10.
*H*
Non fu necessario mi svelasse il suo nome.
Stavamo camminando sul marciapiede dall'altro lato del parco, a pochi metri da casa sua. L'ora di cena non era lontana ma il parco ospitava ancora diverse famiglie. Le grida dei bambini che giocavano e le chiacchiere dei genitori riempivano il tranquillo silenzio che ci eravamo concessi nell'ultimo paio di minuti.
Due figure poco slanciate che sembravano essere state fagocitate dalle loro tute da lavoro blu scuro, identificabili come uomini solo dalla barba che ricopriva i loro volti, uscirono dal cancello di una delle case che ci accingevamo a superare, parlottando tra loro in una lingua straniera. Mentre sistemavano alcuni attrezzi dentro il furgoncino nero parcheggiato lì davanti, uno dei due alzò improvvisamente il tono di voce fino a urlare al collega quelli che avevano tutta l'aria di essere insulti, poi chiuse la portiera del veicolo sbattendola con rabbia.
Fu tutto inaspettatamente familiare. Sentii un brivido attraversarmi la nuca. Conoscevo quella lingua, quelle grida di cui non sapevo il significato mi avevano inseguito e perseguitato per anni. Quel rumore secco... uno degli ultimi ricordi di quella giornata che avevo provato a cancellare dalla memoria riuscendo solo a sbiadirne i contorni.
Allungai istintivamente il passo, volevo mettere quanta più distanza possibile tra me e gli uomini già entrati nel furgoncino.
Il suono di qualcosa di metallico che cade a terra mi fece voltare, così mi accorsi che il ragazzo che camminava al mio fianco fino a pochi istanti prima era rimasto indietro. Si era appoggiato alla ringhiera alla sua sinistra, una mano intorno al collo e la busta della spesa ai suoi piedi. Mi affrettai a raggiungerlo, allarmato.
«Ti senti male?»
Lui non rispose. Chiuse gli occhi e si portò entrambe le mani alle orecchie come per ripararsi da un rumore fortissimo. «No, no, no» ripeteva con un filo di voce scuotendo la testa, il respiro affannato. Del sudore gli si era formato sulle tempie e le mani avevano preso a tremare. Ero quasi certo fosse un attacco di panico ma dovevo escludere si trattasse di qualcosa di più grave. «Hai vissuto episodi simili in passato?»
Il flebile sì del ragazzo confermò la mia teoria. Avevo assistito a un paio di attacchi di panico durante il mio primo tirocinio e sapevo che la prima cosa da fare era portare la persona in un posto tranquillo, dove potesse sentirsi a suo agio e non avere addosso gli occhi di tutti.
«Vieni, ti accompagno a casa. Va bene?»
Aspettai un suo cenno, raccolsi la borsa con la stessa mano con cui tenevo la mia in modo da avere l'altra libera e appoggiarla sulla sua schiena per sorreggerlo e guidarlo.
«Ok, ci siamo quasi. Ancora qualche gradino e siamo arrivati. Sto per prenderti le chiavi dalla tasca, d'accordo?»
Lui annuì, il respiro ancora irregolare, gli occhi spalancati e il corpo teso mentre mi affrettavo a infilare le chiavi nella serratura e aprire la porta. Vedendo l'ingresso di casa sua, lo sconosciuto sembrò animarsi di nuova energia: raggiunse il soggiorno quasi correndo e prese a muoversi avanti e indietro sull'enorme tappeto che ricopriva il pavimento tra il divano e il mobile della tv.
«Mi dispiace, mi dispiace».
«Non hai nulla di cui dispiacerti» lo rassicurai posando le buste sull'isola della cucina. Volevo che si riappropriasse del suo ambiente quotidiano, del luogo in cui si sentiva al sicuro. Rimasi quindi a distanza, intervenendo solo come voce fuoricampo per cercare di indirizzare i suoi pensieri nella giusta direzione, senza invadere il suo spazio vitale.
