9.
Mi sembrò di non aver mai dormito così bene, quando mi svegliai la mattina dopo. Subito mi accorsi che lui non era più accanto a me. Allungando una mano, sentii le lenzuola occupate dal suo corpo fresche. Restai delusa. Avevo forse sperato di trovarlo vicino a me? Non sapevo neanche io cosa mi aspettavo. Forse che avrebbe aspettato che mi svegliassi, restando al mio fianco? Non sarebbe mai successo.
La sera precedente era stata un'eccezione per tutti e due. Andava cancellata immediatamente dalla mia mente. In fondo lo sapevo che sarebbe andata così. Mi domandai per quale motivo l'avessi ospitato nel mio letto. Che sciocca idea avevo avuto. Sarei dovuta essere più risoluta e farlo dormire sul divano. Come era stato deciso. Oppure avrei potuto dormire io sul divano, lasciando a lui il letto. Ma cosa mi era preso?
Di sotto in cucina, c'era una chiacchiericcio confortante. Si sentiva l'allegra risata di Beth risuonare.
L'odore che arrivava alle mie narici, quasi mi trascinò fuori dal letto, talmente era invitante. Scesi le scale a piedi scalzi. Sentii il parquet liscio scorrere sotto di me, non ci avevo mai fatto caso prima. Era piacevole la sensazione di fresco che si avvertiva.
*
Beth era girata di spalle, intenta a fare non sapevo cosa ai fornelli. Forse qualche semplice pancake. Sperai che non avesse deciso di dare fuoco all'intera casa. Il tavolo della cucina era stracolmo di cibo. Ovviamente non cucinato. C'erano diversi tipi di cereali tra cui scegliere, dei cupcake con gocce di cioccolato, classici ma sempre ottimi. Una torta di mele preconfezionata, aspettava solo l'assalto di Beth. Era la sua preferita. C'era anche del latte, la succo d'arancia appena spremuto e il caffè era già pronto nella caffettiera. Il tavolo così imbandito era un sogno.
«Buongiorno!» dissi con voce ancora assonnata. Continuando a stiracchiarmi. Ricambiarono il saluto con gioia. Chissà da cosa nasceva quella felicità. Cosa facevano per essere così la mattina presto? Io non ero ancora del tutto sveglia. Mi versai del succo d'arancia, in un bicchiere che Beth mi aveva posato davanti. Andai a sedermi vicino a Josh, al tavolo della cucina. La mia amica stava veramente preparando dei pancake. Cosa davvero molto rara per lei. Sospettai che l'unico motivo per cui si fosse cimentata, era per soddisfare i gusti del suo ragazzo. Lei e i fornelli erano due poli opposti.
«Sembrate così rilassati! Dormito bene...?» notai subito qualcosa nelle loro espressioni furbette.
«Diccelo tu come hai dormito...» insinuò Beth, in modo poco velato. Come faceva sapere che avevo dormito con Brian? Lo leggevo nel suo sguardo che lo sapeva. Anche Josh aveva un sorriso sornione, di chi la sa lunga.
«Bene, perché...?» domandai un po' esitante. Stampandomi un'aria innocente in viso.
«Sta mattina sono entrato in camera tua. Quando non ho trovato Brian sul divano, ho fatto più uno...» confessò Josh con una tranquillità nella voce, che celava ben altro. E il suo sorriso furbo me ne diede la conferma. «A dire la verità non l'ho quasi riconosciuto...» non aggiunse dopo un po'. Perché aveva faticato a riconoscerlo? Cosa aveva visto di preciso entrando in camera mia? Sperai nulla che non avrei voluto. Cadevo in un sonno così profondo quando dormivo, che non mi sarei accorta di niente.
«Abbiamo solo dormito, lo giuro...» li rassicurai con voce incerta. Arrossii per l'allusione di Josh. «Non riusciva a dormire sul divano, dice che era scomodo. Si è comportato da vero gentiluomo con me...e poi ognuno ha dormito dalla sua parte del letto...» mi affrettai a dire. Specificando come meglio potevo il concetto. Non volevo che immaginassero cose ce non esistevano. Un bel sorriso apparve sul viso di Josh. Ero sicura che non avesse creduto ad una sola parola, di quello che avevo detto. Così come Beth. Come potevo fare per togliergli questa errata convinzione che avevano? Ci riflettei su.
«Gentiluomo...» disse Josh come soprappensiero. Non pareva convinto che il suo amico potesse esserlo. D'altronde come dargli torto. Non sembrava neanche a me uno da coccole. Piuttosto di uno che andava fino in fondo, senza preoccuparsi di sentimenti o cose di questo genere. «Penso di non averlo mai visto così, ti teneva abbracciata. Era così sereno lì con te...» rifletté a voce alta. Ecco spiegate le loro allusioni. Non mi ero neanche accorta che mi avesse abbracciata durante la notte. Meglio così, avrei potuto fare come se non fosse mai successo. Ero sicura che fosse stato solo un gesto istintivo. Una cosa che magari faceva con tutte le sue amichette. Un'abitudine. Nulla di più.
Dentro di me sapevo con certezza che non era contato niente per lui. Se gli fosse importato qualcosa di me, non se ne sarebbe andato in quel modo. Lasciandomi addormentata. In fondo chi ero io? Nessuno.
«Vedo le rotelle della tua testolina girare Elle, dimmi a cosa stai pensando...» mi spronò Josh. Confidare i miei dubbi a qualcuno, mi avrebbe fatto bene di sicuro. Ma non potevo. Non volevo espormi, troppe volte ero rimasta scottata.
«Non mi va di parlarne e poi non c'è proprio niente a cui pensare...» tagliai corto. Non volevo si accorgessero che il mio umore si era incupito, per colpa dei miei pensieri. Sapevo che il mio ragionamento non faceva una piega.
«Non voglio essere impiccione, è solo che mi preoccupo solo per te. Ormai è un po' come se fossi una sorellina minore per me...» affermò con sincerità. Se continuava di quel passo, sarei scoppiata a piangere nel giro di pochi secondi. «Vorrei che non ti fermassi alle apparenze. Non sempre quello che vedi, è quello che è in realtà...» Josh e le sue continue allusioni. Mai una volta che mi avesse detto chiaro e tondo come stavano le cose.
«Grazie che ti preoccupi per me, ma se continui così mi farai mettere a piangere...» dissi abbracciandolo. Beth si unì anche lei all'abbraccio, stringendomi forte. Sentivo gli occhi pizzicare. A volte mi trovavo a pensare ma io meritavo tutto l'affetto che mi veniva dato?
«Elle hai bisogno dell'auto oggi?» mi chiese a bruciapelo la mia amica. Mentre bevevo un sorso di spremuta. La sua macchina che fine aveva fatto? non chiedeva quasi mai la mia in prestito. «La mia l'ha presa Brian, aveva un impegno importante sta mattina e io oggi devo fare dei giri...» ecco perché se ne era andato. Aveva di importante da fare, chissà cos'era.
«Puoi prenderla, ma ti ricordi che alle due ho quel servizio fotografico in centro?» mi assicurai che se ne ricordasse. Non poteva fare tardi.
«Sì, me lo ricordo. Allora ti accompagno e poi ti torno a prendere io, ok?» annuii con la testa. Per me andava benissimo, trovare parcheggio in centro era quasi impossibile. Avrei perso troppo tempo cercandone uno.
Quando salii in camera mia per lavarmi e vestirmi era quasi l'ora di pranzo. La mattinata con Beth e Josh era passata piacevolmente, tra una chiacchiera e l'altra. Non avevo toccato cibo, anche se ce n'era per un intero reggimento. Il mio stomaco era chiuso, non ci sarebbe entrata neanche una briciola di quei buonissimi cupcake. Quindi un'intera colazione era da escludere. Avrei mangiato qualcosa al mio ritorno a casa. Di sicuro la fame sarebbe arrivata durante l'intera giornata.
*
Il servizio fotografico si teneva in un hotel del centro. Entrata nella hall dell'albergo, mi affrettai ad andare alla reception. Chiesi del Signor Grégoire Moreau e mi indicarono la suite da raggiungere. Era la numero 404.
Attesi per un tempo infinito l'ascensore. Anche se ne avevo il terrore. Non vedevo delle rampe di scale all'orizzonte, quindi non avevo altra alternativa. E poi così avrei fatto prima di sicuro.
Quando entrai nella stanza che mi avevano indicato, rimasi abbagliata dall'eleganza. Non c'erano mobili particolarmente ricercati, erano per lo più molto semplici ed essenziali nel loro genere. Ma conferivano un'aria di elegante classicità all'ambiente. Ovunque posassi il mio sguardo, potevo cogliere i toni del bianco e dell'arancio. La suite era molto grande. Si entrava in un salotto, dove c'era già un viavai di persone. Intente a sistemare tutta l'attrezzatura necessaria. Riconobbi il fotografo, avevamo lavorato insieme altre volte. Mi piaceva molto il modo di mettermi a mio agio di Henri. Lui era francese, viveva stabilmente a Parigi. Ma spesso viaggiava per necessità lavorative. Mi sarebbe piaciuto un giorno visitare la sua città. Non per il lato romantico, ma per quello storico.
Mi sarebbe piaciuto visitare il Museo del Louvre, contemplare la maestosità dell'Arc de Triomphe, guardare la Tour Eiffel col naso all'insù. Passeggiare per gli Champs-Élysées, visitare la Cattedrale di Notre-Dame e Montmartre. Lasciai da parte le mie divagazioni. Anche se meritavano la mia attenzione.
Seguii il corridoio che portava ad un'immensa camera da letto. Venni accolta calorosamente da Grégoire Moreau. Mi strinse la mano, in maniera cordiale ma professionale. Anche lui era francese, ma viveva da anni in America. Aveva all'incirca una quarantina d'anni. Il suo aspetto non corrispondeva alla sua età, sembrava molto più giovane. Non era il primo shooting fotografico che facevo con lui. Ce ne erano stati altri cinque o sei. Era il direttore artistico della casa di moda per cui a volte facevo da modella. Sapevo con certezza che con lui si lavorava in tranquillità.
«Brava! Mi piacciono le persone che arrivano in anticipo. Cléophée per caso ti ha accennato qualcosa?» la sua domanda mi suonò strana.
«No, non mi ha accennato nulla. Cosa succede?» chiesi presa in contropiede.
«Pensavo ti avesse avvisato. Purtroppo c'è stato un cambio di programma dell'ultimo minuto. Il servizio di oggi sarà di lingerie, va bene lo stesso per te?» chiese speranzoso, di una mia risposta positiva.
«Ma, veramente io...» esitai, riflettendoci
«Lo so, lo so. Abbiamo avuto dei problemi e ci sono stati dei cambiamenti. So che di solito prediligi servizi d'altro tipo, ma ho già avvertito la tua agente che il suo compenso verrà modificato per scusarci dell'inconveniente. Quando ti ho vista qui, pensavo lo sapessi...» mi spiegò. Leggevo nei suoi occhi che una mia risposta negativa, sarebbe stata un problema per lui. Non vedevo altre modelle oltre me. Quindi se non avessi accettato, non avrebbero avuto un'altra possibilità di scelta.
«Per questa volta va bene...» acconsentii, ma avrei dovuto fare un bel discorsetto a Cléophée. Non poteva farmi trovare in queste situazioni scomode. Era controproducente per tutti, anche per lei.
Prima di fare qualsiasi altra cosa, mandai un messaggio ad Elizabeth, raccontandole dell'inconveniente. Le ricordai anche di venirmi a prendere per le sette, anche se non sapevo con esattezza quando avrei finito. Non rispose, ma ero sicura che sarebbe stata puntuale. Sperai che non venisse con Josh. Sarebbe stato troppo imbarazzante se mi avesse vista con della biancheria intima addosso? Poi come sarei riuscita a guardarlo di nuovo in faccia? Tenni le dita incrociate.
In un attimo avevo addosso due o tre persone. C'era chi mi acconciava i capelli, chi mi truccava e chi mi prendeva le misure con un centimetro. Forse per vedere cosa mi sarebbe entrato e cosa no. Di sicuro non ero la classica modella scheletrica. Ero una ragazza magra il giusto. Diventare pelle e ossa come tante, non era il mio traguardo.
Venni strizzata in un corsetto che lasciava poco all'immaginazione. Ma anche poco fiato per respirare. Chiesi un paio di volte alla ragazza che me lo aveva infilato, di allargarlo giusto un po'. Ma non sentì ragioni. Così dovetti trovare il modo di sopportarlo. E di respirare senza sentire fitte di dolore.
Guardai il mio riflesso allo specchio. Il pizzo bianco di cui era fatto il corsetto, lo rendeva casto e allo stesso tempo sensuale. Ma non volgare come avrei potuto immaginare. Lo slip era davvero striminzito, ma copriva il necessario, quindi non mi lamentai. Pensai solo ai soldi che stavo guadagnando e a nient'altro. Indossai anche un reggicalze e un paio di scarpe dal tacco vertiginoso.
L'immagine che mi restituiva lo specchio, era di una Allison che avevo mai visto. Con i capelli acconciati a dovere, da mani sapienti. Delle peonie di un bellissimo rosa e dei piccoli fiorellini bianchi, completavano quella splendida acconciatura. Anche il trucco poi mi faceva sembrare un'altra. Sembravo più grande, più sofisticata. Sottolineava i miei occhi, facendoli sembrare ancora più grandi e verdi. Ma non era così pesante come avrei potuto immaginare.
Aspettai un po' prima che fosse tutto pronto per iniziare. Facemmo degli scatti di prova. Per verificare se le luci e il resto andavano bene. La mia testa continuava a ripetermi, che almeno una ventina di persone mi avrebbe vista mezza nuda. La maggior parte di loro erano ragazzi. Cercai invano di rilassarmi, allontanando quel fastidioso pensiero. Era impossibile per me farlo, con tutti quegli occhi puntati addosso.
Il fatto che conoscessi già Henri mi aiutava un po', con la mia perenne timidezza. Mi fece mettere davanti alle pareti di vetro della camera da letto. Così da avere sulle sfondo la città. Il panorama da lassù era davvero da mozzare il fiato. Quando iniziarono ad accendersi tutte le luci artificiali sul set. Rimasi abbagliata per qualche momento, prima che i miei occhi si abituassero.
Dietro di me si stagliava un cielo di un azzurro intenso. Quel giorno non c'era neanche una nuvola a schiarirne il colore. In lontananza si riusciva a cogliere anche un briciolo di mare. Guardando attentamente. Il sole alto in cielo, regalava una sfumatura aranciata, sul qualunque cosa si posasse.
«Sei perfetta così!» mi disse Henri dopo un po' che aveva iniziato a scattare foto. Spesso mi diceva in che posa mettermi. Dopo un po' non pensai più a nulla, di quello che mi circondava. Lasciando che il mio corpo assumesse movenze sensuali. Di sicuro il mio piglio sciolto giovò alle foto. Notai il sorriso sulle labbra di Henri, segnò che qualcosa era migliorato.
*
Più tardi quel pomeriggio il sole stava tramontando. Dando una sfumatura dorata al mio incarnato. Ancora non avevo finito di lavorare. Ma speravo di farlo presto. Tutti i bustier che avevo indossato, avevano lasciato il segno sui miei fianchi. Per fortuna con i babydoll e gli altri capi meno costrittivi, mi avevano permesso di tornare a respirare normalmente.
«Sembri un angelo del paradiso, tra le fiamme dell'inferno...» si complimentò con me Grégoire, che non mi aveva lasciato un attimo da sola. A volta aveva anche suggerito delle pose al fotografo.
Gongolai per un attimo, complimentandomi con me stessa. Ero riuscita a superare la mia vergogna iniziale. A volte arrossivo, ma a Henri piaceva il modo in cui si tingevano le mie guance.
Ormai dovevano esserci centinaia di mie foto, con biancheria intima di ogni tipo. Alcune erano state scattate sul letto, quasi interamente coperto di fiori. Quella era stata la parte più divertente dell'intero pomeriggio. Mi piaceva la sensazione dei petali sulla pelle. Mi facevano quasi il solletico.
«Abbiamo quasi finito!» mi avvisò Henri, con un sorriso smagliante. Tirai un sospiro di sollievo. Finalmente avrei potuto sfilarmi quella biancheria così scomoda.
Mi sembrava che fossi rinchiusa dentro quella camera da una vita. Quante ore erano passate da quando ero arrivata? La luce intensa delle lampade, iniziava ad essere troppo forte. La sentivo cuocermi la pelle. Anche se il calore che emanavano era molto piacevole.
Scostai una ciocca di capelli, con un gesto della testa. I fiori iniziavano ad infastidirmi. Pizzicandomi la cute. Dopo tutte quelle ore emanavano ancora un dolce profumo. Notai una persona che prima non avevo visto. Era vicino a Moreau, ma non riuscivo a distinguerne bene i tratti. Le luci mi abbagliavano, ogni volta che alzavo lo sguardo. Dovevo continuare a concentrarmi ancora un po', poi avrei finito. Mancava solo un ultimo sforzo. Mi incoraggiai mentalmente.
Quando si spensero le luci mi servii qualche attimo, per riabituare la vista alla luce normale. Socchiusi per un po' gli occhi. Riaprendoli notai un qualcosa di familiare nel ragazzo di fianco a Moreau. Si girò nella mia direzione e puntò i suoi occhi blu su di me. Era Brian, purtroppo non c'era ombra di dubbio. Mi chiesi cosa ci facesse lì. Di sicuro non era lì per motivi di lavoro, non l'avevo mai incrociato in quell'ambito. Anche se di sicuro non gli mancavano i requisiti.
Avevo un semplice completino in pizzo e seta a celare la pelle nuda. Mi infilai subito la vestaglia che mi passarono. Non copriva ne come avrei voluto, ne quanto avrei voluto. Cercai di avvolgermi nel tessuto come meglio potevo. Ero in evidente imbarazzo, ma anche lui non era da meno. Non l'avevo mai visto così.
A pochi passi da lui mi mancarono le parole. Nella testa iniziò a formarsi il perché lui si trovava lì. Segnai mentalmente di fare una bella chiacchierata con Beth. L'avevo anche avvertita del cambio di programma. Sapeva benissimo cosa avrei indossato. Che l'avesse fatto volutamente? Scacciai quel pensiero, mi sembrava troppo assurdo. Doveva esserne dimenticata.
«Perché sei qui?» chiesi finalmente ritrovando le parole.
«Wow...» disse uscendo dallo choc iniziale. Questo era tutto quello che aveva da dire? Ma veramente non era riuscito a trovare di meglio? «Cioè, scusami...volevo dire che Beth mi ha scritto un messaggi. Non ce la faceva a passarti a prendere, così sono venuto io! Ma non immaginavo di trovarti così...» disse senza guardarmi negli occhi. Aveva distolto lo sguardo non appena mi ero avvicinata. Questa volta mi fece piacere questo suo gesto. Chi avrebbe mai detto che c'era qualcosa che poteva metterlo a disagio? Non sembrava più lo sfrontato ragazzo della caffetteria. Era completamente diverso anche dal ragazzo che avevo visto alla festa. E da quello che avevo incontrato al locale dove lavoravo. Ma non diverso dalla sera prima, quando mi aveva trattata con dolcezza.
«Sono senza parole, perché fai questo non...non riesco a capire» balbettò in evidente imbarazzo.
«È una storia abbastanza lunga...» cercai di lasciar stare quell'argomento ostico per me.
«Io ho tutto il tempo ce vuoi!» affermò con decisione nella voce questa volta.
«Però prima è meglio se vado a coprirmi...cioè volevo dire a cambiarmi!» lo vidi cercare di trattenere un sorriso. Era così comico il mio imbarazzo? Il mio essere impacciata? Di sicuro non ci era abituato.
«A me vai benissimo anche così sinceramente. Però se proprio ci tieni tanto a coprirti, va bene...via!» sembrò aver ritrovato un po' del suo solito spirito. Un po' ne avevo sentito la mancanza a essere sinceri. Sghignazzò vedendo il mio crescente imbarazzo, farsi spazio sulle mie guance. Si stava divertendo. «Voglio invitarti a cena sta sera e non si accettano risposte negative!» affermò serio questa volta.
Entrai nella camera a fianco per cambiarmi. Chiusi la porta dietro di me e mi ci appoggiai con la schiena. Mi serviva un attimo per riprendermi. Brian Anderson mi aveva visto quasi nuda. Cos'altro poteva succedere di peggio? Che dormisse nel mio letto? Era già successo.
Non potevo credere che Beth avesse mandato lui a prendermi, sapendo del servizio fotografico in lingerie. Ma le aveva dato di volta il cervello? Forse a volte il cervello della mia amica non funzionava con lucidità. Mi servii un bel po' di tempo per mettere da parte l'imbarazzo.
Sfilai la biancheria intima più trasparente e meno coprente del mondo e infilai la mia. Non era di sicuro sexy, ma era comoda e a me stava bene così.
Quando finii di vestirmi, mi guardai per un'ultima volta allo specchio. Il trucco era ancora perfetto, così come i capelli. Sistemai meglio la cintura in vita del mio morbido abito a fiorellini verdi. Uscendo da lì recuperai la mia giacca di pelle verde smeraldo e la mia borsa.
Trovai Brian ad aspettarmi pazientemente, nello stesso punto dove l'avevo lasciato. Quando mi vide sorrise.
«Andiamo?» chiese con ancora un residuo di imbarazzo nella voce. Anche se ora ero completamente vestita. Era così poco da lui, questo modo di fare. Con le altre l'avevo sempre stato spavaldo, che quasi mi sembrò di avere un'altra persona davanti a me.
«Cerco il Signor Moreau e poi possiamo andare...» mi allontanai di nuovo da lui. volevo salutare Moreau e Henri prima di andarmene. Li trovai a parlottare davanti sul schermo di un computer. Stavano osservando le foto fatte quel giorno. Ce n'erano alcune di veramente belle.
Richiamai la loro attenzione. Erano così presi, che non si erano neanche accorti della mia presenza. Mi fecero i complimenti per il lavoro svolto e anche per aver accettato l'inconveniente dell'ultimo momento. Li salutai con una cordiale stretta di mano. Ritornando sui miei passi.
*
«Sai, voglio dirti una cosa prima che decido di non dirtela più...» confessò Brian mentre aspettavano l'ascensore, che ci avrebbe riportato al piano terra. «Prima quando eri in intimo eri molto bella, quasi non ti ho riconosciuta. Sai Beth mi aveva detto che stavi lavorando, ma non è entrata nello specifico. Quindi sono rimasto sorpreso. Però se devo essere sincero io ti preferisco ora ce sei tornata quella di sempre, sei più bella. Se mi permetti di dirtelo...» cercò di nascondere il nervosismo, infilando le mani in tasca. Ma non gli riuscì, perché la sua voce lo tradiva.
«Grazie...» sussurrai con un filo di voce. Non sapevo neanche se mi avesse sentita, dato che avevo lo sguardo fisso a terra. Se lo avessi guardato sarei tornata di nuovo ad arrossire.
Quando l'ascensore aprì le porte al nostro piano, entrammo in silenzio. Posizionandoci ognuno nel suo angolino. Man mano che ci fermavamo ai pianiinferiori, entravano persone e ci dividevano sempre di più. Occultandoci lavista l'uno dell'altro. Arrivati al piano terra scesero quasi tutti. Aspettaiche sfollasse un po' prima di uscire fuori. Trovai Brian ad aspettarmi, con ilsorriso più bello che avessi mai visto.
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