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Lo conoscevano come il miglior violinista del secolo. Era un patito della musica, un ricercatore dei suoni più armoniosi. Nessuno sapeva come facesse ad eseguire delle composizioni con tale vigore e a trasmetterne altrettanto.
Nelle numerose interviste rilasciate spiegava che i suoi strumenti non suonavano affatto. Il suono proveniva dall'anima di ciò che aveva di più caro.
A quelle parole chi non si sarebbe commosso? Nemmeno io, nonostante lo sentissi dire la stessa frase più e più volte, riuscivo a trattenere le lacrime. Lui era l'uomo più sensibile che potesse esserci.
Ogni nota era capace di prendere vita sul palco grazie alla sua espressività. L'orchestra, da quando suonava lui, non faceva più un soldo: tutti gli spettacoli erano un fiasco se non c'era lui. Aveva conquistato la musica e i suoi estimatori.
Si chiamava Ivan. Tanto odiato e tanto amato. Io lo adoravo.
Quelle sue dita sottili che impugnavano l'archetto con sensualità indicibile e quelle labbra stupende che baciavano il violino nel tenere la testa reclinata... Quelle dita e quelle labbra erano solo mie.
Era talmente bello e geniale che molti credevano avesse venduto l'anima al diavolo per ottenere una fama universale, imperitura. Non aveva l'ombra di un amico ma le ombre sotto i suoi occhi rivelavano quanto poco dormisse e quanto si desse pena per la nuova composizione.
Lo ascoltavo nei suoi lunghi monologhi frenetici, gli impedivo di graffiarsi la pelle d'avorio limandogli in continuazione le unghie affinché non si ferisse.
Sapevo di ogni suo segreto, non mi nascondeva nulla.
L'unica cosa che non mi era concessa di vedere era la stanza dove si esercitava. Era il suo tempio sacro, l'unico luogo che lo isolava dal mondo e lo metteva in contatto con quello interiore dell'anima, mi diceva. Io gli credevo; che motivo avevo per non farlo? Ero sua sorella.
I nostri genitori erano scomparsi dieci anni prima (poco prima di un suo concerto) e Ivan si era assunto tutto il peso della mia educazione sulle spalle. Per questo lo amavo profondamente. Non era solo un fratello; era anche un padre e una madre per me.
Avevamo dodici anni di differenza. Ricordo con che cura mi avesse sempre trattato. Per lui ero come il suo amatissimo strumento: mi coccolava con gli occhi. Il suo sguardo protettivo mi seguiva in ogni angolo e le sue mani mi regalavano spesso delle carezze affettuose.
Era molto geloso nei miei confronti; non lasciava mai che nessuno si avvicinasse a me per la paura che potessero separarmi da lui. La cosa che adorava sopra ogni altra cosa erano i miei capelli: non mi aveva mai concesso di tagliarli. Per la mia pelle sembrava avere poi una predilezione esagerata. Non ho mai avuto un graffio per merito suo.
Come era geloso con me, lo era tuttavia anche con il suo violino. Non mi permetteva mai di toccarlo, nemmeno una volta; la musica era sopra ogni cosa, al di sopra di me, sua sorella. Era la linfa che lo manteneva in vita, mi soleva ripetere.
Da giorni lo vedevo oramai sempre più irrequieto. Diceva che le corde del violino si stavano rovinando con il passare del tempo e pure il crine dell'archetto necessitava di essere sostituito; gliene servivano di qualità.
Purtroppo nella nostra residenza rimanevamo solo io e lui. Dopo i nostri genitori, erano spariti con il passare degli anni tutti gli inservienti - pure quelli assunti più di recente - ovviamente scelti da lui, tutti bellissimi. Lui aveva occhi solo per la bellezza e credo che se non fossi stata così graziosa, non mi avrebbe degnato della stessa attenzione.
A me non era concesso uscire se non assieme a lui, quindi non potevo aiutarlo nella ricerca dei ricambi. E Ivan, quelle poche volte che metteva il piede fuori dalla stanza (sempre più rare con l'avvicinarsi della fatidica data) mi mostrava un lato sempre più feroce di sé, che avevo visto ben poche volte.
