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Love And War



Lover, hunter, friend and enemy
You'll always be every one of these
Nothing's fair in love and war.

————

«É arrivata ieri.»

«Perché non me lo ha detto nessuno?»

«Ah... Camila, pensavamo fossi impegnata con cose più importanti.»

Lancio un'occhiata contrariata a Dinah: «Decido io cosa é importante, Dinah.»

La ragazza abbassa lo sguardo senza rallentare il passo. Le guardie mi salutano amichevolmente, anche se tutti qui non vedono l'ora di riemergere dal buio delle prigioni, sanno che ogni vittoria deriva da un sacrificio.

Derek sosta davanti al bivio, la sua voce separa il metallo dal metallo: «Dov'é?» Domando autoritaria, lasciando che la mia rabbia ricada anche su di lui. Derek indirizza uno sguardo fugace verso Dinah, sembra un "te lo avevo detto".

«Nell'ultima cella a sinistra.» Risponde reticente. Lo oltrepasso senza ulteriori intoppi, ma la sua mano si serra davanti alla mia strada. «Non peggiorare la situazione, stiamo già perdendo questa guerra.»

Faccio spola fra la sua resistenza e la sua debolezza. I suoi occhi cedono prima della sua mano. «D'accordo, fai come vuoi.» Sibilla facendosi da parte. Stavolta é Dinah ad ammonirlo, ma non ha tempo di sprecarsi in parole perché i miei passi sono più veloci del suo respiro.

Si caracolla dietro di me, ma quando ci approssimiamo alla cella le faccio segno di fermarsi.

«Camila.» Tenta di schiarirsi la voce.

«Vado da sola.» Sottolineo categorica, spegnendo ogni rappresaglia.

Dinah non replica, se non per avvisarmi che si troverà qui al mio ritorno. Proseguo a passo più cadenzato, ma con il mento sempre alto e le spalle dritte e la gola ostruita da una rabbia che non si esaurirà in parole. Tengo le mani in tasca per non tradire la mia morale.

Queste celle, un tempo, erano le nostre, ma ora sono vuote e spoglie, se non fosse per gli incubi non ricorderemo la nostra vita qua dentro, ma quello che ci tiene svegli la notte é lo stesso motivo per cui diamo il sangue di giorno. Qui non c'è più nessuno, a parte i nostri stessi fantasmi. Ma adesso una voce risveglia la carne. Più mi approssimo alla cella, più le imprecazioni diventano chiare. Sono sussurri che paiono maledizioni, ma fortunatamente quaggiù nemmeno Dio arriverebbe.

Trattengo il respiro prima di trarre l'ultimo passo, quella breve distanza che mi divide quanto dal passato e dal futuro. Appena la mia ombra scivola sul suo volto, la voce della donna si sopisce. Non meritiamo nemmeno le maledizioni, soprattutto non quelle occhi negli occhi.

Uno spiraglio di luce presenta il mio sguardo al suo. Mi pare un'ingiustizia che due occhi così belli siano tanti insinceri, una tragedia che tanta bellezza sia al servizio del male. Per un istante, prima la riconosca per ciò che é, il mio fantasma sembra il suo. Ma é un istante che cancello con un passo.

Mi spingo vicina alle sbarre, sfacciata ed intrepida. Lei non é da meno. Non c'è niente di più importante del coraggio, nemmeno la morte. Da così vicino, nemmeno il buio della punizione nasconde il fremito della sua mascella.

«Quanto vorresti uccidermi adesso?» Sono le prime parole che le rivolgo, così conosce la mia voce e il mio ruolo.

«Morirai, non preoccuparti.» Un sorriso arrogante viene tagliato fra una sbarra e l'altra. «Forse non ti ucciderò io, ma la mia sarà una tomba da eroe e la tua da traditrice.» Si stringe nelle spalle.

«Passate molto tempo a sentire cazzate.» La sbeffeggio, notando le sue mani sbiancarsi attorno alle sbarre.

«Noi diamo la vita per il nostro paese, lo stesso paese che voi avete attaccato. Non c'è bisogno di sentire altro per sapere di essere dalla parte giusta.» Digrigna i denti. Vorrebbe stringere le mani attorno al mio collo, me si accontenta del metallo.

«Il vostro paese ci ha reso schiavi per tutta la vita, non c'era niente di nostro in questo.» Arriccio le labbra in un sorriso, ma é un ghigno.

«Quando si nasce criminali, si sconta una pena. Funziona così. Incolpa la tua gente, non la mia.»

«É un crimine rubare cibo? É un crimine venire nelle vostre miniere a riprendere ciò che era nostro? É un crimine voler sopravvivere?!» Sento dei passi nel corridoio, lievi come gocce d'acqua, ma poi si arrestano assieme al mio ansito.

«É un crimine uccidere per sopravvivere. Perché la vostra vita dovrebbe valere più della nostra?» Domanda con meschino sarcasmo.

«E perché la nostra dovrebbe valere solo appartenendovi?» Un sospiro cancella il mio astio, non ho più forze di urlare con queste lacrime in gola. «Perché noi non siamo importanti nemmeno se moriamo? Uhm. Scommetto che ora metà della tua gente si sarà già mobilitata per venirti a salvare, ma si é dimenticata che queste prigioni, un tempo, erano le stesse dove rinchiudevano noi. Dove ci torturavano.» Rimarco l'ultima parola perché voglio abbia paura, voglio si addormenti chiedendosi se domani potrà ancora ricordare chi sia, proprio come é successo a tutti noi, proprio come è successo anche a me.

«Su una cosa hai ragione.» Annuisce lentamente, ma so che nella sua inclinazione c'è una trappola. «Tutti mi stanno cercando, e sai perché?» Anche nel suo stupendo sorriso si rannicchia un pericolo fatale: «Perché avete appena catturato il generale dell'esercito.» Una risatina mi gela il sangue nelle vene. Se non ci fosse tutto questo buio, non sarei all'altezza della mia reputazione. «Oh, non sei più spavalda?» Adesso la sua risata riempie la prigione, spacca queste sbarre per raggiungere le orecchie di tutti. Adesso nessuno potrà far finta di non sapere: qui c'è qualcuno che con la morte ride.

Mi allontano di un passo, ma non distolgo lo sguardo dal suo, finché poi, mi allontano rapidamente e senza voltarmi indietro neppure quando il suono metallico si unisce e si sovrappone alla risata.

Dinah é ancora lì ad aspettarmi, ma ignoro i suoi richiami così come ignoro le occhiate di tutti coloro che non voglio rendere testimoni del mio respiro. Solo quando chiudo la porta della mia camera dietro le spalle mi permetto di anelare a bocca aperta, lasciando la paura assuma il mio sguardo nello specchio. Non dimenticherò mai questo momento, il momento in cui l'abisso aveva il mio nome e io ci cadevo comunque dentro.

Il generale dell'esercito. Abbiamo preso l'ostaggio sbagliato, abbiamo giocato con una scacchiera più grandi di noi senza renderci conto che una pedina non potrà mai abbattere un Re se di mezzo c'è una torre. Tutti contano su di me, il che significa che ogni sconfitta, anche quelle lontane dalla mia giurisdizione, saranno sempre una colpa da espiare. Non c'è un modo per salvarmi, non c'è nemmeno un luogo dove scappare, quelli li abbiamo già mandati tutti in fiamme.

Non dormo, non mangio, resto seduta contro la porta finché il giorno viene a bussare alle mie spalle, il giorno ma anche Dinah. Schiudo gli occhi su un mondo ancora da reinventare, un mondo che ho dato in pasto alla guerra pur di plasmarlo a modo nostro, ma adesso mi chiedo quanto valga un'idea in cambio di una vita. Dinah bussa nuovamente e stavolta non invano. Le apro l'uscio, schiacciando le occhiaie sotto un pugno, stringendo le lacrime della notte scorsa in un palmo; qui scenderanno nei miei fiumi.

«Camila, scusami..» Mi scruta di sottecchi ma a lungo. «Avremmo bisogno di te.»

«Si, pure io ho bisogno di parlarci. Riunisci tutti nella sala principale, per favore.» Detto, sforzandomi di non far pesare le mie spalle quanto il mio respiro. Dinah annuisce con un solo cenno prima di azionarsi.

Dopo venti minuti, tutti sono al corrente della novità. Il silenzio non nasconde nessun cuore, anzi, é proprio nell'assenza della parola che ognuno rivela sé stesso. Sono ragazzi, hanno paura, paura più di perdere che di morire perché la seconda la sanno fare meglio.

«Beh, non c'è molto da fare, dobbiamo ucciderla.» Dichiara Normani, senza troppi scrupoli. Ho sempre ammirato la sua schiettezza, ma per qualche motivo, oggi, titubo.

«Non così in fretta.» Interviene diplomaticamente Derek. «Se davvero é chi dice di essere, può esserci utile.»

«Utile? Certo. Utile a mandare un messaggio a quelli stronzi con la testa mozzata.» Replica Normani, scandagliando tutti i timidi sguardi.

«Pensaci. Se é così importante, sa molte cose, può aiutarci in tanti modi.» Sindaca Derek, assorto in qualche piano teorico che solo un celebrale come lui può seguire. «Conosce le loro mappe, i loro piani, le loro tattiche. La sua conoscenza ci potrebbe far vincere la guerra che stiamo perdendo.» Mette in chiaro Derek, disegnando un piano astratto sul tavolo di fronte a noi.

«E se ci guidasse male? Se mentisse?» Insinua Normani, ottenendo qualche tacito assenso.

«Le diremo che o sarà dalla nostra parte, o morirà. A lei la scelta.» Si stringe nelle spalle Derek che da questa vita vuole solo trarne un vantaggio, non gli interessa come andrà a finire.

«D'accordo... E se vinceremo la guerra? Se vinceremo grazie a lei, che era nostro nemico prima, la uccideremo o la lasceremo libera? Perché per quanto ne sappiamo, potrebbe aver ucciso o torturato i nostri parenti proprio nella cella sotto a noi.» Serra la mandibola assieme al pugno, scoccando un'occhiata algida ma incendiaria nella direzione di tutti noi. Si sofferma su di me come se volesse chiedermi "non ci stai pensando davvero, no?", ma un dubbio mi agita, per questo mi nascondo.

«Lo decideremo se e mai dovessimo arrivare tutti vivi in fondo a quest'impresa.» Concilia Derek e adesso anche lui dirige lo sguardo verso di me.

«Potete lasciarci un minuto da soli?» Chiedo, osservando intensamente negli occhi Derek.

Tutti si allontanano fra un brusio e l'altro. So che nessuno sarà d'accordo, qualsiasi decisione prenderemo. So che io sono il volto di questa rivoluzione, ma so anche che é grazie a Derek se abbiamo ancora una possibilità di vincere. Io ero troppo giovane quando l'incubo é iniziato per non avere paura.

«Non mi fido, Derek. Non mi fido di lei.» Scuoto fievolmente la testa, bagnando le labbra.

«Nemmeno io, ma potremmo sempre darle una chance.»

«Una chance sembra già troppa.» Penso a tutte le persone là fuori, a quante vite stiamo rischiando per fidarci di un rischio.

«Nessuna sembra troppo poco.» Smentisce tranquillamente, facendomi riflettere: se non tentiamo, rischiamo di morire non sapendolo mai, rischiamo di portarci questo peso anche in cuore fermo.

«Lei non ci permetterebbe questo lusso. Ci ucciderebbe senza pensarci.» L'orgoglio é la pena più grande per chi combatte. Bisogna saper uccidere noi stessi prima di stringere un altro cuore a mani nude.

«Noi lottiamo per dimostrare che non siamo come loro.» Punta il dito sul tavolo, sembra un verdetto.

«Io non so se riesco a lottare senza rancore.» Stringo nei pugni un battito arrabbiato, gli devo ordinare di tacere.

«Il tuo cuore non conta niente su queste decisioni.» Mi sta dicendo che io non ho il diritto di sentirmi, non se ciò che sono mi impedisce di essere fare ciò che é meglio.

«Se scegliesse noi, sarebbe una traditrice. Ti fideresti di una traditrice?» Faccio un cenno nella sua direzione, é il mio modo di dire lanciare l'ultima palla.

«Ogni lotta ha bisogno di scelte disperate.»

Sono ancora tutti fuori quando apro la porta. Scruto ad uno ad uno i volti asserragliati nelle loro posizioni. Inspiro a pieni polmoni prima di dire: «Adesso tocca a lei.» Poi mi avvio a passo spedito verso il grembo della terra, laggiù dove non cresce niente eppure c'è la nostra unica speranza.

Tiro la sedia vicina alle sbarre. Lei é seduta in fondo alla sua cella, ma con il sole in cielo riusciamo a vederci anche da lontano.

Mi siedo di fronte a lei e lascio gonfiare un po' il silenzio prima di cominciarle: «Morirai prima tu, temo.» Non so dove sto andando a parare, ma devo far si che la scelta sia più appetibile della gloria, e togliere la maschera ed un cattivo é più difficile d il togliere il mantello ad un eroe.

«Non c'è problema.» Dice, ma si morde il labbro.

«Hai giurato la tua vita per questo, ma la tua vita deve ancora iniziare.» Le mie parole catturano la sua attenzione. Adesso si sente in trappola, anche se dorme in una cella da giorni. «Quanti anni hai? Ma soprattutto, quanti ne hai dati in cambio di niente?»

«Di niente? Il mio paese é tutto.» Scandisce le parole con intransigente calma. 

«Il tuo paese non esiste più, perciò.» Scrollo le spalle, mi faccio scivolare addosso le macerie. «Ma se davvero vuoi che esista ancora, aiutaci a ricostruirlo nel modo giusto.» Evidenzio con violenta passione l'ultima parola, cercando di trasmettere un dolore lungo decenni.

«Stai pregando sulla mia tomba?» Incrina un sorriso, lo spezza come fosse vetro con cui tagliarmi la gola.

«No, ho ancora una speranza di non dovermi appellare a nessun fantasma.» Prendo aria, so che ogni guerra la si vince solo  in un modo: usando le parole giuste: «Vorrei confidare nel tuo nome e non nelle tue medaglie. Vuoi che smettiamo di combattere? D'accordo. Aiutaci a vincere.»

Una risatina rimbalza nella sua prigione: «Mi stai chiedendo di schierarmi con voi?»

«Ti sto chiedendo se preferisci essere un eroe o se preferisci essere viva.» Il suo sguardo si incupisce, é un ricatto questo, un ricatto che le porta via ogni tipo di gloria ma che le lascia il respiro.

Mi sospingo in avanti, sfiorando le sbarre della sua cella: «Tu non mi piaci e io non piaccio a te, ma non dobbiamo piacerci per aiutare la nostra gente, basterà fare la cosa migliore.»

«La cosa migliore sarebbe morire.» Mormora tremando, perché anche chi giura di essere capace di accogliere la terra continua ad aver paura del buio.

«Se così é, domani mattina all'alba ti accontenterò.» Mi alzo dalla sedia, la ripongo nell'angolo e mi avvicino un'ultima volta alla sua cella per scandire bene le parole. «Ma se così non fosse, domani mattina, io e te, dimenticheremo chi siamo e ricominceremo da questo.»

«Non sai nemmeno come mi chiamo.» Scuote la testa verso un punto indefinito.

«Io sono Camila.» I suoi occhi verdi cercano i miei attraverso il metallo, questo sembra l'unico modo in cui possiamo stare vicine.

«Lauren.»

«Bene, Lauren, almeno avrò un nome da incidere su una tomba... o una mano da stringere. Buonanotte.» Il suo sguardo mi inchioda per qualche secondo e, anche se sono io a tenere il coltello, sento che la mia vita sia in pericolo più della sua. Mi allontano velocemente e senza voltarmi.

La notte non porta consiglio e neppure riposo. Rimango a fissare un cielo che ho preso come se fosse mio, ma dal quale non mi sento più accettata. Anche se sto morendo per un futuro migliore, chi mi perdonerà della lotta? C'è troppo sangue per il paradiso. E non potrei mai scusarmi per andare neppure in purgatorio, dunque credo che ogni inferno ti segua.

La mattina dopo, Lauren é ancora seduta nello stesso punto della sera prima. Anche lei non ha chiuso occhio, restando un po' a pregare un po' a pentirsi perché é troppo giovane per rispettare il dovere più della vita.

«Allora, Lauren, abbiamo un accordo?» Chiedo e il suo silenzio mi dice di si. Oggi non morirà nessuno.

Nei mesi successivi, Lauren ci aiuta con i piani, ci racconta i segreti dei nostri nemici, ci spiega come essere furtivi ma anche letali e ci illustra mappe che non conoscevano neppure. Grazie a lei la guerra torna ad essere una partita aperta, moms non tutti sono felici. Qualcuno pensa che prima o poi ci tradirà, che un giorno farà con noi lo stesso e che saremo spacciati, ma altri, seppur in sordina, l'apprezzano, la ringraziano, ma nessuno si siede a mangiare con lei, anche se ora ha libero accesso ai corridoi, nessuno le dà il buongiorno. No, nemmeno io. Non voglio ringraziare chi voleva uccidermi, soprattutto se non aspetta altro che la libertà per provarci di nuovo.

Io e lei ci scambiamo occhiate fugaci, furtive, indoviniamo i pensieri dell'altra sicure che non ne parleremo mai, che possiamo morire con questo segreto perché vivere con la consapevolezza sarebbe più difficile. Ma la verità é una: entrambe stimiamo l'altra. Lei é intelligente, scaltra, arguta. Io sono composta, fredda, ma anche determinata. L'altra é la perfetta metà di noi stesse. Non pensavamo la nostra anima si fosse divisa fra due mondi, ma a quanto pare alcune anime sono fatte più per trovarsi in guerra che in pace.

Una notte, mentre torno a dormire nella mia camera, noto un'ombra allungarsi assieme ad un lamento e seguo perplessa la foce. L'origine é un orrore. Due ragazzi incappucciati la stanno picchiando. Lauren non reagisce e so che potrebbe, eccome se potrebbe.

«Ehi!» La Mia presenza spaventa anche la loro faccia codarda e scappano prima che possa fare i conti con loro.

Lauren si tira a sedere reggendosi il gomito. Faccio scivolare lo sguardo in basso, su di lei: «Stai bene?»

«Sono stata peggio.» Tiene per sé l'allusione.

«Si calmeranno.» Dico, ma non ne sono sicura. Hanno il nemico in casa, é una vita che aspettano di averlo per le mani.

«Certo.» Schiudr le labbra in un sorriso scettico, poi, a fatica, si alza stringendo i denti e si allontana senza dire una parola. Avrei voluto aiutarla, sorreggerla, ma sento che le mie mani debbano restare dove sono per non creare nella storia una svolta senza rimedio.

La battaglia più importante la vinciamo grazie ad un suggerimento di Lauren, ma tutto vengono a battere la mano sulla mia di spalla. Quella é la sera in cui non scendo a festeggiare, anzi, mi chiudo in camera e resto immobile ad ascoltare una felicità che non mi appartiene. Il lieve bussare alla porta mi distrae dai miei pensieri.

«Normani.. Non dovresti essere con gli altri?» Chiedo preoccupandomi subito del peggio, come sono brava a fare.

«Si, ma é arrivata un'analisi da Ally. A quanto pare possiamo attaccare un altro avamposto.» Sorride, passandomi i fogli.

«Ah.. splendido.» Abbozzo un sorriso. L'ultima cosa di cui ho bisogno é parlare ancora di quante vite prenderò domani.

«Camila.» La voce di Normani non presagisce niente di buono. «Ho come l'impressione che il tuo cuore e la tua testa non vadano più di pari passo.» Sostiene il mio sguardo con audacia.

Aggrotto le sopracciglia: «Che vuoi dire?»

«Voglio dire che conosco molto bene la tua testa, ma non so più cosa ci sia nel tuo cuore, e sono preoccupata.» Inclina la testa per rimirarmi dritta negli occhi. Non oso difendermi.

«Il mio cuore non conta niente, se solo la ragione serve.» Osservo i fogli nelle mie mani.

«La ragione non ti basterà più, ad un certo punto.» Fa una pausa dove attende che il mio sguardo trovi il suo: «So che tutti crediamo che basti l'autocontrollo per fare la cosa giusta, ma prima o poi anche quella perderà di senso se il cuore non la pensa allo stesso modo.»

«Normani, cosa vuoi dirmi?» Sospiro perché forse sentirlo da una voce che non sia la mia, renderà tutto più facile.

«Voglio dire che se devi fare una cosa senza sentirla, allora forse è meglio che tu ti fermi.»

«Non posso fermarmi, non c'è modo e non c'è scelta.» Così adesso lo sa, sono una codarda e un'orgogliosa, se vinceremo di me non mi resterà nient'altro che un "brava".

«Se la tua testa dice no, ma il tuo cuore dice si, prima o poi la testa concorderà. Fidati.» Mi trafigge col suo sguardo austero ma mansueto: «Lascia il comando a qualcun altro, per un po'. Fai pace con te stessa.»

«Non sempre la pace é la fine.» Sussurro fra me e me, ms anche lei lo sente.

«Per questa guerra, si però.» Sembra un rimprovero, anzi lo é. Non pensare al tuo cuore se in gioco ci sono vite, ma come ci si dimentica di noi stessi se viviamo respirando?

«Non posso lasciare il comando, Derek prenderebbe il mio posto e per quanto diplomatico sia so che, alla fine, la ucciderà.» 

Normani corruga la fronte ma sospira come se già sapesse: «Pensavo non ti importasse di lei.»

«É così... Nella mia testa.» Nessuno potrà mai dire che abbia confessato, ma qualcuno potrà dire che ci sono andata molto vicina, così in ogni stanza ci sarà sempre una persona che capirà perché abbassò lo sguardo.

«Camila, é meglio se ingoi quello che provi fino a quando non finirà tutto...» Cerca di essere cauta e delicata, ma se domani non lascerò il mio posto, so che ci saranno delle conseguenze.

«Si, tranquilla. Il mio cuore vive più nella mia gola che nel mio petto.» Abbozzo un sorriso, ed é vero. Per quante volte ho dovuto ingoiarlo, conosco più il suo sapore che il suo peso. Normani sembra soddisfatta, mi lascia con una "buonanotte" amichevole e si dirige verso la sua camera, la quale, sicuramente, avrà più conforto della mia.

Sfoglio la pliché prima di addormentarmi e decido di parlare con Lauren prima di sferrare l'attacco. Non che mi fidi di lei, perché una parte di me sarà sempre una ferita aperta da cui il suo nome mi ricorderà come sanguinare, ma si è dimostrata all'altezza delle sue promesse fino ad ora, perciò devo quantomeno concederle il beneficio del dubbio, anche se é difficile dubitare di una cicatrice.

La mattina dopo ci troviamo nella sala comune. Le illustro i piani e le mappe e le chiedo come secondo lei sia meglio attaccare. Per la prima volta, mentre studia quei progetti, mi domando come si senta. Come ci si deve sentire quando l'unico modo per salvarsi é tradirsi? Come si vive quando andare contro sé stessi é l'unica scelta per il domani? Alla fine, in qualche modo, se si ha la forza giusta, si finisce anche per credere alle proprie bugie e si inizia a dimenticare quanto lontana sia la verità, si offusca la realtà se si ha solo il coraggio di non guardare lo specchio tanto a lungo da scordarsi di noi. Adesso lei cosa ricordava del suo animo? Ma soprattutto, perché quella lacuna era tale e quale alla mia? Io chi ero al di là della lacuna, ma soprattutto: cosa rimaneva di me da poter ricordare ancora?

«D'accordo, faremo così dici tu allora.» Conclusi, confermando la tesi in direzione di Dinah che uscì dalla stanza per andare a ragguagliare gli altri.

Adesso che eravamo sole, sentivo un senso di tensione fra noi. Non sapevo se aver timore di trovarmi un coltello al collo o se semplicemente fossi intimorita dallo starle vicina. Intimorita quanto attratta, perché non era un caso ci mi trovavo quasi sempre dietro l'angolo da dove arrivava lei. Lo chiamavo così, ma ero solo una codarda.