«Non l'ho fatto apposta, io non volevo... non doveva andare così» piagnucolò. Aveva stretto le mani ai capelli quasi volesse strapparseli ma non accennava a rallentare il ritmo del suo andirivieni.
Non ricordavo di aver mai percepito un tale livello di angoscia prima di allora. Avevo avuto a che fare con la paura, il dolore fisico, la vergogna, ma nella disperazione di quel ragazzo c'era il senso di colpa per qualcosa di irrimediabile.
«Ti va di dirmi cosa è successo?» gli chiesi con estrema calma, come avrei fatto con uno dei miei piccoli pazienti.
«È stata una mia idea. Dovevano prendersela con me, solo con me».
Ero certo che si stesse riferendo a un evento passato e sospettavo che non si stesse rivolgendo a me nello specifico. Certo, sembrava rispondere alle domande ed essere lucido a sufficienza da avere percezione della realtà, ma sentivo di non essere il destinatario di quella conversazione, piuttosto uno spettatore imprevisto. Era come se stesse reagendo a qualcosa che gli scorreva davanti agli occhi e che solo lui era in grado di vedere.
Pur non entrando nel suo campo visivo, avrei provato a intavolare una conversazione, un po' come si fa con chi parla nel sonno. «Qual era l'idea?»
«Sono stato attento. Ne era rimasto uno solo e stava andando tutto bene ma poi devono essere tornati gli altri... ho sentito le voci e poi...» scosse la testa. «Dovevo essere io il bersaglio. Era il piano fin dall'inizio».
Arrestò la sua marcia, liberò i capelli dalla presa ferrea delle sue dita e si lasciò cadere sul tappeto. La schiena contro il divano, le gambe piegate, le guance arrossate e le mani appoggiate alle ginocchia che tremavano senza controllo. Aveva gli occhi puntati davanti a sé ma lo sguardo era vuoto, privo di quella scintilla che mi ero già abituato ad associare solamente a quelle iridi blu. Con la mente non era più lì con me e mi resi conto di non poter far altro che aspettarlo alla fine del suo viaggio.
*L*
Le giornate in quello scantinato umido passavano tutte più o meno allo stesso modo: il riecheggiare di passi pesanti al piano superiore fungeva da sveglia; la colazione veniva servita poco dopo – il solito latte freddo e i soliti dieci biscotti da dividere in due – dal più esile dei quattro uomini che abitavano quel posto. Indossava sempre abiti scuri e larghi e il passamontagna a coprirgli il volto ma le ossa delle mani erano così pronunciate che anche il resto del corpo non poteva che essere molto magro. Lui entrava, posava il vassoio in fondo al materasso e, senza dire una parola, usciva. Prima di pranzo tornava a prendere le ciotole di plastica per poi riportarle piene di cibo e il rituale si ripeteva a cena. Non importava quanto provassero a fargli domande o richiamare la sua attenzione, lui entrava e usciva come niente fosse. Louis l'aveva rinominato il Muto ma sospettava che semplicemente non parlasse la loro lingua. L'unico a parlare con loro, e anche molto raramente, era Seven. Lui stesso si era presentato con questo nome indicando il tatuaggio che aveva alla mano sinistra, una lettera su ogni falange. Aveva un tono di voce confortante ma lo sguardo severo, l'atteggiamento sicuro di chi non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare perché un'occhiata era sufficiente a incutere timore. Louis avrebbe scommesso fosse lui il capo della banda.
Ogni giornata scorreva allo stesso modo, almeno fino al nono o decimo giorno (Louis non era sicuro di aver tenuto il conto correttamente). Seven, durante un'insolita visita dopo cena, li aveva costretti a provare dei vestiti con ancora l'etichetta attaccata per poi riprenderseli appena constatato che fossero della misura giusta e andarsene con la promessa di concedere loro un bel bagno il giorno dopo.
Avevano ancora addosso i loro vestiti, quelli che avevano quando erano stati portati via, non li avevano mai fatti cambiare né lavare interamente. Questo improvviso cambiamento era oltremodo sospetto. Sembrava quasi che dovessero rendersi presentabili per ricevere qualcuno o per andare da qualche parte. Louis capì che qualcosa stava cambiando ed ebbe seriamente paura. Molta più paura di quando era stato preso con la forza, legato e imbavagliato e si era risvegliato in quello stanzone da solo. E ora che non era più solo, l'idea che potessero fare del male a lui era più terrificante di qualunque altra cosa. Doveva inventarsi qualcosa al più presto.
«Che c'è, Boo?» gli aveva chiesto quella notte, forse percependo il suo stato d'animo tormentato.
«Niente, rimettiti a dormire».
Louis si era rintanato al lato opposto del materasso dandogli le spalle. Di norma capitava il contrario ma fu lui quella volta a stringerlo da dietro.
«Chiudi gli occhi» gli sussurrò all'orecchio.
Louis fece come gli aveva detto quasi non fosse più dotato di volontà propria.
«Immagina di essere in acqua» continuò aumentando la stretta alla sua vita.
Come gli aveva raccontato il terzo o quarto giorno, quando non riusciva a dormire si teneva occupato immaginando ogni volta un'avventura diversa finché il sonno prendeva il sopravvento. Gliel'aveva insegnato sua madre quel trucchetto e l'aveva utilizzato un paio di volte in sua presenza per aiutare entrambi nei momenti di maggior sconforto. A Louis piacevano le sue storie.
«Siamo su un enorme materassino gonfiabile, blu com—»
«Verde» lo interruppe, «il materassino lo voglio verde».
«Non rosso?»
Lui era sempre così attento ai dettagli e Louis gli invidiava la facilità con cui memorizzava ogni più piccola cosa come, in questo caso, il suo colore preferito. Non si ricordava nemmeno quando gliel'aveva rivelato. Louis cominciò a pensare che sarebbe stato in grado di aiutarlo coi compiti senza troppi sforzi nonostante fosse più piccolo di lui di due anni.
«No, verde» confermò con decisione. Louis lo sentì sorridere.
«Ok, siamo su un materassino verde e ci stiamo lasciando trasportare dalla corrente. Lo senti come ondeggiamo?»
Louis annuì e si spinse maggiormente contro il suo corpo mentre questo lo accarezzava con il respiro continuando a dare forma a quella fantasia e a cullarlo con la sua vocina melodiosa. Gli parve di captare un 'buonanotte' a un certo punto ma non ne era sicuro.
Il mattino successivo, poco dopo colazione, sentì tre dei rapitori parlare in quella lingua incomprensibile in lontananza, sembrava che le voci provenissero dall'esterno.
Quando udì altrettanti sportelli di un veicolo chiudersi, pensò che quella fosse un'occasione da prendere al volo. Attese che il mezzo si allontanasse e si affrettò a spiegare al suo compagno di prigionia il piano che aveva ideato quella notte. Ci mise un po' a convincerlo che sarebbe andato tutto bene – Louis era sempre stato bravo a mentire ma, per qualche strana ragione, lui riusciva a fiutare le sue bugie neanche fosse dotato di una naturale macchina della verità dentro quella testolina – e a farsi promettere di seguire alla lettera le sue indicazioni.
Stava andando tutto come previsto. Louis aveva finto di sentirsi male e le urla del suo amico erano state abbastanza credibili da attirare l'attenzione dell'unico rapitore rimasto. Come Louis aveva supposto, il Muto non parlava una parola della loro lingua ma il suo corpo all'apparenza privo di sensi e l'agitazione dell'altro ragazzino erano state inequivocabili. L'uomo l'aveva preso di peso e portato al piano di sopra non senza difficoltà vista la sua magrezza e borbottando quelle che dovevano essere imprecazioni nella sua lingua madre. L'aveva posato a terra e schiaffeggiato piano in volto ma Louis non si era mosso di un millimetro. Il corso di teatro che seguiva a scuola aveva affinato le sue già innate abilità di fingere e manipolare la realtà a suo vantaggio.
