I Don't Wanna Live Forever
Don't know if i dodged a bullet
Or just lost the love of my life.
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«Cosa? Assolutamente no.» Dissi perentoria, ma la mia voce per Dinah non era mai stata legge.
«Perché no? Pagano bene e ci permetterebbe di sbarcare le spese mensili.» Mi rimirò attonita e atterrita, quasi fossi io quella cattiva.
«Mi pagheranno bene, e per essermi spogliata.» Volevo davvero vedere come si sarebbe difesa adesso.
«Non metterla così. È arte questa.» Tentò di persuadermi, ma senza guardarmi negli occhi. Sapeva anche lei quanto immorale fosse la sostanza, arrancava per renderla concetto così da non doversi pentire.
«Allora perché non ci vai te?» Incrociai le braccia fronteggiando duramente il suo farfuglio.
«C'è espressamente scritto "ragazze di età compresa fra i diciotto e i venticinque." Io sono fuori.» Il mio sogghigno divenne una smorfia. Aveva messo su una buona difesa, tanto da lasciarmi ammutolita e trovare il tempo di rincarare la dose. «Se ci pensi bene, sono un sacco di soldi per un quadro.»
«Non è un quadro, sono le mie tette.» Specificai incupita, ma nel frattempo le avevo strappato il giornale di mano e invece di leggere l'articolo mi ero soffermata sulla foto della donna.
« È lei? » Non so bene perché, ma la risposta avrebbe potuto cambiare le cose.
Dinah annuì.
«È una donna.» Puntualizzai.
«Si, Camila. È una donna, il che facilita le cose, non credi?» Il tono con cui mi faceva sentire stupida funzionava sempre per minimizzare le tragedie.
Rimirai la foto a lungo. Coglievo i particolari di una sconosciuta sperando bastasse per conoscerla. Non mi ero mai considerata pudica, anzi la ritenevo un'offesa. Il problema non era il pudore, ma la stima. Ci vuole molta arroganza per sentirsi la musa di un'artista. Ci vuole ancora più arroganza per esserlo.
«Perché ci stai pensando tanto?! Sono due mila dollari.» Sospirò frustata Dinah. A volte non aveva davvero il senso dell'empatia, ma anche per questo avevo imparato a volerle bene. Ogni grande dramma della mia vita era una risata per lei. Gliene ero grata.
Alla fine alzai davvero la cornetta e composi il numero. A quanto pare non si era presentato nessuno e la segreteria fu felice di prenotarmi una seduta per l'indomani. Questo é quello che fai quando sei giovane e hai un affitto da pagare, diventi incosciente.
Io e Dinah bevemmo tutta la notte. Un po' per festeggiare, un po' per dimenticare... non era importante finché c'era alcol da cui attingere. La mattina dopo, quando la sveglia suonò, non ero ancora in grado di distinguere il mio corpo dalle vertigini, ma in un barlume di lucidità ricordai il mio impegno e con uno sforzo immane mi lavai, mi vestii e scesi.
Probabilmente i postumi avrebbero aiutato la mia disinvoltura mascherando la timidezza, rendendo tutto il resto un gioco amabile. Arrivai all'indirizzo con un po' di ritardo, ma nessuno sembrò farci caso. La segreteria era in realtà una ragazza indaffarata ad alzare la cornetta e riabbassarla ad ogni annuncio pubblicitario, standosene sbracata sul divano a mangiare patatine.
«Tu devi essere Camila.» I suoi occhi scesero scrupolosamente lungo la mia figura: «Si, le piacerai.» Decretò maliziosa, smembrando immediatamente la mia misera grinta. «É di là, entra pure.» Disse indicando la porta senza scomodarsi.
«Ok... grazie.» Mi avvicinai bussando e per poco la donna alle mie spalle non scoppiò a ridere.
«Entra e basta.» Si rivolse a me con un gesto vago, disinteressato, tornando a leggere la sua rivista di moda.
Feci spola fra la ragazza e la maniglia prima di assecondare il suo consiglio. Lo studio era inondato da una luce primaverile, soffice ed eterea. I colori avevano schizzato dappertutto, mentre le tele erano ammassate sulla parete ma nessuna era stata appesa. Immagino ogni artista abbia le sue manie. La donna della fotografia era seduta su uno sgabello al centro della stanza. Il suo tocco morbido seguiva la curvatura della luce, sembrava quasi fossero i raggi a tratteggiare l'opera e la sua mano fosse un mero utensile con cui seguire il volere del mondo.
Mi schiarii la voce per manifestarle la mia presenza, ma subitamente la sua mano si alzò a mezz'aria. Ok... roteai gli occhi al cielo. Nell'attesa sbirciavo fra i quadri tentando di mettere insieme intenti, immagini ed emozioni, ma ogni scorcio era un segreto. Su una tela si intravedeva una mano, sull'altra dei vetri rotti, su quella vicina una bottiglia di vino rovesciata... Erano scoperte senza senso. Mi domandavo cosa vedesse quando dipingeva.
Il suo pennello cadde nell'acqua, la donna si mise in piedi e si voltò verso di me. I suoi grandi occhi non lo notarono nemmeno il mio sorriso. Mi squadrò da capo a piedi, senza inganno o giudizio, ma riuscì comunque a mettermi in soggezione. O Forse era solo la tequila della sera prima.
«Sei qui per la lezione?» Chiese nascondendo le mani nella tunica sporca.
«Cosa? No.» Abbozzai un sorriso gentile scuotendo il capo. La sola idea di mettermi alla prova mi risultava comica.
La corvina inclinò la testa su un lato osservandomi meglio. In me non vedeva altro che un'allieva, il che mi innervosii. Avrei fatto meglio a mentire o a scappare, invece riassunsi la verità: «Sono qui per farti da modella.»
La donna drizzò il capo e issò le spalle. Nuovamente il suo sguardo navigò lungo le mie curve. Mi girai le mani fra loro ma tenni il mento alto.
«Lo hai già fatto prima?» Incurvò un sopracciglio.
«Certo.» Mentii senza indugio. I suoi occhi rimasero fissi su di me e un sorriso compassionevole mi venne incontro. «Ok, no.» Ammisi sospirando, ma subito ripresi il punto: «Ma non credo sia difficile, no? Sarà più difficile per te che per me.» Ridacchiai per smorzare la tensione, ma la donna rimase impassibile.
«Non é detto. Io l'ho già fatto.» Colpita e affondata, pensai e sono sicura la mia espressione lo dimostrasse.
D'istinto mi tolsi la giacca, lasciandola cadere sul tavolo lì vicino, accanto a pennelli ed acquerelli: «Iniziamo?» Sperai che fingere bastasse per essere credibile.
Camminai all'interno della stanza senza sapere dove guardarmi o come muovermi. Improvvisamente le mie mani non sembravano più attaccate al mio corpo, così come il mio busto e tutto il resto di me. La donna rimase ferma sul posto, a studiarmi quasi.
«Sei il giallo.» Ruppe il silenzio confondendomi.
«Cosa?»
«Il giallo é il colore dei girasoli, della luce notturna, delle stelle. É acceso, ma timido. Tu sei il colore giallo.»
«Ok...» Impiegai diverso tempo per comprenderla.
Additò uno sgabello nell'angolo della stanza e mi fece cenno di avvicinarlo. Seguii le sue istruzioni. Lei riprese posto al centro ed io di fronte a lei.
«Non dovrei spogliarmi?» Chiesi farfugliando.
«Non oggi.» Concluse lapidaria, immergendo la punta della sua arma in un barattolo giallo.
Contemplai i suoi movimenti, la scia della sua mano e gli intervalli fra uno sguardo e l'altro. Mi rimirava e disegnava, senza mai cambiare pennello. Dopo un tempo indefinito ma prolungato, mi scappò un sorriso insolente che spezzò l'incantesimo della sua concentrazione. La corvina raddrizzò la postura e si sporse oltre la tela.
«Scusa.» Mi feci seria. «L'hai detto tu, non sono abituata.»
«Non ti sentivi già pronta?» Il suo modo di provocarmi non lo vidi mai come una cattiveria. Stranamente mi consolava come se un coltello potesse carezzarti.
«Pronta per essere il giallo.» Mormorai, ma la donna lo captò comunque e un sorriso fievole le sollevò le labbra.
Il resto del tempo non parlammo. La lasciai terminare il suo lavoro senza chiedermi davvero cosa stesse facendo. Quando la parola fine scivolò fuori dalla sua bocca, una cruda curiosità si impadronì di tutta la mia attesa. La donna girò la tela verso di me e ammetto di averla delusa probabilmente con un'espressione interdetta.
«É un'ape.» Commentai sbalordita e smarrita.
«Si, lo é.» O era pazza o era un genio, questo pensai di lei. «Se non sei pronta a vederti così, non sei pronta a spogliarti nemmeno.» Chiarì, ma niente divenne più evidente.
«Mi piace, ma non capisco cosa ci sia di mio.» Dichiarai stringendomi nelle spalle. Ero solo troppo ingenua, cieca. L'arte è tutta una questione di aprire gli occhi.
«Portalo a casa. Dormici insieme. Noi ci vediamo domani.» Si, era decisamente pazza.
Dinah rise tutta la sera della mia esperienza. Scrutò il dipinto senza vedere, ma quando lei confermò quanto detto dal mio punto di vista, mi sembrò solamente che tutte e due fossimo cieche e quella stanza piena di colori che noi non riconoscevamo.
Raccontai a Dinah quanto successo e la ragazza, per scherzo, si mise in posa e mi domandò: «E io che colore sono?» Lo sguardo della donna mi lampeggiò davanti e provai una gran tenerezza per tutto quello che non capivo in lei ma che la sua tela sicuramente sapeva.
«Non lo so, vorrei avere i suoi occhi per dirtelo.» Le mie parole smussarono l'ilarità e spengemmo le luci.
La mattina dopo, entrai nello studio salutando la ragazza stravaccata nel suo solito posto ed entrai nella stanza senza permesso. La corvina stava riordinando i quadri quando mi vide.
«Buongiorno, giallo.» Mi salutò.
«Buongiorno.» Mi schiarii la voce: «Camila. Mi chiamo Camila. Ma anche giallo va bene.» Accennai un sorriso.
La corvina mi rimirò. Stava cercando una sfumatura nelle mie parole? Una tonalità nei miei gesti? Come vedeva il mondo lei? Come vedeva me? É una cosa che mi domandavo spesso quando pensavo a lei. Ancora oggi non conosco la risposta.
«Lauren.» Disse, poi venne verso di me con aria maliziosa: «Ma tu come mi chiameresti?»
«Io...» Balbettai. Mi spiazzava e questo non succedeva quasi mai. «Nero.» Maledissi la mia sincerità. «Scusa, credo.»
«E perché mai? Il nero é tutti i colori, ecco perché la notte ci sono le stelle e la luna.» Io non la capivo, ma iniziavo a dubitare il problema fossi io.
«O forse perché é buio.» Scherzai, ma ancora una volta il riso fu solo il mio.
«Oggi ti senti simpatica, spigliata.» Mi osservò a lungo e con attenzione prima di dichiarare: «Oggi so cosa sei.»
Ci sedemmo sui nostri rispettivi sgabelli. La tela bianca a dividerci e il pennello ad unirci. Mentre lei disegnava, io curiosavo fra i dipinti tentando di interpretarli. Notai il volto di una ragazza occultato dietro fiori e calici.
«Chi é quella ragazza?» Domandai impulsivamente.
«Quale ragazza?» La sua voce rauca perse vitalità.
«Quella del quadro là dietro.» Additai la traiettoria. Uno sguardo rapido della donna e niente di più.
«Lei é il colore bianco. Insulso, privo di creatività, di significato.» La neutralità con cui parlava descriveva perfettamente una ferita.
«Quindi ti ha lasciato lei?» La schiettezza arrestò il suo lavoro.
Lauren alzò la testa e smise di dipingere per guardarmi. Quelli erano i miei momenti preferiti. «Temo di aver sbagliato colore, Camila.» Dichiarò girando la tela nella mia direzione. «Ho scelto l'arancione come il tramonto, ma avrei dovuto optare per il viola, come i lividi.»
«Però con un livido non ci avrei dormito volentieri.» Risposi e per la prima volta il suo sorriso mi accontentò.
Per quanto folle possa sembrare adesso, all'epoca fu totalmente normale riporre il dipinto sotto le lenzuola accanto a me. Fu l'unica notte in cui dormii accanto ad un tramonto. La mattina dopo, appesi l'ape sopra il divano e l'occaso sopra al letto. Non vedevo quadri di Lauren in casa mia, ma pezzi di me da cui prendevo forma. Mi sentivo più me stessa quando rimiravo l'ape che quando mi osservavo allo specchio. Stavo perdendo la testa o forse stavo solo aprendo gli occhi.
Nei giorni a venire, Lauren mi dipinse in tante dimensioni. Prima fui un campo di fiori, poi una città grigia, ma anche una mongolfiera ed infine una bottiglia di vino rosso.
«Credevo il rosso fosse il colore della passione.» Le dissi. «Credevo avresti usato il rosso per disegnarmi... nuda.»
«Il rosso é il colore della verità, Camila. Il colore della passione é un altro.» Un sorriso soffice mi rivelò che nessun segreto sarebbe stato confessato quel giorno.
Solo qualche settimana dopo, entrando nel suo studio, avvertendo il peso dei suoi occhi addosso, riconoscendo i movimenti delle sue mani, potendo discernere il rumore del pennello sulla tela capii che il momento era giunto. Mi spogliai lentamente, un indumento alla volta. Non parlammo, non ne discutemmo. Lo sapevamo e basta. Quando sai qualcosa puoi ignorarlo, ma rimarrà comunque la verità.
Mi sedetti completamente nuda ed esposta al suo sguardo sullo sgabello dove avevo passato le ultime settimane. Lauren mi studiò e poi si accomodò. Il suo pennello raccontava la mia storia. Il mio corpo era solo un'imitazione. Sostenni il suo sguardo chiedendomi di che colore mi vedesse ora.
Quando ebbe finito, riassunsi l'attesa in un sussulto e mi sbrigai a rivestirmi rabbrividendo. Non ero sicura di voler vedere il dipinto e così le chiesi di non mostrarmelo. Volevo ancora vedermi come un'ape, un palloncino, un vino. Non volevo tornare al mio corpo ancora, alla noia dell'essenza. Lauren acconsentì e andò ad ammassare il quadro assieme agli altri.
Quella era l'ultima volta che ci vedevamo. Un timido imbarazzo si intrufolò fra noi. Tesi la mano per salutarla, ma quando la sua mi strinse qualcosa dentro di me divenne accecante blu. Un blu invasivo, immenso, tumultuoso. Avevo una gran voglia di abbracciarla e di ringraziarla e di baciarla anche. Volevo darle tutti i miei colori, ed essere per lei un paesaggio.
Lauren si lasciò attirare a sé e si lasciò stringere aggredendomi a sua volta con forza. Sapevo che sarebbe partita per New York di lì a poco, che una grande mostra l'attendeva, ne avevamo parlato nelle settimane. Sapevo che non sarebbe tornata. Una donna con il suo talento é destinata a non tornare mai. La baciai ugualmente. Fu lieve e inaspettato, più per me che per lei, ma comunque venne ricambiato e questo si che fu inaspettato per me. Mi allontanai spedita, senza voltarmi. D'altronde, io ero solo una musa e lei era tutte le cose del mondo.
Qualche anno dopo, quando il suo nome divenne un grande eco nel mondo proprio come avevo predetto e al suo fianco svettava una donna bellissima, ed io restavo a guardare comodamente dal divano di casa mia che era rimasta sempre la stessa solo con un ospite in più, venne indetta una mostra commemorativa nel nostro paese per onorare le radici dell'artista. Decisi di andare perché i suoi quadri erano la cosa più vicina che avessi di lei.
Oltre i suoi successi più in voga, c'era una stanza. Era una stanza nera, c'era un solo quadro. Era un quadro del mare in tempesta. Ed era principalmente blu. Il titolo dell'opera era: donna nuda.
L'ho capito subito.
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