34
La serata passo velocemente poiché dopo le presentazioni, entrambi andammo a disfare le valigie.
I nonni di Timothée mi fecero subito un ottima impressione: non erano i soliti anziani bigotti ma anzi, si dimostrarono dolci e premurosi non solo nei confronti del loro nipote ma anche nei miei, che stavo diventando parte della loro famiglia.
Approfittai della pace per andare a fare una passeggiata; il paese era infatti molto più vicino alla natura di quanto mi aspettavo. Mi tornò in mente mio fratello Noah ed il fatto che stranamente non mi avesse ancora richiamato: ricomposi quindi il numero e attesi. Stavolta mi ripose dopo appena qualche squillo
"Ei sorellina! Che si dice lì in Francia?"
"Lione era bellissima, ti sarebbe piaciuta molto ne sono sicura, qui invece siamo molto vicini alla natura e poi sono tutti così accoglienti..." sorrisi come se avesse potuto vedermi
"Sono contento che ti stai divertendo, qui invece tutto uguale, Gray...Grayson ha litigato con Lola finalmente..." strano pensavo l'uno pendesse dalle labbra dell'altra. Non ebbi troppo tempo per pensarci comunque "...Ethan è sempre un coglione e..." rise"...questa te la devo raccontare: ieri sera siamo andati in discoteca e Dylan ovviamente ci ha provato con mille tipe..." sogghignai, tipico "...ma la prima si è stufata di vederlo cambiare più ragazze che drink e così gliene ha lanciato uno in faccia. Dovevi vederlo" rise ed lo feci anchio immaginandomi la scena. Intanto sentii una voce in sottofondo all'altro capo del telefono; non capii cosa stesse dicendo ma ne riconobbi il tono.
"Ma era Grayson? Aspetta sei fuori col gruppo? Metti il viva voce dai" lo pregai ma non ricevetti la risposta immaginata
"Devo andare Abi, ci sentiamo presto"
Chiuse senza nemmeno lasciarmi rispondere. Perché si stava comportando in maniera così bizzarra? Sospirai, non avevo tempo di occuparmi anche di problemi a 9 ore da me. Riposi nuovamente il telefono in tasca e continuai per la mia strada.
Passeggiavo per il vialetto, giocando con qualche ciottolo che passava tra i miei piedi mandandolo più avanti con qualche calcio un po' annoiato. Osservavo nel frattempo la sagoma degli alberi leggermente accennati dalle luci presenti nella via. Ogni tanto portavo gli occhi al cielo osservando le stelle che si confondevano con le lucciole mentre il vento giocava con le foglie, facendole roteare sul suolo e con i miei capelli scompigliandoli. La luna era così vicina e grande che dava la sensazione di poterla quasi toccare. I fiori si erano ormai chiusi in se stessi l'erba danzava dolcemente immersa nelle leggere correnti d'aria. Si erano finalmente accesi i lampioni illuminando il piccolo vialetto in sassi, con la loro luce leggera. Ogni tanto in esso si poteva scorgere qualche fragile filo d'erba che tentava di uscire dalle fessure lasciate dai sassolini.
Mi sedetti sotto un albero ed osservai ciò che c'era intorno a me cercando di svuotarmi la mente e stare meglio, infondo non potevo comportarmi così per sempre, ma forse era più forte di me. Le azioni di Timothee mi confondevano anche solo a ripensarci, lo avevano sempre fatto; ora era chiaro, qualunque cosa ci fosse tra di noi il nostro problema era la mancanza di comunicazione: le sue azioni dicevano una cosa, mentre le parole esprimevano un'altra verità. E forse era anche colpa della nostra situazione poco convenzionale, del nostro patto in cui ci eravamo promessi di non cercare qualcosa oltre al puro piacere, al divertimento. Ma per me c'era di più, molto di più e non era più un segreto.
Il sentiero si concludeva davanti ad una piccola fontanella dove l'acqua stava ancora scrosciando lentamente, e dove alcuni pesciolini nuotavano alla ricerca di chissà cosa. Uno scoiattolo mi passo davanti e per poco non ci scontrammo, ne rimasi affascinata, raramente mi ero avvicinata così tanto ad uno di essi, in città dove vivevo era difficile trovarne. Subito dopo ne passo un altro. Portavano con se una ghianda ciascuno, chissà magari si stavamo aiutando.
Timothée mi aveva aiutato più di quanto volevo ammettere. La morte di mio padre faceva ancora male certo, ma sapevo di non essere più sola. Per la prima volta dopo tanto, inoltre, mi ero sentita parte di un gruppo: senza di lui non avrei mai conosciuito bellissime persone come Ethan, Grayson, Camila e tutti gli altri. Forse mi ero solo illusa, e forse lui non avrebbe mai visto in me ciò che io vedevo in lui ma sapevo che comunque ci sarei stata per lui e speravo che dopo esserci chiariti avrei potuto contare su Timothée allo stesso modo.
Decisi quindi che quando ne avrei avuto l'occasione e sopratutto il coraggio -coraggio di affrontare le conseguenze- gli avrei parlato, e mi giurai che avrei fatto il possibile per non perderlo, era per me troppo importante.
Rientrai, ormai i nonni di Timothée, la cui stanza era chiusa, erano andati a dormire; non vedevo infatti luci accese oltre alla torcia del mio telefono, che usavo per non disturbare nessuno. Avevo forse fatto una brutta impressione a rientrare talmente tardi il primo giorno della conoscenza con dei parenti così importanti per i miei futuri patrigno e fratellastro?
Un brivido di freddo mi percorse facendomi sentire nuovamente il profumo della maglia che indossavo appartenente al riccio. In effetti quando uscii in preda all'impeto non mi vestii abbastanza per la serata, che non credevo essere così fredda seppure era dicembre poiché oramai abituata alle temperature della California.
Scossi leggermente la testa come a giudicare i miei stessi pensieri: era a malapena passato un giorno e tutto ciò a cui pensavo era lui e il suo impatto sulla mia vita. Forse l'unico modo per andare avanti era proprio liberarmi la mente scrivendo su carta ciò che pensavo. Scusarmi per i modi, ma anche chiedergli di parlare, risolvere nonostante questo avrebbe potuto significare non andare mai più oltre l'essere fratellastro e sorellastra.
Piegai il piccolo foglietto di carta sul quale avevo riversato il mio cuore: la speranza di non perdere una persona talmente importante da poter accettare di vederla felice con qualcun altra, se questo voleva dire vederla ancora. Passando per il corridoio notai la porta della camera di Timothee aperta: voleva dire che lui non c'era, così pensai fosse destino lasciargli il biglietto in camera piuttosto che darglielo di persona. Sarebbe infatti stato meglio anche per me, non mi sarei imbarazzata e nemmeno mi si sarebbe spezzato il cuore un'altra volta nel vederlo leggere quel piccolo pezzo di me e magari non darci nemmeno così tanta importanza: accettarlo senza chiedersene il pensiero dietro, o magari rifiutarlo categoricamente visto il trattamento che gli avevo riservato nelle ultime ore.
Chiusi gli occhi quando lo poggiai sul suo comodino, dove il suo colore bianco risaltava e si rendeva evidente rispetto al legno scuso del mobile. Il foglietto non sarebbe così andato perso o ignorato, o almeno così speravo. Con quel gesto mi augurai di aver sistemato tutto e che di conseguenza la giornata seguente sarebbe stato un nuovo giorno più sereno, con lui a fare battute nei momenti peggiori possibili ed io a cercare in tutti i modi di ridere facendo figuracce. Ci vedevo così chiaramente nella mia immaginazione che non poteva andare diversamente.
Quindi uscii dalla porta e mi chiusi in camera. Mi buttai di faccia sul letto, abbracciando il cuscino per un po' di conforto, eppure quel vuoto nello stomaco non se ne andava: quelle farfalle frutto dell'ansia che avevo nella pancia non mi avrebbero fatto dormire, cercai comunque di chiudere gli occhi a forza seppur rimanendo fin troppo cosciente.
La mattina dopo, aprii gli occhi svegliandomi più stanca di come ero andata a dormire. Passati i primi momenti del risveglio mi tornò istantaneamente in mente il mio messaggio lasciato sul comodino, le mie speranze lasciate alla luna. Prima di uscire dalla stanza quindi mi sistemai, volendo credere che fosse andato tutto per il meglio.
Aprii la porta dopo aver preso un bel respiro ma stranamente non sentivo nulla, silenzio. Eppure avevo controllato l'ora più volte: non volevo rischiare di essere la prima a svegliarmi, dovevo essere io a fare la grande entrata. Affidandomi al destino come del resto avevo fatto finora però decisi comunque di uscire e incamminarmi verso la cucina. La stanza di Timothee era vuota, e del biglietto non c'era traccia: e se davvero per la prima volta nella mia vita tutto fosse andato come sperato? Voltai l'angolo, ogni passo più pesante del precedente ed il cuore a mille. Mi sistemai nervosamente la frangia dietro le orecchie, la giacca e iniziai a preoccuparmi persino dell'espressione che avrei assunto: dovevo sorridere? Guardarlo negli occhi? Sedermi e basta?
Chiusi gli occhi mentre girai l'angolo per poi riaprirli e scoprire che il fato era il solito bastardo. L'unica presenza era la nonna di Timothée che mi salutò con un abbraccio. Ricambiai seppur delusa.
"Bonjour chére" Sorrise "Timothee è uscito...sta aiutando Lau...no...Lucy con i preparativi per la festa che ci sarà in paese questa sera"
"Ah certo si me lo aveva accennato.." mentii e cambiai discorso "mi dispiace davvero essere scappata fuori ieri sera dopo aver disfatto le valigie, avevo bisogno di un po' di tempo per me" sorrisi debolmente
"Oh cara non ti preoccupare avevamo immaginato sareste stati stanchi, avete fatto un lungo viaggio..." bevve un sorso dal suo caffè d'orzo "Timothée mi ha detto che sei molto interessata all'arte vero?"
Mi prese alla sprovvista. Timothee aveva parlato di me ai suoi ai nonni? Si, in effetti era ovvio, dovevano pur sapere chi sarebbe venuto a casa loro, no?
"Si, vorrei iscrivermi ad un'Accademia d'arte finito l'anno, sarebbe un sogno poter vivere dei miei disegni...sa sono sempre stati parte della mia vita...parte di me..." alzai lo sguardo "...mi scusi forse non le interessa...." risi imbarazzata
"No, non ti preoccupare...è molto bello vedere una ragazza così giovane avere le idee già così chiare!" Sorrise anche lei quasi emozionata "e poi non darmi del lei ti prego..." sorrise "...presto sarai parte della famiglia!" Finii di mangiare il pane e marmellata che mi ero preparata mentre parlavamo fingendo un sorriso, come se l'essere parte di quella famiglia in parte noi mi avrebbe ferito perché mi avrebbe costretto a negare per sempre i miei sentimenti.
Scossi la testa leggermente sperando di smetterla con quei pensieri "....e invece il signor Chalamet dov'è? Non ho ancora avuto occasione di parlarci davvero"
La donna indicò fuori dalla finestra, Pierre era voltato verso l'orizzonte ad ammirare il proprio piccolo orto. Dopo colazione decisi quindi di uscire a parlare anche un po' con lui sperando di levarmi di dosso il nervosismo che mi aveva provocato l'aver scritto quel biglietto.
"Salve signor Chalamet!" Lo sorpresi leggermente anche se la mia presenza gli era stata anticipata dalla porta di casa che aveva leggermente scricchiolata
"ti prego chiamami Pierre" si voltò, notai gli occhi chiari molto simili a quelli di Timothée e di Marc "quindi tu sei Abigail! Molto piacere " mi porse la mano che io strinsi con piacere raggiungendolo "allora cara cosa ne pensi della Francia?"
"Davvero bella, sopratutto qui...non ero abituata a stare così a contatto con la natura ma è piacevole" sorrisi
"Hai ragione cara, le persone purtroppo stanno sempre più perdendo il legame con la natura, con la terra, ma è da qui che veniamo infondo..." annuii al discorso dell'uomo ammirando l'orto e gli alberi che sembravano essere usciti da un dipinto di Manet "...sai queste piante, questi alberi li ho piantati con il tuo patrigno. Al tempo pensava di poterci parlare...i bambini..." rise ricordando l'infanzia di Marc "....Timothée ci ha passato delle estati sotto a quei rami, è proprio uguale a suo padre" sorrise fiero del suo lavoro: i meli e gli aranci erano cresciuti e diventati solidi alberi, come erano cresciuti suo figlio e suo nipote.
"È una storia bellissima" sorrisi
Dopo qualche altra chiacchiera mi congedai. Avevo deciso di farmi viva in paese, in tal modo, se non altro, avrei conosciuto qualcun altro, magari così mi sarebbe stato più facile accettare ciò che era accaduto.
Ripassando per la cucina, ormai vuota, notai nel cestino accanto al mobile un biglietto familiare. Lo presi per accertarmene, non potevo crederci, ma notai amaramente la mia scrittura. Lo aprii meglio: la carta oltre che accartocciata era anche un po' spezzata e di ciò ero davvero delusa. Avevo sperato di poter risolvere la situazione con i miei sentimenti, i miei pensieri, parlando chiaro, ma forse non erano abbastanza, forse io non ero abbastanza....per lui.
Cercai di accantonare le speculazioni dietro a quel gesto che mi aveva fatto male e finsi di stare bene perché pensai che se funzionava per la sicurezza in se stessi avrebbe funzionato anche per la mia felicità.
Andai a cambiarmi e decisi di indossare i miei migliori vestiti, senza però essere fuori posto. Mi truccai poco più del solito con un po' di mascara e di matita scura sotto gli occhi.
Certo, forse mi ero vestita così anche per fargliela pagare, fargli capire a che cosa aveva deciso di rinunciare, ma di certo non lo avrei ignorato ne gli avrei fatto pesare il fatto di non riuscire a vedermi come più di un amica, ero meglio di così. Infine presi la borsa e uscii. Non appena fuori casa, il telefono mi squillo, un messaggio. Mi ricordai improvvisamente di non avere ancora richiamato Nic, il ragazzo carino dell'aereo, così decisi scrivergli un messaggio.
"Ciao Nic, scusami sono stata un po' impegnata in questi giorni, come stai?"
Mi costrinsi a premere invio o avrei ricontrollato il messaggio per tutta la mattina, e proseguii: notai alcuni striscioni appesi qua e là, capii di essere sulla strada giusta. Infine raggiunsi il centro e da subito individuai Lucy con i suoi capelli scuri
"Ciao!"
La salutai avvicinandomi lentamente in modo da non spaventarla
Mi salutò di riflesso "non ti aspettavo" sorrise guardandosi con lo sguardo in giro per poi tornare a posarlo su di me
Parlai prima che potesse dire altro "con cosa posso aiutarvi?"
"Lì" indico dall'altra parte della piccola piazzetta "da quella parte sono ancora indietro con le decorazioni"
Le sorrisi per dirigermi al posto, speravo di aver evitato il mio fratellastro e con lui tutti i miei problemi.
Tirai un sospiro di sollievo a vedere che non c'era nessuno li, se non una ragazza che si stava occupando dei tavoli. Presi lo striscione e notai che era già stato piantato il chiodo dove appenderlo. Il punto però era troppo in alto per me, così mi misi in punta di piedi. Mi guardai intorno cercando una piccola scala o una sedia che avrebbe potuto esserli d'aiuto. Niente, così riprovai. Dopo qualche tentativo, di colpo lo striscione si alzò e notai una mano spuntare da dietro di me ad aiutarmi.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro