3.
Alzandomi dal letto la mattina dopo andai in bagno a sciacquarmi il volto, avevo pianto molto prima di addormentarmi, abbandonandomi stanca al sonno che non era stato per niente tranquillo. Il pensiero di quello che era successo mi tormentava anche mentre dormivo, manifestandosi sotto forma di incubi confusi che non ricordavo al risveglio.
Solo uno era ancora impresso nella mia mente: ero di nuovo alla festa ma questa volta non parlavo con la mia amica, ero in mezzo al giardino e tutti ridevano di me, additandomi. Io mi facevo sempre più piccola, per sfuggire ai loro sguardi. Sentivo ancora i loro insulti rimbombarmi nella testa, come una sinfonia senza fine. Puttana. Schifosa. Sentivo il loro eco in un continuo susseguirsi nella mia mente, non riuscivo ad allontanare queste due parole, non riuscivo a scacciare questo incubo neanche da sveglia. Mi aveva lasciato addosso quella paura, senza un volto, senza un nome, non aveva una ragione logica ma era lì.
Ogni qual volta ricevevo un complimento pensavo fosse di circostanza mentre quando invece ricevevo un insulto poco carino o qualcosa di simile, pensavo di meritarlo. Per me era normale essere il problema, era stata la routine di ogni mio giorno e la stima per me stessa diventava sempre più inesistente, sempre più labile. Aver sbagliato qualcosa senza saperlo era normale per qualsiasi contorto motivo, una brutta abitudine che mi ero portata dietro da sempre. Questa volta però non l'avevo permesso e non l'avrei permesso mai più. Avevo risposto a tonobanche se mi era costato farlo, ero cresciuta. Non mi sarei mai più sottomessa alle parole di nessuno, meno che mai se erano insulti. Era finito il tempo di incassare.
Ero arrivata a casa non sapevo nemmeno io in quale maniera, avevo trattenuto le lacrime finché non ero stata al sicuro in macchina, non volevo dare a nessuno la soddisfazione di vedermi così. Per tutto il tempo avevo guidato con la vista offuscata dal pianto e per un tempo infinito ero rimasta seduta in auto quando ero arrivata davanti casa.
L'appartamento dove vivevo insieme a Beth non era molto grande ma in compenso era situato in una buona posizione, molto vicino al campus universitario. Si entrava in un piccolo ingresso e la stanza accanto fungeva sia da soggiorno che da sala da pranzo all'occorrenza. La cucina molto spaziosa e luminosa, era divisa dal salotto da una parete più decorativa più che divisoria. L'appartamento era su due piani e comprendeva anche due camere da letto, al piano superiore ognuna con il suo bagno personale più un'altro di servizio situato al pian terreno.
Tutta la casa era arredata in uno stile contemporaneo ed essenziale adatto a due ragazze giovani, ad arredarla ci aveva pensato Jacqueline, la madre di Elizabeth. Il suo buon gusto in fatto di mobili ci aveva convinte a lasciar fare a lei però era stato divertente andare per negozi, quasi un gioco da ragazzi in loro compagnia. Non ci avevamo messo più di un paio di giorni, per arredare tutta la casa nei minimi dettagli.
Mi guardai nello specchio sopra il lavabo e l'immagine che vidi riflessa quasi mi spaventò. Il mio aspetto era a dir poco orribile: i capelli scomposti, tutti arruffati nella treccia ormai quasi del tutto sciolta. Sotto gli occhi, gonfi e arrossati, avevo due enormi macchie scure ma non era solo colpa del mascara colato per il pianto, aveva contribuito molto anche la mancanza di sonno tranquillo.
Dopo una breve doccia mi concessi uno spuntino a base di succo d'arancia e biscotti con fiocchi d'avena, andavo abbastanza di fretta. Beth non era tornata la sera prima, lo capivo dal fatto che c'era fin troppo silenzio in casa. Molto probabilmente aveva fatto tardi ed era rimasta a dormire dal suo ragazzo. Avrei voluto averla vicino per sfogarmi e buttare fuori tutti quei pensieri che avevano disturbato il mio sonno ma lei non c'era, quindi dovevo farmi forza da sola e iniziare la mia giornata.
Uscii in fretta da casa.
*
La biblioteca del campus sorgeva in un grande edificio storico, entrai con la borsa carica di libri e il familiare odore di carta invecchiata negli anni mi colpii all'istante. Quell'odore familiare mi trasmetteva tranquillità, mi faceva sentire a casa e dimenticare tutto almeno per qualche momento. Era il mio luogo preferito di tutto l'intero campus, mi piaceva molto e la compagnia di tutti quei libri mi rassicurava.
A casa ogni volta che mio padre mi gridava contro mi rifugiavo nello studio dove c'erano scaffali immensi alti fino al soffitto e pieni di libri che per me erano un po' come degli amici, in cui cercare conforto e tranquillità.
Ero solita sceglierne uno e leggerlo sedendomi sotto la finestra, sul grande scalino. Nascondendomi con cura dietro la tenda riuscivo a distaccarmi dalla realtà e a non pensare alla rabbia che mio padre covava nei miei confronti. Rabbia a cui non sapevo dare una motivazione valida.
Come avrei potuto scatenare la sua ira, essendo io solo una bambina bisognosa d'affetto? A volte anche i miei fratelli venivano a farmi compagnia nello studio, di solito quando mio padre si attaccava alla bottiglia e per un certo periodo era successo abbastanza spesso. Chiudevamo la porta a chiave restando lì, finché le acque non si fossero calmate.
Ricordavo ancora bene quella sera, scesi in cucina per prendere un bicchiere d'acqua e lui ubriaco era uscito dal nulla. Mi aveva dato uno schiaffo così forte da farmi cadere a terra. La mia unica colpa? Trovarmi lì in quel momento. Ero troppo piccola e impaurita per reagire, Thommy che era il più grande l'aveva spinto via da me mentre Travis mi aveva portata in camera sua, dove eravamo rimasti abbracciati tutta la notte. Avevo pianto fino a non avere più lacrime, in silenzio, senza che nessuno mi sentisse mentre mio fratello mi accarezzava con dolcezza i capelli.
Scacciai quei ricordi e svuotai la mente.
Durante la settimana appena trascorsa, tra le lezioni da seguire, il lavoro e la festa del giorno prima avevo fatto molto poco e accumulato molto da studiare. Non potevo neanche lamentarmi più di tanto, avevo tralasciato lo studio e dovevo recuperare il tempo perso.
Presi posto in un tavolo vuoto un po' in disparte, non c'era molta gente a quell'ora e di sabato. La maggior parte dei ragazzi si ricordava di dover studiare la domenica, con i postumi di una notte brava a base di droga, alcool e sesso.
Tirai fuori dalla borsa un paio di libri e gli appunti di Maddy che avrei dovuto copiare e iniziai con quelli. Trascrissi tutto in maniera ordinata e chiara, iniziando finalmente a capire la spiegazione del professor Wilson del giorno precedente. L'argomento trattato era Washington Irving, primo letterato americano di fama internazionale. Era preso ad esempio come anticipatore della short story, genere americano per eccellenza.
Avevo letto alcuni suoi libri, come "The legend of sleepy Hollow", da cui era stato tratto un film nel 1999 o "I racconti dell'Alhambra", una raccolta non solo di leggende fantastiche ed antiche su Granada. Quello che più apprezzavo, era "Rip van Winkle".
Ambientato in un paesino, nei pressi di una New York del 1770. Il protagonista era un uomo di origini olandesi amato da tutti tranne dalla moglie, era piuttosto pigro e trascurava spesso la sua casa e la sua famiglia. In lui rivedevo un po' la figura di mio padre, benvoluto da tutti tranne che dai suoi stessi figli.
Rip van Winkle ad un certo punto della storia, fuggiva sulle montagne, incontrando uomini con vestiti strani. Giocò a nine-pin con loro e dopo aver bevuto si addormentò sotto un albero, al suo risveglio erano passati ben vent'anni. Fece ritorno nel suo villaggio, scoprendo la moglie e i suoi amici più cari morti. Mi ero sempre domandata se questa sorte spettasse anche a mio padre. Una volta aver compreso i suoi sbagli e provato a rimediare, non avrebbe trovato più nessuno? Proprio come era successo a Rip van Winkle nel racconto? Lo avrei scoperto solo col tempo.
Dopo aver messo da parte gli sproloqui mentali, studiai per un paio di test d'inizio semestre e il tempo passò in un soffio.
Più tardi quel giorno risistemai libri e appunti, riponendoli accuratamente nella borsa.
Fuori intanto era scesa la sera.
La notte rischiarata dalla luna e dalle stelle era alle porte, non mi ero accorta di essere rimasta in biblioteca per così tante ore. Salii alla svelta in macchina per tornarmene a casa, la giornata era stata particolarmente pesante ma era quasi agli sgoccioli. Immersa nello studio, avevo perso la cognizione spazio-tempo.
Arrivata davanti casa parcheggiai l'auto di fronte al vialetto, desideravo solo mettere qualcosa sotto ai denti e filare subito a letto e dormire. In casa si sentiva un allegro chiacchiericcio e riconobbi subito la bella voce squillante di Beth, seguita da quella più profonda di Josh.
Posai le chiavi sul mobile basso dell'ingresso e quando entrai nel salotto notai la presenza di altre due persone oltre a loro: uno purtroppo per me era Brian e l'altra, dedussi, una delle sue tante amichette molto espansive.
Prima di scontrarci non lo avevo mai incontrato ora era ovunque mi girassi, stava pian piano diventando una fastidiosa e impertinente persecuzione. Con quale spirito si era presentato in casa mia dopo la sera prima? Con quale diritto aveva portato questa ragazza? Aveva una gran bella faccia tosta, l'amicizia con Josh non gli permetteva certo di prendersi queste libertà.
La cosa che fra tutte mi ferii di più fu il comportamento della mia migliore amica. Come aveva potuto farli entrare? Mi sentii tradita nel profondo, come non mi era mai successo ma si trattava sempre di Beth e sapevo che l'avrei perdonata una volta sbollita la rabbia iniziale.
Quando mi vide saltò subito in piedi e mi avvolse in un abbraccio da togliere il respiro, sembrava che non mi vedesse da secoli. Salutai Josh, poi mi stampai un sorriso fintissimo sulle labbra.
Degli altri due poco mi importava avrei fatto come se non ci fossero stati, andai in cucina a preparare qualcosa. Sentii la rabbia salire e bruciare come un fuoco.
Non mi aveva neanche guardata, come se io non esistessi.
«Ma che problemi ha?» gracchiò una voce che non riconobbi, quindi dedussi che fosse quella ragazza ad aver parlato. Brian rimase in silenzio e questo mi provocò ancora di più. Ma cosa avevo fatto per meritarmi questo trattamento? Aveva chiesto se c'era qualche problema? Certo che c'era, lei era il primo. Da quando facevamo entrare in casa gente del genere? Da quando l'avevo conosciuto i miei problemi erano raddoppiati.
Se ne fossi stata in grado l'avrei fatto sparire con uno schiocco di dita, cacciandolo da casabsenza pensarci due volte.
Cucinare mi avrebbe aiutato a calmarmi. Aprii il frigo e la dispensa, controllando cosa c'era a disposizione. Avevo una fame implacabile e mi venne in mente la lasagna di mia mamma, con salmone e zucchine. Mi venne subito l'acquolina in bocca.
Negli anni avevo adottato un comportamento molto costruttivo, quando ero arrabbiata cucinavo di tutto e tantissimo. Anche perché se non avessi preparato niente nessuno a casa mia avrebbe mangiato, ero l'unica in grado di saperlo fare. Mio fratello Travis lo chiamava cibo per l'anima e mi piaceva quando lo diceva. Dava l'idea di poter guarire, infatti così era e quando finivo di impiastricciare per tutta la cucina mi sentivo davvero meglio, era semplice scaricare la tensione così.
Sentii dei rumori provenire dal mio stomaco, aveva ragione non avevo pranzato. Gli ingredienti per fare la lasagna c'erano tutti e li posai sul bancone della cucina. Sciacquai le mani e raccolsi i capelli in uno chignon morbido, prima di iniziare a cucinare.
Abbondai largamente con le dosi, quando cucinavo preferivo farlo per bene, cucinare poco cibo mi metteva tristezza. Rosolai del porro con un filo d'olio, mettendo anche le zucchine lavate e tagliate in piccoli cubetti. Mi concentrai particolarmente sulle sfrigolio delle verdure nella padella, per non sentire le chiacchiere che venivano dal soggiorno. Più ci pensavo e più mi arrabbiavo con Beth, mi accorsi che le zucchine erano dorate solo poco prima di bruciarle. Aggiunsi il salmone, abbassando la fiamma.
Nel fornello accanto preparai la besciamella, mi rifiutavo di usare quella già pronta. Non che non fosse buona, anzi, ma aveva imparato a farla così quando ero piccola. Mia mamma aveva insegnato a me, a lei sua madre e così via, mi piaceva rispettare le tradizioni alla lettera. Cucinare con lei era il nostro momento speciale e riusciva sempre a trovare qualche compito per me, facendomi sentire nel mio piccolo utile e importante.
Presi le sfoglie già pronte dalla confezione e iniziai a comporre i vari strati nella teglia finché non finii tutti gli ingredienti. Ricoprii la superficie, con un generoso strato di besciamella e formaggio grattugiato. Mi accorsi solo in quel momento della presenza di Beth che mi osservava con sguardo attento. Infilai la teglia in forno e cuocere.
«Scusami Elly...» pronunciò una volta che i nostri sguardi si furono incrociati «Non ho potuto evitarlo, ti avevo anche scritto un messaggio per avvertirti che lui era qui con quella sciacquetta...» si giustificò torcendosi le mani in evidente disagio.
«Non l'ho proprio guardato il cellulare, sono stata tutto il giorno chiusa in biblioteca. Non importa, tranquilla...solo non vorrei averlo qui in casa nostra» aprii le braccia verso di lei, non volevo discutere se le cose stavano effettivamente così. Mi bastava sapere che c'era un valido motivo e se non era dipeso da lei, non potevo arrabbiarmi.
«Quando Josh mi ha accompagnata a casa, si era dimenticato il portafogli dentro c'è la patente e ha chiesto a Brian se poteva portarglielo, lui si è presentato qui insieme a quella...non potevo lasciarli sulla porta dato che non accennavano ad andarsene...» spiegò tutto d'un fiato, io annuii con la testa senza proferire parola.
«Neanche Josh voleva che restasse, ieri sera si è comportato di merda! Penso non immaginasse che abitavamo insieme...» mi confidò.
«Cosa combini qui?» chiese un attimo dopo tutta curiosa sbirciando attraverso il vetro del forno. Beth era così, riusciva a cambiare argomento in una frazione di secondo. Ogni volta che mi vedeva ai fornelli, mi osservava concentrata. La sua passione segreta erano i dolci. Avrebbe dato qualsiasi cosa per un po' di dolce e golosa come pochi assaggiava ogni cosa che preparavo, anche la più strana.
«Cucino, non si vede?» risposi ovvia, mi pareva palese quello che stessi facendo.
«Sei molto arrabbiata? Hai cucinato per almeno una dozzina di persone...» constatò guardando le dimensioni della lasagna, non le risposi tanto sapeva già la risposta. «Come ci comportiamo con quelli là?» non capii cosa intendesse dire, la guardai confusa «Gli permettiamo di mangiare o gliela tiriamo in faccia?» chiese spiegandosi meglio. Sinceramente avrei preferito di gran lunga la seconda opzione, soprattutto per Brian ma ero una persona ben educata che osservava le buone maniere a differenza sua e poi era troppo buona quella lasagna per essere sprecata in quel modo.
«Ormai invitali a cena, che fai vuoi cacciarli? Io me ne vado in camera mia a mangiare, non ci sono problemi...» non sarei rimasta per nulla al mondo seduta allo stesso tavolo di quei due.
«Mah...» provò ad obiettare, la interruppi prima che potesse iniziare a parlare.
«Sono stanca, ho studiato tutto il giorno. Ho bisogno di dormire, non preoccuparti troppo per me!» la tranquillizzai. Beth mi sorrise mandandomi un bacio con la mano e andò nell'altra stanza sicuramente ad informarsi per la cena. Non mi curai delle loro chiacchiere.
Quando il timer del forno suonò mi infilai il guanto da forno, tirando fuori una lasagna fumante. Il suo profumino fragrante si spanse per tutta la stanza, facendomi venire l'acquolina in bocca. Non vedevo l'ora di averne un bel pezzo davanti.
Beth aveva apparecchiato, i piatti erano già pronti in tavola così appoggiai la teglia sul sottopentola facendo attenzione a scottarmi, cosa che succedeva spesso. Tagliai dei pezzi un po' abbondanti forse guidata dalla mia fame, c'era cibo per un esercito di persone e non era una semplice battuta goliardica. Quando tutti ebbero la loro porzione davanti, presi la mia e mi avviai verso il piano di sopra.
«Non mangi qui con noi?» si informò gentilmente Josh e io scossi la testa in segno negativo «Ma sei stata così gentile da cucinare per noi...» provò a convincermi. Dovevo ammettere che era proprio un bravo ragazzo e si stava comportando bene, sia con Beth facendola felice che con me.
«Non vorrei che mi andasse qualcosa di traverso...» allusi e lui annuì cogliendo il significato delle mie parole, sperai che anche il diretto interessato afferrasse il messaggio «Buona serata e buon appetito!» augurai salendo le scale con il piatto in una mano e la borsa nell'altra.
In lontananza sentii Josh rispondermi ma ormai ero già davanti alla mia stanza.
Avevo dimenticato l'acqua, sentivo la gola secca come se mi trovassi nel bel mezzo del deserto. Di scendere a prenderla non se ne parlava, piuttosto avrei preferito la disidratazione.
Mai una volta mi aveva guardata, neanche per sbaglio. Il suo sguardo lo aveva puntato altrove non appena ero entrata nella stanza, ma allora perché era venuto se non sopportava neanche la mia vista? Perché non sapeva che io vivessi in questa casa, tutto qua.
Dopo una doccia calda e rilassante, mi infilai nel mio comodo pigiama. Tirai fuori il cellulare dalla tasca interna della borsa e finalmente lo controllai. Se solo lo avessi fatto prima, pensai. Avevo delle chiamate perse: un paio di Beth e sette da parte di Tyler. C'erano anche un sacco di messaggi. Uno era quello che mi avvertiva di Brian, gli altri dieci erano tutti del mio amico. Aveva provato a contattarmi per tutto il giorno. Si era preoccupato per me inutilmente. Avrei dovuto prestare più attenzione al telefono. Risposi al volo ai suoi messaggi, per dirgli almeno che stavo bene ed ero a casa.
Mentre aspettavo una sua risposta mi misi sul letto, con il portatile in grembo. La tv del salotto era off-limits per quella sera, per ovvi motivi. Così aprii netflix, per scegliere un film da guardare in streaming. Cercavo un film con più azione, invece dei soliti che guardavo io. Volevo staccare la spina dai miei pensieri e distrarre la mente. In questi ultimi giorni, erano successe troppo cose. Staccare un po' la spina, avrebbe aiutato.
Ero indecisa tra un paio di film, ma alla fine scelsi The Host. Avevo letto il libro e mi era piaciuto molto. Mi incuriosiva vedere se avevano mantenuto una certa fedeltà, con la storia di Stephanie Meyer.
La risposta di Tyler non tardò ad arrivare. Il telefono trillò quasi subito, segno che era arrivato un messaggio.
"La prossima volta che mi fai preoccupare così per niente...mi hai fatto impazzire tutto il giorno, ma ti voglio bene uguale piccola peste!"
Senza darmi tempo di rispondere, ne arrivò un altro.
"Potrei perdonarti solo con del gelato caramello, biscotto e crema. Prendere o lasciare?"
"Ok, ci sto! Domani pomeriggio da me?" chiesi conferma, sapendo già che non avrebbe mai detto di no al suo gelato preferito. La sua era pura ossessione per i gelati della Häagen-Dazs. Dovevo ammettere che piacevano molto anche a me. Al solo pensiero, già mi veniva l'acquolina in bocca.
Rispose subito in modo affermativo. Presi l'appunto mentale di andarlo a comprare l'indomani.
Selezionai il film, una volta caricato iniziò. Prima partirono i titoli di testa, poco dopo apparvero le prime immagini. Era coinvolgente, catturò tutta la mia attenzione fin dal primo minuto. Così come era successo per il libro. La storia si svolgeva in un futuro non troppo lontano. La Terra era colonizzata da "anime", una razza aliena, che sfruttava i corpi degli umani per abitarli. Gli umani andavano estinguendosi, solo pochi erano sopravvissuti, come Melanie. Fatta prigioniera, cerca di uccidersi, ma sopravvive in un modo o in un altro. E dentro di lei viene messa un'anima chiamata "Viandante".
Quello che più mi colpii, fu come l'anima venne contagiata dai sentimenti e dalle sensazioni umane. Così nuove per lei. Sconosciute. Chiusi gli occhi per un attimo, incapace di tenerli ancora aperti. Sprofondando in uno stato di semi incoscienza. Tra il sonno e la veglia.
*
Sentii dei colpi leggeri, confusa aprì piano gli occhi. Non capivo da dove venissero. Il film era finito, ricordavo di essere arrivata almeno a metà. Ma i ricordi erano confusi. Non ricordavo precisamente l'ultima cosa che avessi visto. Prima di piombare nel buio più totale. Dovevo essermi addormentata.
Sentii ancora quel suono ovattato, cercai di capire da dove venisse. Erano dei colpi, qualcuno bussava alla mia porta. Sollevai lo sguardo verso la sveglia, segnava quasi l'una di notte. Chi poteva mai essere a quell'ora? Il chiacchiericcio al piano di sotto, era cessato quasi un'ora prima. Prima che crollassi nel mio sonno, tranquillo e senza sogni. Finalmente se ne erano andati, avevo pensato.
«Chi è?» la voce ancora impastata dal sonno. Tolsi di mezzo il computer ancora acceso, sistemandolo sulla scrivania. Dovevo spegnerlo e chiudere tutte le pagine lasciate aperte, ci avrei pensato il giorno seguente.
«Sono Brian...» disse al di là della porta la sua voce roca «Ho bisogno di parlarti...» aveva perso ogni traccia del suo atteggiamento arrogante e altezzoso, ma per me non cambiava nulla.
«E io di dormire...» risposi acida, avvicinandomi alla porta. La chiusi a chiave. Aveva avuto la sua occasione di parlarmi, ma l'aveva sprecata. Cosa aveva in testa quel ragazzo? Voleva chiarire ora nel bel mezzo della notte. Ora sentiva il bisogno di parlare con me. Solo dopo avermi ignorato per l'intera sera. Solo dopo aver fatti i suoi comodi, si era ricordato di me?
Poco dopo essermi rimessa a letto, sentii due voci discutere. Parlavano in tono troppo basso, per distinguere le parole. L'attenzione era offuscata dal troppo sonno. Sentii un rumore provenire il mio cellulare. Lo cercai, trovandolo in un intrico di coperte. Segnava che era arrivato un messaggio. Chi poteva essere nel bel mezzo della notte? Era di Beth. Mi sembrò alquanto strano, ma lo lessi comunque.
"Sono seduto qui fuori alla tua porta, ma tu non mi vuoi parlare. Così ho pensato di scriverti. Almeno così puoi leggere quello che ho da dire. Mi sono comportato come uno stupido, volevo scusarmi con te per tutto! Anche per questa sera...non so cosa mi prende quando mi sei vicina."
Sapevo chi stava scrivendo. Di certo non la mia amica. Bisognava ammettere che la sua caparbietà, era da ammirare. Ma un semplice messaggio non cambiava niente tra noi. Poco dopo ne arrivò un altro.
"Non arrabbiarti con Beth, era l'unico modo per parlarti! Ora prometto che ti lascio in pace, buona notte piccola Occhioni verdi...dormi bene e se ti riesce, prova a perdonarmi."
Posai il cellulare sul comodino. Forse non era vero che non aveva cambiato niente. In un certo verso, mi aveva fatto piacere. Ma non sarebbe servito a nulla. Prima di riaddormentarmi sentii dei passi sulle scale, qualcuno le scendeva. Poi la porta di casa chiudersi, insieme ai miei occhi. Mi abbandonai all'oblio.
Quella notte i miei sogni furono popolati da ragazzi con gli occhi blu come l'oceano.
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