25
Non saprei dire quanto tempo fosse passato; era da un po' in effetti che lo stavo osservando, dal mio lato del letto. I suoi capelli scuri, ogni ciocca arricciata in maniera diversa. Il suo torace che si sollevava piano, su e giù, ed il suo respiro profondo. Tutta la sua figura snella, così perfetta.
Gli passai una mano tra i capelli, e lui poco dopo aprii lentamente gli occhi, sorridendo.
"Non ce la fai proprio a stare senza di me eh?" Scherzò
Risi ma le emozioni provate la sera prima si riproposero prepotentemente nella mia mente, ed il sorriso scomparse
"Che succede?" Il suo sguardo si fece più attento quando noto che non riuscivo a guardarlo negli occhi, poiché avrei rischiato di piangere.
"Perché..." per nascondere la commozione provocata dalla mia paura di perderlo, alzai la voce "Perché rischiare un overdose?"
"Abigail..."
"Davvero, voglio capirti..." sospirai "voglio aiutarti"
"Non ho bisogno del tuo aiuto" sembrò quasi innervosirsi a quelle parole, provocando in me l'analoga sensazione
"Davvero Timothée? Rischi di morire e non hai bisogno di aiuto?"
Roteò gli occhi allontanandosi da me.
Che storia era questa? Ero io a dover essere incazzata con lui, non lui con me. Ero morta di paura, tutto per la sua stupida dipendenza, e ora, ora lui dopo tutto quello che avevo sempre fatto per lui, lui mi trattava così?
Mi alzai dal letto, rivolgendo il mio sguardo ora al noioso paesaggio offerto dalla finestra della stanza, che dava sul parcheggio dell'ospedale.
Una folata di vento mi colpì in faccia dallo spiraglio di finestra aperto, aiutandomi a calmarmi. Ripensai a ciò che avevo pensato poco prima, realizzando che non tutto ruotava intorno a come mi aveva spaventato la chiamata dell'ospedale, e forse avrei dovuto essere più empatica, cosa che normalmente ero. Aveva un problema, ma questo già lo sapeva grazie ai passati mesi di riabilitazione. Avrei dovuto mettermi nei suoi panni, certamente nemmeno lui era molto contento di ciò che aveva fatto, immagino avrà avuto paura anche lui, probabilmente morire non era nella sua lista di cosa da fare entro i vent'anni.
Decisi di trattarlo come avrei voluto essere trattata io, di tentare di capirlo per quanto possibile.
Dopo qualche secondo di silenzio, ricominciai a parlare, più calma, girandomi nuovamente verso di lui
"È solo...solo che ho avuto davvero paura di perderti, e non voglio che riaccada mai più. È stata orribile quella sensazione...io" Le lacrime minacciarono nuovamente di scendere ma mi feci forza, ora con la mano di Timothée nella mia. "Capisco che non è facile parlarne, ma io, io voglio esserci per te, uscirne insieme, se me lo permetterai, ok?" Mi risedetti sul letto
Intrecciò le nostre mani, ed il suo sguardo aveva ora un intensità diversa. Lo abbracciai forte, e dopo secondi che sembrarono ore, decise di spiegarmi meglio cosa fosse successo nei giorni passati.
Stando a quanto mi raccontò, dopo la nostra litigata, aveva chiesto a Cole di ospitarlo per un po'. Chiaramente lui accettò , da bravo migliore amico quale era, ma poco ne sapeva, che non sarebbe stato per tanto. Dopo diversi giorni in cui non stava bene, ieri sera aveva deciso di voler rincorrere quei due secondi di niente che solo l'essere fatto gli dava. Quel momento in cui il tuo respiro inizia a rallentare, e ogni volta che tu espiri, espiri tutto l'ossigeno che hai, e tutto si ferma: il tuo cuore, i tuoi polmoni ed infine la tua mente, e tutto ciò che ti spaventa, che desideri e che vorresti dimenticare, tutto affonda e perde importanza. Ma poi gli dai aria di nuovo, vita di nuovo.
Mi raccontò della prima volta che gli successe , era così spaventato da voler chiamare il 911, andare all'ospedale ed essere tenuto in vita da macchine e succo di mela, ma non voleva rovinare a tutti la serata; e poi col tempo era tutto ciò che voleva. Quei due secondi di nulla.
Restai con lui ancora per un po' , per poi tornare a casa, accompagnata da Marc, che era venuto a trovarlo ed aveva voluto parlargli in privato prima di andare via. Posso solo immaginare cosa si siano detti. Magari si sarà arrabbiato, avrà sbraitato, concentrato sul trovare la ragione, il perché lo abbia fatto. O magari, come me, si era talmente preoccupato, da essere solo grato che sia ancora qui.
"Allora?" Aperta la porta di casa, Noah e mia madre mi assalirono.
"Sta bene...per quanto possa stare bene" sospirarono sollevati
"Dovrà frequentare un percorso di disintossicazione" Marc continuò "per Natale dovrebbe essere a casa però" lo interruppi, sperando di sollevare il morale a tutti, ottimista come sempre. Mia madre e Marc iniziarono a parlare tra di loro, e Noah a quel punto mi prese da parte
"Tu come stai?" Sorrisi, intenerita dal fatto che si preoccupasse costantemente anche di me "Avete fatto pace, almeno?"
Annuii, ringraziando di non aver perso colui che amavo.
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