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5.


Era già un'oretta buona che eravamo alla festa. Questa volta niente villa sulla spiaggia. Solo un appartamento vicino al campus. Da casa mia c'erano voluto venti minuti scarsi per arrivare. Tyler mi aveva detto che ci abitavano insieme alcuni dei suoi amici, per dividere le spese.

Non sembrava male. L'appartamento era molto carino, nella sua semplicità. Sia all'interno che all'esterno. Dentro era tutto molto essenziale. Tutto arredato di nero, con alcune tonalità di grigio. Contrastavano bene con le pareti di colore bianco. Mi sembrava si addicesse bene a un gruppo di ragazzi.

La sfortuna continuava ad essere dalla mia. Appena arrivata avevo scoperto che gli amici di Ty, erano gli stessi amici di Josh. Si conoscevano tutti, dato che giocavano nella stessa squadra di football. Beth era stata così felice di vedermi, da saltarmi al collo. Era rimasta stupita di vedermi arrivare lì. Non sapeva quanto lo fossi stata io. Quante probabilità c'erano di capitare proprio lì? Pochissime, dato che le feste al campus abbondavano. E io dove ero finita? Esattamente dove non volevo essere.

Tyler, dopo aver saputo della festa precedente, si era scusato con me. Aveva pronunciato qualcos'altro di incomprensibile. Attirandomi a sé con fare protettivo.

Chase rimase imbambolato. Con la bocca aperta e con gli occhi sbarrati. Non potevo essere io il motivo della sua reazione. No, non lo ero di sicuro.

«Scusami non sapevo...io non volevo» farfugliò Chase. Guardai il mio amico in cerca di una spiegazione. Avevo perso sicuramente qualche passaggio fondamentale. Perché quel ragazzo si scusava con me? Alla stranezza non c'era mai fine.

«Pensa che stiamo insieme...» spiegò Ty nel mio orecchio, per non farsi sentire. Poi scoppiò in una risata incontrollabile. Ero perplessa. Davamo davvero quest'impressione? Forse in effetti sì, la sua mano era sul mio fianco. Tenendomi stretta a lui. Io non l'avevo allontanato. Tra noi c'era confidenza, quindi non badavo a queste cose. Al di fuori, però, poteva essere mal interpretato. Ne ero certa. «È un bravo ragazzo, non si scopa ogni cosa che respira...la decisione è tua! Vuoi dirgli che si è sbagliato?» alzò le mani, per lasciare a me la patata bollente. Il suo sguardo mi diceva di buttarmi e io incoraggiata, annui con la testa.

«Non stiamo insieme!» scandii le parole, al di sopra della musica. In modo che potesse capire bene. «È solo un buon amico, quasi come un fratello...» aggiunsi, sussurrando nel suo orecchio. Eravamo molto vicini. Mi spostai indietro, per mettere dello spazio fra noi. Questa volta non volevo lanciare messaggi sbagliati. Sul suo viso si allargò un bel sorriso. Forse sollevato di aver solo frainteso la situazione.

«Posso offrirti qualcosa da bere?» propose con la speranza ben visibile negli occhi. Dissi di sì, muovendo la testa. Tyler gli disse qualcosa, immaginai qualche minaccia d'avvertimento. O solo una semplice raccomandazione. Era sempre troppo protettivo nei miei confronti. Chase si fece serio, ascoltando con attenzione. Poi mi prese per mano. Stringendola con delicatezza, la sensazione era piacevole. Come la prima volta. Mi fece strada verso la cucina. Mentre ci allontanavamo Ty mi strizzò l'occhio.

«Cosa ti do?» ero titubante, non ero certo abituata a bere. L'alcool non lo reggevo, in tutti i sensi. Però non volevo fare la figura della bambina. «Ti va di provare un drink poco alcolico?» chiese togliendomi d'impaccio. Gli sorrisi. Osservai rapita i suoi movimenti. Prese un bicchiere, riempiendolo per metà di ghiaccio. Versò diversi tipi di succo di frutta. Riconobbi solo quello all'ananas e quello ai mirtilli. Aggiunse un sorso di vodka alla pesca. Aveva un bel colore rosato. Mescolò il tutto con un paio di cannucce.

«Sex on the beach...» disse con tranquillità.

«È per caso un invito?» chiesi un po' disgustata. Davvero mi aveva chiesto di fare sesso sulla spiaggia? Stava scherzando? Non ci potevo credere. Mi era sembrato un così bravo ragazzo. Ma poi lì neanche c'era la spiaggia. Quello che sapevo, era che di certo non l'avrei accontentato. Lo fulminai con lo sguardo.

«Sei troppo buffa!» disse fra una risata e l'altra. Non capivo cosa ci trovava di così buffo. «Sex on the beach, è il nome del cocktail...» mi spiegò fra le risate. Mi coprii il viso con le mani. Provavo troppo vergogna per la brutta figura che avevo fatto. Come avevo potuto pensare una cosa del genere? Volevo sprofondare.

«Non era assolutamente una proposta...?» chiesi ancora. Ma quanto dovevo essere stupida? Accarezzò le mie mani con le sue. Togliendomele dalla faccia. Non rideva più, mi guardava fisso negli occhi. Cercai di smorzare quello che vedevo nel suo sguardo. C'era una voglia che non riuscivo a descrivere bene a parole. Fissò intensamente le mie labbra, appena dischiuse. Come a chiedere un permesso, che non diedi.

Presi il bicchiere dalle sue mani. Fingendo una nonchalance che non avevo. Distolsi lo sguardo. Ne assaggiai un sorso, appoggiando appena la bocca. Era davvero molto buono. La vodka non si sentiva quasi per niente. Passava inosservata, almeno finche non arrivava in gola. Ma non dava fastidio.

Prese una birra ghiacciata e uscimmo fuori. Il giardino era sul retro della casa. C'era più tranquillità, meno calca e confusione. Adocchiammo un paio di sdraio in disparte. In modo da poter chiacchierare indisturbati.

Ero un po' in imbarazzo, a stare da sola con lui. Forse per quello che era successo poco prima.

Come avevo detto a Beth quel pomeriggio, non mi interessava in quel senso. Lo vedevo più come una persona piacevole, con cui passare del tempo. Non sapevo se le cose sarebbero cambiate con il tempo. Oppure no.

Alzai lo sguardo al cielo. Osservando il blu intenso. Ripensai a quegli occhi. Ma fu solo per un momento.

La notte avvolgeva tutto quello che aveva intorno. Conferendo ad ogni cosa, un alone di mistero. Era la parte del giorno che avevo sempre preferito. Adoravo la notte per i suoi silenzi. Per la calma e la serenità che mi infondeva. Mi sembrava che tutto assumesse un significato più profondo. Più intimo e personale.

Per alcuni magari la notte poteva significare solo buio e oscurità. Suscitare inquietudine. Per me no. Starmene sul davanzale della finestra a vedere il mondo dormire, aveva il suo fascino. Le strade sgombre, illuminate solo dalle luce di qualche solitario lampione. Il silenzio spezzato solo dal richiamo di qualche uccello notturno. O di un cane che abbaiava indisturbato, incurante del resto del mondo.

«Sai...» la voce di Chase mi riscosse. Per quanto tempo mi ero persa nei miei pensieri? Sperai di non essere sembrata maleducata. «È bello vederti perderti in un mondo tutto tuo! Sei così genuinamente ingenua, dolce, fai le cose senza malizia, sei bellissima e non te ne accorgi...» disse a bruciapelo. Arrossì a tal punto da avere le guance roventi. Il rossore salì fino alle orecchie. Per fortuna ben nascoste sotto i capelli. Aveva detto delle cose davvero belle su di me. Anche se ero restia a credere ai complimenti.

Questo ragazzo era di una sincerità disarmante. All'apparenza così timido e riservato.

«Grazie...» pronunciai con un filo di voce.

«Non volevo metterti in imbarazzo! Non era mia intenzione...» disse a mo di scuse. Regalandomi uno dei suoi bellissimi sorrisi. Comparvero anche le fossette che mi piacevano tanto.

«Non l'ho neanche pensato, è solo che non sono abituata ai complimenti...» gli rivelai. Rimase sbalordito dalle mie parole. Forse immaginava che avessi pretendenti ad ogni angolo. Ma non era così. Ero una ragazza normale, carina nella media.

«Sai ti rivelerò un segreto, ma che rimanga tra noi...» disse con fare cospiratorio. Mi scappò un sorriso per quella complicità che si era creata. Era una piacevole compagnia. «So che sembro un duro, uno che ci prova con qualsiasi cosa che respira, un po' come Logan...ma non sono così, quindi puoi tranquillizzarti! Ti vedo tesa...» disse sfiorandomi una guancia con le punte delle dita. Fu un gesto davvero dolce. «Sono bellissime le tue guance di questo colore...» confessò in un sussurro. Per quanto lo disse piano, pensai di averlo quasi immaginato. Presi la sua mano nelle mie, scontandola dal mio viso. Ero completamente in imbarazzo, più provava a tranquillizzarmi e peggio era. I ragazzi, erano un mondo a me sconosciuto. Non avevo molta esperienza in materia. Quindi volevo andarci piano e con i piedi di piombo.

Capendo il mio disagio. Cambiò totalmente registro. Raccontandomi un po' di sé.

Studiava medicina. Era al terzo anno. Voleva diventare pediatra un giorno. Gli piacevano i bambini. Mi stupì non poco, questo suo lato. A quale ragazzo sarebbe piaciuto avere a che fare con dei bambini piagnucolanti? Non molti ragazzi aspiravano a questo. Rivelava una parte di sé molto dolce. Dietro quell'aria da duro.

Gli raccontai anche io dei miei studi. Non mi aprì del tutto con lui. In fondo per me, era ancora uno sconosciuto. Sarebbe servito del tempo per aprirmi. Non lo facevo con chiunque. Se si accorse della mia reticenza, non lo diede a vedere. Anzi, continuò a parlare indisturbato. Forse per mettermi a mio agio.

«Sai ho discusso con Brian l'altra sera...» confessò di punto in bianco. Perché mi stava rivelando cose che non mi competevano? Non potevo essere io il motivo della loro lite. Ma con la fortuna che avevo ultimamente, non ci mettevo la mano sul fuoco. Aspettai paziente che continuasse a parlare.

«Mi sono arrabbiato per la storia di Victoria...» inizialmente non capii di chi stava parlando. Poi una lampadina si accese nella mia testa. Lui annuì, confermandomi che avevo capito bene. Era la ragazza che mi aveva insultata.

«Perché? Non è stata colpa tua. E poi non voglio che discutiate per me, siete amici!»

«Ha detto cose che non doveva dire, Brian l'ha lasciata fare come se niente fosse!» sapevo che aveva ragione. Io non avrei mai pronunciato una cosa simile. Mai mi sarei permessa di chiamare una persona così. Neanche il mio peggior nemico. «Sentivo di doverti proteggere!» disse abbassando lo sguardo. Si stava imbarazzando forse? Lui, così sicuro di se? Perché avrebbe dovuto proteggermi? Ci eravamo visti due volte in tutto. Ed era gia arrivato al quel punto? Perché? Sapevo farlo benissimo da sola.

«Perché fai tutto questo per me?» avevo paura di sentire la risposta. Ma dovevo sapere. Non volevo dare false speranze.

«Tu...tu mi piaci molto!» lo disse così piano, che quasi stentai a sentirlo. «Non farti un'idea sbagliata, ma da quando ti ho vista non ho fatto altro che pensarti. Non mi era mai capitato prima...» rivelò imbarazzatissimo. In che situazione mi ero andata a cacciare? Dovevo tirarmene fuori. Non provavo il suo stesso sentimento. Mi piaceva. Era un bel ragazzo. Ma quel non so che, non era scattato. Non volevo ferire nessuno. Meno che mai lui. Si era comportato da vero gentiluomo, per tutta la sera con me. Iniziai ad attorcigliarmi una ciocca di capelli sul dito. Mi capitava spesso di farlo, quando ero nervosa.

«Io...» iniziai a dire, cercando le parole giuste. «Cioè...?» ma dove andavano a finire le parole quando mi servivano? Ci stavo mettendo troppo tempo a formulare una frase di senso compiuto. Dovevo sbrigarmi a spiegarmi. Mi morsi il labbro così forte che quasi lo feci sanguinare.

«Non sentirti obbligata a dire qualcosa. Non te l'ho detto per questo, è solo che...» mi rassicurò. «Se continui a morderti le labbra in quel modo ti bacio...» rimasi sorpresa dalle sue parole.
Non era mai stato così esplicito prima. Ma capivo bene che non era fatto di marmo. Ma di carne, ossa e sangue come me. Mi passò il pollice sulle labbro inferiore, togliendolo dai denti che lo mordevano.

«Mi dispiace! Sei un bel ragazzo, ma non ti conosco...io non sono abituata a...» mi interruppe mentre cercavo di finire la frase. Ma non fu brusco. Resto dolce come era stato fino al momento precedente.

«Lo so, penso di averti capita almeno un po'. Non preoccuparti, non vado di fretta, posso aspettare...» gli sorrisi sollevata. Aveva capito quello volevo dire. Non gli avevo dato false speranze, ma non gli avevo neanche sbattuto la porta in faccia. Potevo essere soddisfatta di me stessa.

«Magari potrei invitarti ad uscire una sera di queste...» butto lì.

«Magari...» concordai. «Penso che mi farebbe piacere...» gli rivelai.

Continuammo a chiacchierare. Cambiando del tutto argomento. Mi raccontò dei suoi interessi. Gli piaceva molto viaggiare e lo facevo spesso. Appena poteva. L'estate precedente era andato in Brasile. Ma non per divertimento. Aveva aderito ad un progetto di volontariato. Per aiutare i bambini meno fortunati. Mi scaldò il cuore, era davvero una persona da ammirare. Da prendere come modello.

Sapevo che non era il momento giusto. Ma sentii il bisogno impellente di andare bagno. Lui si offrì carinamente di accompagnarmi. Ma io gli assicurai di riuscire a trovarlo anche da sola.

Entrai dentro, cercando la scala che portava al piano di sopra. La trovai dopo poco. La musica al piano superiore, era meno forte. Man mano che salivo, si affievoliva. Imboccai un corridoio dove c'erano molte porte. Troppe. A me sarebbe bastato trovare quella giusta. Cercai di ricordare le indicazioni di Chase. Ma non ci riuscii. Ero in dubbio se aveva detto l'ultima porta a sinistra. O la seconda a destra. In qualche modo avrei dovuto fare. Se avessi aperto tutte le porte, avrei potuto vedere scene sconvenienti. Ma non avevo altra scelta. Era l'unica chance che mi restava. Provai ad aprire le tre porte alla mia sinistra, nessuna delle tante si aprì. Erano tutte chiuse a chiave. Tirai un sospiro di sollievo. Almeno non avevo fatto figuracce.

La prima a destra era vuota, per mia fortuna. Ma non era di certo il bagno, cioè quello che cercavo io. Girai piano la maniglia della porta successiva. Sporsi la testa all'interno. Era tutto completamente buio. Solo il riflesso della luna rischiarava la stanza. Filtrando dalla finestra lasciata aperta. Quando i miei occhi si abituarono all'oscurità, mi chiesi se avessi le allucinazioni. Rimasi paralizzata. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla scena che mi si presentò davanti.

Sentii lo stomaco chiudersi e attorcigliarsi su se stesso. Gli occhi presero a pizzicarmi. Cercai di pensare ad altro, per evitare di piangere. Ero delusa. Mai avrei pensato di vedere una cosa del genere.

Brian aveva la camicia aperta in malo modo. I pantaloni appena calati sul sedere. Stava prendendo una ragazza da dietro. Lei era piegata e si teneva con le mani poggiate sul letto. Per quello che potevo vedere era completamente nuda. Lui le teneva il sedere stretto tra le mani. Spingendo con foga verso di sé. Mi pareva più che ovvio che la stesse penetrando. Scossi il capo incredula. In fondo a me cosa importava di lui? Niente, ecco cosa doveva importarmi. Allora perché riuscivo a trattenere le lacrime a stento? Il cuore mi batteva così forte nel petto che sarebbe potuto uscirmi fuori.

La afferrò per i lunghi capelli biondi. Facendole voltare la testa verso di sé. Le mordeva il collo, in maniera rude. Quasi primordiale. Lei ricambiava con gemiti di puro piacere.

La riconobbi quasi subito. La ragazza con cui stava facendo sesso, era la stessa che mi aveva insultata. Come si chiamava? Nicky. Vicky. Victoria. Ecco qual'era il suo nome. Mi aveva dato della puttana. Forse non riusciva a vedersi in questo istante. Il riflesso allo specchio le avrebbe fatto vedere chi era davvero la puttana tra le due.

«Brian...» ansimava «ancora...» lo supplicava.

La baciava, la mordicchiava, le succhiava la pelle morbida de collo. Come se fosse stata acqua in mezzo al deserto. Come se non avesse desiderato altro che lei. Le affondava dentro con movimenti di bacino sempre più veloci. Le accarezzava la schiena e le torturava il seno. Reclamandolo con le sue mani. Faceva una cosa per volta prendendosi il suo tempo. Seguiva i suoi bisogni e quelli di nessun'altro. Era egocentrico anche in questo.

Le sussurrò all'orecchio, completamente padrone della situazione. Lei inarcò ancora di più la schiena. Erano ansimanti, disperati sull'orlo del piacere.

Non riuscivo a muovermi. Ero come pietrificata dalla vita in giù. Come se non sapessi più come si faceva a camminare. Mi aggrappai con tutte le forze alla porta. Se avessi lasciato la presa, sarei caduta a terra. Le nocche delle mani erano sbiancate, per la forza che ci avevo messo.

Proprio in quel momento, lui si accorse di me. Puntò il suo sguardo nei miei occhi e si bloccò. C'era qualcosa di diverso in lui. I suoi capelli. Qualcosa nel suo sguardo era cambiato. Ma cosa mi importava di notare queste cose? Non mi accorsi neanche di aver iniziato a piangere. Sentii solo qualcosa bagnarmi il viso. Non potevano essere altro che le mie lacrime. Battei le ciglia, ma peggiorai solo la situazione. La vista si offuscò ancora di più. Mi asciugai il volto con una mano. Non sapevo da dove fosse arrivato l'impulso.

Cercai di respirare in maniera regolare, inspirando dal naso ed espirando dalla bocca.

In quell'istante mi sentì come svuotata. Perché? Perché mi interessava quello che faceva Brian? Perché non era intervenuto con quella ragazza. Ecco perché. Lasciando che mi dicesse cose orribili. Me ne convinsi. Aveva provato a scusarsi, senza crederci davvero. In maniera goffa e non sentita. E ora era andato a letto con lei. Mi sentivo tradita nella fiducia. Avevo anche pensato di perdonarlo. Parlare con Beth, mi aveva fatto riflettere. Ma non c'era più niente da fare, mi aveva davvero delusa. Questo era il motivo per cui mi importava. Per il resto di lui non mi fregava niente. Avevo vissuto benissimo senza di lui fino a quel momento. E avrei continuato a farlo.

Cercai di camminare all'indietro. Andando a sbattere contro lo stipite della porta. Corsi via senza pensarci due volte. Non mi guardai indietro. Saltai i gradini due alla volta. Ringraziai di aver messo delle scarpe basse o mi sarei fatta male di sicuro. La musica era scomparsa dalla mia testa. Tutto era diventato un brusio lontano. Ormai non ascoltavo più niente e nessuno.

Sentii una voce chiamarmi alle spalle. Due mani forti, mi presero facendomi fermare. Mi voltai. Non riuscì a vedere chi era dietro le lacrime. Riconobbi la sua voce quando parlò. Quello che diceva mi era incomprensibile. Sapevo solo che fra le braccia di Tyler, sarei stata al sicuro. Sempre. Non mi avrebbe mai ferita.

In lontananza sentii un chiacchiericcio di voci parlare. Ne riconobbi solo alcune, quella di Josh e Chase. Beth era accanto a me, in silenzio. Sentivo il suo profumo aleggiare nell'aria. E la stretta familiare del suo abbraccio. Non ero più tra le braccia di Tyler.

Le lacrime continuavano a scendere, ma era un pianto silenzioso. Non emisi un rumore. Non le asciugai neanche, le lasciai scorrere sul mio viso.

«Che le è successo?» sentii di Josh chiedere sconvolto. «Cazzo Tyler, parla!» lo incitò a rispondere.

«Non lo so, l'ho vista correre, piangeva...ripeteva cose strane!» balbettò Ty. Cosa avevo detto? Non mi ero resa conto di aver pronunciato una parola. Sperai di non aver detto niente, non volevo che sapessero. «Ho provato a parlarle, ma non risponde. Cazzo se le è successa qualcosa, preparati!» ringhiò in tono minaccioso. Non sapevo con chi ce l'aveva.

«Doveva andare semplicemente in bagno, mi ero offerto di accompagnarla ma ha detto che poteva trovarlo da sola. Cazzo! Dovevo andare con lei...» percepii la frustrazione nella voce di Chase. Non doveva incolparsi di niente. Cosa c'entrava in fondo lui? Certo, se mi fossi lasciata accompagnare, non avrei visto nulla. Se c'era qualcuno da incolpare, quella ero io.

Il chiacchiericcio continuò ancora per un po'. Ma io smisi di ascoltare. Ero stata una stupida e ora avevo fatto preoccupare tutte per me inutilmente. Io stavo bene. Dovevo solo smettere di pensare alle offese ricevute e alle prese in giro. Perché questo era stato il suo voler chiedere scusa.

Non ricordai molto di quella sera. Solo la macchina sotto di me. Beth che mi accarezzava i capelli sulla fronte. Le parole rassicuranti, sussurrate al mio orecchio. Poi mi sentii sollevare e sotto di me il mio letto morbido. Il profumo familiare delle mie lenzuola.

Il sonno non tardò ad arrivare. Mi avvolse tra le sue braccia. Non sognai, caddi in uno stato di incoscienza profondo.

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