Louis non aveva udito nessuno scatto della serratura della porta dello scantinato e pensò che il Muto non si fosse ricordato di chiuderla a chiave, forse nella fretta di soccorrerlo. Ne ebbe la conferma quando sentì i passi del suo amico che sgattaiolava via dalla stanza che li aveva tenuti prigionieri per poi correre verso l'uscita. Il Muto se ne accorse mentre stava spalancando la porta d'ingresso e si lanciò subito all'inseguimento. Fu allora che Louis si alzò e, con una forza che non credeva di avere, lo spintonò il più lontano possibile. Sentì il rumore di qualcosa che si rompeva ma non gli prestò attenzione, si concentrò solo sulla fuga. Intravide lui addentrarsi nel bosco a destra della casa, gli urlò di continuare a correre mentre prendeva la direzione opposta così che il Muto, una volta ripreso dalla caduta, seguisse lui e lasciasse perdere il più piccolo. Proprio come doveva andare.
Louis correva, correva. Sentiva il Muto gridare, non abbastanza vicino da avvistarlo ma nemmeno sufficientemente lontano da sentirsi al sicuro. D'un tratto gli parve che la voce si fosse moltiplicata. Si fermò per accertarsi di non avere le allucinazioni. Aveva il fiato corto, i polmoni gli bruciavano per la mancanza di ossigeno e per la costante paura di essere catturato ma era sicuro che alla voce del Muto se ne fossero aggiunte altre, così capì che gli altri tre uomini erano rientrati.
«Prendete quel piccolo bastardo!» sentì urlare dalla voce di Seven, in inglese.
Si guardò istintivamente attorno, pensando di essere stato raggiunto e di non avere più scampo nonostante le voci gli paressero ancora lontane, ma non vide nessuno. Non ebbe tempo di fermarsi a riflettere su cosa stesse succedendo ché due colpi di arma da fuoco riecheggiarono nell'aria spazzando via l'unica certezza che Louis pensava di possedere: aver salvato lui. Perché se quei colpi non erano stati esplosi contro di lui, l'unico altro bersaglio possibile era...
Louis aveva messo in conto l'ipotesi di fallire ma in nessun caso sarebbe stato lui a pagarne le conseguenze. Si accasciò al suolo, sfinito per lo sforzo fisico e ora prosciugato della sua forza mentale. Lui non c'era più, ed era solo colpa sua. «No» gli parve di gridare ma si rese conto che quello che aveva lasciato le sue labbra era poco più di uno sbuffo.
Presto le voci tornarono a riempirgli le orecchie e molto più vicine di prima, per questo si costrinse a riprendere la corsa. Decise di utilizzare il sistema che gli aveva insegnato lui. Avrebbe finto di essere altrove per non lasciarsi sopraffare. Magari stava correndo per vincere una gara. Sì, una gara in cui erano solo loro due a contendersi il titolo. Lui era in testa e Louis doveva solo continuare a correre per raggiungerlo. Così corse immaginando che lui fosse lì a pochi passi. E corse ancora.
Poi, il buio.
*H*
«È colpa mia, solo colpa mia». Non si dava pace.
«Respira insieme a me» gli suggerii con tono rassicurante ma deciso mentre mi sedevo al suo fianco senza toccarlo. Cominciai a prendere dei respiri profondi in modo che lui seguisse il mio ritmo. Non sembrava però riuscire a prestare davvero attenzione alle mie istruzioni.
«Facciamo una gara a chi resiste più a lungo sott'acqua» proposi con entusiasmo.
«Cosa?» aggrottò le sopracciglia come fossi matto.
«Sì, al mio tre ci immergiamo e torniamo su quando non ce la facciamo più».
