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Capitolo 16

Adrien fissò il ragazzo seduto di fronte a lui: «E' molto che sei in Francia?» domandò, usando la lingua natale dell'altro e sorridendo quando lo vide sgranare lo sguardo: «Mio padre mi ha fatto studiare cinese, quindi...»
«Grazie.» mormorò Wei, stirando le labbra in un sorriso: «Sono arrivato qualche anno fa, ma la lingua è un problema per me. Non riesco a impararla.»
«Fidati, sei sempre meglio di Marinette.» dichiarò Adrien, indicando la ragazza che, fuori dalla vetrina del locale, stava parlando animatamente al telefono: «Dovresti sentirla parlare cinese. Il tuo francese è a livello madrelingua al confronto.»
«Ma è...»
«Sua madre è cinese, sì. Ma non ha mai insegnato la sua lingua a Marinette.» spiegò Adrien, prendendo la tazza di caffè e portandosela alle labbra: «E quindi...»
«Lila sta arrivando!» dichiarò Marinette, rientrando nel locale e raggiungendo il tavolo a cui erano seduti i due: «Appena ha saputo chi c'era...» si fermò, facendo un gesto vago con la mano in direzione di Wei: «...ha detto che sarebbe venuta. Subito.»
«Lila è...»
«Volpina.» lo informò subito Adrien, seguendo con lo sguardo la ragazza che si sedeva al suo fianco: «Ovvero l'essere più inutile del nostro gruppo.»
«Adrien!»
«Ehi, è vero!»
«Ma non è inutile!» sbottò Marinette, prendendo il menù e dando un'occhiata alle varie voci: «I suoi poteri sono molto utili.»
«Certo, come no?» ridacchiò il ragazzo, togliendole il libretto di mano e riponendolo: «Ho già ordinato il tuo solito latte aromatizzato.»
«E se volevo cambiare?»
«Tu?»
«Spero che ti sia ricordato di...»
«Di ordinare anche un muffin per la mia bellissima lady? Sì, l'ho fatto.»
Wei ridacchiò, girando il suo the a vuoto: «Siete esattamente come quando...» mormorò, agitando una mano verso la coppia davanti a lui e sorridendo: «Beh, come quando...»
«Come quando qualcuno indossa una tutina di lattex rosso che non nasconde niente?»
«Adrien!»
«Ehi, io apprezzo quella tutina!»
Marinette sospirò, poggiando i gomiti sul tavolo e nascondendo il volto tra le mani: «Scusa, Wei.» mormorò, aprendo le dita e fissando il ragazzo cinese dalle fessure fra queste: «Di certo non ti stiamo dando una bella immagine.»
«Siete gli eroi di Parigi, ma siete anche persone come tutti.» mormorò Wei, sorridendo e sentendosi fiero di sé: non aveva fatto nessun errore. Stava migliorando.
«Grazie.» mormorò Marinette, scambiandosi uno sguardo con Adrien: «Ma anche tu sei un eroe di Parigi, Wei.»
«Ti ringrazio, Marinette.»
«L'importante, Wei, è che ti ricordi che questa fantastica ragazza è proprietà privata.» dichiarò Adrien, sorridendo all'altro: «Ultimamente sembra sia un concetto che non entra nelle teste di tutti.»
«Oh. Qualcuno sta mettendo il recinto?»
«Ed ecco a noi, l'eroina più inutile di tutta Parigi!»
«Ti ammazzo, gatto!»
Marinette sospirò, alzando gli occhi al cielo: «Lila, ti presento Wei.» dichiarò, presentando con un cenno della mano il ragazzo: «Wei, lei è Lila.»
«Ciao zuccherino!»
«Wei, fuggi! Ti ha puntato!»


