole, la corvina si accorge del mio sguardo attonito. Prudentemente si volta a scoprirne il senso. Un sorriso tenue mi affiora sulle labbra tramandandosi alle sue.

Non ho niente da obiettare.

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