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As it was



It's times like these
We're so much happier
Nights like these
We'll remember those stupid jokes

- Silver Tongues

***

Vitruvio non faceva differenze tra architettura e scienza e ne conseguiva che all'architetto fosse riconosciuto anche un ruolo da intellettuale. Era suo compito sapere, tutto. Come un perfetto oratore, doveva possedere una conoscenza enciclopedica. Per i teatri era indispensabile valutarne la perfetta propagazione acustica e il rapporto tra i suoni tanto quando la prospettiva ideale per lo spettatore, per esempio. Nozioni di geometria, aritmetica e disegno, tutte discipline in cui non sono mai stata una cima sin dalle scuole elementari. E le cose non sono certamente migliorate con gli anni.

Una professione con finalità apparentemente tecniche, di proporzioni simmetriche, si trattava di valutare al millimetro qualsiasi predisposizione urbanistica, igienica e legale. Ma non c'è nulla che non possa essere addolcito da un po' di filosofia e da uno scopo che rifletta un poetico gusto estetico. Come centellinate gocce d'acqua di fiume in un mare salato forse, eppure contribuiscono a variarne la densità.

Mi sentivo un po' come il mare, salmastra, diffidente, alcune volte in tempesta, altre come se l'alta marea mi stesse per sommergere lentamente. I miei genitori devono aver avuto una premonizione quando mi assegnarono il nome Mariam, non tanto per l'etimologia aramaica quanto per il fonetico riferimento al mare. Chissà se un giorno qualche goccia d'acqua dolce riuscirà a lavare via le mie paure ed insicurezze.

Schizzi, squadre e compassi, uno stridio di strumenti, borbottii e fogli accartocciati. Quando il professor Brown finì la parte proemiale della lezione e annunciò che l'ultima ora sarebbe stata dedicata all'esercitazione pratica, io mi trovai a disagio perché non sapevo cosa fare, né ero provvista del materiale che mi serviva. Seduta sul lungo banco in mogano scuro, in terza fila, osservavo i miei colleghi che disegnavano rette su un foglio. Un puro esercizio di disegno tecnico di cui io non conoscevo ancora le basi teoriche.

«Hey.» Una voce alla mia destra squarciò la confusione che avevo in testa. «Ti presto un foglio se vuoi?» Aveva gli occhi scuri e i capelli lunghi in ricci stretti. Questa ragazza deve aver percepito il mio sentirmi come un pesce fuor d'acqua.

«Ti ringrazio ma non ho neanche tutto il resto.»

Feci spallucce quasi in imbarazzo però sicura che la prossima volta sarei arrivata a lezione preparata. Il professore prestava pochissima attenzione a noi, intento ad osservare il suo computer. Il brusio di sottofondo non lo disturbava lasciando agli studenti il tempo di socializzare e scambiarsi opinioni. Una sorta di brainstorming collettivo.

«Mi chiamo Marta. Sei nuova?» Si presentò aggiustando meglio gli occhiali sul naso.

«Mariam.» Risposi a mia volta. «Oggi è il mio primo giorno, mi sono iscritta in ritardo.»

«Non ti sei persa molto.» Mi assicurò osservando i suoi appunti ordinatamente scritti al computer. Doveva essere un tipo molto preciso e meticoloso. «Te li passo su OnLine se vuoi, ti aiuteranno a metterti in pari con gli argomenti.»

Lo sguardo sincero di chi era appena diventata la mia salvatrice, mi sentivo sollevata dalla sua disponibilità e allo stesso tempo non volevo approfittarmi della sua gentilezza senza almeno ricambiare in qualche modo.

«Non so davvero come ringraziarti.» Sospirai. «Possiamo prendere un caffè insieme dopo se ti va.» Proposi per sdebitarmi.

«Non devi ringraziarmi.» sorrise. «Però un caffè non mi dispiacerebbe.»

«Affare fatto.»

«Dammi il tuo nickname.» chiese fissando lo schermo aspettando che dicessi qualcosa. Ma non avevo idea di cosa parlasse.

