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11.


Aprii il rubinetto dell'acqua lasciandola scorrere, in attesa che si scaldasse. Quando raggiunse la temperatura giusta, chiusi il tappo della vasca e lasciai che si riempisse.

Se andavo di fretta preferivo di gran lunga fare la doccia, per questioni di tempistiche. Mentre se avevo tanto tempo a mia disposizione, preferivo oziare senza preoccuparmi di ore, minuti e secondi. Potevo rilassarmi in tranquillità, poltrendo immersa nell'acqua.

Quando mancava poco più di un palmo dal bordo che l'acqua traboccasse fuori, la chiusi. Presi dei sali da bagno e ne sparsi un po'.

Mi sfilai la maglia e il pantaloncino del pigiama, li lasciai cadere a terra insieme al resto che indossavo. Immergendomi nell'acqua fino al collo. Mi infilai le cuffiette dell'iPod alle orecchie e feci partire la musica. Avevo impostato una playlist di brani soft e rilassanti. Presi il libro che avevo poggiato sul bordo della vasca. Scorsi alcune pagine, prima di riuscire a trovare il punto dove ero arrivata.

Con la musica nelle orecchie, iniziai a leggere indisturbata. Girai una pagina dopo l'altra. Ero arrivata alla parte clou della storia e la stavo letteralmente divorando.

Quella mattina la mia tabella di marcia, non prevedeva nulla da fare. Non avevo da studiare, ne nessun compito da svolgere. Così mi ero presa del tempo per me, cosa rara, dedicandomi a quello che preferivo fare. Cioè leggere senza nessuno a minare la mia quiete.

Ad un tratto le parole scritte sul libro, iniziarono a sfumare sotto i miei occhi. Perdendo la loro forma e il loro significato. La mia attenzione era concentrata su altro. Pensavo di nuovo alla sera prima, come mi era capitato di fare spesso durante la notte.

Brian era stato una sorpresa inaspettata. Una persona completamente diversa, per come si era mostrato all'inizio. Quel ragazzo sgarbato e arrogante, era mutato sotto il mio sguardo. Dimostrandomi che avevo sbagliato a fare le mie valutazioni con troppa superficialità. Avevo ricevuto un grande insegnamento: mai fermarsi alle apparenze. Bisognava scavare sempre in profondità, prima di poter dare un proprio giudizio.

Ripensai a tutto quello che gli avevo raccontato. Mai mi ero aperta così tanto con una persona, senza conoscerla fino in fondo. Mai avevo sentito così incondizionatamente di potermi fidare di qualcuno. Eppure era successo.

Mi piaceva molto più di quello che volessi ammettere, stare in sua compagnia. Chiacchierare piacevolmente con lui, raccontargli della mia vita mi riusciva quasi facile. Era riuscito a penetrare in quel muro che avevo eretto negli anni.

Posai il libro a terra, stando ben attenta che non si bagnasse. La musica continuava a riempirmi le orecchie. Ogni altra cosa scomparve dalla mia testa. Ripensai alle sue carezze sulla mia pelle. Ogni volta che mi aveva sfiorata, un brivido era corso giù per la mia schiena. Quasi mi appisolai, presa da quei pensieri.

Un forte rumore in disaccordo con le note del brano che stavo ascoltando, mi fece sobbalzare dallo spavento. Sfilai le cuffie all'istante e rimasi in ascolto. Un altro colpo più forte del precedente, quasi buttò giù la porta.

Qualcuno stava bussando.

«Chi è?» chiesi particolarmente allarmata.

«Sono io!» rispose Beth dall'altra parte della porta. Entrò senza aspettare che le dicessi di farlo. «Ma si può sapere cosa stai facendo qua dentro?»

«Non si vede...?» indicai con un gesto le cuffiette che tenevo ancora in una mano e il libro poggiato a terra. Scosse la testa con incredulità.

«È più di mezz'ora che il tuo cellulare squilla, vai a vedere chi è...» il suo fu quasi un ordine e la cosa mi infastidì.

«Mi passeresti l'asciugamano?» le indicai il telo di spugna, appeso proprio dietro di lei. Me lo porse e io me lo avvolsi addosso. Uscii dall'acqua controvoglia. Era ancora tiepida.

«A volte hai davvero delle idee stupide...» mi rimproverò. «Spiegami come puoi chiuderti in bagno, con le cuffie alle orecchie a leggere. E se fosse successo qualcosa? Tu non avresti sentito nulla...» era un filino melodrammatica, ma sapevo che aveva ragione. Ero stata avventata, ma non pensai proprio di dirglielo o avrebbe continuato all'infinito, con la sua lavata di capo.

Andai nell'altra stanza spargendo acqua ovunque. In un secondo momento mi sarei preoccupata di asciugare il pavimento.

Presi il cellulare dal mio comodino e sbloccai lo schermo. C'erano almeno una ventina di telefonate da due numeri diversi. Uno era di Tyler ed era salvato in rubrica, l'altro non lo conoscevo. Mi affrettai a richiamare il mio amico, prima che si preoccupasse ulteriormente a vuoto.

Rispose al primo squillo.

«Pronto? Mi spieghi dove finisci ogni volta? Mi sono preoccupato...» stava praticamente urlando. Dovetti tenere il cellulare staccato dall'orecchio per come strillava.

Non riuscii a rispondergli, Elizabeth si era impadronita del telefono. Stava raccontando a Ty, della "brillante idea" che avevo avuto. Così l'aveva definita, testuali parole.

La facevano davvero troppo lunga. In fondo stavo bene, non mi era successo niente. Cos'avevo fatto di male? Mi stavo semplicemente rilassando nella vasca, con un po' di musica e un buon libro.

Quando Beth ebbe finito di lamentarsi di me, mi ripassò il cellulare. Lasciandomi finalmente parlare con Tyler.

«Non mi fare più preoccupare, questa volta fallo davvero! Lo capisci che c'è chi sta in ansia per te, se non rispondi al maledetto telefono? Comunque volevo sapere se vieni alla partita oggi. È la prima della stagione e vorrei che ci fossi, come portafortuna sai...» era senza dubbio finita la mia giornata all'insegna del relax. Potevo andarci, in fondo non avevo niente di meglio da fare. Stare all'aria aperta, di certo male non avrebbe fatto.

«Va bene ci sarò!» dissi senza farmi pregare più di tanto. Dovevo farmi perdonare. Ero sicura che mi avrebbe tenuto il muso, per l'intera giornata.

«Davvero verrai?» sembrò stupito della mia risposta positiva. Cosa si aspettava? Ero sua amica in fondo.

«Certo devo sostenerti!» dissi per sdrammatizzare.

«Devo ammettere che saresti carina con la divisa da cheerleader...» lo sentii sghignazzare in sottofondo. Se scherzava era un buon segno, significava che presto mi avrebbe perdonata del tutto. Mi venne in mente un'idea fantastica.

«Ok, non ci allarghiamo troppo. Ci vediamo più tardi!» lo salutai, chiudendo la chiamata.

Beth dietro di me si schiarì la voce. Mi ero completamente dimenticata della sua presenza. Mi ricordai dell'altro numero che mi aveva chiamata. Non sapevo chi poteva essere, magari la mia amica lo conosceva.

«Beth conosci per caso questo numero?» le domandai porgendole il telefono, perché guardasse meglio. Gli diede una rapida occhiata e sorrise. Che aveva da sorridere tanto?

«È il numero di Josh, ma è stato Brian a chiamarti...» rivelò con falsa tranquillità.

«E perché mi ha chiamata dal cellulare di Josh?» non capivo proprio perché avesse dovuto chiamarmi. Che motivo ne aveva avuto?

«Perché tu non gli hai dato il tuo, semplice. E a quanto pare vuole che glielo dia tu...» rifletté tra se e se, con quel sorriso sornione sempre stampato in faccia.

Quando ero rientrata in casa dopo aver salutato Brian, la sera prima, le avevo raccontato ogni cosa. Tralasciando solo qualche piccolo particolare, come la pelle d'oca che mi aveva provocato ogni qual volta mi aveva sfiorata. Non volevo che si facesse strane idee. Più di quelle che già aveva nella sua testolina fantasiosa..

Era rimasta ad ascoltarmi, senza commentare una sola volta. Silenziosa aveva assorbito anche la più piccola informazione che avevo da darle.

All'improvviso fui investita da una ventata di realtà. Avevo completamente rimosso dalla mia mente che Tyler, era nella stessa squadra di Josh e di Brian. Io avevo accettato di andarli a vedere giocare. Perché non ci avevo riflettuto prima? Beth soffocò invano una risata. Lei sapeva che non mi ero ricordata che giocavano tutti a football insieme. Per quello aveva quel sorriso sornione, ma io non avevo colto l'indizio.

«Ci sei arrivata finalmente...» pronunciò quelle parole con soddisfazione. Come se aspettasse il momento giusto per farlo. «Forse dovresti chiamarlo, era davvero preoccupato per te!» mi avvisò.

«Lo avrà già avvertito Tyler...» non ci riflettei su troppo.

«Se avesse voluto saperlo da Tyler, non si sarebbe preoccupato di telefonarti dal cellulare di Josh. Attiva il tuo cervello, sta mattina sembra spento...» il suo ragionamento non faceva una piega. Sapeva essere davvero molto sagace la ragazza, quando ci si metteva d'impegno. Rimasi un attimo a pensare alle possibilità che mi si prospettavano. Ma Beth fu più rapida di me, interrompendo il flusso dei miei pensieri. Dalla tasca posteriore dei suoi pantaloncini tirò fuori un piccolo foglietto ripiegato.

«È il numero di Brian, potresti scrivergli un messaggio...» non era per niente sottile con le sue insinuazioni.

«Forse lo farò...» ci riflettei su.

«Fallo sarà contento di sentirti...» continuò a spronarmi. Sembrava un fiume in piena durante un temporale, doveva darsi una calmata.

«Tu come le sai queste cose?» ero curiosa di capire da dove uscissero quelle insinuazione. Se da fonte certa, oppure da qualche suo delirio.

«Ti basti sapere che le so e basta! Avanti, su...» mi incoraggiò in modo per nulla celato a scrivergli.

Mi sedetti sul letto, ancora avvolta nell'asciugamano. Beth si infilò nella mia cabina armadio, lasciandomi un minimo di privacy. Non sapevo esattamente cosa scrivergli.

Dopo alcuni tentativi mi parve di essere arrivata ad una conclusione.

"Ciao, scusami se ti ho fatto preoccupare, mi farò perdonare! Oggi verrò alla partita, ma niente lingerie mi spiace, dovrai accontentarti per questa volta...
P.S.: qual è il tuo gusto di gelato preferito?"

Lo rilessi ancora una volta, per essere convinta che andasse bene e poi lo inviai.

«Sei stata molto carina...» disse Beth spuntandomi da dietro. Sobbalzai, non l'avevo notata li accanto a me. «Scusa non volevo spaventarti...» quella mattina era dovunque mi girassi. Iniziava a diventare una persecuzione.

«Se solo me lo avessi chiesto, te lo avrei fatto leggere...» le dissi con tranquillità. Non avevo proprio nulla da nasconderle.

«Di solito non condividi il gelato con chiunque. Ti fidi così tanto di lui?» constatò Beth. Io annuii semplicemente, senza il bisogno di proferire parola.

Per me il gelato non era semplicemente cibo.

Da piccola quando qualcuno mi prendeva in giro per un qualsiasi banale motivo, mi nascondevo nel mio posto segreto. Ovvero nella biblioteca. Mi sedevo in mezzo a pile di libri che si alzavano da terra e coprivano quasi del tutto la mia piccola figura. Rimanevo lì per ore, in silenzio. A rimuginare.

Thommy bussava piano alla porta e poi entrava senza che lo invitassi a farlo. Restava in silenzio vicino a me e poi ad un certo punto iniziava a raccontarmi una storia. Era sempre la stessa ogni volta. Proprio come ero sicura avrebbe fatto la mia mamma.

La fiaba raccontava di tre fratelli, due molto svegli e scaltri, mentre il terzo più taciturno e ingenuo. Erano tutti e tre figli di un re in età avanzata. Quindi quest'ultimo aveva sentito il bisogno di decidere, chi avrebbe governato su quelle terre quando lui non ci sarebbe stato più.

Indeciso fra i tre, decise di metterli alla prova. Fino a quel momento i fratelli maggiori avevano sempre sottovalutato il minore, affibbiandogli nomignoli dispregiativi. Sottolineando la sua natura spontanea.

Così quando inaspettatamente il più piccolo superò tutte e tre le prove, gli altri due ne rimasero disorientati. Chiusero al padre un'ultima prova, ancora non del tutto soddisfatti. Per l'ennesima volta il figlio minore risultò essere il migliore.

La fiaba non era altro che un modo per spiegarmi che l'umiltà e la semplicità, il rispetto e l'educazione, avrebbero pagato a lungo termine. Mentre i prepotenti e i presuntuosi, quelli che mi prendevano in giro, non sarebbero arrivati da nessuna parte con i loro modi. Non bisognava mai sottovalutare nessuno.

Quando riusciva a farmi uscire da quella stanza, salivamo insieme sulla sua bicicletta. Andavamo alla gelateria dietro l'angolo e ordinavamo il gelato più grande che avessero. Lo dividevamo sempre, facendoci mettere due cucchiaini. Quindi per me il gelato non era solo cibo. Era un momento in cui mi sentivo davvero amata, voluta. E non sbagliata e inadeguata come sempre. Un momento in cui qualcuno mi dedicava il suo tempo.

Quest'abitudine era rimasta immutata nel tempo, finché mio fratello non era andato a studiare all'università. Per non sentirne troppo la mancanza, avevo iniziato a condividere quel momento con Beth. Poi anche con altre persone a cui volevo bene, per cui provavo stima e fiducia. Per me era un momento di condivisione importante, anche se poteva apparire come una cosa sciocca e futile.

Venni riscossa dai miei pensieri, dall'arrivo di un messaggio. Potevo immaginare chi fosse.

"Sì devi proprio farti perdonare! Venire con la sola lingerie addosso, sarebbe stata un'idea davvero valida! Però ti avrebbero vista in troppi, meglio escludere questa opportunità...
P.S.: Prima o poi dovrai spiegarmi che strane domande fai! Comunque il mio gusto preferito è menta e cioccolato..."

«È molto carino con te e mi pare anche geloso...» tubò la mia amica al mio fianco.

«Non vedere cose dove non ci sono, noi siamo solo...» non ebbi neanche il tempo di finire il concetto.

«Siete cosa?» domandò a bruciapelo, senza farmi finire. Stavo diventando davvero irritante, con questo suo modo di fare caparbio.

«Amici credo...» ammisi infine.

«Non mi pare. Gli amici non sono gelosi delle amiche!» disse tutta convinta delle sue supposizioni.

«Beth smettila per favore, io e lui non siamo niente. Abbiamo solo passato una serata piacevole insieme...» le spiegai con cautela, per far sembrare che la cosa non mi desse fastidio.

«A me sinceramente non pare poco, anzi. Considerando che avete anche dormito insieme, condividendo lo stesso letto. Comunque basta chiacchiere, ora vestiti!» odiavo quando si comportava in quel modo. Saltava a conclusione sbagliate, senza prendere in considerazione i fatti reali.

Mi passò dei vestiti. Ma quando aveva avuto il tempo di sceglierli?

Li presi senza badare a cosa mi avesse dato. Ero certa che non poteva aver scelto cose assurde, per una semplice partita di football. Presi della biancheria dal cassetto del comò e mi diressi in bagno.

Dopo aver rassettato e asciugato a terra, mi vestii. La mia amica aveva scelto un semplice paio di jeans stretti e una maglia bianca con del pizzo sull'orlo e sulle maniche tre quarti. Aveva davvero buon gusto, bisognava ammetterlo.

Mi presi del tempo per asciugare i capelli e truccarmi. In fondo che fretta avevo?

Beth apparve in tutto il suo splendore, poggiata allo stipite della porta del bagno. Aveva le braccia incrociate davanti al petto e mi osservava stendere il mascara sulle ciglia.

Si mise dietro di me. Sistemò meglio i capelli, passandoci in mezzo le mani. Fermò delle ciocche con un nastro rosso e oro dietro la nuca. Non ne capivo l'uso. Sembrava una cosa superflua e da bambina.

«Sono i colori della nostra squadra...» spiegò senza che avessi formulato a parole la domanda. Lei aveva indossato degli orecchini a forma di fiocco dello stesso colore del mio. «Mettiti le scarpe che dobbiamo andare, sennò non troveremo più parcheggio...» infilai diligentemente i sandali con la zeppa che trovai in stanza. Ma prima di uscire di casa dovevo mettere in pratica la mia idea.

«Dammi cinque minuti, prima di andare devo fare una cosa...» Beth acconsentì senza fare domande. «Ah, andiamo con la mia macchina...» la avvisai prima di scendere al piano di sotto e uscire di casa.

*

Trovare parcheggio non fu troppo complicato. Posteggiai di fianco al suv di Tyler.

Prima di scendere dall'auto Beth si mise del gloss lucido sulle labbra e lo passò a me. Scossi la testa, non volevo avere le labbra appiccicose. Non desistette, così alla fine me lo misi senza fare storie. Era rosso e metteva in risalto la mia bocca. Anche troppo per i miei gusti. Mi strizzò l'occhio, in segno di approvazione.

Entrammo nel cancello principale, seguendo il percorso per arrivare alle gradinate. Scendemmo verso il basso, avvicinandoci il più possibile al campo. Osservai tutta quella distesa verde che avevo sotto gli occhi.

Il campo di football era enorme. I numeri bianchi impressi sull'erba spiccavano particolarmente bene. Dovevano averli appena ripassati.

«I ragazzi stanno salendo per salutarci, prima che la partita inizi...» non dovetti neanche chiedere di quali ragazzi parlasse. Vidi arrivare prima Josh che abbracciò subito la sua ragazza, poi vidi Brian puntare dritto nella mia direzione. Speravo salisse Tyler non lui, ma la mia era solo una vana speranza.

Si fermò ad un passo da me, aveva già indosso la divisa. Non si poteva di certo dire che fosse un brutto ragazzo. Infatti non mi lasciò insensibile a quella vista. Iniziai ad avvertire un calore sul viso e al basso ventre. Era una strana reazione, mai provata prima.

Non sapevo come avrei dovuto salutarlo, anche lui sembrava trovarsi nella mia stessa situazione.

«Mi hai fatto preoccupare tanto, non avevo nemmeno il tuo numero ed ero inchiodato qui per l'allenamento pre-partita...» confessò in un sussurro, rompendo il ghiaccio.

«Perché ti sei preoccupato tanto?» volevo sapere, non capivo il perché di tanto interessamento.

«Perché sì...»

«Sai che non è una vera risposta, vero!?» sorrise invece di rispondermi. Il suo sguardo si spostava dai miei occhi alle mie labbra, lo faceva in continuazione. Perché mi fissava in quel modo? «Mi dispiace di averti fatto preoccupare, non volevo distoglierti dall'allenamento! Ora però se ti serve hai il mio numero...» le mie parole erano sincere. Mi dispiace far preoccupare le persone per me.

«Sì, mi è andata bene...» concordò.

«Dopo la partita ho una sorpresa per te e anche per Tyler...»

«Non mi vuoi anticipare niente?» domandò incuriosito. Scossi la testa. Volevo che la sorpresa restasse tale, fino al momento opportuno. «Dammi almeno un bacio di incoraggiamento! Non pensi che io meriti un piccolo anticipo?» la sua richiesta mi lasciò un attimo sbalordita. Perché voleva un bacio da me? Magari si trattava di un rituale che faceva con tutte le sue amichette, prima di una partita. Non ero sicuramente come loro, ma avrei potuto accontentarlo. Cosa c'era di male in un semplice bacio sulla guancia? Perché era questo quello che intendeva, vero?

«Ho il rossetto, ti sporcherei tutta la guancia...» provai a dissuaderlo. Tirandomi indietro in maniera celata.

«È quello che voglio! Le tue labbra impresse sulla mia pelle, sono sicuro che mi porteranno fortuna...» mi avvicinai piano a lui. Non c'era molta distanza tra noi. Anche se indossavo dei sandali alti, lui riusciva a superarmi comunque. Quindi dovetti mettermi in punta di piedi, tenendomi alle sue spalle forti per non rischiare di cadere.

Appoggiai delicatamente le mie labbra sulla sua pelle. Il suo buon odore mi colpii, lasciandomi leggermente stordita. Avvertii la stretta delle sue mani, a trattenermi i fianchi. La sue presa era ferma e dolce su di me. Sentii di nuovo i brividi scendermi lungo la schiena e una strana sensazione si impadronì del mio stomaco.

Solo allora mi scostai. Ero sicura di essere diventata dello stesso colore, del mio nastro per capelli.

«Avete finito? Dobbiamo andare capitano!» Josh ci richiamò alla realtà. Chissà per quanto tempo ci avevano osservato lui e Beth. E chissà quanti strani e ambigui pensieri si erano fatti. In fondo era stato un semplice bacio sulla guancia.

Le mie labbra erano impresse sul volto di Brian. La sensazione che avevo avvertito allo stomaco, era mutata in un sfarfallio. Come se lì dentro ci abitasse uno sciame di farfalle. Non capivo perché riusciva a farmi sempre un certo effetto. Di sicuro dipendeva dal fatto che eravamo due perfetti estranei.

Il fatto che non cercò di pulirsi mi stupii. Non cercò nemmeno per un momento, di nascondere il segno che avevo lasciato e se possibile il suo sorriso, pareva essere più radioso di prima. Ero sicura che fosse solo una mia semplice suggestione.

Tornarono in campo, scendendo le gradinate. Prima di andarsene Brian mi aveva sorriso, era bellissimo il modo in cui lo faceva. Mi ricordava qualcosa, ma non sapevo di preciso cosa. Non riuscivo a metterlo a fuoco.

Beth s'insinuò nei miei pensieri, indicandomi qualcuno in mezzo al campo che si sbracciava nella mia direzione. Era Tyler che cercava di salutarmi. Ricambiai di rimando con un gesto della mano.

«Cos'è appena successo tra te e Brian?» chiese subito curiosa come sempre.

«Voleva un bacio portafortuna, tutto qui. Non vederci cose che non ci sono...» la avvisai con aria seria. Non volevo fraintendimenti.

«Vogliodirti solo una cosa e poi smetterò di impicciarmi almeno per il momento...» restòun attimo in silenzio prima di continuare. Come per pensare bene a quello chestava per dire. «Sta andando in giro con le tue labbra stampate addosso, senzapreoccuparsi di toglierle e se Josh non l'avesse chiamato, non so se sarebbeandato via molto presto. Ragionaci un po' su...» mi consigliò, lasciandomi ariflettere sulle sue parole.

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