Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

6.


Tre giorni dopo quella sfortunata sera, mi sentii tornata alla normalità. Aveva smesso di popolare i miei pensieri, come se non fosse successo niente. Avevo messo da parte ogni cosa. Non era stato di certo semplice, come strappare un vecchio cerotto. Anzi.

La mia infima mente aveva iniziato a tirare fuori, brutti ricordi senza che lo volessi. Erano rimasti sopiti per un po', come se non esistessero. Mi sentivo sola, abbandonata e indifesa. Esattamente tutto ciò che ero stata in un tempo passato. E mi faceva male al cuore ricordare. Era come se la mia testa, si fosse dimenticata dei miei amici. Del loro affetto. Di come ero cambiata. Cresciuta.
Era come se fossi tornata a casa mia. Con mio padre. A subire tutti i suoi torti, un giorno dopo l'altro. Mi aveva reso sempre più difficile andare avanti negli anni. Era stato sempre il mio bastian contrario. Sempre pronto ad affossarmi, piuttosto che darmi una mano. Per questo me n'ero andata da lì, non c'era futuro in quel posto per me.

Mi tornarono alla mente le parole che mi aveva detto la settimana prima, quando mi aveva chiamata al telefono. Era arduo non crollare risentendole.

«Sei un'egoista che pensa solo a se stessa...» mi aveva detto con voce carica d'odio. «Sei ancora quella bambina che non vuole crescere. Cerca di vedere oltre il tuo naso, non hai più otto anni Allison, non esisti solo tu nel mondo, ricordatelo!» aveva continuato prima di attaccarmi il telefono in faccia.

Io ero cambiata, lui per niente. Mi venivano in mente molti aggettivi per descriverlo, nessuno dei tanti particolarmente carino. Era sempre lo stesso di prima. Ancora una volta era riuscito a ferirmi.
Non pensavo di essere una persona egoista, ma sentirselo dire dalla bocca del proprio padre, faceva male e tanto. Avevo evitato di parlarne con qualcuno, per non dover ripetere le sue stesse parole.

Se ne avessi parlato con Beth, avrebbe provato ancora più rancore nei suoi confronti e io non volevo questo. In fondo al mio cuore, era rimasto ancora un briciolo d'affetto per lui. Anche se di certo non lo meritava.

Per tre giorni ero andata a lezione e al lavoro, come un automa. Come se vivessi nel corpo di qualcun altro, invece che nel mio.
Sapevo da dove nasceva la mia delusione e non volevo indagare. Sarebbero potute venire fuori cose che non volevo. E poi era ora di smettere di farsi domande. Era ora di andare avanti. Era ora di preoccuparmi di me e dei miei amici, di chi mi era accanto e mi voleva bene. Riprendendo in mano le redini della mia vita. Non poteva continuare a suggestionarmi in quel modo.

L'unico a sapere di quella telefonata, era mio fratello Thomas. Riflettendoci bene, avevo deciso di doverlo dire a qualcuno e lui era l'unico con cui potessi farlo. Mio fratello Travis, era troppo lontano e al momento era meglio che non ne sapesse nulla. A tempo debito gli avrei raccontato tutto.

Thommy con i suoi modi pacati e tranquilli, era riuscito a ridarmi la serenità persa. All'inizio si era arrabbiato e non poco. Spesso anche lui si era chiesto, come un padre potesse parlare così ad una figlia. Senza riuscire mai a rispondersi. Lui per me era stato un po' quel genitore che non avevo mai avuto. Da piccola per sbaglio qualche volta, mi era capitato di chiamarlo papà. Ma lui non ci aveva badato troppo.

Il sentimento che provavo per lui era infinito. Ed impossibile da descrivere a parole. Forse non ne esistevano di appropriate. Era il mio punto di riferimento. La mia roccia in caso di bisogno. La mia casa.

Da quando mi ero trasferita a San Francisco, per frequentare il college. Thommy aveva chiesto un trasferimento al lavoravo, per restarmi accanto. Lavorava in uno studio di avvocati, con sedi sparse un po' ovunque. Quindi non era stato particolarmente difficile per lui.
Io l'avevo apprezzato comunque tantissimo, non era costretto a farlo. Invece non ci aveva pensato su due volte.