«Ma non siamo in a—»
«Pronto? Uno, due, tre».
Riempii i polmoni più che potei e trattenni il respiro, gli occhi incollati ai suoi in un tacito invito a imitarmi. Lo fece senza altre obiezioni e continuammo a sfidarci fino a quando il suo respiro tornò regolare e la tensione lasciò il suo corpo.
Abbandonò la testa contro il divano e chiuse gli occhi, sembrava privo di forze. Rimase immobile non so per quanto. Pensai si fosse addormentato. L'avrei preso in braccio e steso sul divano ma non volevo svegliarlo, così lo lasciai lì e mi dedicai a riporre la spesa. La sbirciatina che avevo dato quella mattina ai vari pensili mi facilitò il compito e una manciata di minuti fu sufficiente affinché sistemassi tutto.
Lanciai lo sguardo sul padrone di casa e lo trovai nella stessa posizione in cui l'avevo lasciato ma con gli occhi spalancati che fissavano il soffitto.
«Gli avevo promesso che sarebbe andato tutto bene. Avevo giurato a me stesso che lo avrei salvato» mormorò in un sospiro.
Avrei voluto chiedergli di chi stesse parlando ma non ce ne fu bisogno.
«Il mio piccolo Haz» aggiunse mentre una lacrima gli accarezzava la guancia.
Sentii un tonfo sordo nel torace, come se tutto ciò che conteneva fosse di colpo caduto e ora non ne rimanesse che l'eco.
«Haz» ripeté lui sottovoce, «quant'è che non pronuncio questo nome all'infuori della mia mente».
Raggelai e avvampai allo stesso tempo. Dovetti poggiare una mano al bancone per sorreggermi, non ero sicuro che le gambe fossero ancora in grado di farlo.
Lo sconosciuto si passò le mani sul viso e portandosi le gambe al petto lo poggiò sulle ginocchia. Sembrava molto più piccolo di quanto non fosse.
«Boo?» trovai il coraggio di pronunciare.
Lui alzò di scatto la testa, confusione e shock che si alternavano nei suoi occhi lucidi.
Come avevo fatto a non riconoscerli? Erano proprio loro, sempre gli stessi. Tutti quegli anni passati a rievocare i momenti passati insieme ne avevano sbiadito i contorni ma il suo blu era inconfondibile, non avevo ritrovato quella sfumatura in nessun'altra persona.
Percorsi la distanza che ci separava con la convinzione che sarei svenuto entro due secondi. Quando arrivai al suo fianco ero a corto di fiato. «Sei davvero tu».
Le sue pupille che scattavano a destra e sinistra come in una fase rem a occhi aperti furono l'ultima cosa che vidi prima di lanciarmi sul suo corpo e abbracciarlo. «Non posso crederci. Sei qui. Tu... Io non... oddio». Mi sembrava di avvertire solo caos dentro e attorno a me, le pareti della stanza giravano senza senso.
Mi accorsi che lui era rimasto immobile tra le mie braccia, in apnea. Lo liberai dalla mia stretta e mi allontanai facendo un balzo all'indietro col timore di aver peggiorato il suo stato d'animo già provato invadendo il suo spazio fisico senza consenso. «Scusami, non avrei dovuto. Scusa».
Avevo i suoi occhi addosso, mi fissavano con sconcerto e meraviglia, come uno scienziato studia una cavia, come un astronauta guarda la Terra dallo spazio per la prima volta.
*L*
Louis lo esaminava con attenzione, ogni lineamento, ogni piega della pelle, ogni battito di ciglia, alla ricerca di una qualunque traccia del ragazzino che aveva perso. Stava reimparando i suoi contorni, lo stava ridisegnando aggiungendo questa nuova sagoma all'immagine che possedeva già di lui.
«Harry» disse con cautela, come fosse una parola a lui sconosciuta e dovesse abituarsi a sentirla pronunciare dalla propria voce.