«Gabrielluccio!»
Un brivido corse lungo la schiena dell'uomo, mentre si voltava e notava la donna stretta in un soprabito dorato che marciava spedita, sui tacchi alti, verso di lui: si guardò intorno, cercando una possibile via di fuga ma non trovandola.
Non voleva finire fra le grinfie di quella donna.
E non poteva mandare un messaggio ad Adrien: era certo che il figlio, ingrato!, lo avrebbe ignorato come la volta precedente.
In certe situazioni un uomo poteva fare solo una cosa...
Gabriel si voltò, camminando il più velocemente possibile e sentendo il ticchettio dei tacchi che lo seguivano, sempre più vicino; alla fine vide il luogo mistico e sacro che stava cercando: il bagno degli uomini.
Velocemente s'infilò nella porta, chiudendola dietro di sé e sentendo il rumore delle scarpe alte che si fermavano proprio davanti la porta.
Non sarebbe entrata.
Non poteva entrare.
L'uomo si allontanò dal legno bianco, osservando l'uscio come se, da un momento all'altro, si sarebbe trasformato in una bestia pericolosa.
Poi, come un suono angelico, il ticchettio riprese e iniziò ad allontanarsi.
Era salvo.
Almeno per quel giorno.



Lila osservò il giovane uomo seduto accanto a lei, studiando lo sguardo scuro e i capelli neri, vagando poi sui lineamenti del volto e sulla stazza enorme: «Quindi tu sei Tortoise?» domandò e, al cenno affermativo dell'altro – Wei –, sorrise: «Non sei esattamente come t'immaginavo. Sai?»
«Grazie?»
«Ma non ci siamo già incontrati?»
«Lila, questa è strausata! Ti direi di buttarti su qualcosa di più originale.»
L'italiana sbuffò, indicando il biondo e osservando l'altra ragazza: «Puoi zittirlo in qualche modo?» domandò a Marinette, mentre Adrien comodamente stravaccato sulla sua sedia li guardava sorridente: «Vuoi davvero sposarlo? Seriamente?»
«Sì?»
«Tu sei pazza.»
Wei seguì la conservazione, facendo vagare lo sguardo sulla coppia: «Vi soposate?»
«Sposate.» lo corresse Adrien, prendendo la mano sinistra di Marinette e mostrando l'anello a Wei: «Ti ho detto che la signorina qui è proprietà privata.» dichiarò gongolante, mentre la mora scuoteva il capo: «Comunque sì, Marinette ed io ci sposeremo. Non ora, ovviamente. In futuro.»
«Congratulazioni.» dichiarò Wei, sorridendo ai due ragazzi: «Quando due persone sono unite nell'intimo del cuore, infrangono persino i vincoli di bronzo o di ferro. E quando due nell'intimo del cuore s'intendono appieno, le loro parole sono soavi e forti come profumo di orchidee.» recitò, chinando poi il capo di fronte alla coppia in segno di rispetto.
«Presumo sia un modo cinese per farci le congratulazioni.» buttò lì Adrien, abbozzando un sorriso.
«Sì.»
I quattro rimasero in silenzio, guardandosi gli uni con gli altri: «Quindi tu sei Tortoise.» esordì Lila, posando lo sguardo sul giovane uomo e facendolo vagare sul volto, sulle spalle massicce e poi tornando al viso: «Ti immaginavo diverso.»
«Che qualcuno mi salvi.» sbuffò Adrien, gettando la testa indietro e ricevendo in cambio un'occhiata fredda dalla portatrice del Miraculous della Volpe: «Seriamente, Lila. Hai fatto di meglio anche con me.»
«Possiamo evitare di rivangare quel periodo?»
«Marinette, ha ragione. Ti prego, non ricordarmi i miei sbagli di gioventù.»
«Vi conoscete da tanto?» domandò Wei, mettendo fine al diverbio fra i tre e bevendo un sorso del suo the, in attesa della risposta.
«Dunque, per farla breve: questa qui...» iniziò Adrien, indicando la sua fidanzata: «...mi si è letteralmente gettata fra le braccia il primo giorno che ci siamo conosciuti: io ero lì, tranquillo che provavo i poteri del mio Miraculous, quando l'ho vista volare in cielo e venirmi addosso. Quando si dice colpo di fulmine, eh? Poi ci siamo ritrovati in classe insieme – ma non sapevamo chi eravamo – e dopo un po' di problemini iniziali abbiamo imparato a conoscersi – certo, è stato un po' difficile imparare a tradurre i suoi balbettii ma, alla fine, ce l'ho fatta – e abbiamo fatto amicizia anche in veste civile, diciamo così. Comunque è sempre stata pazza di me, anche se quando si trasformava respingeva ogni mio tentativo di conquista.»
«Chiamare una ragazza insettina mia non è un tentativo di conquista, Adrien.»
«Secondo me è carino come soprannome. E' tanto che non ti chiamo così...»
«Preferisco my lady o coccinella. Davvero.»
«Per tornare a noi Wei: dopo aver fatto la bua a quel cattivone di Papillon...»
«Se tuo padre se che hai detto questo, ti akumatizza.»
«E, ovviamente, poi Marinette non ha saputo più resistere al mio fascino. Ovviamente, dopo che il sottoscritto ha scoperto chi si nascondeva sotto la maschera a pois neri e si è presentato a lei, prima come Chat e poi come...» si fermò, sorridendo convinto: «...beh, me!»
«E tu?» domandò Wei, voltandosi verso Lila che aveva ascoltato il racconto di Adrien, scuotendo la testa.
«Lei è in più.»
«La smetti?» brontolò Lila, fissando male il biondo: «Da ragazzina avevo una cotta per lui; all'epoca sembrava il classico principe azzurro: nascondeva bene i suoi tanti difetti, devo dire. Comunque prima venni akumatizzata da Papillon e gli detti una mano nel combatterli, poi grazie a Marinette sono riuscita a uscire da quel vortice di odio in cui ero imprigionata, sono tornata in Italia e...» si fermò, scuotendo la testa e facendo ondeggiare i lunghi capelli scuri: «...diciamo che dopo un periodo di introspezione e di lavoro su me stessa, un giorno ho trovato in camera mia la scatola che conteneva il mio Miraculous.»
«Introspezione e lavoro su se stessa...» ripeté il biondo, scuotendo il capo e sbuffando a quelle parole.
«Marinette!»
La mora sospirò, posando una mano sul volto del ragazzo e fissandolo negli occhi: «Adrien...» bisbigliò, trattenendo lo sguardo verde nel suo, finché non lo vide arrendersi.
«D'accordo. Non la prendo più in giro. Per ora.»
«Perfetto.»
«Quello che hai appena visto, Wei, sarà il futuro dei signori Agreste.» dichiarò Lila, sorridendo zuccherosa allo sguardo del biondo che, sempre con la mano di Marinette poggiata sulla guancia, si era voltato a fulminarla: «Ma ovviamente era prevedibile: da quando lo conosco è sempre stato il suo schiavetto fedele.»
«Non è vero! Adrien è sempre stato il mio fidato compagno.»
«Certo. Ed io sono Bee.»
«Voi non sapete chi sono Bee e Peacock?» s'intromise Wei, attirando nuovamente su di sé l'attenzione generale: «Non conoscete le loro vere identità?»
«Purtroppo no. Sono entrambi un po' sfuggenti.» mormorò Lila, notando come era cambiato Adrien: qui gatta ci covava...
«In verità...»
«In verità cosa, micetto?»
«Hai presente il nostro compagno, Rafael?» domandò il biondo, scambiandosi una veloce occhiata con Marinette e sorridendo al suo cenno affermativo: «Ho il mezzo sospetto che sia lui il nostro Peacock.»
«Dai, Agreste che mette in moto i neuroni. E da che cosa l'hai dedotto, Sherlock?»
«Perché sa qualcosa che solo Peacock potrebbe sapere.»


Rafael sbadigliò, voltando svogliato le pagine e picchiettando la penna sul quaderno, attirando gli sguardi iracondi degli altri seduti al tavolo: «Posso sedermi qui?» bisbigliò una voce femminile, facendolo voltare e incontrare lo sguardo nocciola di Sarah.
«Fai pure.»
«Strano vederti in biblioteca...» commentò Sarah, spostando la sedia e sistemandosi accanto al ragazzo: «A parte per...» si fermò, scuotendo il capo: «...beh, sai.»
«Sono rimasto indietro con storia.»
«Capito.» dichiarò Sarah, tirando fuori i suoi libri e poi alzandosi per andare a recuperare il dizionario di francese/inglese dallo scaffale e tornando al posto; sentì Rafael ridacchiare, mentre lei si posizionava vicino il macigno: «Che c'è?»
«Niente. Niente.»



Il pomeriggio era volato, mentre lei, Marinette e Adrien facevano conoscenza di Wei, il possessore del Miraculous della Tartaruga e, alla fine, Lila era rimasta da sola con lui, dopo che la coppietta felice era dovuta andare via: «Non capisco. Se avevi intenzione di rivelarti, perché non mi hai detto chi eri l'altra volta?» gli domandò, mentre attendevano che il semaforo dei pedoni diventasse verde: «Non capisco.»
«Sono state le tue parole a spingermi.» dichiarò Wei, incespicando sulla pronuncia delle parole: «Dopo aver parlato con te, ho pensato e preso una decisione.»
«Perché?»
Il semaforo scattò e Wei le sorrise: «Perché anche a me non piacciono le bugie.» dichiarò, prima di allungare il passo e marciare spedito verso l'altra sponda della strada.
Lila l'osservò, mentre la salutava con un gesto della mano: «Sappi che questo tuo comportamento non ti fa guadagnare nessun punto!» gli urlò dietro, voltandosi poi e andando impettita per la sua strada.


«Che ne pensi?» domandò Adrien, aiutando la ragazza a uscire dall'auto grigia e facendo poi un cenno al Gorilla di andarsene; stringendo poi la mano della ragazza e portandosela alle labbra: «Ovvero, che ne pensi di Wei?»
«E' tanto. Ma tanto tanto.»
«Devo preoccuparmi, my lady?»
«Non so, mon minou. Tu pensi di doverti preoccupare?»
Adrien la fissò negli occhi, socchiudendo lo sguardo e poi, con uno scatto felino, si chinò stampandole un bacio sulle labbra: «Penso di no. Anzi, sono sicuro di no e, poi, anche se tu dovessi prendere una sbandata per Wei, saprei sempre come riconquistarti.»
«Oh! Siamo sicuri di sé, vedo.»
«Io? Sempre, my lady.»
Marinette sbuffò, roteando gli occhi e avvicinandosi alla porta della boulangerie: «Comunque, per tua informazione, non è di Wei l'anello che porto al dito.» dichiarò, proprio mentre l'entrata del negozio si apriva e Sabine usciva con un pacchetto finemente incartato.
«Anello?» esclamò la madre di Marinette, guardando alternativamente la figlia e il ragazzo: Adrien ridacchiò, mentre Marinette allungava la mano e mostrava il gioiello alla madre che, squittendo dalla contentezza, rientrò immediatamente nella boulangerie e chiamava a gran voce il marito.
«Non gliel'avevi fatto vedere?»
«E come potevo?» domandò di rimando Marinette, portandosi le mani ai fianchi: «Mamma, guarda! Il tuo futuro genero è entrato stanotte in camera mia – ah! E' Chat Noir, per informazione – e mi ha portato questo. Poi io l'ho convinto a rimanere e...beh, da cosa è nata cosa...»
«Sì, in effetti non sarebbe stato un discorso...»
«Mh. Avrei potuto anche dirle che sono Ladybug, non credi?»
«D'accordo, d'accordo. Diventi antipatica quando vuoi avere ragione.»
I genitori di Marinette uscirono dal negozio e nuovamente, fra un gridolino e l'altro, Sabine volle vedere nuovamente l'anello: «Immagino ti sarà costato Adrien.» commentò Tom, prendendo delicatamente la mano della figlia nelle proprie e sorridendo al gioiello: «Mi ricordo quanto ho faticato per prendere l'anello che regalai a Sabine...»
«In verità...» mormorò Adrien, affiancando Marinette e posandole un braccio sulle spalle: «Quello è l'anello di fidanzamento di mia madre. Mio padre...» si fermò, sorridendo alla ragazza: «...beh, ha pensato che...»
Sabine tirò su con il naso, posando una mano sul braccio del ragazzo e sorridendogli: lo stesso sorriso dolce della figlia, si ritrovò a pensare Adrien, stringendo leggermente la presa sulla ragazza: «Vuoi rimanere a cena da noi?» domandò la donna, cercando l'appoggio della figlia e del marito.
«Ah. Mi dispiace lasciare mio padre solo...»
«Digli di venire.»



Sarah allungò il collo, cercando di vedere quando il suo bus sarebbe arrivato: «Speriamo che stavolta non ci sia nessun attacco...» mormorò fra sé e sé, ricordando poi che non era sola alla fermata; Rafael la fissò, annuendo con la testa: «A proposito, l'ultima volta non sei rimasto coinvolto?»
«No. Mi sono nascosto, ho visto l'arrivo di tutti quegli eroi e poi me la sono data a gambe.»
«Capisco.» dichiarò la ragazza, infilando le mani nelle tasche della felpa e rimanendo in silenzio: «Posso farti una domanda?»
«Anche due.»
«Perché hai provato a...» Sarah si fermò, muovendo le mani in aria: «Con Marinette, intendo.»
«Ah. Mh. Diciamo che se vedo una conquista facile mi ci butto.»
«Ma Marinette non è facile.»
«Mh.»
«Davvero. E' innamoratissima di Adrien.»
«Mh.»
«Dico sul serio.»
«C'è il tuo bus, Sarah.»


I genitori di Marinette ci hanno invitato a cena. Non era carino rifiutare, quindi presentati qua con un bel sorrisone in volto. Ok?
Adrien osservò il genitore, domandandosi quale parte del messaggio non aveva compreso: era immobile, nel salotto dei Dupain-Cheng, e rispondeva conciso alle domande che Sabine e Tom gli facevano.
«Signor Gabriel?» domandò Marinette, scendendo le scale che portavano alla sua camera con un blocco da disegno in mano: «Posso farle vedere gli ultimi schizzi che ho fatto?»
Adrien osservò le spalle del padre rilassarsi un poco, mentre Marinette si sedeva accanto a lui e gli metteva sotto naso i suoi lavori, iniziando poi a discutere animatamente di stoffe e quant'altro: «Marinette sa sempre come prenderlo.» dichiarò Adrien, sorridendo ai Dupain-Cheng: a casa anche lui sapeva come prenderlo ma, ogni volta che Gabriel Agreste metteva il muso fuori dalla sua magione, tornava a essere l'uomo freddo e tutto d'un pezzo del passato.
«Tranquillo, Adrien. Marinette ci ha raccontato un po'...» dichiarò Tom, lavorando alacremente ai fornelli: «...non preoccuparti. Ok?»
«Ok.» dichiarò il ragazzo, voltandosi nuovamente e osservando Marinette mostrargli un nuovo lavoro: alzò lo sguardo, sorridendogli e facendogli l'occhiolino; con il sorriso sulle labbra, Adrien li raggiunse e si sedette accanto alla ragazza, prendendole una mano fra le proprie e studiando anche lui gli schizzi che stava mostrando.
«Che ne dice, signor Agreste?» domandò Sabine, portando loro un vassoio di bocconcini di pasta frolla e seguita dal marito: «Marinette può farcela nel suo settore?»
«Mi chiami Gabriel, la prego.» dichiarò lo stilista, prendendo uno stuzzichino e addentandolo, divorandolo velocemente: «Sono certo che Marinette diventerà una stilista affermata: è creativa e ha idee molto innovative.» dichiarò, iniziando a intavolare una conversazione con i genitori della ragazza.
Adrien si accomodò sul divano e sorrise, quando sentì la ragazza sistemarsi contro di lui: «E' strano...» mormorò, passandole un braccio attorno alle spalle e accentuando lieve la stretta.
«Cosa?»
«Tutto questo.»
«Si chiama famiglia, Adrien. Direi che è il caso che inizi a farci pratica.»



Parigi.
Dopo undici ore di volo, gli sembrava strano essere lì, nella città dove lei era corsa, abbandonando tutto in America.
Parigi.
Lei era lì.
La sua Sarah era in quella città.
Si sistemò meglio gli occhiali sul naso che, come al solito, scivolavano poi, serrando la presa sulla custodia della chitarra e sul trolley, si avviò verso l'uscita dell'aeroporto: doveva cercare un modo per raggiungere l'albergo dove aveva prenotato, sistemare le valigie e...
Beh, poi doveva trovare Sarah.
Gli aveva dato qualche notizia, la prima e ultima volta che si erano sentiti, dicendogli quale scuola avrebbe frequentato e in quale zona di Parigi era andata ad abitare.
«Puoi farcela, Alex.» si disse, rinvigorendosi a quelle parole e iniziando a marciare più spedito.
L'avrebbe trovata, sì.

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