Si era trasferito a San Mateo, nei sobborghi di San Francisco. Per andarlo a trovare, impiegavo circa una trentina di minuti scarsi. Per me era comodo averlo così vicino.

Si era ambientato benissimo da subito. Aveva acquistato una casa molta carina, in un bel quartiere. C'era anche una camera tutta per me. Dove potevo stare quando andavo a trovarlo.
Tante volte mi aveva detto che una volta finito il college, sarei potuta andare a stare da lui. Io ci stavo ancora pensando su. Anche se mi mancava ancora un po', per finire gli studi.

Tyler non mi aveva più chiesto del mio comportamento della festa. Aveva rispettato il mio silenzio. Volendo solo sapere, se qualcuno mi avesse toccata e se stessi effettivamente bene.
Ero certa che dal mio aspetto doveva sembrare tutt'altro. Il colorito chiaro della mia pelle, doveva essere ancora più cereo e pallido del solito. Gli occhi arrossati dal pianto ininterrotto. Il mio sorriso era scomparso per un po' di tempo dal mio viso.

Quella sera era rimasto con me, finché non mi ero calmata. Addormentandosi al mio fianco.

Anche Beth e Madison si erano adeguate al modo di fare di Ty, senza troppe storie. Non avevano fatto miliardi di domande come al loro solito, ma sapevano che c'era qualcosa che non andava.

Quando tornai ad essere quella di prima, se ne dimenticarono. O almeno così diedero a vedere in quel momento. Ero più che sicura che avrebbero fatto passare un po' di tempo, poi sarebbero tornate all'attacco, più curiose di prima.

*

A lezione quella mattina, avevo la mente svuotata da ogni preoccupazione. Seguivo il professor Sanders con rinnovato interesse. Non seguivo una sua spiegazione in quel modo da tempo, non mi aveva mai affascinata troppo il corso di Filosofia. Anche se era stata una lezione abbastanza impegnativa ne ero uscita, non sapendo bene come. Capendo anche tutti i concetti e prendendo appunti chiari.

Pensai al doppio turno che mi aspettava al lavoro. Brooke, una mia collega, mi aveva chiesto se potevo coprire anche il suo turno. Io avevo accettato volentieri, qualche straordinario in più mi faceva sempre comodo e poi avrei avuto un intero giorno libero. Invece della solita mezza giornata.

Lavoravo in un piccolo locale in Gleary Blvd, non era molto distante da dove abitavo.

Spesso ci andavo a piedi ma quando dovevo restare fino alla chiusura, andavo spesso in macchina.

Mi piaceva molto lavorare lì, il proprietario del locale il Signor Reyes, era un buon capo. Era originario dell'isola di Cuba, si era trasferito per seguire il suo amore.
Alcuni giorni era più nostalgico di altri, gli mancava la sua terra. Però non si era mai pentito una sola volta, della decisione che aveva preso.

Amava sua moglie più d'ogni altra cosa al mondo. Quando mi capitava di vederli insieme, sognavo anche io di trovare un amore così. Era l'unico momento in cui mi permettevo di fantasticare a questo proposito.

Il Signor Reyes era una specie di padre per me. Mi aveva accolta nella sua grande famiglia a braccia aperte, dandomi un lavoro. Era sempre stato gentile senza conoscermi, a dire la verità era disponibile con tutti i suoi dipendenti, senza fare distinzioni o favoritismi.

Avevo conosciuto anche suo figlio Javier, avevamo stretto una bella amicizia. Spesso e volentieri, lui ci aveva provato con me ma sempre in maniera rispettosa, ovviamente. Senza mai eccedere troppo. Solo delle sporadiche battute, buttate qua e là.

Suo padre ogni volta mi ripeteva la stessa frase: «Come dargli torto bambina...!»

Lui mi chiamava sempre così, come se avessi ancora cinque anni. A me non dava fastidio, lo vedevo come una dimostrazione d'affetto. Era piacevole sentirselo dire, dato che la mia infanzia, era stata abbastanza fredda emotivamente parlando.

Da quando ero arrivata all'università, avevo cercato in tutti i modi di circondarmi di persone che mi volevano bene. Forse in qualche modo, ero riuscita nel mio intento anche se non sempre era stato tutto rose e fiori.