«E se ti stessi ingannando?» Improvvisamente la sua voce rauca riempie la stanza e anche i pensieri.

Alzo di scatto la testa ma non mi giro verso di lei, sento il suo sguardo sdrucciolarmi sulla schiena: «Perché dovresti? Non é la prima volta che ci aiuti.» Scrollo le spalle.

«Ma se adesso lo facessi?» L'insistenza diviene urgenza sulla mia pelle, dunque mi volto verso di lei e cerco di captare nel suo sguardo quale parte di lei mi aria sfidando.

«Le conseguenze le conosci.» Proferisco d'un fiato, ma é un fiato debole.

«Mi uccideresti tu?» Muove un cenno nella mia direzione, troppo spavaldo per non essere uno scherno.

«Potrei.» Dichiaro, ma questa é una di quelle volte in cui divido il cuore per ingoiarlo e non sentirlo.

Lauren circumnaviga lentamente il tavolo che ci separa: «Potresti.» Scandisce sottovoce, fino ad arrivare proprio davanti a me. Sento il suo sguardo risalire il mio corpo senza lasciar tracce di innocenza. Si ferma nei miei occhi, dopo avermi tolto il respiro. «E vorresti?» Sussurra.

Deglutisco a fatica. Non posso desiderare quello che vorrei, é vietato avvicinarsi così tanto a ciò che potrebbe ucciderti, é una pazzia che non mi concederò quella di ascoltare il mio corpo al posto della mia testa.

«Potrei e basta.» Marchio le parole con una lingua di ghiaccio, ma é fuoco quello che sento sotto pelle.

«A volte non basta, quello che puoi fare. Pensi che per lottare sia sufficiente il potere, ma se il volere sfugge dalle tue mani, hai già una parte di te da scordare.» Fa un altro passo e stavolta le sue labbra sono talmente vicine che devo serrare la mascella per non sfiorarle con le mie.

Lauren rimane impassibile, quasi volesse dimostrare di essere molto più coraggiosa. Lo é. «Stai attenta a ciò che desideri, Camila, potrebbe essere ciò che volevi morto.» Colpisce le mie labbra col suo respiro e so che, anche se non é un bacio, non é neppure niente di diverso per due come noi che dovrebbero mantenere le distanze e invece le hanno azzerate.

Proprio nel momento in cui rilascio un sospiro arrendevole, la sua mano scivola agilmente sul mio fianco e per un attimo non ho chiaro cosa voglia fare quando l'altra mi afferra per la schiena, forse perché chiudo gli occhi, ingenuamente, stupidamente, li tengo chiusi perché vedo il mio desiderio e non il pericolo. Poi, però, noto la lama scintillare nella luce e ne sento la filigrana alla gola. I nostri corpi sono schiacciati assieme, ma é un abbraccio di morte il suo, il bacio di Giuda.

«Quanto vorresti uccidermi adesso?» Si ricorda le parole che le ho rivolto la mia prima sera,  chissà quante volte ci ha ripensato, quante volte ha aspettato questo momento. Ma qualcosa dentro di me mi dice che ha aspettato troppo per essere vera.

«Mai quanto te, perciò fallo.» La istigo senza batter ciglio, spingendo leggermente il collo contro la lama. Questo non significa non ho paura di morire, bensì é un pensiero ancora più grave il mio perché vuol dire non ho paura di te.

Lauren fa spola fra me e il coltello, stringe più forte il manico, ma alla fine un grugnito la tradisce. Afferra con forza l'arma e la conficca nel tavola, facendola vibrare per la spinta. «Non dimenticarti chi sono.» Mi avvisa con il dito puntato, ma conosco quell'audacia, quello specchio che trovi nell'altro quando non sai essere sincero con te stesso: «Non dimenticarti chi siamo.» Pronuncia prima di uscire a passo di marcia dalla stanza, verso una guerra che ora appartiene a tutte e due, ma allo stesso tempo nessun mondo conosce. 

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