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4.


Al risveglio, nella mia testa regnava sovrano il caos. Un groviglio inestricabile di pensieri e domande, sembrava prendersi gioco di me. Alzandomi dal letto, per poco non caddi a terra. Inciampando goffamente nel tappeto. Evitai di imprecare, tanto non sarebbe servito a niente. Da sempre ero una persona sbadata e goffa. Ma mai ai livelli a cui ero arrivata da qualche giorno.

Dalla cabina armadio estrassi un reggiseno sportivo, con un paio di leggins scuri. Li indossai entrambi. Recuperai il mio unico paio di scarpe da ginnastica, nascosto nel fondo dell'armadio. Ne possedevo un solo paio. Dato che non amavo particolarmente correre e fare attività fisica.

Da qualche parte avevo letto che la corsa faceva bene alla mente. Ci divertiva, aumentava la nostra autostima e ci faceva sentire bene e positivi. Nello stesso articolo c'era anche scritto che aiutava a gestire gli attacchi di panico, dell'ansia e della depressione. Se era davvero così, allora perché i medici prescrivevano ancora farmaci? Perché non consigliavano invece una bella corsa? Più sana delle mille controindicazioni dei farmaci? Forse perché eravamo una società consumistica. Basata sulle apparenze, più che sulla sostanza. Le pubblicità ci mostravano oggetti che credevamo di dover possedere. Influenzando le nostre menti. Bersagliate costantemente da messaggi subliminali. Ci costringeva a credere di aver bisogno di una data cosa. Ma alla fin fine risultava un desiderio così effimero. Fine a se stesso.

Non ci fidavamo più dei cari vecchi rimedi della nonna. Avevamo bisogno di qualcosa di tangibile. Che risolvesse in men che non si dica il nostro problema. Non potevamo aspettare l'effetto benefico di un rimedio sano.

Legai i capelli in una coda alta, evitando che con il sudore si appiccicassero alla fronte. Prima di scendere al piano inferiore, mi infilai una vecchia e comoda felpa e gli auricolari dell'iPod nelle orecchie. Lasciai un post-it sul frigo per avvisare Beth. Se si fosse svegliata prima del mio ritorno, non sarebbe stata in pensiero.

Avevo bisogno di tempo per stare sola. Ascoltando semplicemente i miei pensieri. Trovando un modo per riordinarli e dargli un senso.

Da quando avevo incontrato Brian, niente era più stato come prima. Lui mi confondeva in ogni modo possibile. La mia mente era confusa. I suoi gesti mi confondevano. I suoi modi di fare ambigui. Le sue parole. I suoi messaggi Tutto ciò che lo riguardava era un enorme mistero per me. Intricato e difficile da decifrare. Scatenava in me una curiosità nuova. Mai sperimentata. Forse ero attratta dal fascino del mistero. Sicuramente non da lui. Era quello che rappresentava ad attrarmi: l'impossibile, il bello e dannato, l'ignoto.

Non mi sarei mai comportata come una stupida falena, attratta dalla luce. Sapevo che con lui ci si poteva solo bruciare. Avrebbe fatto troppo male. Dovevo evitarlo ed ero pienamente in grado di farlo. Per me non significava niente. La mia testa dura però, sembrava non comprendere appieno il messaggio. Il mio cuore invece mi diceva che era giusto così. Dovevo smettere di formulare pensieri su di lui. Avevo già sufficienti problemi da risolvere. La lista era lunga, non mi serviva aggiungere altro.

Certe domande continuavano imperterrite a tormentarmi. Perché si era comportato in quel modo? Aveva evitato il mio sguardo, come se gli avessi tolto l'aria dai polmoni. Forse avevo sbagliato qualcosa? Mi accadeva spesso di essere inadeguata. Di fare la cosa sbagliata o di dire la cosa sbagliata. A volte anche tutte e due insieme. Nello stesso momento. Perché era sempre così scostante ed irritante? E perché nell'istante dopo diventava una persona quasi gradevole? Non sapevo rispondermi.

La domanda che più mi faceva arrabbiare era, perché stavo ancora pensando a lui? L'unica cosa intelligente da fare? Allontanarmi da qualsiasi cosa lo riguardasse.

Senza rendermene conto, ero arrivata davanti al Conservatorio dei fiori. Un vero gioiello dell'architettura e uno spettacolo per gli occhi. Ero sempre stata affascinata da quella struttura immensa e di eccezionale bellezza. La sua storia mi affascinava. Un ricco uomo d'affari, James Lick, aveva ordinato la serra ma morì prima della sua costruzione. Le parti rimasero chiuse per decenni nelle casse. Finche non furono messe in vendita nel 1877 e in seguito vennero assemblate a San Francisco. Nella sua lunga storia, l'edificio aveva subito vari danni. Per un lungo periodo di tempo venne addirittura chiuso.

Il destino a volte era davvero bizzarro. Un uomo comprava una serra per sé e poi moriva senza vederla realizzata. Sembrava quasi il risultato di una sorte avversa. Di un fato poco benevolo.

Vicino alla serra c'era un frondoso albero, mi piaceva stare lì sotto. Seduta sul prato, appoggiata con la schiena sul tronco. Era un po' il mio luogo segreto, quello che ogni bambino aveva. Anche se io ero piuttosto cresciutella. Non lo avevo mai condiviso con nessuno. Neanche con Beth che era la mia migliore amica. A volte ma ne stavo lì senza fare niente, al riparo dai raggi del sole. Osservando i fiori e basta. Mia mamma aveva sempre adorato il giardinaggio. Mi piaceva guardarla lavorare in giardino. Alla fine della giornata, era sporca di terra fin sulla fronte. Ma il sorriso che le si apriva sulle labbra, era sempre radioso.

Mi piegai, poggiando le mani sulle ginocchia. Ormai senza fiato. Cercai di regolarizzare il battito del mio cuore. Facendo respiri profondi. Non ero abituata a correre. Lo evitavo bene a dire la verità. Finché non era più che necessario.

Una volta tornata indietro, passai al super market vicino casa. Dovevo prendere il gelato. Lo avevo promesso a Tyler. Dato che mi trovavo lì, ne approfittai per fare anche un po' di spesa. Sarei comunque dovuta andarci, meglio sfruttare l'occasione ed avvantaggiarsi.

Dopo una lunga convivenza con Elizabeth, avevo capito due cose. La prima, era non mandare lei a fare la spesa. Sarebbe tornata con quantità assurda di dolci e niente altro. La seconda, era la gran quantità di tempo che perdeva, parlando con il ragazzo alla cassa. Ormai mi ero rassegnata al fare io la spesa, l'alternativa a questo era non mangiare.

Mancava poco a mezzogiorno, quando rientrai a casa. Avevo cinque buste della spesa, appese alle braccia. Sentivo Beth al piano di sopra chiacchierare. Probabilmente era al cellulare con Josh. In poco tempo erano diventati una cosa sola. Se non stavano insieme, allora erano attaccati al telefono. Mi piaceva sentirla ridere e vederla felice, se lo meritava. In passato non era stata così fortunata in amore.

Tirai fuori la spesa dai sacchetti. Riponendola con cura negli scaffali della cucina. Il frigo era pieno di cibo salutare. Misi il gelato in freezer. Avevo fatto rifornimento per un paio di settimane. Non me ne sarei dovuta preoccupare almeno per un po'.

*

Uscendo dalla doccia, mi avvolsi in un grande telo di spugna. Il bagno era invaso da una piacevole nuvola di vapore caldo. Avevo fatto una doccia rovente. Restando sotto al getto, anche dopo aver finito di lavarmi. Non ero uscita, finché l'acqua non si era intepidita. Mi avvolsi un altro asciugamano attorno ai capelli, gocciolavano dappertutto.

Fuori dal bagno, trovai la mia amica ad aspettarmi. Comodamente seduta sul mio letto. Era intenta a leggere una delle sue riveste di moda. La chiuse subito quando mi vide. Indossava ancora il pigiama. E aveva ancora i capelli disordinati dal sonno. Segno che si era svegliata da poco. A volte dormiva più di un ghiro in letargo. Beata lei che ci riusciva.

«Buongiorno Elle!» esordì con un sorriso che andava da un orecchio all'altro.

«Buongiorno a te! A cosa si deve tutto questo buon umore?»

«Non si può essere felici senza motivo?» rispose con un'altra domanda. Entrai nella cabina armadio, cercando qualcosa da mettere. Indossai della biancheria intima. Un pantaloncino di cotone verde oliva, con una semplice maglia avorio infilata dentro. Tornai in bagno per occuparmi dei miei capelli e lei mi seguì. Nel frattempo aveva continuato a parlare senza sosta. Se dovevo essere sincera, non l'avevo seguita poi molto nei suoi discorsi. Chissà di cosa parlava? Ma come faceva a parlare così tanto appena sveglia? Questa sua facoltà mi stupiva. Io la mattina ero molto attiva, una volta aperti gli occhi. Ma mai chiedermi di parlare prima di una certa ora.

«Posso farti una domanda?» chiese a bruciapelo, sovrastando il rumore del phon. Annuii con la testa «Per caso ce l'hai con lui?» mi prese alla sprovvista. Non mi aspettavo questa domanda da lei. Il lui che potava intendere era uno solo e io mi ero ripromessa di non pensarci più.

«Dovrei?» chiesi con una nota sarcastica nella voce. La risposta era ovvia, non c'era neanche da chiedere. A mio avviso.

«Perché?» sperai di aver capito male la sua domanda. Davvero mi stava chiedendo perché? Aveva bevuto tanto da non ricordare più nulla? Sperai sinceramente di no.

«Ti senti bene? Hai per caso dimenticato le parole della sua amichetta? Poteva farla smettere e non ha mosso un dito...» spiegai in tono acido. Più volevo togliermelo dalla testa, più veniva fuori in ogni discorso. Ma come era possibile?

«Sembrava dispiaciuto...ieri dopo aver riaccompagnato quella ragazza, è tornato solo per te. Dovevi vedere che faccia aveva quando ti sei chiusa dentro. E poi non penso che l'avesse portata qui di sua spontanea volontà. Magari è stato solo un caso...»

«Dovevo invitarlo a prendere un the con il suo harem al seguito? Dopo essermi presa dei complimenti tanto belli? Mi pare già molto aver letto i suoi messaggi...» non ero infastidita che gli avesse prestato il suo telefono. Ma di certo due messaggi, non cambiavano come si era comportato. Forse neanche mi importava che lo cambiassero.

«Bhe no! Ecco...forse...forse hai ragione te!» solo forse? La mia amica iniziava decisamente a perdere colpi. «Però devi ammettere che è stato carino a scriverti quelle cose...» insistette, accennando un sorriso.

«Li hai letti?» chiesi giusto per sapere.

«In parte, quando mi ha restituito il cellulare si era dimenticato di cancellarne uno...» come immaginavo. Era la solita curiosa di sempre. Non si smentiva mai.

«Sai, ti dirò una cosa...» esclamai abbassando per un attimo il phon. Smettendo di asciugare i capelli. «Se si fosse presentato qui e mi avesse chiesto scusa, senza prima far finta di non conoscermi, ci sarei passata sopra. Per tutto il tempo ha evitato di guardarmi, neanche fossi un'appestata!» specificai come avrei fatto con una bambina piccola. «Avrei dovuto farlo entrare secondo te? Ne sei ancora convinta?» chiesi con una calma apparente, perché dentro avevo il fuoco.