Quando arrivai al locale non era molto affollato. Passai la maggior parte del tempo a rifornire gli sportelli dietro al bancone, mi piaceva sistemare tutto in maniera ordinata.

Solo un paio di tavoli erano occupati e li aveva serviti tutti e due Javier. Mentre io mi ero occupata delle persone sedute al banco. Una ragazza aveva ordinato uno smoothie bizzarro: con pesca, mango e banana. Come se non bastasse, ci aveva voluto anche l'uva e le mandorle. Doveva avere uno stomaco forte per reggere quel mix bislacco, eppure era così esile che non avrei mai azzeccato i suoi gusti.

La porta del locale si aprì, con il suo familiare scampanellio ed entrò un gruppetto di ragazzi. Presero posto ad un tavolo d'angolo, in fondo alla sala. Mi ripulii le mani sporche per il frullato appena fatto. Presi il blocchetto delle ordinazioni e una penna. Aspettai ancora qualche minuto prima di avvicinarmi, per prendere le loro ordinazioni. Di solito andava Javier, ma era dietro in magazzino a fare l'ordine di quello che mancava. Quindi toccava a me.

«Ciao, siete pronti per ordinare?» domandai cordiale.

«Se lo chiedi così dolcezza, chi potrebbe dirti di no...» ammiccò uno dei tre in tono spregiudicato. Proprio per questo motivo, era Javier a trattare con questo tipo di clienti.

«Se ancora non siete pronti, torno tra un po'...» provai a dire, tentando di allontanarmi dalle loro avance poco gradite.

«Per te sarei pronto per fare di tutto dolcezza...» disse un'altro. Erano proprio originali, non c'era nulla da fare. Se si usavano ancora frasi del genere per fare colpo, il problema non erano loro. Ma le ragazze che cadevano ai loro piedi per questo scemenze. Perché sapevo bene che esistevano ragazze di quel tipo.

«Ok, torno quando avrete deciso» ribattei sicura, facendo dietrofront per andarmene. Qualcuno mi afferrò per il polso, con una stretta che faceva quasi male.

«Basta!» sbraitò l'unico ragazzo dei tre che era rimasto silenzioso in disparte. L'amico lasciò la presa, per la mia gioia e quella del mio polso dolorante. «Vi comportate come degli incivili! Smettetela e ordinate se avete fame!» li rimproverò, battendo i pugni sul tavolo e facendo sobbalzare tutti compresa me.

Quando girò il viso verso di me, il mio cuore mancò un battito. E poi iniziò a correre a perdifiato. I suoi occhi erano inconfondibili, li avrei riconosciuti fra mille. Restai un attimo confusa nel vederlo lì. Ero sicura che mi avesse riconosciuta, ma non fece nulla per dimostrarlo. Mi ignorò, come aveva già fatto altre volte. Non accennò neanche ad un saluto e io mi adeguai di conseguenza.

Rimasi male, ma non lo diedi a vedere. A differenza sua io non avrei negato il saluto, nemmeno al mio peggior nemico.

In tono freddo e distaccato, ordinò un cheeseburger con patatine e una coca. Gli altri due ragazzi, meno in vena di scherzi, lo imitarono. Ordinando anche loro.

Mi allontanai al volo da quel tavolo e passai l'ordine alla cucina. Al momento di portarlo al tavolo, ci pensò Javy. Mentre io preparavo un milk-shake con banana, biscotti oreo, ananas e un sorso di butterscotch. Sembrava essere la giornata dei gusti discutibili. Ci voleva davvero coraggio per assaggiare un intruglio del genere. Ma ancora di più per ordinarlo consapevolmente.

Mi sentii una strana sensazione addosso, come se fossi osservata.
Intuii subito chi lo stava facendo. Dalla parete specchiata dietro il bancone, vidi Brian esaminare ogni mio movimento. Studiandolo fin nei minimi dettagli. Si contraddiceva più e più volte, con i suoi comportamenti. Non sarei mai riuscita a capire, quello che passava per la testa a quel ragazzo. Perché mi osservava?

Dalle nove in poi, non ebbi un attimo di tregua, neanche per fermarmi e riprendere fiato. All'ora di cena, il locale si riempì in maniera esagerata. Tanto che non mi accorsi quando Brian e i suoi amici se ne andarono. Meglio così in fin dei conti. Ne avevo abbastanza di lui e dei suoi giochetti senza senso.

