CAPITOLO QUATTORDICI.
L'indomani mattina, quando mi sveglio, l'accaduto di ieri sera sembra quasi essere stato un sogno. Non sono certa di aver realmente baciato Brandon.
Schiudo i miei occhi verdi e riposati, rivelando alla vista una luce mattutina, velata dalle tende che accarezzano delicatamente le finestre della mia stanza.
Sto cercando di alzarmi e di mettere in ordine i tasselli quando noto la presenza di un bigliettino di carta appoggiato sul comodino. La scrittura è molto comprensibile.
"E' stato un vero piacere ieri sera, signorina White. E lo è ancora di più, questa mattina. Perché? Perché sono consapevole di aver fatto la cosa giusta. Tu sei la cosa giusta. -B.".
Le parole di Brandon mi fanno sorridere, mi sento al settimo cielo. Ciò che non voglio, però, è sbandierare a tutti ciò che è successo: voglio continuare a dedicarmi alla questione dei sequax e sono convinta che, se io o Brandon rivelassimo al nostro gruppo di amici di esserci baciati, loro inizierebbero a vederci sotto una luce diversa. Potrebbero diventare un po' diffidenti o pensare che il nostro primo pensiero ora sarà baciarci e non combattere. Eppure, è in questi momenti che si comprende di chi si ha realmente bisogno.
Vorrei dire a Brandon che io provo le sue stesse sensazioni e che sono felice di ciò che è successo ieri sera. Non è mai stato facile per me aprirmi con qualcuno, così come ho fatto con lui. E' una bella sensazione.
Quello che voglio fare, stamattina, è discutere con i ragazzi sul da farsi.
E' domenica, ma comunque sono sveglia già alle otto, invece le altre continuano a riposare. Non voglio svegliarle, per questo mi faccio una doccia per prima e, quando finisco di asciugarmi, noto che solamente Jewel si è svegliata.
Mi rivolge un sorriso dolce e quando si avvicina a me, io ricambio il sorriso e lascio che, improvvisamente, mi abbracci.
«Jewel? Va tutto bene?» le chiedo. Non sono abituata a ricevere gesti del genere. Un bacio e poi un abbraccio nel giro di otto ore: per me è surreale.
«Oh, certo che sì. E' solo che voglio ringraziarti, Sophia. Insomma, sei qui, che combatti questa battaglia e rendi tutti noi migliori. Ti stai mettendo in gioco e sei qui da meno di tre mesi, è decisamente ammirevole! Hai imparato tantissime cose ed io con te. Ho fatto tante esperienze che altrimenti non avrei mai potuto vivere...» mi dice, sorridendomi. Non ha svegliato le altre, per fortuna, ma ha pressoché urlato quelle parole colme di gioia.
Sono lusingata da tutto questo e vorrei semplicemente dirle che quello che ho fatto, l'ho fatto per conoscere qualcosa in più sul conto della mia madre biologica, ma non posso farlo. Scoprire cosa mi abbia spinta a tornare lì sarebbe rivelare troppo di me stessa e non riuscirei mai a farlo, non dopo aver parlato dei miei sentimenti ad un ragazzo... per me questo è già tanto.
«Jewel... non devi ringraziarmi. Appartengo a questo mondo come te, come tutti gli altri...» ripeto le stesse cose dette a Raphael, a Mike, perché non so cos'altro dire. Non so se avrei fatto lo stesso se in tutto questo non fosse stata coinvolta Nadia. Non posso saperlo e, sinceramente, preferisco rimanere nell'ignoto al momento.
«E' bello sapere che sei qui, con noi» mi confessa con tono rassicurante ed io sorrido di rimando «E per quanto può significare per te, anche io ci sarò sempre» conclude per poi sparire oltre la porta del bagno chiusasi ora alle spalle.
E' bello sentirsi accettati da più di tre persone alla volta. E' una sensazione estremamente rilassante, mi fa quasi pensare di non essere poi così sbagliata.
-
Quando apro la porta della mia stanza dopo essermi vestita, pronta per raggiungere i miei amici, trovo il preside Halliwell appoggiato con una spalla al muro e per poco non sbando rimandendo sorpresa da quella visita mattutina.
«Preside?» domando confusa. Cosa ci fa nel dormitorio delle ragazze?
«Sophia White! Cercavo giusto te. Hai un momento o stavi andando da qualche parte?» è estremamente tranquillo e la cosa mi stranisce.
«Stavo andando a prendere una boccata d'aria, mi dica pure...» e, così, lo seguo fuori dal dormitorio.
«Quando sei arrivata, mi hai domandato notizie su Nadia, tua madre...» ed ecco che il mio cuore salta un battito. Sta per caso dicendo che può darmi sue notizie? Non riesco a parlare, sto solo aspettando impaziente che continui.
«Ho qualcosa che dovresti vedere, ma non è molto...» mi dice fermandosi davanti la porta del suo studio.
Sto fremendo alla sola idea di poter avere qualche informazione in più sul conto di mia madre, ma lui si blocca per l'ennesima volta prima di aprire la porta del suo studio.
«Tu non dovrai dire a nessuno che ti ho fatta venire qui. Nessun alunno ha accesso a questi fascicoli. Capito?» mi dice, guardandomi quasi con uno sguardo severo.
«Assolutamente» gli garantisco. Quando faccio una promessa, la mantengo.
Dopo che la mia risposta lo ha convinto, entro nel suo ufficio e mi guardo attorno: ormai è familiare, ci sono già stata svariate volte.
Il preside fruga tra le sue cose nei cassetti e ne estrae un oggetto minuscolo. Sembra quasi un dado, ma è meno alto di quanto non sia lungo e largo. Le sue facciate sono tutte bianche, tranne una, che è nera. L'uomo mi porge l'aggeggio e, notando la mia espressione perplessa, inizia a spiegarmi come usarlo. Non ho il coraggio di muovere un altro passo, ora.
«Questo è un Indicatore. Custodisce messaggi, ricordi, discorsi. Insomma, è stato creato apposta da noi Augeo per comunicarci a distanza notizie private, missioni segrete e tutto ciò che, per noi, era importante che rimanesse discreto. Gli Indicatori hanno la particolarità di esporre il messaggio che contengono solamente alla persona alla quale è indirizzato. Quindi, anche se finisse in mani sbagliate, non ci sarebbe modo di scoprirne il contenuto... è come se fosse bloccato ed il solo destinatario possiede inconsciamente, nella sua testa, il codice di sblocco» mi spiega.
E' uno strumento estremamente utile e potrebbe servire in molti momenti della vita delle persone. Chi l'ha creato deve essere davvero una persona intelligente.
«E questo è indirizzato a me?» gli domando, quasi come se non riuscissi a capire come uno di questi aggeggi possa esser stato indirizzato a me.
«Sì, è da parte di Nadia. Tua madre lo ha lasciato a me. Sapeva che le sarebbe successo qualcosa quando lo ha riempito e mi ha detto di dartelo, quando ne saresti stata pronta» mentre mi dice queste parole, mi fa cenno di accomodarmi sul divanetto di pelle marrone che tiene sistemato contro il muro, alla destra della sua scrivania. Io lo ascolto e mi siedo, ma continuo a non capirci nulla. Ormai sono totalmente nel panico. Mia madre sapeva che sarebbe morta in qualche modo? Ora, la tesi della sua morte in sala parto non regge più.
«Per attivarlo ti basta posizionare la parte colorata di nero sul palmo della tua mano sinistra. In pratica, è come un'impronta digitale che l'Indicatore riconosce, si sblocca e, quando chiudi gli occhi, ti mostra il messaggio»
Il preside fa sembrare tutto così semplice, ma la verità è che a me sembra assurdo. Sono qui da mesi e lui decide di mostrarmi ora questo messaggio?
Prima di poter replicare in qualsiasi modo non dico un'altra parola, ma faccio come mi ha spiegato. Posiziono la facciata nera del dado sulla mano e socchiudo gli occhi, rilassando il mio corpo.
Un attimo dopo, sono catapultata in una stanza completamente bianca. Non ci sono finestre, non ci sono mobili. Ci siamo io e Nadia, mia madre, che impercettibilmente inizia a parlarmi.
«Quando vedrai questo messaggio, piccola mia, probabilmente sarò morta.
Tu non hai idea di quanto mi dispiaccia, Sophia. So di averti delusa, abbandonata, ma non sai quanto mi sia costato tutto questo. Non starei per fare questo se avessi una scelta, una sola minima possibilità di poterlo evitare per poter restare accanto a te...» la voce di mia madre è così soave, mi avvolge mentre il mio cuore palpita ed io inizio a piangere per le parole che mi sta dicendo. Non riesco, però, a risponderle.
«Tu sei la cosa migliore che mi sia mai accaduta, devi ricordarlo sempre. E se ti diranno che ti ho abbandonata perchè non ti volevo, perché per me eri un peso, non credergli. Non è così. E non importa cosa accadrà in futuro: tu sii sempre forte. Sarai una ragazza coraggiosa, una donna tenace. E so che sarai buona, perché lo vedo nei tuoi occhi.
Un giorno dovrai combattere una battaglia, proprio come sto facendo io oggi. Se non ce la farò, tu con gli altri dovrai provare a vincere quest'oscura forza che si sta scatenando contro di noi. Sii sempre te stessa, Sophia. So che sarai la persona più speciale che questo mondo potrà mai meritare...» mi dice, in lacrime anche lei.
«Non dimenticarti mai di me» mi implora, per poi interrompere improvvisamente il messaggio.
Io non ho parole, non riesco a reagire in alcun modo a quello che ho appena visto. I miei occhi sono bagnati da lacrime amare, lacrime di una sofferenza mai provata fino ad ora. Sono tornata nello studio del preside e sono più distrutta che mai.
«Perché darmelo ora?» gli domando, alzandomi in piedi arrabbiata «La prima volta che sono venuta qui le ho chiesto se avesse notizie di mia madre ed ora mi mostra questo?» scuoto la testa. Sono straziata da tutte queste sensazioni, ma so anche che sono proprio loro a spingermi a combattere più intensamente di come ho fatto finora.
«Io non ho mai potuto aprirlo, ci ho provato, ma non ci sono riuscito. Cercavo di capire cosa contenesse prima di dartelo, ma questo Indicatore è occultato ed è destinato esclusivamente a te. Era l'unica cosa che avevo ancora di lei...» mi confessa, con aria sconfitta. Io sono troppo scossa.
«Lei la conosceva, perché non mi parla di lei? Perché non mi dice quanti anni aveva quando sono nata? Perché non mi dice come diamine è morta?!» lo imploro.
«Sophia» si alza e i suoi occhi, dapprima comprensivi ed intristiti, sono nuovamente distaccati: Brandon deve avere imparato questa tecnica da lui, « Ho delle faccende da sbrigare, dovresti andare...» mi dice ed io sono così furiosa che per poco non distruggo qualcosa. Non mi interessa se si tratti del preside della mia università, chiunque sia lui, ora, è davvero un insensibile.
«Te ne parler » rompe il silenzio, un secondo prima che io possa sbattere la porta ed andar via dal suo ufficio «Te lo prometto» continua, ma io chiudo la porta alle mie spalle e mi dirigo fuori dall'edificio per prendere aria.
-
Quando incontro le mie amiche per i corridoi mi domandano cosa sia appena successo, ma io giustifico la mia pessima cera con l'aver scoperto che, a mensa, non ci sarebbero state le lasagne.
«Chi potrebbero aver rapito?» domanda Kayleen ed io scuoto la testa: non ne ho idea.
Non so troppe cose in questo momento e vorrei solamente riuscire ad entrare nella mente del preside. Ovviamente ogni volta che ci provo mi è impossibile: la sua mente è troppo potente per me.
Quando siamo tutte nella stanza studio che usiamo per le nostre riunioni segrete, che io chiamo Macabra per via del suo aspetto, il primo a parlare è Brandon.
«Dobbiamo trovare un altro modo. Del mio fratellastro e di Breanna non c'è alcuna traccia, questa mattina non erano nemmeno nei loro dormitori» ci spiega. Sembra ancora un po' scosso dal forte colpo di Heron, ma quando noto il suo sguardo su di me, mi rendo conto del velato sorriso che mi sta rivolgendo.
«Sei andato a cercarlo dopo come ti ha conciato la faccia? Sei proprio coraggioso, Bran'» lo prende in giro, Raphael, mentre io sorrido svagata.
La sola idea che Brandon sia così audace mi riempie il cuore di gioia.
«Non sei per niente spiritoso, Raphael. Piuttosto, dobbiamo pensare a come agire» gli risponde lui, spintonandolo giocosamente con una spalla.
Pensare a ciò che è successo ieri sera scinde il mio umore in due parti: da un lato, sono furiosa per l'inutilità della missione, per la quale Brandon si è anche beccato un pugno, dall'altro so di aver vissuto uno dei più bei momenti, uno di quelli che ricorderò per sempre.
E' mentre ripenso a ieri sera, alle parole di Mike sul rapimento ed al viso di Heron, che sento le gambe deboli, la mia vista si offusca e perdo immediatamente i sensi cadendo sul pavimento.
Non so dove sono, ma ciò che sto vedendo sono sicura che non sia reale. E' straziante, per me, ritrovarmi a comprendere di essere tra i sequax, orrende bestie senza alcun ritegno, pronte a fare di tutto pur di raggiungere il loro scopo. Con orrore noto che stanno trascinando un corpo: non è privo di vita, ma è così debole da non riuscire nemmeno a dimenarsi in segno di ribellione. Il suo volto è coperto da un sacco di iuta, ma so che non si tratta di una cerimonia di iniziazione, è un sacrificio o qualcosa di simile. Quando uno di quei mostri rivela il viso del loro ostaggio, lancio un urlo disperato. Non ho idea di dove sia io, ma mi rendo conto di essere impotente, di non esserci fisicamente. Non posso muovermi. Nessuno mi sentirà urlare.
Harry è disidratato e sanguinante davanti a me: quelle orride bestie lo stanno torturando. Non dicono una parola e gli unici suoni che percepisco sono i suoi lamenti, le sue urla sofferenti per ogni colpo che gli stanno infliggendo, chi con una frusta e chi con una corda intrecciata che deduco servirà poi per legarlo ancora.
Perché lui? Perché far del male ad un umano? Perché torturare una persona che non ha nemmeno idea di cosa sia questo mondo?
Inizio a sentirmi responsabile, penso a decine e decine di soluzioni per capire dove mi trovo, dove possa trovarsi lui, ma tutto diventa vano in un briciolo di secondo.
Un colpo mortale gli viene inflitto con un pugnale conficcatogli dritto in petto, che fa cessare al suo cuore di battere.
Io non verso lacrime. Io sto guardando il corpo del mio migliore amico privo di vita, ma non posso toccarlo. Sono intrappolata nel mio stesso incubo. Sono prigioniera ancora una volta di un potere superiore ad ogni forza che potrò mai avere.
Dopo pochi secondi, i miei occhi si schiudono e noto con difficoltà che tutti, particolarmente Brandon, sono attorno a me, che sono stesa su un divano e che sto sanguinando dalla fronte.
«Cazzo Sophia, mi senti?» gli occhi azzurri del mio medium sono fissi nei miei ed io penso ancora di non poter parlare, non voglio farlo. Perciò annuisco debolmente.
«Ci hai fatto spaventare, sei svenuta per oltre dieci minuti! Che cosa hai visto?» Jewel è preoccupata, si è appena seduta accanto a me.
Noto ora che Freya mi sta tamponando la ferita causata dalla caduta, ma sono così incollerita che mi alzo dal divano in maniera brusca e scuoto la testa. Ho gli occhi che ribollono di rabbia, i miei pugni sono stretti attorno ai miei fianchi.
Quando avverto la stretta di Brandon sul mio polso, decido di parlare.
«Hanno ucciso Harry. Mi hanno mostrato come. Non so se sia accaduto ora, magari ieri, magari una settimana fa. Lo hanno ucciso ed io non ho fatto niente per salvarlo...» gli dico, incastrando lo sguardo, ormai gelido, nel suo.
Sono consapevole che non sia colpa sua ma, ogni emozione che stavo provando un'ora fa, è svanita dopo ciò che ho visto. Non provo nulla, solo sete di vendetta.
«I sequax? Com'è possibile?» interrompe il silenzio Benjamin, ma Raphael gli fa cenno di star zitto.
«Devono aver rapito lui... era di lui che parlavano, ieri...» sento Dave bisbigliare, come se volesse nascondermi quel pensiero.
A quel punto realizzo che il ragazzo ha ragione e mi irrigidisco ancora di più.
«Sophia, devi calmarti. Troveremo chi è stato e capiremo cosa fare» mi dice Brandon. Lui cerca di essere dolce, di rassicurarmi. Io scuoto la testa e faccio un passo indietro: non riesco a sopportare il pensiero di Harry privo di vita.
Esco dalla stanza Macabra senza proferire un'ennesima parola ed inizio a pensare a come raggiungerlo, che dovrei procurarmi delle armi e capire come localizzarli, ma Brandon mi segue, da solo.
«Sophia, dove stai andando?» mi ferma. Mi ha letto nella mente, non avrebbe dovuto farlo. Non deve vedere ciò che ho visto io.
«Lo farò da sola, con voi o con chiunque si proponga di aiutarmi a uccidere quelle bestie schifose» affermo «Fosse l'ultima cosa che faccio»
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro