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Prologo

Luke•

Ho un ricordo distante di una lezione di letteratura del secondo anno delle superiori.
Non ho mai prestato molta attenzione in classe, totalmente disinteressato a tutto ció che riguardava la scuola, e forse è questo il motivo per cui mi sono ritirato una volta compiuti sedici anni, per la delusione di mia madre e la rabbia di mio padre.
Eppure, questo breve istante di lezione di letteratura europea mi è rimasto impresso nella mente, e proprio ora riaffiora vivido alla mia memoria.
La professoressa, una donna di mezza età con i capelli perennemente mal tinti di biondo canarino, spiegò un testo particolare del medioevo italiano di un autore dal nome tanto strano quanto impossibile da dimenticare.
I diavoli di Bonvesin De La Riva.
Ma non è tanto questo ad avermi colpito, quanto il modo in cui Bonvesin descriveva l'inferno, fatto di caos, musica stridente, diavoli che ballano quasi in maniera orgiastica, un grandissimo inferno di baccano e figure distorte che si muovono prive di grazia e delicatezza.
In questo momento, mi trovo nel bel mezzo dell'inferno di Bonvesin De La Riva, e credo che se solo potesse vederlo per un istante, si renderebbe conto che il suo inferno ultraterreno è arrivato qui, tra di noi, tra gli uomini che si mescolano con le anime perdute.
Ed è esattamente quello che faccio io.
"È una pessima idea, Luke" ripete per l'ennesima volta Michael, marcandomi stretto e urlando per superare il volume della musica del locale, ma io mi limito a sorridere e a scoccargli un occhiolino, facendogli poi cenno di seguirmi sul retro.
Il God Grace di Los Angeles è uno dei locali più famosi della cittá e forse dell'intero Stato, ma non soltanto per essere meta di star e di modelle o per servire drink eccellenti.
C'è un lato del God Grace che nessuno conosce, un lato nascosto che solo pochi hanno avuto il piacere di provare, e questo rende il nome del locale dannatamente ironico se non fosse che io, ormai, sono abituato.
"Luke!" Mi richiama nuovamente Michael, il mio manager, e stavolta mi giro, afferrandolo per una manica della giacca e togliendoci dal bel mezzo del locale.
"Senti, ti avevo detto che potevi rimanere nella villa se volevi. Non ho intenzione di sentirti mentre ti lamenti o cerchi di dissuadermi perchè non funzionerà. È stata una settimana pesante, okay? Ho fatto tutto quello che volevi, ho registrato due nuove canzoni in sette giorni, diamine! Mi merito questa serata libera senza che tu cerchi di farmi da voce della coscienza, chiaro?" Domando, guardando Michael con un sopracciglio inarcato.
Michael Clifford, da quando mi scoprì tre anni fa a cantare per le strade della città degli angeli, si è sempre comportato più da migliore amico che da manager nonostante i sette anni di differenza che ci separano.
Ed è per questo che detesta in tutto e per tutto il mio stile di vita, nonostante cerchi di tenerlo all'oscuro della maggior parte di ciò che veramente faccio.
Michael sbuffa, incrociando le braccia al petto prima di annuire: "d'accordo, va bene. Già sono riuscito a tenerti lontano da tutto questo per sette giorni, il che è un record personale, meglio non sfidare la mia fortuna".
"Allora vieni?" Domando, un sorriso vittorioso sulle mie labbra, ma lui scuote la testa, passandosi poi una mano tra i capelli recentemente tinti di nero.
"No, mi farò una birra e poi torneró a casa. Casa mia, ovviamente. Non voglio imbattermi in nessuno domani mattina, e sono sicuro che tu ti porterai a casa qualche botta e via" borbotta, sembrandomi piuttosto infastidito da questo, ma decido di non dargli peso, rivolgendogli un ultimo sorriso prima di continuare la mia marcia.
Molti nel mio mondo conoscono il nome di Ashton Irwin.
Chi in bene, chi in meno bene, ma in un modo o nell'altro quasi tutti hanno avuto a che fare con lui.
Tutte le notizie di Los Angeles e, in generale, della California arrivano a lui, filtrano attraverso il suo giro, e per un motivo o per l'altro ogni personaggio di rilievo ha avuto a che fare con lui.
Alcuni per la droga, altri per i soldi, altri ancora per la delinquenza.
Oppure, come me, per il sesso.
Ashton Irwin nutre le nostre dipendenze, usa a suo vantaggio le nostre debolezze e noi, alla fine, lo ringraziamo sempre.
Lo riconosco immediatamente non appena mi avvicino al retro del locale, meno illuminato e con meno viavai, seduto a un tavolo con una ragazza sulle sue gambe e qualche altro uomo attorno a sè, e sto per avvicinarmi quando un energumeno facilmente scambiabile con un armadio a quattro ante mi si para davanti, alzando il mento con fare scettico.
"Mi dispice, festa privata".
Non dico nulla, mi limito a sporgere la testa da un lato, cogliendo per un secondo lo sguardo di Ashton che mi sorride, facendo un cenno all'armadio davanti a me.
"Fallo passare, Vin. È innocuo".
Non appena si sposta, il sorriso di Ashton mi invita ad avvicinarmi, e la ragazza sul suo grembo, una mora dall'aria piuttosto divertita, rimane al suo posto, prendendo poi un bicchiere dal tavolo.
"Mi chiedevo come mai non ti fossi ancora fatto vivo di questa settimana, Luke. Non è da te" commenta Ashton, tenendo il sorrido sulle labbra mentre prende un sorso di quello che sembra essere whiskey, ed io mi limito a scrollare le spalle, prendendo posto accanto a lui e alla ragazza, lanciando una breve occhiata agli altri uomini che hanno ripreso a parlare tra loro.
"Il mio manager mi ha messo alle strette, sai... Ripulire la mia reputazione o qualcosa del genere. Una settimana senza sesso".
"Notevole... Posso solo immaginare quanto sia stata dura, in tutti i sensi" commenta Ashton, facendomi un cenno con il bicchiere ancora in mano prima di sussurrare qualcosa nell'orecchio della mora che ride piano prima di sorridermi, alzandosi per mostrare un vestito rosso corto che lascia completamente scoperta la schiena, e penso se ne stia andando quando si siede sulle mie gambe, avvolgendomi il collo con le sue braccia.
Il suo profumo, inebriante.
Cosí da vicino, vedo i suoi occhi, grandi e di un ricco color caffè, uguale a quello dei capelli che sfiorano la pelle del petto lasciata scoperta dalla mia camicia.
"Magari posso aiutarti a... Rilassarti un po'?" Propone, quasi sibilando nel mio orecchio prima di lasciare un bacio sulla mia mascella, un altro sul collo, salendo poi di nuovo per guardarmi negli occhi, un sorrisetto sulle sue labbra perfettamente dipinte di rosso.
Chissà se quel rosso rimarrebbe dopo un'intera notte con me.
"Sai, dicono che ho una bocca davvero notevole... E ottime qualità oratorie, ma non si riferiscono ai miei discorsi" sussurra, seducente, ed io sorrido a pochi millimetri dalle sue labbra, lasciandole giusto un bacio leggero prima di rivolgermi ad Ashton che sorride, guardandoci.
"Eva è una delle migliori, una delle ragazze di punta. Sei un uomo fortunato, è molto schizzinosa. Non molto spesso gli uomini la soddisfano" commenta, lanciando un sorriso a Eva che ricambia con tanto di occhiolino mentre le accarezzo piano una coscia lasciata scoperta.
"Farò in modo di soddisfarla, stanotte" rispondo, notando gli occhi di lei riempirsi di malizia, qualcosa che nessuna delle mie ragazze da una notte ha mai avuto.
Cercavano di sedurmi, di provocarmi, ma nessuna riusciva nell'intento, risultando sempre forzata se non patetica, ma Eva, in qualche modo strano e contorto, sembra riuscire a provocarmi, a farmi venire la pelle d'oca con il solo passaggio dei suoi polpastrelli sulla nuca, arrivando poi tra i capelli.
"Valgo fino all'ultimo dollaro, puoi fidarti" sussurra nel mio orecchio, senza fare nulla di sessuale ma riuscendo comunque ad eccitarmi con una velocità tale che mi spinge ad alzarmi immediatamente, prendendola poi per mano e intrecciando le nostre dita sotto lo sguardo vigile di Ashton che annuisce.
"Conosci le coordinate bancarie, Hemmings. Trecentocinquanta tutta la notte, se vuoi averla anche per tutto il giorno domani, il totale è milleottocento".
"Credo che basterà stanotte" ribatto, ma lui scoppia a ridere, scuotendo la testa e alzando il suo whiskey in direzione della mora.
"È Eva. Lei non basta mai a nessuno".
Se solo avessi saputo quanto queste parole si sarebbero rivelate vere.

Buonasera e da quanto tempo!
Il vostro doppio guaio chiamato Terry e Claire è tornato a fare pasticci, e stavolta il pasticcio porta il nome di Money.
Continueremo Babydoll, ovviamente, e nel frattempo pubblicheremo anche questa storia dai toni più noir e decisamente più spinta.
D'altronde, non siamo proprio delle sante.
Al prossimo capitolo troverete Terry a salutarvi, quindi mi limito a ringraziarvi per essere arrivate fino a qui e spero di vedervi nel secondo capitolo.
Claire.

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