Harry annuì e sorrise mettendo in bella mostra le fossette, quelle su cui Louis non riusciva a non posare lo sguardo ogni volta che comparivano sul suo viso delicato. L'immagine di quel giovane uomo dagli occhi lucidi ma pieni di una timida gioia si sovrappose a quella del bambino che aveva confortato a suon di battute e aneddoti mentre gli asciugava le lacrime. I capelli erano molto più lunghi e mossi, più scuri forse ma, a parte l'accenno di peluria che si intravedeva lungo la mascella e sopra il labbro superiore, ogni dettaglio che tornava alla mente di Louis sembrava combaciare con la versione che si ritrovava fisicamente davanti.
«Harry» pronunciò ancora ma con maggiore convinzione. Appoggiò la mano sul suo avambraccio, aveva bisogno di toccarlo, di sentire che fosse reale e Harry sorrise ancora di più mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime. «Sono io, Louis».
Louis sentì i polmoni svuotarsi di tutta l'aria e il suo corpo fluttuare come un palloncino, come quando in passato fumava così tanta erba e si sentiva la testa così leggera da non capire più niente. Era bloccato tra sogno e realtà, sospeso tra terra e cielo. Era una sensazione strana, ne sarebbe stato terrificato se fosse stato da solo, ma solo non lo era più. Proprio come quel secondo giorno di molti anni prima, lui era arrivato senza preavviso e aveva stravolto tutto.
«Ma come... Non è possibile».
*H*
Il cuore era sul punto di esplodere di qualcosa che non riuscivo a descrivere. Strabordava di felicità, sollievo e gratitudine.
Sentii la mano di Louis accarezzarmi il braccio, risalire fino alla spalla, poi il collo e fermarsi sulla guancia. Non osai staccare gli occhi dal suo volto, volevo osservare ogni reazione e interpretare ogni sua più piccola espressione.
Percepivo tutto, ogni singolo dito della sua mano mentre si spostava sulla stoffa della mia camicia e poi direttamente sulla pelle. Avevo i brividi di freddo e nel contempo bruciavo di passione. Non c'era nulla di erotico nei nostri gesti ma ardevo di un impeto sconosciuto. Era urgenza, intensità, fervore. Affetto. Di quelli inaspettati e senza logica che ti prendono per le spalle e ti scuotono fino a farti perdere i sensi.
«Haz, io... non so cos—»
«Non devi dire niente».
Gli presi il viso con entrambe le mani e avvicinai la fronte alla sua, lui chiuse gli occhi e io feci altrettanto.
«Sei davvero qui, Haz?»
«Sono qui, Boo».
*L*
Louis lo strinse a sé come non aveva mai stretto nessuno. Come si abbraccia un ramo sull'orlo di un precipizio, come ci si attacca alla borraccia dopo giorni dispersi nel deserto.
Si lasciò andare, senza remore, e pianse. Per tutto quello che aveva vissuto nei dieci giorni rinchiuso in quello scantinato e in quelli successivi. Per tutti gli anni passati a colpevolizzarsi e a chiudere il suo dolore laggiù dove nessuno poteva raggiungerlo o anche solo vederlo, nascosto sotto strati di indifferenza e finta arroganza. Per tutte le bugie che aveva detto pur di non far preoccupare la sua famiglia, perché tanto nessuno avrebbe potuto capire cosa aveva provato e come il suo cuore si era spaccato quando aveva udito quegli spari.
Davanti a lui c'era il suo Haz, il suo compagno di stanza, l'unico che sapeva e poteva capire. E per quanto fossero ormai cresciuti e Louis in fondo non lo conoscesse, essere tra le sue braccia e lasciarsi andare al pianto era giusto, naturale. Necessario.
Harry lo stringeva e si lasciava cullare come quando erano bambini. Louis si allontanava a guardarlo negli occhi, giusto per essere certo che non fosse un'allucinazione, gli sorrideva, si avvinghiava di più al suo corpo. E ricominciava da capo.
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