«Quale nickname

«Quello del tuo account OnLine.» Rispose come se fosse ovvio e solo in quel momento mi ricordai che aveva già citato quel nome poco fa. La mia faccia perplessa doveva essere più eloquente delle parole perché sembrò capire che nel vocabolario della mia mente a quella voce non corrispondeva nulla. «Ti creo un account.» Sentenziò senza aspettare repliche. Mi sentivo un po' come mia madre in quel momento, ignara di tutte quelle cose da giovani. Ma io non ero mia madre e non ero nemmeno in età avanzata.

«Cos'è?»

«Un social network, è nato da poco però ce l'hanno già tutti.» Spiegò. «Quasi tutti.» Sorrise schernendomi. «Possiamo parlare e scambiarci foto e documenti. Qual è il tuo cognome?»

«Masterson.» Risposi curiosa e affascinata dalla velocità con cui le sue dita saltellavano sulla tastiera. «Come un sito d'incontri?» Chiesi scettica.

«Dipende da te, se vuoi puoi conoscere gente nuova oppure semplicemente parlare con chi conosci già.»

Non sono mai stata una gran patita dei social network, men che meno di conoscere qualcuno tramite un cellulare. Sapevo come girava il mondo e sarei ipocrita se dicessi che nel mio cellulare mancassero tutti quei social network dove la gente è solita condividere ogni momento della loro giornata, dalla colazione allo spuntino di mezzanotte, dalle feste di compleanno alle sbronze più fetide. La semplice curiosità di osservare e riempire i momenti di noia era il loro unico scopo per me.

Decisi che avrei lasciato fare a Marta anche perché non sarei voluta passare per una bacchettona. D'altronde, sarebbe potuto tornarmi utile. In pochi minuti ero già munita di tutto ciò che mi serviva, dalle credenziali per accedere dal cellulare agli appunti di Marta e per un secondo pensai che quella ragazza fosse scesa dal cielo per guidarmi in quest'avventura accademica a cui non mi ero ancora abituata. Mi sentivo un po' meno rispetto agli altri.

Tentai di scacciare questo continuo senso di inferiorità che mi attanagliava osservando la sicurezza ostentata da tutti i miei colleghi intenti nelle loro esercitazioni. Cominciai ad invidiare anche Marta per quanto fosse ordinata e decisa, quasi come un detective nel pieno delle sue indagini.

Quando l'orologio segnò l'ora di lasciare l'aula, io e Marta arraffammo tutta la nostra roba per poi dirigerci verso il chiosco più vicino. L'aria era meno gelida rispetto a ieri e un leggero tempore scaldava i nostri capelli mentre sorseggiavamo un cappuccino parlando del più e del meno. Scoprì che anche lei aveva un fratello fastidioso come il mio e che era di origini italiane sebbene l'accento non la tradisse mai.

Ci salutammo poco dopo, lei perché avrebbe appena avuto il tempo di pranzare per poi correre a fare la babysitter per una famiglia a Soho e io perché avevo intenzione di recuperare lo studio perso in quelle settimane.

Ci saremmo riviste in aula il giorno dopo.

***

Quando vai a vivere da sola non sei del tutto preparata a tutto ciò che concerne il saper vivere da sola. Fare la lavatrice, pulire casa, fare la spesa e buttare la spazzatura sono quei doveri impliciti che non puoi delegare a nessuno e il mio frigo piangeva. Quella domenica mi svegliai poco più tardi del solito e mi preparai convinta di adempire ai doveri di una perfetta donnina di casa.

«Dove vai?»

Alzai lo sguardo dalla serratura della porta e con ancora le chiavi in mano incontrai lo sguardo del mio vicino d'appartamento in piedi sul pianerottolo. Con l'aria di chi aveva probabilmente dormito poco e le palpebre pesanti, poggiò la sua figura alla porta sorreggendosi con la sola spalla.

«Al supermarket.» Sistemai la borsa sulla spalla. «Tu dove vai? Hai una faccia bruttissima stamattina.» Gli feci notare con forse poco tatto ma abbastanza esaustiva da fargli capire che era uno straccio e lui sorrise stancamente alla mia goffaggine.

«Vado a letto, sto tornando da lavoro.»

«A quest'ora?»

«E' il turno delle 4:00 di mattina.» Spiegò sbadigliando mentre girava tre mandate nella serratura per aprire la porta di casa sua.