«Mi sarei comportata proprio come te...» ammise infine di fronte all'evidenza. Tornai ad occuparmi dei miei capelli, ormai quasi asciutti. «Provavo solo ad appianare le cose, tutto qua. Sai dato che è amico di Josh, a volte non potrai evitare di incontrarlo...» era seria, come non era mai stata. Non avevo riflettuto su questa eventualità. Avrei trovato un modo per non incontrarlo. Ne ero più che certa.

«Troverò una soluzione. Quando non potrò farne a meno, lo ignorerò come ha fatto lui con me...» conclusi.

Intanto eravamo scese in cucina. Non avevo troppa voglia di armeggiare con i fornelli. Avevo troppa fame per aspettare ancora. Il bisogno di mettere qualcosa sotto ai denti era impellente. Preparai dei semplici sandwich. Tirai fuori il pane che avevo appena comprato. E lo farcii con del prosciutto, dell'insalata e del pomodoro tagliato a fettine sottili. Gli ingredienti non erano molto originali. Nel mio spalmai della maionese. Mentre in quello di Beth della senape, ne andava matta. La metteva quasi su tutto.

Mangiammo insieme sul bancone della cucina, chiacchierando tranquillamente di cose futili. Non tornammo più su argomenti fastidiosi. Che preferivo ignorare.

«Sai l'altra sera quando te ne sei andata dalla festa?» chiese senza darmi tempo di rispondere. «Chase voleva venire da te...» pronunciò tra un boccone e l'altro, a bocca piena. Aggrottai la fronte. Non ne afferravo il motivo. Perché avrebbe dovuto seguirmi? «Me l'ha confidato Josh ieri sera, dice che ormai Chase non fa altro che parlare di te. Anche se in tua presenza non lo ammetterebbe mai...è un tipo riservato!» rimasi sbigottita per qualche istante. L'idea di potergli piacere, non mi aveva lontanamente sfiorato. In fondo, non ero niente di speciale. Una ragazza come tante altre sul pianeta. Per tutto il tempo, avevo pensato solo alle cose negative della serata. Chase non stato tra i miei pensieri. Che scema ero stata! Gli avevo permesso di tenermi la mano. Di sicuro aveva mal interpretato le mie intenzioni. D'altronde, non tutti al mondo, erano ingenui come me. Dovevo sapere che dietro ogni gesto, si nascondeva un significato.

«Voleva venire da te e lasciar stare la festa!» rimarcò il concetto. Se ancora non avessi capito. Come se fossi affetta da problemi d'apprendimento. Sapere questo di Chase, come mi faceva sentire? Bella domanda. Sicuramente il cuore non mi batteva come avrebbe dovuto quando eravamo vicini. Di sicuro era un bel ragazzo, non potevo negarlo. Le sue attenzioni mi facevano piacere. Ma forse era solo tutto qui?

«Sei silenziosa, dimmi a cosa pensi...» indagò curiosa come sempre.

«È un bel ragazzo, ma...» iniziai a dire, ma non riuscii a finire la frase. Beth la fece da parte mia.

«Ma nella tua testa c'è altro, o meglio qualcun altro...» davvero davo quest'impressione? Era impossibile. Nella mia mente non c'era nessun altro. E glielo dissi.

«C'è altro di sicuro, ma non è quello che pensi te! Chase è carino, dolce, ma non conosco nient'altro di lui, se non il suo nome...» mi affrettai a dire. «E se fosse come Jase...» esternai la mia paura, con un filo di voce.

«No!» esclamò «Non pensarci neanche! Ogni volta non puoi fare paragoni, lasciati andare per una volta. Prendi le cose così come vengono, cogli le occasioni che si presentano, vivi il momento...» dopo qualche istante di silenzio, da parte di tutte e due, lasciammo cadere il discorso. Non mi andava di tornare ai vecchi ricordi. Continuammo a mangiare, ognuna con i propri pensieri in testa.

*

Ero comodamente sdraiata sul divano. Guardando un programma di cucina. Avrei sicuramente provato la ricetta che stavano proponendo. Sembrava deliziosa e molto semplice da fare. Dei piccoli involtini fatti con patate, formaggio e bacon. Occupavano l'intero schermo della tv. Rendendoli ancora più invitanti.

Quando suonò il campanello nel pomeriggio, Beth se ne era appena andata. Aveva appuntamento con Josh. Più tardi sarebbero andati ad un'altra festa. Ma i ragazzi universitari non facevano altro per tutto il tempo? Sapevano solo organizzare party? Dov'era finito il caro vecchio studio?

Alla porta era Tyler. Mi aveva scritto qualche ora prima, per ricordarmi il nostro appuntamento. Veniva spesso da me. Questa per lui, era come una seconda casa. Mi stritolò in uno dei suoi soliti abbracci. Il messaggio silenzioso, era sott'inteso. Diceva più o meno di non farlo preoccupare più. Si accomodò sul divano.

«Cosa metto nel tuo gelato golosone?» chiesi per scrupolo, canzonandolo un po'. Sapevo già cosa mettere sulla sua porzione. Ma ogni persona aveva diritto a cambiare i propri gusti. Anche se da quando lo conoscevo, l'aveva sempre mangiato alla stessa maniera. Per alcune cose era un abitudinario. E a me piaceva avere delle certezze nella vita. Che fossero più o meno importanti.

«Scaglie di caramello dolce e marshmellows?» domandò come dubitando che non li avessi in casa. Era praticamente impossibile. Anche io lo mangiavo così il gelato. I nostri gusti per certi versi erano simili.

Gli porsi la sua coppetta, tre volte più grande della mia. Essendo un ragazzo, mangiava molto più di me. Restavo sempre stupita dalla gran quantità di cibo che riusciva a mandare giù. Ogni volta gli lasciavo la porzione più grande. Mangiava come un bambino, il gelato gli gocciolava fin sotto il mento. A volte si sporcava perfino il naso. Chissà come faceva.

Chiacchierammo di tutto quello che ci passava per la testa. Mi sentii leggera, con la mente svuotata. Non mi capitava ormai da tempo. All'improvviso il cellulare di Tyler prese a squillare, lui guardò lo schermo senza rispondere. Riponendolo in tasca. Era un comportamento abbastanza strano per lui. Non perdeva mai una chiamata.

«Come mai non rispondi?» chiesi curiosa. Magari c'era un motivo che non sapevo. Dovevo scoprirlo. Una brava amica l'avrebbe fatto. Di sicuro.

«Ecco...» rispose vago. Ma la sua espressione non diceva di certo questo. Differiva dalle sue parole.

«Dai dimmi perché, tu non perdi mai una chiamata» insistetti ancora un po'.

«Ok!» si arrese. «È un mio amico. Vuole che vada ad una festa questa sera...» rivelò finalmente quello che volevo sapere. Non capivo cosa lo tratteneva, allora? Ci pensai un po' su. Te sciocchina. Mi risposi da sola.

«Vai, non preoccuparti per me!» lo esortai, cercando di spronarlo. Se io preferivo starmene chiusa in casa, non pretendevo che lo facessero anche gli altri.

«Non mi hai fatto finire, vieni con me!» scossi la testa in modo energico. Neanche morta ci sarei andata. «Per favore, ci tengo davvero tanto...» mi supplicò con occhi da cucciolo indifeso. La mia determinazione era sparita. Non riuscii a dirgli di no. Aveva barato, non era stato un gioco pulito il suo.

Andare ad una festa con Ty però, era come andare con mio fratello. Mi rendeva sicura averla vicino.

«E va bene» acconsentii.

«Posso scegliere io cosa ti devi mettere? Sai ne capisco più di te di queste cose...» alzai un sopracciglio. Era un'offesa velata quella che mi aveva appena fatto? Sorrisi per la situazione comica.

*

Per una buona mezz'ora, Tyler si chiuse nel mio armadio. Passando in rassegna ogni mio capo d'abbigliamento. Sembrava quasi Beth, in quel momento. Ne analizzava ognuno ai raggi-x. Stavo sinceramente dubitando che fosse davvero un ragazzo. Magari la vista mi giocava brutti scherzi. Era possibile? Non ne avevo mai visto uno più scrupoloso di lui, in fatto di vestiti. Restai un attimo perplessa.

Brontolava senza che io capissi una sola parola. Quando uscì fuori, teneva in mano un paio di jeans. Non li avevo mai messi. A dire la verità, non sapevo nemmeno di averli. Erano stretti, troppo constatai indossandoli. Sembravano una seconda pelle. Di certo non potevano essere miei.

Rimasi per un po' a guardarmi nello specchio, senza formulare pensieri. Positivi o negativi che fossero.

«Dovresti metterli più spesso, hai delle belle gambe!» si compiacque della sua scelta «Mettiti anche questi!» mi fece penzolare davanti agli occhi un top bianco. Era trasparente, con le spalline fine. E anche un reggiseno in pizzo dello stesso colore. Aveva davvero aperto il cassetto della mia biancheria? Arrossii per il disagio.

«Mi rifiuto di indossare questa roba!» sghignazzai. Era tutto uno scherzo, vero? Non voleva sul serio farmi indossare una roba del genere. Quei vestiti li aveva comprati Beth, dicendo che mi sarebbero stati benissimo. Io non li avevo mai indossati. Infatti avevano ancora su i cartellini. Neanche in un momento di pura follia, avrei acquistato cose del genere.

«Si accettano solo risposte positive! Sbrigati e vai a metterli!» ordinò. Senza darmi possibilità di replica. Ero in trappola, o li indossavo in silenzio. Oppure avrei discusso all'infinito. La seconda alternativa non mi piaceva. «Truccati anche come fai di solito e sistema un po' anche i capelli...» ma diceva davvero? Dovevo essere in condizioni davvero orribili, per consigliarmi cose del genere. Mi avviai verso il bagno e senza pensarci troppo mi cambiai. Altrimenti ci avrei ripensato.

Dovevo ammettere che stavo davvero bene. Escludendo le trasparenze. E il fatto che tutti potessero vedere il mio intimo. Ma non l'avrei mai detto a Tyler. Gli avrei dato troppa soddisfazione.

«Sbrigati, non puoi metterci così tanto per un po' di trucco, eri già bella al naturale...» sentii dire al di fuori del bagno. Allora non ero in uno stato così pietoso, constatai. «Non vorrei staccarti ragazzi da dosso per tutta la sera...» piagnucolò.

Appena uscii, Ty si girò verso di me. Spalancò la bocca all'improvviso, forse avevo qualcosa sulla faccia. Magari una macchia di dentifricio. Forse ero sporca di mascara. O qualcosa di simile. Non ci avevo messo più tempo del solito, quindi il risultato doveva essere il medesimo. Avevo spazzolato i capelli, accentuandone il movimento naturale. Il trucco era quello di sempre. Solo il colore del gloss era cambiato, ne avevo messo uno rosa acceso.

Il suo sguardo era confuso. Teneva in mano i miei sandali bassi, con i cinturini verdi smeraldo. Li avevo comprati perché somigliavano al colore dei miei occhi. Me li passò in silenzio. Li indossai senza battere ciglio. Almeno sarei stata comoda per tutta la sera.

«Stai veramente bene! Dovresti vestirti così più spesso...» tornò a proferire parola. Riprendendosi dal suo stato di shock. «Se non fossi tuo amico ci farei seriamente un pensierino!» ammiccò scherzoso. Non sapevo se credergli realmente. Presi la borsetta verde e ci infilai l'indispensabile. Il portafogli, le chiavi di casa e il cellulare. Non era molto grande. Mi accontentai.

Prima di uscire mi assicurai che avessi rimesso a posto il gelato in frigo. O lo avrei trovato tutto sciolto sul piano della cucina. E che la tv fosse spenta. Era tutto più o meno in ordine. Mi rigirai un'ultima volta, prima di richiudermi la porta di casa alle spalle.

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