I suoi occhi disperati, fissi su di me, mi inquietavano sempre di più ad ogni minuto che passava. Sembrava volermi dire qualcosa, ma vi rinunciava immediatamente. Poi, si rifugiava nuovamente nella sua stanza e non lo vedevo per giorni. Le esercitazioni non producevano i risultati sperati.
Da dietro la porta chiusa a chiave origliavo con ansia i suoi spostamenti. Che io mi ricordi, non aveva mai suonato il suo violino là dentro come faceva successivamente nei concerti. Ne uscivano solo dei rumori strazianti e delle imprecazioni che non avrei mai creduto di sentire pronunciare da delle labbra così belle.
Più volte lo implorai di farmi entrare in quello studio, ma i rumori allora cessavano del tutto, sostituiti da degli interminabili singhiozzi e da delle preghiere in una lingua incomprensibile.
Due giorni prima del concerto, mio fratello sparì. Però aveva lasciato la porta del suo studio aperta e così decisi di entrare, a dispetto di tutti i suoi ammonimenti.
Non si trattava di un comune stanzino.
Come poteva nascere la musica più sublime in quel macello?
Appese alle pareti di un bianco immacolato c'erano le salme di tutti gli inservienti che avevo visto lavorare nella nostra casa e poi sparire nel nulla. Riconobbi anche i nostri genitori. Non che fossero riconoscibili: aveva fatto una targhetta con il nome sopra ad ogni carcassa.
Ciascun corpo era separato dagli altri da dei drappi neri che oscuravano le numerose finestre. Sulla parete bianca i corpi sostituivano le note rosse di una partitura illeggibile.
Erano stati tutti scorticati, le loro pelli e interiora stese a terra.
Mio fratello aveva bisogno di corde. Le corde sono fatte di budella...
Lo stesso valeva per gli scalpi vicino alla finestra. Tutti quei capelli... Per gli archi di violino si usa solitamente il crine di cavallo.
Proprio quando stavo per emettere un urlo di terrore, gli scalini del corridoio presero a scricchiolare. Appena mi voltai vidi Ivan avanzare barcollando, gli occhi fissi su di me, esasperato.
Il suo viso, bagnato di lacrime, era tirato in una smorfia sorridente. Un sorriso maniacale. In mano stringeva un'accetta in maniera spasmodica. Proprio quella mano così dolce, abituata a impugnare l'archetto.
"Rose, i tuoi capelli..."
Avrei potuto dargli quanti capelli voleva se continuavo a tagliarmeli. Ma a lui non sarebbe bastato. Voleva il suono perfetto, quello dell'anima.
Avevo intuito tutto troppo tardi. Ero stata accecata dalla mia adorazione nei suoi confronti. In un moto di disperazione mi lanciai giù per la scalinata, schivando di striscio il colpo fatale. Tentai di trovare una via d'uscita a quella casa infernale.
Ivan aveva chiuso a chiave tutte le porte, tracciando sulle pareti e sulle porte le linee vuote di un pentagramma con del carboncino nero. Correvo a perdifiato sugli interminabili tappeti rossi dei corridoi, ma qualsiasi fosse la direzione che prendevo, lui era sempre dietro di me.
Mi seguiva lentamente e nel scendere le scale lo sentivo canticchiare "Do-do-fa-fa-sol-sol-mi-do".
Registrava il suono dei miei passi concitati: "do-do-fa-fa-sol-sol-do" .
Ad ogni mio gemito, ad ogni mi richiesta di smetterla con quello stupido gioco mi rispondeva assecondando tutte le variazioni di tono: "do-do-fa-fa-sol-mi-re-do...".
Io non esistevo già più, stavo diventando musica.
Non potevo più andare da nessuna parte. Il corridoio era quello che si dice 'un vicolo cieco'. Ivan si avvicinava, sempre più grande, sempre più nero, sempre più diabolico.
Annuii tremando mentre sollevava l'accetta.
"I miei capelli e tutto il resto" tutto sarebbe stato suo. Io avrei dovuto suonare per lui. Per la prima volta avrei 'toccato' i suoi strumenti.
"..." Come avrei potuto dirgli tutto quello che avevo nel cuore? "No!" sussurrai al calar del colpo.
Le note avrebbero riferito le mie parole.
Ecco che aveva di speciale, di indimenticabile la sua musica. Era maledetta.
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