«Tra un po' è ora di pranzo, vuoi che ti prepari qualcosa?» Biascicai. Non so perché gli proposi una cosa del genere, d'altronde era ancora una persona che conoscevo pochissimo. Lui non sembrò minimamente in imbarazzo a differenza mia che mi sarei cucita la bocca per le stupidaggini che ne uscivano di tanto in tanto.

«Ho mangiato qualcosa al locale prima di tornare, sono a posto fino al tè delle cinque.» Mi assicurò divertito. «Ma grazie, comunque.»

Sparì dentro quell'appartamento dopo un veloce e timido saluto e io mi presi a calci mentalmente per quella figuraccia. Decisi di catapultarmi giù per le scale e riprendere il programma della giornata, semplicemente sbuffando per la sindrome della crocerossina che sbuca fuori nei momenti meno opportuni.

O forse era solo lui che mi faceva quest'effetto?

Non capivo cosa cambiava in me ogni volta che c'era Louis nelle vicinanze, era una sensazione strana che non avevo mai provato prima. Ciò che so di me è che posso essere ingenua, goffa, insicura, spesso testarda ma la quantità di volte in cui mi sia sentita così in imbarazzo di fronte a qualcuno le potevo contare sulle dita di una mano e ultimamente capitava molto spesso. Questo stato di nervosismo quando c'era un contatto visivo prolungato, i sorrisi frequenti, quella sensazione di sentirsi al sicuro sono sintomi inconsci di qualcosa di primordiale.

Potrebbe essere attrazione, ma non quel tipo di attrazione prettamente fisica, era qualcosa di più profondo. Intimo. E non capivo perché queste dolci sensazioni non le avessi mai provate neanche con Sam.

Esausta dai miei stessi pensieri, sospirai mentre girovagavo tra i reparti pieni di cibo di ogni genere e provenienza. Spingevo il carrellino decidendo cosa prendere e cosa non rientrasse nel mio budget limitato. Nell'ultimo anno avevo messo da parte parecchi stipendi per poter mantenere le mie esigenze senza dover chiedere nulla ai miei genitori. Sempre per quel desiderio di indipendenza nato dalla testardaggine e dalla presunzione di non dover mai avere bisogno di nessuno.

Solo una facciata, perché per tutti alla fine arriva quel momento in cui abbiamo bisogno di chiedere aiuto e appoggiarci alla presenza di qualcuno che ci sostenga e capisca anche solo emotivamente.

Camminai ancora per qualche reparto afferrando qualche pacco di pasta, carne, verdure, tutto ciò che mi serviva per non dover passare tutti i miei giorni in giro per i fast food e un sacchetto di patatine che avrei mangiato lungo il tragitto per tornare a casa.

Successe tutto nella frazione di un secondo, intenta ad osservare il ripiano alto di uno scaffale in cerca dell'offerta più conveniente, il mio piede colpì un secchio d'acqua semivuoto ma abbastanza pieno da rivoltarsi a terra e sui miei stivaletti nuovi.

«Merda! Mi scusi.»

Ebbi appena il tempo di realizzare cosa fosse successo quando un ragazzo alto e impacciato ma soprattutto allarmato per il disastro sotto i miei piedi cominciò ad asciugare il pavimento con uno straccio. Istintivamente mi chinai per dargli una mano afferrando uno degli strofinacci appesi al suo carrello per le pulizie.

«Lasci, ci penso io. Mi dispiace veramente.» Continuò a scusarsi mortificato ma io mi sentivo responsabile quanto lui per non aver visto dove mettevo i piedi assorta nei miei pensieri.

«Sono stata io ad inciampare sul secchio, è colpa mia, non lo avevo visto. Lasciami aiutare almeno.»

Lui non sapeva cosa dire, semplicemente mi osservò con gli occhi di chi aveva fatto un errore e nulla poteva fargli pensare il contrario. Per qualche altro secondo continuammo a tamponare e strizzare l'acqua nuovamente nel secchio. La mia attenzione ricadde sui miei stivaletti bagnati e tentai di asciugare anche quelli sperando che l'acqua non fosse filtrata sotto il tessuto sottile bagnandomi le calze, cosa che purtroppo già percepivo leggermente.

«Spero non si siano rovinate.»