Qualche giorno dopo essere scappata in quel modo dalla festa sconvolta, avevo rincontrato Chase uscendo da una lezione. Mi ero scusata con lui. Glielo dovevo, era il minimo che potessi fare. L'avevo lasciato da solo ad aspettarmi e non ero più tornata. Lui era stato molto carino con me, dicendo che non ce n'era bisogno.

Gli avevo sorriso grata che non se la fosse presa. In fondo non mi ero neanche giustificata.

Al contrario mi aveva offerto di prendere un caffè insieme, ma avevo dovuto rimandare. Andavo troppo di fretta. Avevo una lezione ad aspettarmi.

Era un bellissimo ragazzo. Ogni volta che lo incontravo, sul suo volto comparivano quelle fossette che mi piacevano tanto. Però la mia mente non pensava sempre a lui. Non mi batteva forte il cuore quando lo vedevo. Forse se fosse stato paziente, con il tempo qualcosa sarebbe cambiato in me.

Di solito chiudevamo interno all'una. Ma già verso la mezzanotte il locale si era svuotato. Tutti i clienti se ne erano andati una mezz'ora prima. Avevo già pulito tutto, man mano che sfollava. Rassettando tavoli e sedie. Mi restava solo di caricare la lavastoviglie e un altro paio di cose. Poi avevo finito per quel giorno.

Poco dopo passata la mezzanotte, Javier mi disse di andare. Avrebbe pensato lui a spegnere tutto e a chiudere il locale. Provai a dissuaderlo, non mi scocciava restare ad aiutarlo. E poi non volevo favoritismi, anche se sapevo che non era così.

Mi tolsi il semplice grembiule rosso che tenevo allacciato alla vita, riponendolo con cura dietro il bancone. Prima di uscire in strada, salutai Javy. Intento a chiudere la cassa. Ricambiò con un segno della mano, per non perdere il filo di quello che stava facendo.

Camminai svelta sul marciapiede per raggiungere la mia auto. Quando all'improvviso mi sentii chiamare. Solo una persona al mondo poteva chiamarmi "Occhioni verdi" e io avrei solo voluto girarmi e scoprire che era un'allucinazione. Che la stanchezza, mi aveva fatto un brutto scherzo. Magari poteva essere Javier, dicendo che avevo dimenticato qualcosa al locale. Ci sperai con tutto il cuore. Ma chi volevo prendere in giro? In cuor mio sapevo che era impossibile. Nessuno mai mi avrebbe chiamato in quel modo tranne lui.

Girandomi incontrai i suoi occhi blu.

Mi diedi della stupida per non essermi accorta di lui uscendo. Se me ne fossi accorta, sarei uscita dalla porta sul retro. Così non mi avrebbe vista e avrei evitato tutto questo.

Se n'era andato via insieme ai suoi amici, molte ore prima. Cosa aveva fatto in tutto quel tempo? Mi aveva forse aspettata? Non parlai e non mi mossi, aspettai che fosse lui a fare il primo passo.

«Non pensavo di incontrarti qui...» esordì trafelato. Aveva corso per raggiungermi?

«Se lo avessi saputo, di sicuro non saresti venuto...vero?» chiesi calma, ma dentro di me rabbia e delusione si stavano dando battaglia.

«No, cioè sì...quello che voglio dire è che...» le parole confuse, confondevano anche me.

«Non preoccuparti...» lo interruppi con dolcezza. «Non c'è bisogno che tu dica niente, ho capito! Non vuoi avere niente a che fare con me e ne hai tutte le ragioni. Farò finta di niente se ci rivedremo, come se non ci fossimo mai incontrati...» gli negai il modo di respingermi, facendolo io per prima. Chiarii la situazione ad entrambi. Anche al mio cuore che batteva fortissimo e non sentiva ragioni di smettere.

«Aspetta, lasciami spiegare...» lo sentì dire. Ma io ero già salita in macchina. Avevo inserito la chiave nel quadro ed ero partita, senza voltarmi indietro. Chi diceva che dovevo starlo ad ascoltare?

*

Nella calma della mia camera, mi lasciai andare ad un pianto liberatorio. Ma silenzioso, di modo che nessuno avesse potuto sentirmi. Restai così, per un tempo che mi parve infinito. Facendo scorrere le mie lacrime silenziose. Non preoccupandomi neanche di asciugarle.

Piangevo, ma non sapevo perché lo facevo. Una volta sotto la doccia cercai di lavarne via ogni traccia. Volevo che sparissero per sempre. Non ero più quella bambina fragile, che ero stata un tempo.

Dopo essermi infilata il pigiama, decisi di chiamare mio fratello Travis. Se da me era notte fonda, di sicuro dove stava lui era pieno giorno. E di sicuro, mi avrebbe risposto.

Era troppo tempo che non ci sentivamo. E mi mancava molto. Era arruolato nell'esercito già da tre anni, faceva parte dell'army reserve. Come passava in fretta il tempo.

Già da molti mesi era partito in missione e l'unico contatto possibile con lui era skype.

Avviai la chiamata. Restai in attesa con pazienza. Ad un tratto apparve sul mio schermo il suo bel viso. Ombrato da un leggero accenno di barba. Le mie labbra si incurvarono verso l'alto in un sorriso. Mi preoccupavo molto per lui, in fondo quello che faceva era molto pericoloso. Ma lo tenevo per me.

Sapevo che gli piaceva il suo lavoro, era sempre stato un bambino tanto altruista. Bastava pensare che metteva ogni giorno a repentaglio la sua vita per gli altri.

Speravo ogni giorno che riuscisse a tornare sano e salvo da me. Ero talmente orgogliosa di lui.

Non poteva mai raccontarmi molto delle sue giornate, per ovvi motivi. Ma trovava sempre qualche aneddoto sui suoi compagni che mi strappasse un sorriso. Io mi accontentavo anche solo di sapere che stava bene.

«Ciao piccola come stai?» me lo chiedeva sempre, ormai era un nostro piccolo rituale. Io rispondevo sempre bene. Anche se avevo avuto una giornata pessima. Non doveva farsi carico delle mie preoccupazioni o dei miei problemi. Erano cose futili, rispetto alle sue.

«Piccola Elle è successo qualcosa che dovrei sapere?» scossi energicamente la testa in segno negativo. A volte non capivo come riuscisse a leggermi dentro così bene. Forse anche di meglio di quanto facessi io con me stessa. Non fu insistente e non indagò oltre. Sapeva bene che mi sarei aperta con lui e gli avrei raccontato tutto, solo quando me la sarei sentita. Avevo bisogno di tempo. E di capire.

Lui si preoccupa sempre per me, l'aveva sempre fatto. Mi sarebbe invece piaciuto sentire, un po' di quella genuina apprensione nella voce di mio padre. Quante volte ci avevo sperato? Troppe. Ma non era mai successo niente a cambiare la situazione. Non ci speravo più ormai.

«No, ma figurati. Se ci fosse qualche problema te lo direi...non preoccuparti sono forte!» la misi sul ridere.

«Anche troppo a volte...» disse quasi fosse un pensiero, sfuggito alle sue labbra. «Dovresti uscire di più sorellina...» mi esortò come ogni volta che ci sentivamo. Era sempre la solita storia. Voleva che uscissi e mi divertissi. Ma ero sicura che se gli avessi raccontato di qualche ragazzo, non ci avrebbe dormito la notte. Era troppo protettivo, non poteva farci niente.

«Sto bene così...non stare troppo in pensiero per me, non è necessario!» lo rassicurai, cercando poi di sviare il discorso. Non so se funzionò realmente il mio depistaggio. O se mi lasciò solo fare. Però non ne parlammo più. Chiacchierammo tranquilli un altro po', anche se per me era decisamente arrivata l'ora di dormire. I miei sbadigli, ne erano un segnale abbastanza evidente.

Mi raccontò di un nuovo ragazzo, arrivato al campo base qualche giorno prima. Da come lo descriveva sembrava un tipo simpatico, sempre pronto a regalare una risata. E sapevo bene quanto significasse sorridere in situazioni di guerra. Sorridere significava non abbrutirsi. Restare attaccati a quel briciolo di umanità.

Parlammo finché non dovette chiudere. Ci salutammo consapevoli che sarebbe potutopassare molto, prima di potersi risentire.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro