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16.

Seduta sotto il mio solito frondoso albero vicino al Conservatorio dei fiori, al riparo dai raggi del sole e da sguardi indiscreti me ne stavo con i piedi scalzi sull'erba e con la schiena comodamente appoggiata sul solido tronco. Aprii il sacchetto con miei bagel e finii lì il mio pasto, tirai fuori un libro dalla mia borsa e cercai il segno di dove ero arrivata a leggere. Accarezzai la copertina soprappensiero passando le dita tra le scanalature dorate del titolo, quel gesto familiare di solito mi aiutava a tranquillizzarmi ma quel giorno sembrava completamente inutile.

Ero ancora particolarmente stranita dall'atteggiamento di Brian, mi sembrava che mi trattasse proprio come se fossi una delle sue personali bambole giocattolo, gli piaceva giocare con me ma poi dopo un po' che lo faceva si stancava e mi accantonava in un angolo, come si fa di solito con i giocattoli vecchi. Quando era stufo di una ne prendeva un'altra e giocava con lei, dimenticandosi di tutte le altre lasciate in un angolino. Eravamo solo questo per lui: bei corpi con cui giocare a suo piacimento, ragazze abbastanza piacevoli con cui passare il suo tempo.

Rimasi a fissare il cielo completamente sdraiata sul prato con il sole che mi lambiva le gambe, adagiata sul fresco e piacevole prato assorta completamente dai miei pensieri.

A volte ma ne stavo lì senza fare niente proprio come in quell'esatto momento o senza la concentrazione giusta per fare una qualsiasi cosa, anche la più banale. La suoneria del mio cellulare mi riscosse da quel rilassante torpore in cui ero piacevolmente sprofondata, giudiziosamente guardai lo schermo prima di rispondere per evitare spiacenti sorprese. Era semplicemente Beth, così spinsi il tasto verde e accettai la chiamata senza indugiare oltre.

«Pronto, Beth?» domandai con un filo di apprensione, non avevo pensato al fatto che forse poteva non essere lei, anche se il telefono era il suo.

«Sì, sono io. Dove te ne sei andata?» chiese più curiosa che preoccupata, ormai sapeva che a volte per sbollire la rabbia avevo bisogno dei miei tempi e soprattutto dei miei spazi.

«Ti serve qualcosa?» non gli avrei svelato qual'era il luogo in cui mi rifugiavo quando volevo stare da sola, se qualcuno l'avesse saputo poi non sarebbe più stato così segreto.

«No, in effetti no. C'era qualcuno che ti cercava e che avrebbe bisogno di parlarti...» interruppe la frase lasciandola in sospeso, usando quel suo solito tono vago e ingenuo che in realtà voleva dire molto. Potevo immaginare benissimo chi era che mi cercava e con sincera verità preferivo starmene un po' da sola a riflettere, in sottofondo sentivo la voce di Brian come ovattata e non capivo esattamente cosa stava dicendo, ma poco mi interessava poi tanto quello che aveva da dire.

«Non ho voglia di parlarci...» chiarii subito il concetto, prima che potessero accampare una qualsiasi altra scusa per cercare di convincermi a vuotare il sacco. «Tra poco vado a casa, ma tienitelo per te mi raccomando. Comunque oggi non lavoro, ti trovo lì?» mi sarebbe piaciuto molto passare del tempo con lei, dato che ormai era così raro averla un po' per me negli ultimi tempi.

«No, passo in biblioteca devo cercare un libro che mi serve con urgenza. Ci vediamo per cena?» propose senza far trapelare le sue opinioni divergenti, sapevo che con certezza quasi assoluta cosa le girava per la testa, lei avrebbe voluto che io parlassi con quel ragazzo. Nell'ultimo periodo mi aveva spesso spinta verso di lui, ma non era semplice aprirsi ad un'altra persona come pensava Beth, mi serviva il mio tempo e poi come avrei potuto frequentare una persona che era solita non badare ad etichette e definizioni? Che dopo aver salutato una ragazza, la sostituiva dopo pochi attimi con un'altra?

«Ok, a più tardi allora...» acconsentii senza dire nient'altro.

Dopo aver chiuso la chiamata, riposi il cellulare di fianco a me e rimasi ancora per qualche ora sdraiata nella pace più profonda, dopo essere riuscita ad allontanare da me ogni tipo di pensiero, la mia mente era completamente sgombra. Restai ad osservare silenziosamente lo scorrere della vita delle altre persone: c'era chi andava di fretta e non si guardava mai attorno troppo preso dalle proprie cose per farlo, chi invece passeggiava con più tranquillità senza avere in mente una meta ben precisa, senza fretta ne urgenza, chi correva per scaricare lo stress della giornata cercando di buttare fuori i pensieri più sgraditi.

Osservare la vita altrui era come un calmante per me, mi mostrava che nel mondo esistevano anche persone con una vita serena, famiglie felici senza evidenti problemi che trascorrevano il loro tempo insieme piuttosto che divise da astio e risentimento.

Dopo parecchio tempo persa in riflessioni profonde sulle relazioni umane, mi riscossi all'improvviso da quell'apparente torpore e controllai l'ora sull'orologio che avevo allacciato al polso, erano le quattro in punto e forse era meglio tornare a casa.

*

In tv non trasmettevano nulla di particolarmente avvincente, cambiavo in continuazione canale in cerca di qualcosa che mi interessasse vedere, con evidenti scarsi risultati.

Ero tornata a casa un'ora prima e mi ero lasciata cadere sul divano, la stanchezza di quel giorno iniziava a farsi sentire, tutto quello che era successo negli ultimi tempi e la nuotata in piscina mi avevano messa k.o. soprattutto fisicamente, il mio corpo chiedeva un po' del suo meritato riposo.

Facendo zapping trovai delle repliche di una vecchia serie tv che avevo già visto, dato che non mi si offriva niente di meglio da vedere la lasciai. In realtà la serie non era altro che un adattamento televisivo dei romanzi di Gorge R. R. Martin che raccontano le avventure di un grande mondo immaginario.

All'improvviso sentii suonare il campanello della porta, ero così presa dalla visione che per poco non saltai giù dal divano per lo spavento, ero stata colta di sorpresa. Beth era sempre la solita sbadata, ogni volta che usciva si dimenticava puntualmente di prendere le chiavi di casa e io ogni volta dovevo lasciare qualunque cosa stessi facendo. Andai ad aprire e spalancai la porta senza neanche essermi accertata che fosse realmente la mia amica, al suo posto c'era invece Brian, avrei fatto meglio a domandare chi fosse prima. Sbuffai vistosamente, volevo fosse abbastanza chiaro il fatto che non lo volevo lì.

«Ti va di parlare un po'?» ero titubante, molto più propensa a chiudere la porta e non ascoltarlo piuttosto che lasciarlo parlare, ma magari sarei finalmente riuscita a farmi un'idea chiara della situazione.

Senza dire una parola lo lasciai entrare spostandomi di lato, gli indicai il salone e lui si andò a sedere sul divano restando nel più totale silenzio, io mi misi di fianco a lui lasciando un po' di spazio tra di noi.

Restai silenziosa in attesa che fosse lui il primo a parlare, di sicuro non gli avrei reso il compito più semplice.

«Penso che se non ti spiegherò alcune cose, come ad esempio cos'è che mi lega a Victoria, pian piano potrei perderti e non voglio che vada così...» esordì con incertezza nella voce. Tra noi si era creato come un muro, più lui aveva comportamenti strani e a me poco chiari, più io mi allontanavo per non rischiare di stare male, non volevo essere abbandonata da qualcun altro ancora una volta nella mia vita, preferivo essere io a prendere le dovute distanze.

«Non sono un'amica così indispensabile, potresti benissimo fare a meno di me...» precisai con convinzione, non era obbligato a parlare se non ne aveva nessuna voglia di farlo. Volevo che questo concetto gli fosse chiaro da subito.

«Amica...» pronunciò quella parola con un tale disprezzo che non gli avevo mai sentito usare, come se avessi appena pronunciato un insulto. Lasciai correre senza replicare e anche lui fece lo stesso, forse almeno per il momento sarebbe stato meglio lasciar cadere la questione così.

«Alcuni anni fa ero un ragazzino stupido e infantile, avevo diciassette anni e non pensavo ad altro che a cose futili e superflue. Mio padre era sempre stato una figura poco presente nella mia vita così come in quella dei miei fratelli...» trattenni il respiro, mi sentii colpita nel profondo dalle sua parole. avevamo più cose in comune di quanto avessi mai potuto pensare, suo padre sembrava l'esatta fotocopia del mio, purtroppo. Non gli misi fretta per continuare il suo racconto, lasciai che fosse lui a riprendere spontaneamente.

«Sparì da un giorno all'altro e mia madre si ritrovò da sola con quattro figli da sfamare, da vestire e soprattutto da crescere e non eravamo ragazzini semplici da gestire, la facevamo davvero dannare. Per lei fu un duro colpo la sua scomparsa, faceva due o tre lavori per non farci mai mancare niente e la sera tornava a casa stanchissima, sempre se tornava dato che a volte lavorava persino la notte...» mi venne spontaneo avvicinare la mia mano alla sua e stringerla con dolcezza quando sentii la sua voce incrinarsi un poco, volevo che sentisse che gli ero accanto. Ogni mia resistenza iniziale era caduta era più forte di me, sentivo di dovergli far sentire la mia vicinanza.

«Un giorno mi misi in testa di andare a cercare mio padre, non era mai stato un brav'uomo ma ero sicuro che non si sarebbe tirato indietro davanti alla richiesta di suo figlio di tornare a casa. Non riuscii a trovarlo da nessuna parte sembrava quasi essersi volatilizzato, così accantonai quell'idea una volta per tutte e decisi che dovevo trovare un modo per alleviare le fatiche di mia madre. Trovai lavoro in un'officina, il proprietario aveva capito le mie buone intenzioni e così mi aveva preso con se, in realtà non facevo altro che passare chiavi ed andare a prendere caffè, mi piaceva stare lì ma non guadagnavo abbastanza. Così un giorno conobbi un uomo, non sembrava per niente una brava persona ma la sua offerta mi fece davvero riflettere: mi offriva di correre per lui con le corse clandestine, il guadagno non era decisamente come quello dell'officina, mi promise cifre da farmi girare la testa. Per un po' andò bene e così mia mamma poté rilassarsi un po' e fare un solo lavoro invece di tre, tornammo la famiglia di una volta solo che mio padre ci aveva abbandonati...» facevo una fatica immane a trattenere le lacrime che si erano affacciate ai miei occhi, volevo farmi vedere forte per poter dare a lui il modo di sfogarsi, sapevo quanto fosse importante che lo facesse ma lui invece non batté ciglio. Era come se avesse chiuso tutta quella storia e il dolore che gli procurava in un angolino del suo cuore e facesse finta che non gli appartenesse più. Sapevo che quel suo atteggiamento da finto duro era sbagliato e che così faceva male solo a se stesso, ma non glielo dissi tanto non avrebbe ascoltato le mie parole, dovevo arrivarci da solo a quella conclusione.

«Durante una corsa però non ebbi la fortuna di vincere come succedeva di solito, non ricordo con precisione cosa successe, la macchina aveva dei problemi ma non dipendevano da me. L'auto si fermò ad un paio di metri dal traguardo e non ripartì più, nonostante avessi provato in tutti i modi possibili e immaginabili. L'uomo per cui correvo mi aveva detto di firmare un foglio e io come l'idiota che ero, lo avevo firmato ad occhi chiusi senza neanche leggerlo, accecato dalle cifre cospicue. Sopra c'era scritto che nell'eventuale caso io avessi perso, avrei dovuto restituirgli tutti i soldi che aveva puntato su di me...» rimasi a bocca aperta da quella rivelazione, non riuscii a pronunciare neanche una sola sillaba per quanto ne rimasi sconvolta.

Sinceramente però ancora non riuscivo a collegare tutte quelle cose che mi aveva raccontato a Victoria, pareva apparentemente non entrarci assolutamente niente.

«Victoria in quel frangente fu la mia ancora di salvezza, era sua figlia. Mi propose un piano: disse che se ci fossimo messi insieme, lei sarebbe riuscita a tenerlo buono e non mi avrebbe più chiesto indietro quei soldi, così preso dalla disperazione accettai quella proposta. Per un po' di tempo funzionò senza troppi problemi, poi però lei diventò insistente, pretendeva sempre di più da me e poco dopo anche suo padre iniziò a rivolere indietro i suoi soldi, non avevo quella cifra ma gli diedi comunque tutto quello che avevo e non bastò ugualmente per saldare il mio debito. Mi ritrovai in una situazione peggiore della precedente. Ora Victoria crede di tenermi in pugno perché devo ancora dei soldi a suo padre ma non è più così ormai, da quando ti ho conosciuta qualcosa è cambiato dentro di me...» le mie guance presero a colorarsi di un rosa acceso, potevo sentire il calore diffondersi in tutto il mio corpo, aveva davvero detto una cosa del genere? Sentiva davvero di essere cambiato dopo avermi conosciuta? A me era capitata forse la sua stessa identica cosa, mi sentivo diversa. Distolsi per qualche attimo lo sguardo da lui per riprendere fiato.

«Cerco di assecondarla e di non contraddirla solo perché non voglio che si sappia questa storia in giro, in fondo sono solo fatti miei. Penso che ora puoi capire da sola la situazione in cui mi trovo...» annuii, ero stata una vera stupida a comportarmi da ragazzina viziata con lui, decisi che in qualche modo avrei rimediato ai miei pregiudizi. Capivo bene le sue motivazioni e sinceramente le trovavo più che valide, in parte quel mondo sfrenato e senza regole l'avevo vissuto anche io con mio fratello e sapevo quanto potesse essere pericoloso uscirne, una volta entrati in quell'intricato meccanismo.

«Di che cifra si parla? Ho dei risparmi da parte...» proposi facendomi coraggio, lui scosse energicamente la testa in segno negativo. Sapevo bene che non sarebbero stati sufficienti a ricoprire l'intera cifra, ma magari potevano aiutarlo in qualche modo anche solo per prendere un po' di tempo. Sapevo bene quanto fosse pericoloso trattare con quella gente.

«Non potrei mai chiederti una cosa del genere e poi si parla di una cifra a troppi zeri...» disse rammaricandosi.

«Come farai allora?» non capivo da dove nasceva tutta quella mia preoccupazione nei suoi confronti, avrei dovuto ammettere almeno a me stessa la verità.

«Un modo c'è...» rispose distogliendomi dalle mie riflessioni, ero impaziente di conoscere la soluzione al problema.

«E sarebbe...?» lo incalzai, volevo sapere.

«Venerdì sera ci sarà una corsa fuori città dove parteciperà molta gente, quindi si parlerà di cifre consistenti e vincere quei soldi potrebbe aiutarmi a chiudere una volta per tutte quella storia! Mi servirà tutta la fortuna possibile e l'auto in stato dovrà essere impeccabile...» pareva una riflessione ad alta la sua ultima frase, più che una spiegazione rivolta a me.

«Verrò con te!» dissi senza ammettere repliche. Sentivo che volevo aiutarlo, sostenerlo e restargli accanto, per superare insieme quel momento difficile per quanto mi era possibile.

«Non osavo chiedertelo, ma sarebbe di grande supporto morale averti accanto...» ammise guardandomi con i suoi occhi riconoscenti, sembrava un cucciolo indifeso e mi fece sciogliere il cuore la preoccupazione che lessi nel suo sguardo.

«Posso farti una domanda?» chiesi a bruciapelo, prima di poter frenare in tempo la mia lingua curiosa.

«Quella che vuoi...» acconsentii senza resistenze.

«Potresti spiegarmi cosa significano le parole di quella ragazza bionda con cui hai parlato oggi?» lo vidi titubante sulla risposta da darmi, si scompigliò i capelli come faceva sempre quando era agitato, forse non era proprio il caso che mi impicciassi in quel modo, la mia domanda era stata troppo indiscreta. «Scusa non devi rispondermi, non sono affari miei...» cercai di sviare quel discorso. Abbassai lo sguardo vergognandomi della mia impertinenza, non sapevo cosa mi fosse passato per la testa di fare quella domanda, in fondo erano solo fatti suoi e io non avrei dovuto impicciarmi.

«Ieri sera non me la sono portata a letto, però se devo essere sincero tra noi non c'è mai stato niente più del sesso, ci vedevamo in maniera occasionale ma ormai non lo facciamo più da molto tempo. Alla festa l'ho incrociata quando sei salita a metterti il costume e ha cercato di attaccare bottone come faceva una volta, ma io l'ho allontanata con una banale scusa e me ne sono andato. Non è successo altro, te lo posso giurare...» le sue parole sembravano sincere e non avevo più motivo per dubitare di lui, non mi restava altro da fare che credergli. «Guardami, non ti devi vergognare per averlo chiesto...» mi prese il mento fra le mani per tirarmi su il volto e mi sorrise in una maniera stupenda che quasi mi lasciò senza fiato.

«Ti va di restare qui con me? Possiamo vedere un film e poi posso preparare qualcosa da mangiare se ti va...» proposi senza riflettere, non volevo dovermi separare da lui ora che eravamo arrivati a una tregua definitiva.

«Beh...» forse lui non la pensava alla mia stessa maniera, sembrava indeciso come se avesse di gran lunga preferito andarsene.

«So che non è un'offerta così allettante, scusami ma magari avevi già qualche impegno. Se non puoi non fa niente...» sapevo bene la delusione che avevo dipinta in faccia ma cercai di nasconderla dietro un sorriso tirato, non volevo costringerlo a restare con me se non voleva.

«Spiegami perché ogni volta fai così. Mettiamo in chiaro un paio di cose una volta per tutte, magari ho una reputazione particolare in fatto di ragazze e non ho fatto niente per smettere di averla, ma io non voglio nessuna di loro. Non sono mai riuscite a farmi sentire niente, ammetto che sarà brutale da dire ma sono state solo un passatempo non troppo interessante. C'è solo una ragazza che riesce a farmi sentire sempre vivo e che popola costantemente i miei pensieri, non le chiederò niente per il momento, voglio solo starle accanto il più possibile e conoscerla!» ammise facendomi arrossire ancora, stava davvero ammettendo che voleva starmi accanto? A me? Mi mancò il respiro, anche lui non era del tutto a suo agio, a pronunciare quelle parole era arrossito anche lui.

«Quindi resti?» domandai completamente in imbarazzo, avevo le guance rosse come il fuoco.

«È quello che ho detto, voglio stare accanto ad una sola ragazza...» sottolineò meglio, come se prima il messaggio non fosse stato ben chiaro.

Con la scusa di andare a prendere degli snack, da mangiare davanti alla seconda stagione di Trono di Spade, mi alzai precipitosamente dal divano ed entrai in cucina. Dovevo mettere un po' di spazio tra di noi, almeno per perdere quel colore acceso dal volto e far rallentare il mio battito accelerato.

«Non c'è film che si rispetti senza delle buone patatine, quale gusto preferisci?» cercai di sembrare credibile nel ruolo della padrona di casa tranquilla.

«Va bene, farò finta che tu non abbia cambiato discorso di proposito. Comunque che scelta ho?» chiese con il suo solito tono giocoso di sempre.

«Ci sono al gusto peperoncino piccante, con salsa al tabasco, al cheddar, alla salsa ranch, al gusto barbecue e alla cipolla e panna acida...» elencai.

«Hai per caso svaligiato un supermercato?» scherzò ridendo di gusto.

«Sono solo molto fornita...» dissi tranquillamente.

«Lo vedo...» disse alludendo a ben altro di quello che intendevo io, scossi la testa sorridendo notando che era tornato lo stesso di sempre, con le sue battute ambigue. «Comunque questo significa che passi troppo tempo in casa, cambierai presto abitudini...» mi avvisò.

«Quindi?» lo esortai a rispondere alla mia domanda, così almeno per il momento avrebbe dimenticato i suoi piani.

«Salsa barbecue...» gliele passai, andandomi a sedere di nuovo. Aprii il sacchetto delle mie alla salsa ranch e presi a mangiarle con cautela, se fossi stata sola di certo le avrei finite in una ventina di minuti.

«Posso assaggiare?» mi chiese nel bel mezzo del pezzo clou dell'episodio finale che stavamo vedendo.

Gli porsi il mio sacchetto delle patatine senza proferire parola, ero troppo presa dalla visione di Trono di Spade per prestargli attenzione, era davvero molto bello e avvincente, l'avevo già visto ma alcune puntate le avevo perse. Mi prese il sacchetto e lo poggiò sul tavolino davanti a noi, prese la mia mano con la sua e si portò l'indice alle labbra, lo solleticò piacevolmente con la sua lingua, poi lo sentii succhiare forte e fui invasa da brividi che mi scesero giù lungo la schiena. Restai senza fiato a guardarlo leccare le mie dita, non riuscii a dire neanche una parola per farlo smettere, mi uscii solo un inopportuno mugolio di piacere che espresse contro la mia volontà il gradimento che provavo per quel gesto. Abbassai la testa per la vergogna dovevo essere visibilmente arrossita, lui con la mano libera mi sfiorò il mento facendomi rialzare gli occhi che andarono ad incastrarsi nei suoi.

«Mai che fai?» riuscii a dire infine.

«Assaggio...» la sua voce era così calda e suadente da sciogliere anche il ghiaccio, io cercai in ogni modo di resistergli in maniera vana.

«Pensavo volessi assaggiare le patatine, non me...» provai a dire.

«Siete molto buone entrambe, ma te sei proprio ottima!» quel suo sorriso intrigante era bellissimo, ma allo stesso tempo mi faceva perdere la concentrazione che stavo mettendo per resistergli. Non mi ero accorta di quanto si fosse avvicinato a me, potevo sentire le nostre gambe toccarsi, indietreggiai quando lo vidi avanzare ancora, finché non ricaddi stesa con la schiena sul divano, provai invano a rialzarmi ma lui mi fu sopra in un attimo mettendosi a cavalcioni su di me.

«Cosa vuoi fare?» non ero spaventata da lui, sapevo che non avrebbe fatto niente che non avrei voluto.

«Nulla che non vuoi anche tu, non riesco a starti accanto e non toccarti...» si era quasi del tutto sdraiato su di me tenendosi leggermente sollevato sulle braccia, in modo che il suo corpo non avrebbe toccato troppo il mio. Ero sicura che non avrebbe mantenuto quella posizione a lungo, infatti iniziai ad avvertire il suo peso, da una parte desideravo che non si staccasse mai da me, dall'altra avevo paura delle sensazioni nuove che avvertivo con lui e a cui non sapevo dare una definizione.

Sentivo il suo respiro sul mio viso, dopo poco avvertii le sue labbra calde e morbide sulla mia pelle, mi baciò le guance con estrema lentezza, scese lungo la mascella e il collo lasciando una scia di piccoli baci. Quando sentii la sua lingua leccarmi, non potei a meno di emettere un gemito sommesso che cercai in ogni modo di trasformare in un casto sospiro, mi sentivo sempre più accaldata e in imbarazzo. Si era creato un momento di intimità fra noi che non avevo mai sperimentato prima.

«Se vuoi che smetto dimmelo, non voglio fare nulla che non ti senti di fare...» annuii ad occhi chiusi, completamente persa in quelle sensazioni così forti da portarmi in uno stato di incoscienza. Dal collo scese a baciarmi la pelle sopra il seno ma non azzardò altro, rimase lì a riempire la mia sensibile pelle di innumerevoli baci.

«No...» riuscii solo a dire quando cercò di andare oltre e lui smise di avanzare con le sue morbide labbra. Si adagiò completamente sul mio corpo e avvertii una strana pressione sull'inguine, non capii subito cosa fosse.

«Scusa, non volevo...» disse cercando di allontanarsi da me, sembrava anche lui leggermente in imbarazzo, di certo non era stato nei suoi piani mettermi a conoscenza della sua crescente eccitazione. Scoprii che anche Brian ero in grado di arrossire e lo stava facendo sotto i miei occhi, ma non volevo che provasse imbarazzo per quello che stava succedendo.

Abbracciai le sue spalle perfette e lo attirai di nuovo verso di me, non mi importava nulla di sentire la reazione del suo corpo a contatto con il mio, eravamo vestiti e sapevo con certezza che nelle sue intenzioni non c'era nulla di quello che si sarebbe potuto immaginare. Quando a me era sfuggito un gemito, lui non aveva fatto nulla per sottolinearlo, come potevo io metterlo in difficoltà?

Adagiò la testa sul mio petto, lo trovai un gesto davvero molto tenero e presi a passargli le mani tra i suoi capelli setosi accarezzandoli.

«Non ti rendi neanche conto di quanto sei speciale per me...» sussurrò sulla mia pelle. Alzò il volto all'improvviso, fissando i suoi occhi nei miei. «Tu mi credi vero? Sai che non voglio giocare con te o prenderti in giro...» mi rassicurò ma in quel momento non serviva a nulla, perché mi fidavo ciecamente di lui.

«Lo so...» risposi semplicemente baciandogli il mento, velato da un accenno di barba.

«Vorrei fare una cosa...» mi disse ad un passo dalle mie labbra. Potevo immaginare bene qual'era la cosa che voleva fare e ad essere sincera sentivo anche io lo stesso desiderio, ma volevo essere cauta almeno per un po', conoscerlo meglio e vedere pian piano come andavano le cose. L'ultima volta che mi ero fidata di un ragazzo ero stata ferita in maniera troppo dolorosa e mi aveva lasciato addosso un senso persistente di diffidenza che faticavo spesso a reprimere.

«Non ora...» gli sorrisi per fargli capire che non era un no categorico il mio, volevo solo aspettare di conoscerlo meglio.

«Ma io non voglio ferirti...» gli diedi un altro bacio sulla guancia e strofinai il mio naso sul suo, non volevo affrettare le cose. Sapevo che con il tempo tutto sarebbe venuto da se.

«Lo so, ma ho bisogno di conoscerti meglio. Mi fido di te ma...» la mia mente contorta risvegliò ricordi passati e li ritirò fuori nel momento meno opportuno.

«Ti va di raccontarmi il motivo di questo tuo modo di fare così diffidente?» chiese con estrema tenerezza.

«Vedi...» mi sollevai tornando seduta e presi un grande sospiro, per racimolare abbastanza coraggio prima di iniziare. «Stavo insieme ad un ragazzo alle superiori, ci conoscevamo da tanto tempo e io mi sarei fidata ciecamente di lui e forse non avrei dovuto farlo. Stavamo insieme da molto e negli ultimi tempi mi spingeva sempre più spesso e con più insistenza a un'intimità che non volevo...» annuì con la testa, facendomi capire che aveva afferrato appieno il concetto senza che mi dovessi spiegare meglio. Lo ringraziai di non dovermi spiegare meglio, lo vidi corrugare la fronte come infastidito.

«Un giorno finii prima del previsto una lezione, il professore aveva dovuto portare un mio compagno di classe in infermeria, sanguinava dal naso e non riusciva a fermarlo con nulla. Così uscita dalla classe decisi di fare una sorpresa a Jase, andai al campo di football ma lui non c'era, i suoi compagni mi dissero di cercarlo negli spogliatoi dato che l'avevano visto andare da quella parte. Prima di entrare bussai un paio di volte, ma non mi rispose nessuno, decisi di entrare e sentii dei rumori provenire dalle docce, così mi avvicinai facendo piano dato che non sapevo chi poteva essere, fui molto cauta. La scena che mi trovai davanti mi sconvolse, ma restai ugualmente in silenzio...» la mia voce iniziava ad incrinarsi leggermente, mentre mi tornavano alla mente quelle immagini che mai avrei potuto dimenticare.

«Vidi Caitlin , una ragazza con cui eravamo molto amiche dato che stava nella stessa squadra di cheerleader, era appoggiata con la schiena al muro e il mio ragazzo le era addosso, quindi stavano...hai capito giusto!?» le lacrime ormai rigavano indisturbate e silenziose il mio volto, non perché mi facesse ancora male pensare a lui ma per come mi aveva raggirata, il suo comportamento era stato a dir poco schifoso.

Brian mi tirò verso il suo petto e lasciò che sfogassi così le mie lacrime, me le asciugava teneramente con le mani mentre ogni tanto ne asciugava qualcuna con un bacio,.

«Non mi misi a fare scenate, così come ero entrata me ne andai via e lasciai che Jase non mi trovasse per tutto il giorno, spensi il telefono e non tornai a casa mia. Sarebbe stato il primo posto dove mi avrebbe cercato così evitai di farmi trovare, mi rifugiai da Beth e le raccontai ogni cosa e piangemmo insieme tutto il pomeriggio. Quando lui riuscì a trovarmi gli spiegai cos'avevo visto con i miei stessi occhi, inizialmente provò a rigirarmi con le sue parole come aveva sempre fatto, era un maestro in quell'arte. Io però avevo visto con miei occhi la verità e non potevo credergli, così prese ad insultarmi mi diede della bigotta e dell'infantile. Ricordo ancora le sue esatte parole: "Hai una mentalità retrograda, sei una santarellina del cazzo! Pensavi davvero che sarei rimasto fermo e buono ad aspettarti finché non ti saresti decisa?"» affondai il viso sul suo petto e inalai il suo ormai familiare profumo.

«Ti proteggerò sempre dai tipi come lui, io non sono così e con il tempo lo capirai da sola...» cercò di tranquillizzarmi e contro ogni pronostico in parte ci riuscì.

«Sai cosa ho scoperto dopo?» volevo che sapesse tutta la storia che conoscesse tutta la verità in modo da capire fino in fondo i miei comportamenti e il mio carattere introverso. «Un suo amico è venuto da me, aveva una tristezza infinita nello sguardo. Mi chiese di perdonarlo per non avermi raccontato prima cosa sapeva, disse che aveva scoperto tutto da una banale telefonata ascoltata per caso. Inizialmente aveva colto solo delle frasi strane e sconnesse che apparentemente parevano non avere un senso, a forza di insistere aveva scoperto cosa nascondeva in realtà Jason. Quando me lo rivelò per poco non svenni, sentii la terra sgretolarmisi sotto i miei piedi e ogni briciolo di speranza che un minimo il nostro rapporto fosse stato sincero svanì...» finii la frase con la voce ridotta ad un semplice sussurro.

«Cosa ti ha detto?» sembrava rabbuiarsi sempre più, mentre io andavo avanti con il mio racconto.

«Mio padre pagava Jase per stare con me...» dissi con un filo di voce sull'orlo di una nuova ondata di lacrime, lo dissi così piano che pensai non avesse sentito neanche una parola di quello che avevo detto. «Sei l'unico a sapere questa parte della storia, non l'ho detto neanche a Beth, non volevo che odiasse mio padre ancora di più di quello che già non fa ora...» dissi facendomi piccola piccola, sempre più sconvolta dal comportamento dell'unico genitore che avevo.

«Come può un padre fare questo, è così...così squallido...» il suo viso fu attraversato da una rabbia che non avrei potuto descrivere a parole.

«Mio padre non è la persona migliore del mondo, ma è l'unica famiglia che mi resta oltre ai miei fratelli, per quante cose brutte possa fare o abbia già fatto, non so se riuscirei ad odiarlo...» ammisi con l'amaro in bocca, forse se fossi stata più forte avrei tagliato ogni possibile rapporto con lui.

«Io già lo odio! Li odio tutti e due per averti fatto del male! Tu hai un cuore così grande...» mi baciò più volte i capelli, stringendomi a se come se avesse paura che mi potessi staccare da lui. Era bellissimo stare così, mi faceva sentire davvero al sicuro e protetta. Mi faceva sentire come se avessi trovato finalmente la mia casa.

Il mio cellulare prese a squillare, allontanarmi da lui mi scocciava parecchio, ma dovevo almeno vedere chi era, quando lessi quel nome sullo schermo mi sentii gelare il sangue nelle vene.

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