«Asciugheranno, è solo acqua.» Avevo tutta l'intenzione di rassicurarlo e sperai di esserci riuscita vedendo gli angoli delle sue labbra sollevarsi timide in un sorriso. Il grembiule sporco e bagnato, boccoli gli ricadevano sulla fronte aggrottata in concentrazione e imbarazzo mentre con cura terminava di riparare al danno. Ci sollevammo da terra e lui stava per aprire bocca, probabilmente per scusarsi nuovamente, ma fu bruscamente interrotto da un vocione alle sue spalle.

«Hai finito con quel reparto? Ce ne sono altri cinque! Datti una mossa!» L'omaccione in completo elegante tuonò i suoi ordini contro il ragazzo di fronte a me e mentalmente fui infastidita da tale aggressività.

Per un attimo mi misi nei panni del ragazzo pensando alla frustrazione che potesse provare sotto una tale pressione e mi resi conto che quella presunta distrazione che mi bagnò le scarpe fosse come un filo d'erba in mezzo ad un cumulo di paglia. L'uomo andò via sbuffando sonoramente e le spalle del ragazzo parvero rilassarsi momentaneamente. Era una corda di violino quel poveretto.

«Scusami ancora.»

Scappò via spingendo il suo carrellino delle pulizie lasciandomi interdetta con ancora lo straccio bagnato in mano. Provavo un senso di tenerezza nei suoi confronti e gli auguravo di trovare un lavoro migliore di quello, per cui non era evidentemente portato. Ero sempre stata convinta che nella vita ci meritassimo tutti di essere felici e ciò per me contemplava l'ambito sentimentale quanto quello professionale. La contrapposizione tra cos'è socialmente giusto o conveniente e ciò che vogliamo davvero. Se avessi ascoltato nonna e le aspettative che aveva per me sarei finita per fare qualcosa di cui mi sarei pentita per tutta la vita e sono grata alla mia testardaggine per non aver ceduto. Non nego che certe volte vacillavo nell'incertezza di star sbagliando tutto, che avrei lavorato in quella panetteria per anni e che non fossi in grado di fare altro.

Quello che imparai era che le risposte arrivano col tempo e tanta pazienza. Nessuno al mondo nasce sapendo cosa ci aspetterà e tutto è solo un piano certosino e a noi sconosciuto dell'Universo, del Destino o di Dio, dipende dai punti di vista. Certo è che, se Sam non fosse stato Sam, probabilmente non avrei avuto quella spinta al cambiamento, ad andare via. Probabilmente sarei rimasta a Liverpool sperando ancora in un futuro con lui, un futuro senza problemi di alcun tipo. Senza gelosia, senza controllo e possesso, senza limiti, senza pianti, senza litigi. Purtroppo Sam era Sam e io mi sentivo finalmente libera.

«Alla buon'ora. Sono due ore che ti aspetto qua fuori.»

Giunta sul pianerottolo del mio appartamento, quasi sgranai gli occhi per lo spavento e una busta della spesa stava quasi per collidere col pavimento se con un riflesso degno di un tennista esperto non l'avessi riacciuffata.

«Will! Che cazzo ci fai qui?»

Ancora con cuore a tremila tentai di tranquillizzare il respiro mentre mi rendevo conto che era solo mio fratello che per qualche strano motivo mi aveva fatto un'improvvisata senza dirmi niente.

«Mi ha mandato mamma per vedere come te la cavavi.»

«Bugiardo.» Sentenziai aprendo la porta stizzita. Mamma mi avrebbe avvertita che sarebbe venuto a trovarmi.

«Non sei felice di vedermi?» Scherzò ma con tono affranto mettendo su un broncio che usava spesso per farmi sentire in colpa. Ci riuscì anche stavolta, sospirai e dopo aver buttato la spesa sul bancone della cucina me lo andai ad abbracciare come solo una sorella maggiore può fare. Anche se ormai era pure più alto di me e in qualche modo era lui ad infondermi sicurezza con quel carattere esuberante che si ritrovava. Completamente diverso da me. Ero felice fosse lì. Mi mancavano, tutti.

Gli scompigliai i capelli visibilmente contenta prima di spingerlo via, le smancerie tra di noi avevano un tempo limitato e lui lo sapeva benissimo.

«Quindi, come mai sei qui?»

«Ero curioso di vedere in che posto ti ha confinata nonna.» Ammise. «Questo non era a casa sua una volta?» Chiese con sguardo confuso afferrando un soprammobile da un tavolino all'ingresso. Feci spallucce mentre cominciavo a sistemare i cereali in dispensa.

«Penso che tutto qui dentro prima fosse in quella casa. Avrà cambiato arredamento un'altra volta.» Lo vidi scuotere la testa e gli lessi nella mente. Fu la prima sensazione che ebbi anche io quando misi piede qui dentro. Nonna era solita stufarsi presto di ciò che la circondava e aveva sempre bisogno del nuovo, di cambiare, dimenticare certe volte. Nonostante l'età potrei dire che aveva una vita sentimentale molto movimentata e noi, la sua famiglia, ne conoscevamo solo i contorni.

Ricca di famiglia, un po' avida e veniale per natura, materialista, tutta d'un pezzo, non si lasciava andare alle romanticherie o ai gesti di pura generosità. Per lei tutto aveva un prezzo e più volte mi chiesi quale sarebbe stato il mio per quello che stava facendo per me.

«Non si è ancora fatta viva?» Chiese Will posando quel soprammobile con noncuranza, come se non costasse quanto la mia tassa d'iscrizione.

«No.» Sia io che lui sapevamo che sarebbe comparsa dal nulla prima o poi, dentro di me speravo il più tardi possibile.

Era mia nonna, le volevo bene, ma certe volte era come scendere a patti col diavolo. Non avevo idea di come papà fosse riuscito a superare la sua infanzia indenne, oppure si, lo sapevo.

Lei non c'era.

Nostro padre era cresciuto grazie alle decine di tate e babysitter che nonna pagava profumatamente quando lei era impegnata a lavoro o durante una delle sue solite frequentazioni. Lasciò nonno poco dopo la nascita di papà, lei rimase a Londra e lui tornò a vivere nella sua città d'origine, Liverpool. E quando papà conobbe mamma non ci pensò due volte a lasciare Londra a sua volta.

Storie di vita passata

«Vuoi smetterla di masticare con la bocca aperta?»

«Non hai di meglio da fare che guardarmi mangiare?

Era ovvio che avessi di meglio da fare. Will passò quel pomeriggio a mangiare patatine sul divano e a guardare qualche strambo programma in televisione mentre io tentavo di studiare gli appunti di Marta anche se avrei preferito uscire e fare un giro a Covent Garden.
Il mio cellulare vibrò, una notifica brillava sullo schermo.

Hai un nuovo messaggio su OnLine

Quando aprì la notifica vidi il volto di Marta in cima alla nostra nuova chat. Mi sentivo in qualche modo rassicurata dal fatto di aver trovato un'amica con cui parlare e scherzare di tanto in tanto. Mi aveva inviato una foto in cui fingeva di disperarsi sui libri e io avrei voluto inviare una foto mia nelle stesse condizioni ma decisi di mandarne una di Will stravaccato sul divano. Rispose con una faccina sorridente.

Il campanello stridette distraendo me e Will da ciò che stavamo facendo.

«Aspetti qualcuno?» Chiese mio fratello con la bocca colma di patatine al formaggio.

Non gli risposi e mi avvicinai alla porta d'ingresso domandandomi chi potesse essere, ma forse lo sapevo già. Infatti, quando aprì la porta due minerali d'acquamarina mi fissavano da sotto il cappuccio di una felpa, parzialmente nascosti da un ciuffo ribelle, come se si fosse svegliato da poco. In tuta e scarpe da ginnastica mi avvolse un profumo fresco d'ambra e muschio.

«Disturbo?»

Chiese in un sussurro con uno sguardo stranamente timido per lui, come se non volesse valicare un confine troppo privato finché non gli avessi dato il completo permesso di farlo.

«Louis, vieni entra.» Lo invitai dentro dove un Will curioso saltò dal divano per raggiungerci. Louis sembrò irrigidirsi per un secondo non aspettandosi forse che avrebbe trovato qualcun altro oltre me. «Lui è mio fratello Will, Will, lui è-»

«Louis?» L'aria era stranamente tesa, non capivo cosa ci fosse di strano e come facesse Will a conoscere il nome di Louis. «Louis Tom-»

«Will! Che bello rivederti!» Louis si fiondò verso Will circondandogli le spalle con un braccio tirandogli una pacca particolarmente forte.

«Vi conoscete?» Chiesi strizzando gli occhi sbalordita dalla situazione.

«Certo! E' Louis, giocav-»

«Abbiamo giocato a Fifa online insieme qualche settimana fa. Ci siamo conosciuti così. Vero Will?» Guardavo prima uno e poi l'altro e percepivo qualcosa di strano in tutto questo e nel loro modo di sussurrarsi qualcosa che io non avrei dovuto sentire, come se io non fossi neanche lì.

«Si, è vero.» Rispose Will, ma lo conoscevo troppo bene. Stava mentendo. Eppure ci doveva essere una spiegazione valida anche se loro, evidentemente, volevano tenermi all'oscuro.

E se fosse qualcosa di imbarazzante?

Conoscendo Will potrebbero essersi conosciuti in qualche locale notturno mentre inserivano banconote negli slip di qualche spogliarellista. La mia mente decise di non indagare. Qualunque cosa fosse, era probabilmente qualcosa da uomini.

«Piccolo il mondo.» Mi limitai a rispondere con stupore.

«Non ne hai idea.» Continuò Louis abbassandosi il cappuccio della felpa e scompigliandosi i capelli ancor di più mentre il suo sguardo vagava tra il pavimento e il soffitto. Strano. «Ehm, ero venuto per proporti una pizza.»

«È quasi ora di cena, possiamo ordinarla d'asporto.»

Proposi esaltata dall'idea di cenare in compagnia dopo non so quanti giorni. Capitava di tanto in tanto che pranzassi da Starbucks solo per non doverlo fare da sola, il brusio della gente che mi camminava attorno mi faceva sentire meno la mancanza della mia famiglia e Louis completava questo bisogno sedendosi con me per qualche minuto quando c'era meno affluenza.

«Io pensavo a qualcosa di diverso.»

Louis abbassò la zip della sua felpa e ne tirò fuori alcuni pomodori, un pacchetto di farina e del lievito. Stette attento a non far cadere tutto a terra mentre poggiava tutto con cura sul ripiano della cucina e un'improvviso calore che partiva dallo stomaco arrivò ad illuminarmi gli occhi realizzando la sua idea.

«Io non farei cucinare Mar, potrebbe saltare in aria il palazzo.» Commentò divertito Will, io non risi, mi limitai a guardarlo male e ad incrociare le braccia al petto.

«L'aiuto io.» Louis strizzò l'occhio nella mia direzione mentre poggiava busto e gomiti sul bancone e io trionfante mi rivolsi a Will.

«Mi aiuta lui.»

Feci una linguaccia a mio fratello che ruotò gli occhi al cielo, allo stesso tempo sentì una lieve risata provenire dal mio vicino mentre mi dirigevo verso il bagno per lavare le mani.


Louis


Appena sentimmo la porta del bagno chiudersi Will voltò immediatamente lo sguardo verso di me e sapevo perfettamente che voleva delle spiegazioni su ciò che stava succedendo.

Quella giornata era iniziata all'alba con le solite rogne a lavoro, i clienti, Niall che mi controllava a vista. Una domenica come tante altre, uguale a tutti gli altri giorni della settimana, ma che avevo intenzione di terminare in maniera del tutto diversa dal solito pasto precotto e poi la solita serata stravaccato sul divano in mutande alla ricerca di un telefilm decente da guardare. Per questo, mentre sorseggiavo una birra con in sottofondo il telegiornale, decisi di scostare la coperta che mi copriva e di riprendermi da quello stato comatoso.

Mi diedi una sistemata risoluto a proporre a Mar una serata insieme. E forse, piano piano, conoscendomi, conoscendoci, ci saremmo riconosciuti per quei bambini che erano soliti giocare e dormire sotto un albero insieme, in quel di Liverpool quando le giornate sapevano ancora di sole, gelato, erba e terra.

Non mi stupiva che Will mi avesse riconosciuto all'istante, tutti mi dicevano che non ero cambiato per niente, che ero sempre il solito bambinone e che se non fosse per quel sottile strato di barba che spuntava appena sulle mie guance sarei sembrato ancora un ragazzino di quindici anni.

Mi domandavo perché lei no? Perché lei non mi aveva riconosciuto subito?

«Sei veramente Louis Tomlinson?» Chiese Will cercando di trattenere un ghigno divertito.

«Si.» Raddrizzai il busto e lo raggiunsi. «Non dirle niente.»

«Cosa? Perché?» Will mi guardava perplesso.

Era una domanda più che lecita e io non sapevo dare una risposta sensata. Complice forse la paura di essere un brutto e triste ricordo per lei. Avevo ancora impresso nella mente l'ultima volta che la vidi su quel portico protetta alle spalle dai suoi genitori. Il volto rigato dalle lacrime e una promessa che non mantenni mai.

Come potevo? Ero solo un bambino.

«Perché ...» Venni interrotto dal rumore della porta del bagno che veniva chiusa. «Sta tornando, reggimi il gioco.» Sussurrai con uno sguardo d'intesa e lui annuì poco convinto.

Mar irruppe in cucina sfregandosi le mani appena lavate, si sentiva il profumo di lavanda provenire dalla sua pelle ed io adoravo la lavanda. I lunghi capelli castani le incorniciavano il viso dondolando mentre si avvicinava a noi. Immagini di noi tre che giocavamo insieme mi passarono davanti agli occhi. Ricordavo le mattinate al parco vicino casa nostra, io che insieme a Will architettavamo piani diabolici contro il mondo femminile, cioè contro lei, ma sempre a fin di bene. Le serate in cui ci addormentavamo tutti nella casetta sull'albero costruita dai nostri padri per assecondare i nostri capricci.

Come se i suoi occhi fossero la televisione della mia infanzia, la parte bella della mia infanzia.

«Allora? Cosa devo fare?» Chiese proprio lei intrepida attendendo da me le istruzioni per iniziare a cucinare.

«Guardare.» Sentenziò Will sfidandola.

«Perché non te ne torni a casa tua?»

«Perché stare qui è molto più interessante.» Rise lui lanciandomi un'occhiata.

Avrei voluto sapere cosa stesse realmente pensando Mar di tutta questa situazione. Le si leggeva in faccia che sospettasse qualcosa.

«Fate sempre così voi due?» Chiesi come se non sapessi come funzionasse tra fratelli. Lo sapevo molto bene.

«È lui che mi provoca.»

«Sei tu il pericolo pubblico. Ti ricordi che fine hai fatto fare al mio criceto?»

«Stava benissimo.»

«Era diventato la versione animale della torcia umana!» C'era qualcosa in quella discussione che mi riportava indietro negli anni e giurai a me stesso che non fosse la prima volta che mi trovavo in mezzo a quei due.

«Ma non è vero! Gli avevo bruciato appena qualche peletto.»

«Tu e i tuoi fottuti muffin!»

«Quel criceto è morto di vecchiaia quattro anni fa! Andiamo Louis, dimmi cosa fare.» Mar mi prese per il braccio trascinandomi verso il bancone della cucina quasi facendomi inciampare sui miei stessi passi. Decisi di intervenire per mozzare quella lite.

«Will taglia i pomodori.» Obbedì non senza prima aver borbottato qualcosa di incomprensibile contro la sorella che sembrò invece percepire benissimo ogni singola sillaba di quell'apparente insulto. Stizzita gli lanciò contro una banana che si trovava lì per caso. Lui l'afferrò con una prontezza di riflessi invidiabile.

«Fottiti.» Concluse lei prima di rivolgere l'attenzione su di me che stavo in mezzo tra loro con i palmi delle mani che sorreggevano il mio peso sull'isola della cucina. «Sono pronta maestro.»

Non avrei negato neanche per un secondo quanto tutto quello mi stava divertendo e non frenai neanche una sonora risata mentre cominciavo a svuotare la farina sul piano.

«Mi prenderesti dell'acqua?»

Lei pronta scattò a prenderla e come una perfetta aiutante seguì tutte le mie indicazioni, gettò piano l'acqua fin quando mi accorsi che ne perse il controllo scaraventandone troppa tutta insieme. Sentì un Will borbottare un te lo avevo detto mentre l'acqua per poco non fuoriuscì dal cratere di farina che avevamo creato e le nostre mani si sfiorarono ripetutamente nel tentativo di arginare il disastro che stava per crearsi.

Non saprei dire esattamente come successe ma me la ritrovai tra le braccia, la sua schiena a contatto col mio petto, la mia guancia sfiorava a tratti la sua fronte, la mia barba faceva attrito sui suoi capelli e il suo profumo mi inondò proprio come l'acqua fece con la farina. Guardai in basso verso le nostre mani che titubanti erano immerse insieme in un groviglio scomposto. Si irrigidì tanto quanto me realizzando come fossimo avvinghiati eppure avrei trovato qualsiasi scusa per non cambiare quel momento. Presi in mano la situazione iniziando guidare le mani di Mar nell'atto di raccogliere tutto il composto.

«Raccogli dai lati e schiaccia verso il centro.» Le sussurrai sullo zigomo accompagnandola nei movimenti. Lei annuì concentrata anche se notavo un leggero rossore sulle sue guance e il respiro più pesante. Per qualche strano motivo ero deliziato da quella reazione che speravo di aver causato.

«Sembra una scena di Ghost, sento la tensione sessuale fino a qui.»

Trucidai Will con lo sguardo e nella mia mente gli stavo rivolgendo un quantitativo di insulti che neanche sapevo di conoscere. Lui si stava divertendo da morire e io vedevo le guance di Mar avvampare sempre di più fino al punto che si allontanò bruscamente da me abbassandosi per sorpassare il mio braccio che la confinava a me. Maledissi Will ancora una volta.

«Prendo le teglie!» Annunciò lei sfuggendo alla situazione.

«Ti piace mia sorella?» Sussurrò divertito prendendomi evidentemente in giro ma in modo che solo io potessi sentirlo mentre continuava a preparare la salsa con i pomodori che avevo portato. Rigorosamente dall'orto di nonno.

«Sta zitto.»

Non confermai né negai.

«Aggiungi sale e dell'origano.» Continuai cambiando discorso e controllando che stesse facendo tutto correttamente. Non aggiunse altro ma il sorrisetto che aveva sotto i baffi mi face capire che nella sua testa stessero girovagando pensieri inopportuni.

Mar tornò con due teglie ma restò delusa quando le dissi che l'impasto sarebbe dovuto rimanere a riposo per un po'. E ancora una volta quella faccia buffa che era solita fare mi fece sorridere. Fortunatamente la serata andò avanti senza ulteriori danni, grazie anche al fatto che fossimo tutti d'accordo che Mar dovesse tenersi lontana dal forno oppure quella volta sarei potuto essere io a fare la fine del criceto.

La casa profumava di pizza e gioco, ci stavamo divertendo come se non fosse passata una vita dall'ultima volta che fummo tutti e tre insieme e di questo ne fui sorpreso. Loro litigavano e io mettevo pace. Will s'ingozzava e Mar lo rimproverava di essere un maleducato.

Come era una volta.

Mi sentivo quasi tornato bambino, a quella spensieratezza di chi non ha altri problemi al mondo a parte scegliere il gusto di un gelato. Sentivo che l'Universo fosse in debito con me per avermi strappato quell'innocenza con così tanto anticipo e adesso, forse, me la stava restituendo un pezzetto alla volta.

«Si è addormentata?» Chiesi a Will lanciandoci un'occhiata d'intesa. Ricordavo bene che Mar non fosse mai riuscita a finire un film neanche quando era appena una bambina e ciò mi face bruciare un senso di tenerezza allo stomaco vedendola assopita sul divano, raggomitolata in prossimità di un cuscino enorme.

Will annuì sporgendosi per controllare meglio, poi si alzò dal divano e io seppi di doverlo seguire.

«Dobbiamo parlare noi due...»








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Salve a tutti, scusate se ho tardato ad aggiornare. Spero che la lunghezza del capitolo abbia ripagato l'attesa.

Cosa ne pensate della storia finora?

Cosa vi aspettate che succeda?

Mi farebbe davvero piacere sapere le vostre impressioni e se ci fossero delle critiche costruttive sarebbero ben accette.

Lasciate una stellina se vi fa piacere!


Grace

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