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V.Giulia

Non esistono aggettivi adeguati per descrivere quanto sul serio io odii i lunedì!

Per prima cosa, sono obbligata a svegliarmi praticamente all'alba dal momento che la prima lezione, quella con il professor White, è alle 08:30. E già questo di per se mi fa schizzare i nervi.
La scorsa notte non ho dormito granché bene, ho il sonno leggero e ad ogni accenno di rumore mi sveglio all'istante.

I miei buonissimi fratelli sono rientrati, immagino, piuttosto alticci. Nel tentativo di non far rumore, hanno fatto solo peggio. Non c'è stato un angolo dell casa che ha avuto clemenza al loro passaggio. Dio solo sa cosa combineranno non appena andranno a vivere per conto loro!

Ed ora, eccomi qua: come se non fossi mai andata a letto. Occhi assenti, immancabili borse sotto agli occhi.  Per fortuna che esiste il caffè!
                                       •••
Sono già le 15:00. Neanche il tempo di uscire dal campus, che devo correre altrimenti rischio di fare tardi.
È il primo giorno di volontariato e arrivare in ritardo non sarebbe esattamente il massimo per fare una buona prima impressione.
La mia richiesta di prestare servizio in un centro di assistenza infantile non è andata a buon fine, dunque sono stata assegnata ad un altro progetto. Quando Miss Josie, dell'ufficio di orientamento, mi ha comunicato il cambio non ho neanche avuto il tempo di chiedere maggiori informazioni. Ero in ritardo per la lezione di anatomia, dunque mi sono limitata a chiederle l'indirizzo ed il nome del referente del progetto. Joe e Mary, sono i nomi di coloro che dovranno "accogliermi".

Cammino a passo deciso, mi fermo per prendere solo un caffè all'angolo per poi riprendere la "marcia". Ho l' affanno, arrivo davanti all'edificio del centro, guardo l'ora: 15:14, sono soddisfatta. Sono addirittura in anticipo di un quarto d'ora. Sono indecisa sull'entrare già o aspettare, decido infine di entrare.

C'è una piccola targhetta con su scritto Friend's House. Ma che nome è? Per la serie: mia cara scomparsa originalitá!
Prima che l'ansia tipica di quando sto per iniziare un qualcosa di nuovo abbia la meglio su di me, entro.

Il cancello di ingresso è socchiuso, mi incammino quasi in punta di piedi. C'è un casino pazzesco. Sento delle urla, anche degli insulti. Che posto è mai questo ?
Cerco qualcuno che mi possa aiutare, ecco: vedo una ragazza poco più grande di me con una targhetta appuntata sul petto, immagino lavori qui. Le vado incontro.

<Ciao...> lei dico titubante, mentre ha lo sguardo perso nel vuoto come se stesse pensando chissà a cosa,< s-sono Giulia, sono venuta per il v-volontariato e...> riemerge dallo stato di ipnosi: <Si...scusa, certo...Giulia, io sono Mary,> da uno sguardo all'orologio < sei in anticipo, gli altri non sono ancora arrivati.>
Fa due passi in avanti, si porta una mano al mento. Assume un'espressione buffa, mi ricorda un artista maldestro, uno scrittore in crisi, che non riesce a completare un capitolo.

<Vediamo un po'; al piano di sopra c'è un incontro, una sorta di training group. Che ne dici se iniziamo da lì?> Un che? Forse si riferisce a quella specie di riunione, tipica dei film americani, in cui sono seduti in cerchio e a turno spiegano...mi perdo nelle mie riflessioni e mi ritrovo ad essere fissata, e percepisco nei suoi occhi l'assoluto desiderio di ricevere un "si" da parte mia. Chissà a cosa stava pensando prima, probabilmente sono l' ultima cosa di cui pensava di occuparsi oggi. Non voglio deluderla: <Si, va bene....>

Va bene anche se non ho la ben che minima idea di dove trovarmi. Niente di tutto quello che ho intorno mi aiuta a capire l'entità di questo posto. Sapevo di dover chiedere altre informazioni, ma sono una deficiente e come al solito do tutto per scontato.

Mi fa segno di seguirla. Dopo la prima rampa di scale, mi perdo di nuovo: quasi giro su me stessa per cercare di capire ad ogni metro cosa accade. Guardo negli occhi tutti quelli che mi passano di fianco e non riesco a vedere altro se non occhi spenti. L'immaginazione prende il via e mi ritrovo a fantasticare sulle vite vissute da occhi tanto assenti. Fantastico e mi perdo, e più mi perdo nelle loro vite più lo stomaco mi fa male.
<Giulia? Ehi, Giulia?> scrollo la testa, come per scacciare via tutti i pensieri. <Puoi entrare, vieni.> mi fa segno di entrare.

Esco dal fantasioso mondo di Giulia e mi ritrovo appena fuori di una piccola stanza. Penso seriamente di avere un' espressione inebetita, perché mi guardano tutti. Come ci sono arrivata qui? E, cosa più importante, da quanto me ne sto così ferma sull'uscio?!

<Lei è una nuova paziente?> chiede quella che immagino sia una dottoressa.  Paziente?
Non rispondo, sto ancora cercando di capire come sono arrivata qui senza rendermene conto.
Mary si accorge della mia assenza e risponde al posto mio:< No, Fabiola. Lei è Giulia, una nuova volontaria. Appena arrivano gli altri ragazzi, farò venire anche loro, se per te non è un problema.> La tipa, sulla quarantina, che mi pare di capire si chiami Fabiola le fa segno che va bene, così per evitare  altre figure di merda, mi siedo sulla prima sedia libera che trovo. Mary mi fa segno con la mano che ci vedremo dopo.

Mi guardo intorno, sono tutti molto giovani. Credo che nessuno superi i trent'anni. E hanno tutti gli stessi occhi: tristi, spenti, annoiati. Tutti, tranne uno. Non ha smesso di fissarmi da quando sono entrata e lo fa senza preoccuparsi di non farsi vedere. Se fossi in un contesto diverso, descriverei il modo in cui mi guarda come al pari di un lancio di una sfida. Abbasso lo sguardo, non guardo più niente e nessuno, fatta ad eccezione per le mie mani.

L'incontro prosegue, ma perdo molti passaggi. I miei occhi passano dalle mani alla porta, quando arrivano gli altri volontari? Mi sento un' intrusa, qui da sola.

<Chi te lo fa fare di venire qui?> ancora a testa bassa non rispondo, forse non è una domanda rivolta a me. <Ehi? Mi rispondi?!> alzo leggermente lo sguardo e lentamente mi giro alla mia destra. Incrocio, di nuovo lo sguardo di quello che non ha mai smesso di fissarmi:<Allora? Perché vieni qui? Chi te lo fa fare?> lo guardo accigliata. Hanno anche dei pazzi in cura qua dentro? Ecco che posto è: un cazzo di fottutissimo manicomio!

Non smette di guardarmi, vuole una risposta e non pare voglia arrendersi. Ricambio un'ultima volta lo sguardo, non ho alcuna intenzione di rispondere, sono fatti miei i motivi per cui sono qui e di certo non ho intenzione di spiegarlo ad uno sconosciuto con lo sguardo tra il pazzo e il maniaco.

< Emir! Lascia in pace quella ragazza!> interviene la dottoressa. È così è stato non solo durante l'incontro, ma anche durante il resto del pomeriggio, durante il quale ho conosciuto gli altri cinque ragazzi che come me hanno iniziato il servizio di volontariato oggi.

Sento una suoneria, il mio telefono: si, ok...ok, prendo le mie cose e arrivo. A tra poco!
È arrivata Francesca, l'ho gentilmente costretta a darmi uno strappo a casa.
<Ciao a tutti, ci vediamo mercoledì!> saluto sinteticamente e faccio per andare via: < Allora, Giulia com'è andata?>, mi giro. È Joe.
<...bene dai! Gliel'ho detto che non c'avrei messo molto ad abituarmi.> sorrido.
<Molto bene! Mi fa piacere, ma dammi del tu, ti prego!>
<Ok! Come preferisce, uh...scusa: come preferisci!> lo saluto e mi dirigo nella stanza blu al piano terra a riprendere le mie cose. Mi imbatto, nuovamente, nel mio "disturbatore" e, per un motivo che ancora non mi è chiaro, gli dico:< Ne ho bisogno anch'io, questo posto...serve pure a me!> e mentre lo dico mi incammino verso il portone. <Perchè?> urla alle mie spalle. Perché sono cazzi miei, ecco perché!
Non rispondo, scrollo le spalle, mi accendo una sigaretta e vado via.

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