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Capitolo 10 Nulla dura per sempre

Il martedì è arrivato in fretta.
Oliver è riuscito nel test di matematica, ed è fiducioso nel risultato.
Nonostante il nervoso non lo abbandoni da tre giorni.
Prima di uscire dall'aula, si volta ancora una volta verso il banco di Emma, vuoto.
E da quel contatto di sabato che non la vede.
E persino andato al locale, senza risultati.
Per non parlare di Sofia, ha provato persino con lei mandandogli un messaggio e chiedendole di Emma durante la pausa pranzo di ieri.
Ricevendo la stessa risposta.
"Se lei non c'è, non c'è.
Quindi non rompere il cazzo."
Per poi andarsene via, senza dargli modo di rispondere.
Facendogli salire ancora di più il nervoso.
Quella ragazza gli ha toccato corde, che non sentiva vibrare da tempo.
E ora sembra scomparsa nel nulla cazzo.
Da quel contatto, continua a pensare a quel bacio mancato.
Che ormai è diventata una ossessione.
Non è amore, ne affetto.
Ma una attrazione pericolosa.
Una ossessione che porta all'insonnia, nervoso e desiderio.
Brama la sua pelle, per il semplice concetto di non poterla avere.
"Mi spieghi che cazzo hai Oliver?
Sembri mestruato cazzo."
Gli urla dietro Rayan, seguendolo verso l'armadietto.
Senza però ricevere risposta.
Come può spiegare cosa sente?
Come può dire ai suoi amici che desidera ardentemente la pelle della sua tutor.
La stessa che loro credono ancora una stronza.
Mentre la realtà non potrebbe essere più lontana.
"Cazzi miei."
Apre lo sportello con rabbia, buttandoci dentro tutti i libri inutili.
Una volta finito, l'occhio gli cade a terra, dove un foglio è appena scivolato dal suo armadietto.
- Vediamoci dopo gli allenamenti al pub.
By Emma.-
Questo è davvero il colmo.
Prima scappa via, sparisce per giorni e ora pretende che lui esegua gli ordini come un fottuto cane?
Accartoccia il bigliettino, buttandolo nel primo secchio disponibile.
Non starà ai suoi comodi, col cazzo che ci  andrà.
"Andiamo a mangiare.
Abbiamo bisogno di energie, altrimenti il coach oggi ci distrugge."
Consiglia Owen, osservando l'amico ancora nervoso.
Sospirando amareggiato.
Ormai è da troppo che lo vede in questo stato.
E, ad essere sinceri, gli manca la leggerezza e allegria che ha perso.
Il pranzo si conclude velocemente.
Rayan fa di tutto per far sorridere l'amico, inventando sul momento le peggior battute.
Ma inutilmente.
Oliver non li sta nemmeno ascoltando.
Continua a mangiare in silenzio, fissando il tavolo dove ci sono solo Sofia e Lucas.
I due amici capiscono che qualsiasi cosa stia succedendo, riguarda la Lopez.
Ed è ora di venire a capo di questa storia.
Una volta negli spogliatoi, aspettano che tutti escano, per chiudere la porta.
Mettendo in trappola Oliver, che si sta ancora preparando.
"Lo facciamo per lui."
Sussurra Rayan, mentre Owen annuisce d'accordo.
"Andiamo?"
Oliver si presenta davanti a loro, sembrando molto più minaccioso con la divisa da football.
"Prima ci spieghi che cazzo ti sta succedendo.
Altrimenti non esci da qui."
Lo ferma Rayan, appoggiandosi con la schiena alla porta d'uscita.
Facendo spalancare gli occhi a Oliver.
"Sapete perché sono nervoso.
Quindi levatevi dai piedi."
Stringe la presa sul casco, illudendo alla storia degli incontri.
Non convincendo però i due amici.
Sanno che non è il suo unico problema.
E, non sanno come, sanno che c'entra la Lopez.
"Non prenderci per il culo Oliver.
Non è solo quello cazzo."
Owen vorrebbe mantenere un tono calmo e rassicurabile.
Ma in realtà la sua voce trasuda rabbia e delusione.
Delusione perché l'amico non si confida più con lui.
"Non so di che cosa state parlando."
Al contrario di Owen, Rayan sospira rassegnato.
Conosce bene Oliver, e sa che non parlerà mai se messo alle strette.
Anzi, si chiuderà ancora di più.
Posando una mano sulla spalla di Owen, attira il suo sguardo.
"Lascialo stare, se non si fida di noi, non possiamo farci nulla."
La tristezza nella voce dell'amico, fa ingoiare a vuoto Oliver.
Che si sente un pezzo di merda per aver trattato così le uniche due persone che gli vogliono davvero bene.
I fratelli, che l'hanno sempre sostenuto, e mai abbandonato.
Con cui ha condiviso risate e lacrime.
Con cui ha diviso una vita.
Che l'hanno saputo consolare e prendere a calci quando sbagliava.
Spinto dal rimorso, dalla vista di loro che se ne vanno.
Finalmente sfoga tutto ciò che sente.
"È colpa della Lopez.
Mi sta fottendo il cervello."
I due amici, soddisfatti di aver centrato il punto.
Richiudono la porta, pronti ad ascoltarlo.
Soprattutto grazie ai dieci minuti di anticipo sugli allenamenti.
Si siedono sulla panchina.
Osservando l'amico fare avanti e indietro, passarsi una mano tra i capelli con nervoso.
"Non è vero che fa schifo come tutor.
Anzi..."
Con un senso di libertà gli racconta ogni cosa.
Dalla prima lezione, lo scontro avvenuto fuori dal locale, il litigio in biblioteca, l'aiuto che gli ha proposto in quello spogliatoio.
Fino ad arrivare al quel maledetto bacio mancato.
"Non è la prima volta che ho sentito quel brivido..."
Continua, raccontando di quel contatto avvenuto dopo i risultati del test.
Raccontando di quei brividi, che credeva di aver sentito solo lui.
Fino a giustificarlo come una illusione dovuta all'euforia.
"Ci stai dicendo che sei innamorato amico?"
Fino ad ora i suoi amici l'hanno ascoltato in silenzio.
Senza giudicare o chiedere nulla.
Ma, vedendo lo scintillio nei suoi occhi, il dubbio è doveroso.
"Non dire cazzate Owen, l'amore non c'entra un cazzo."
È sincero, non crede in quel sentimento.
E sa di non provarlo per Emma.
Quello che sente è diverso da quel sentimento camuffato da buoni propositi.
"È diverso.
Lei è adrenalina in vena, è mistero.
Una scatola cinese senza istruzioni.
Con la sua freddezza, incendia ogni mio desiderio.
Lei è la mia eroina."
E con l'ultima frase ha detto tutto.
Perché gli amici sanno bene cosa significa.
Sopra tutto Rayan, che ci sta passando con Sofia.
"Sei andato in fissa amico.
Non credi sia solamente perché è una tipa difficile?"
Owen dei tre è quello più casinista.
Ma anche più rigido per quanto riguarda situazioni come queste.
"Forse è proprio questo il punto.
La vedo come una terra inviolata, una preda impossibile.
E questo aumenta il mio bisogno di averla."
La situazione sembra abbastanza semplice.
Lui vuole ciò che non può avere.
E il suo carattere testardo non aiuta.
Oliver è sempre stato così.
Quando si impunta su una cosa, nulla riesce a farlo desistere.
"Ok, sai che siamo con te.
Ma non fare cazzate Oliver.
Se, come dici tu, finalmente hai trovato qualcuno che ti fa alzare la media.
Non mandare tutto a puttane per un capriccio."
Detto questo, concludono lì la discussione, perché chiamati a gran voce dal coach.
Oliver ripensa alle parole di Owen per tutto l'allenamento.
E non può che dargli ragione .
Se dovesse riuscire ad averla carnalmente, per poi abbandonarla.
Perderebbe l'unica possibilità di riuscire nel suo intento.
Cioè uscire da questo istituto e diventare giocatore professionista.
Negli allenamenti ci mette anima e corpo.
Godendo nell'euforia che gli dà il gioco.
E decide che ha ragione l'amico.
Non rinuncerà a questo, per una scopata.

Dopo l'allenamento, hanno deciso di prendere qualcosa al bar lì vicino.
Ha già un'ora di ritardo per l'appuntamento con la Lopez.
Ma se ne frega, oggi non vuole vederla.
Uno, perché non è il suo cazzo di cagnolino.
Due, crede sia meglio averla lontana finché può.
"Ecco a voi ragazzi."
Una cameriera davvero carina, gli porge sul tavolo tre birre.
Lasciando qualche occhiata allusiva a Oliver.
Un pensiero ce lo farebbe volentieri.
È il suo tipo, molto lontano da ciò che vuole avvitare.
Quindi, perché no?
Ma, nel momento in cui si prepara a cacciare, il suo telefono prende a squillare.
In genere non risponde ai numeri sconosciuti.
Ma oggi sente che è qualcuno di importante.
Così, abbandonando l'idea di caccia e risponde alla chiamata.
"Pronto."
Dall'altra parte c'è esitazione, per qualche secondo.
"Oliver, sono Emma."
Merda, allora ci fa a posta.
Quando lui decide di non cercarla.
Lei appare a suo piacimento.
"Cosa vuoi?"
Mostra tutta la sua freddezza.
Anche se sa che non può negare a suo stesso, quanto la sua voce lo attiri.
Quanto l’abbia cercata in questi giorni.
"Volevo sapere se potevi raggiungermi qui al locale."
Stranamente è tranquilla.
Non lo sta umiliando come il loro primo incontro in biblioteca.
Ma ciò non fa demordere Oliver dalla sua idea.
"No."
Gli risponde duro e freddo.
Pronto a chiudere la chiamata
Ma lei attira nuovamente la sua attenzione.
"Si tratta dell'aiuto di cui ti parlavo sabato sera."
E ora Oliver si ritrova a un bivio.
Continuare a evitarla, perdendo forse un valido aiuto.
O correre da lei, sperando che sappia cosa stia facendo.
Guarda gli amici, come a cercare una risposta.
Come se loro potessero davvero capire e dirgli cosa fare.
I due, capiscono a lunghe linee cosa sta succedendo e non sanno davvero cosa fare.
Se non annuire e dirgli che vanno con lui.
Almeno così potranno fermarlo da fare cazzate.
"Vengono con me anche i ragazzi."
Si, è la scelta giusta.
I suoi amici sapranno fermarlo dal fare cazzate.
"Perfetto.
Vi aspetto qui."
Chiudono in contemporanea, rimanendo entrambi con il fiatone.
Come se questa chiamata avesse per entrambi un grosso peso.
Forse per lo stesso motivo.
"Sta tranquillo Oliver.
Non vi perderemo un attimo d'occhio."
Lo rassicura Rayan, facendolo sentire ridicolo.
È arrivato al punto di aver bisogno di due babysitter, altrimenti rischia davvero di combinarla grossa.
Quella sensazione non l'ha ancora abbandonato, e ha la quasi certezza che se rimanesse solo con lei, cadrebbe al desiderio.
"E meglio andare."
Con amarezza lasciano le birre a metà sul tavolo, con una buona mancia alla cameriera.
Magari potrà ripassare verso sera, ancora ci spera.
Comunque.
Arrivano davanti al pub in meno di venti minuti, grazie alla mancanza di traffico dovuto all'orario.
Appena parcheggiano è impossibile non vederla.
In piedi davanti al locale, è troppo presa dal telefono per rendersi conto di loro.
Di lui.
Di lui che la guarda, cercando di trattenere il respiro.
Le immagini in testa, ora sembrano spezzoni di un film che si ripetono senza pietà, senza un ordine.
Cazzo, gli sembra quasi una malattia.
Di quelle che ti segnano, di quelle a cui non c'è cura.
"Eccovi, ho preferito aspettarvi fuori."
Se ne esce così, dopo giorni di assenza, se ne esce così.
Dopo averlo avvelenato, se ne esce così.
Quasi a volerlo indurlo a odiarla.
Si, la odia.
La odia perché mentre lui ha un argano nel cervello, lei sembra rilassata.
Perché non è giusto che lo scombussoli così, rimanendo illesa.
"Bene.
Allora?
Come intendi aiutarmi?"
Nasconde quanto averla davanti lo disorienti, preferendo arrivare dritto al punto.
"Seguitemi."
Entrando nel locale, li invita a fare altrettanto.
La stanza è vuota, se non per  due cameriere che stanno pulendo i tavoli.
Sicuramente preparandosi per l'apertura serale, dato che sono già le 18:00.
"Ei Al."
Urla Emma, richiamando l'attenzione dell'uomo dietro il bancone.
Oliver lo riconosce subito, è l'uomo che ha conosciuto la sera in cui è stato qui.
Ma cosa c'entra lui in tutta questa storia?
"Ei bambina, vuoi fare una festa e non mi hai detto nulla?"
Sorride, salutandola con un bacio sulla fronte.
Usando una intimità, che dimostra che i due sono più di semplici capo e cameriera.
"In realtà ho bisogno di un aiuto.
O meglio, che aiuti lui."
Inizia un gioco di sguardi, che nessuno capisce.
Tranne loro.
Emma passa lo sguardo da Oliver a una porta sul retro.
E sa di non aver bisogno di dire altro.
"No Emma, non se ne parla.
Sai che non addestro reclute da anni."
Reclute?
Cosa intende, che cosa sta succedendo?
Oliver guarda lei, cercando di entrare nella sua testa.
Iniziando persino a pensare che tutta questa storia sia una perdita di tempo.
"Mi devi un favore Al.
Ti devo ricordare il pastificio che hai combinato il 26 novembre dell'anno scorso?"
Sorride soddisfatta, sapendo che lui non si tirerà indietro.
Quel giorno era il suo anniversario con la moglie, e lo aveva dimenticato.
Sapendo quanto sia "pericolosa" Diana, la sua amata moglie, era andato in panico.
Ed era stato compito di Emma organizzare qualcosa di speciale, spacciandolo per lavoro di Al.
Insomma gli deve un grosso favore, infondo l'ha salvato da una litigata di livello atomico.
"Sei una perfida ricattatrice."
Gli sussurra a denti stretti, facendo sorridere ancora di più lei.
Che ormai sente di averlo in pugno.
Al si allontana da lei, per girare intorno ad Oliver.
Studiandolo.
Cercando di capire se ne vale la pena.
"Va bene, andiamo."
Si incammina verso la misteriosa porta, seguito dai due amici curiosi.
Anche Emma lo sta per fare, quando il suo polso viene afferrato da Oliver.
"Non credi di dovermi spiegazioni?
Non puoi ordinarmi di venire, parlare per me, senza farmi capire un cazzo."
Le parla a bassa voce, ma senza risparmiare la rabbia.
Il nervoso che le ha provocato essere trattato come un ragazzino.
"Hai ragione.
Ma dovevo essere sicura che avrebbe accettato."
Si libera dalla presa, passandosi la mano nei capelli.
Cercando di mantenere la calma, maledicendosi per la sensazione che sente con un solo tocco.
"Al è un ex comandante delle squadre speciali dell'esercito.
Se c'è qualcuno che può aiutarti, quello è lui."
Cazzo, non può crederci.
Quel barista presuntuoso, è un ex comandante?
E perché si sorprende?
Questo è un locale per militari, non è così straordinaria la sua presenza.
"Tu ti fidi?
Pensi sia la persona giusta?"
Le sussurra con più calma, mettendo nelle sue piccole mani il suo futuro.
Fino ad ora Emma non l’ha mai deluso, quindi vuole fidarsi ancora una volta.
"Ne sono sicura.
Altrimenti non sarei qui."
E lei accetta quel peso, la responsabilità del suo futuro.
Avendo fiducia, ma non in Al, ma in lui.
Si limita ad annuire Oliver, seguendola dietro il tendone del "the Memory pub".
Si affacciano su un teatro inusuale per un pub.
Una grossa palestra arrangiata tra sacchi, attrezzi e manichini.
Illuminata a neon e silenziosa, nascosta dal quel sottofondo musicale della sala.
"Allora ragazzo."
Al richiama il suo sguardo, alzando le maniche della camicia fino al gomito.
Mostrando le braccia completamente ricoperte di tatuaggi.
"Fammi vedere cosa sai fare?"
Con le mani sui fianchi, aspetta solo che il ragazzino si faccia avanti.
Oliver scambia un ultimo sguardo con Emma, che sembra gridargli di andare.
Di farsi valere.
Si toglie velocemente la felpa, rimanendo in canottiera, abbandonando il borsone dove capita.
Pronto a scoprire se Al è così bravo come Emma dice.
I primi sono semplici colpi di tecnica, che annoiano presto Al.
Che vuole vedere cosa abbia visto in lui Emma.
"Forza ragazzino.
Mostrami quanto puoi incazzarti.
Forza."
Aumenta di poco la forza, facendo innervosire Al, che inizia a pensare che il ragazzino lo stia prendendo in giro.
Con una mossa veloce, Oliver si ritrova con la presa del più grande intorno al collo.
"Forse Emma si sbaglia.
Non sei all'altezza."
Gli occhi di Oliver diventano più oscuri e profondi, liberando tutta la rabbia che può contenere quella frase.
Si libera dalla presa, sfogando nei colpi tutti i ricordi che portano quella frase.
I compiti che portava a casa, che non erano mai all'altezza delle aspettative del padre.
Gli sport praticati, senza avere mai più di un contentino.
Non era mai all'altezza.
Le partite di baseball vinte, ma mai altezza, mancava sempre qualcosa.
Le domeniche passate su un campo, sotto la pioggia di autunno.
Con il padre che gli urlava di fare di più.
Che non sarebbe mai stato all'altezza.
Non sei all'altezza, se l’è sentito dire per tutta la vita.
Ma ora basta, ora lo sarà.
E lo sarà per tutto questo cazzo di mondo.
Colpisce con forza, con pugni e calci, sbattendo contro i palmi di Al, che sembrano di acciaio.
Trattiene il respiro, vivendo di rabbia, di fuoco che scorre nei polmoni.
Al vede negli occhi del ragazzo ciò che sta passando.
Vede la bomba che lui stesso a innescato.
Quanto il ragazzo si stia autodistruggendo.
Quanto abbia bisogno di essere aiutato, nonostante sia troppo arrogante per ammetterlo.
Così decide di fermarlo.
Riesce a prendergli i polsi, lo fa girare di schiena, bloccandogli le braccia a x sul petto.
Oliver è ancora sotto il controllo della rabbia, e fa di tutto per liberarsi.
Inutile contro un ex militare.
"Calmati figliolo.
Mi sbagliavo, tu vali il suo sguardo."
Alzando gli occhi davanti a sé, capisce cosa intende dire.
Emma lo sta guardando, con le mani strette davanti a sé, sembra tifare per lui.
Credere in lui.
Come in pochi hanno mai fatto in vita sua.
Sentendolo più calmo, allenta la presa.
Osservando con più attenzione il ragazzino.
Un mix di rabbia e ripianti, che combatte come se ne dipendesse la sua vita.
Un’anima nobile e guerriera, dietro una maschera di indifferenza e arroganza.
Emma ha visto in questo ragazzino, quello che il padre di lei ha visto in lui tanto tempo fa.
Dimostrando ancora una volta quanto lei sia simile al padre, almeno per quanto riguarda il carattere.
"Bene, mi piaci sempre di più ragazzo.
Ti voglio qui tutti i giorni alla stessa ora."
Sotto lo sguardo un po' sconvolto di Oliver, si rimette apposto le maniche della camicia, per poi superarlo facendogli l'occhiolino.
"E ora vi offro da bere, ci vuole dopo questa sfuriata."
Alla proposta dell'uomo, i due amici si dimenticano del perché sono lì.
E lo seguono all'interno del locale.
Lasciando i due pericolosamente da soli.
"Tutto bene?"
Gli chiede avvicinandosi cauta a lui.
Vedendolo confuso da tutto ciò che è successo.
"Non ne ho idea.
Ma hai ragione, è bravo in ciò che fa."
Lei sorride, sollevata di vedere che sta bene.
O almeno da dimostrarsi tale.
Gli passa una bottiglietta d'acqua, che Oliver accetta volentieri.
Sentendo solo ora la fatica e la gola ardere.
"Tranquillo, non c'ho messo nulla."
Ridacchia lei, alludendo alla disavventura di qualche giorno prima.
Sedendosi su una panchina poco lontano.
"Non credo lo avresti fatto in un posto del genere.
Insomma in un pub per militari."
Tiene il gioco, sedendosi accanto a lei.
Ridacchiando sollevato.
Improvvisamente l'aria è diventata leggera, piacevole.
Silenziosa.
"Allora Emma Lopez.
Cosa c'entra una secchiona come te, in un posto come questo?"
Allunga le braccia, indicando più che il luogo, la realtà in cui si trovano.
E, al contrario di ciò che credeva, Emma gli risponde con sincerità.
"Mio padre è un militare.
Comandante attivo, in questo momento in Iraq.
Quando ero piccola, con mia madre vivevamo con lui in caserma, perciò passavo i pomeriggi a vedere le reclute allenarsi, imparando qualche trucchetto, che non ho mai avuto possibilità di mettere in atto."
Ridacchia lei, cercando in tutti i modi di non incrociare i suoi occhi.
Che la guardano increduli, non aspettandosi minimamente questa sfumatura di Emma.
In silenzio, attende, non volendo rischiare di farla richiudere a riccio.
"Quando poi è nato mio fratello, mio padre è stato richiamato in campo.
E noi abbiamo preferito trasferirci qui.
Con il risultato che vediamo mio padre ogni sei mesi, se siamo fortunati."
Sorride lei, nascondendo però tanta amarezza
Si vede che ,al contrario di Oliver, ha un bel legame con il padre.
E che gli manca da morire.
Seguendo un istinto sconosciuto, le accarezza una guancia, spostandole una ciocca dietro l'orecchio.
Richiamando i suoi occhi lucidi, che nascondono in un angolo una lacrima.
"Sei una persona bellissima Emma."
E lo pensa davvero.
La vede bellissima sia esternamente che internamente.
La vede piena di luce, che esplode verso l'esterno.
E non dirlo gli è impossibile.
Le labbra si sono mosse da sole.
E ciò che accade, è inevitabile.
La bacia.
Un gesto veloce, un gesto impaurito che lei possa scappare di nuovo.
La bacia, assaporandola finalmente.
Sentendosi un ricercatore, davanti al più grande tesoro.
Le sue labbra sono morbide e carnose.
Gentili fanno entrare la sua lingua, che non ne è altrettanto cortese.
Appena gusta il suo dolce sapore, una scintilla si accende nel petto di lui.
Che lo spinge ad approfondire questo bacio nato gentile.
La mano dalla guancia, si sposta velocemente sulla nuca.
Stringendo la presa tra i suoi capelli.
Ingoiando un sospiro dalla sua dolce bocca.
È una sensazione fantastica sentirla così vicina.
E invece di saziarlo, aumenta la sua fame.
Più la bacia, più la vuole baciare.
Ormai drogato dei suoi baci.
Le dita di lei scorrono tra i suoi capelli, accarezzandolo con delicatezza.
Creando un contrasto pericoloso contro la sua presa passionale e dura.
Uno scontro tra la delicatezza di lei, e la durezza di lui.
Un mix peggiore di Mentos e coca-cola, esplosivo.
"Ei, vi stiamo  aspett...
OH CAZZO."
La voce di Rayan, interrompe il loro bacio.
Lasciando sulle labbra un sorriso innocente.
"O merda.
Merda.
Merda..."
Continua a ripetere Rayan, tornando in sala, capendo di aver fallito miseramente nella loro missione.
Ma cazzo, sono bastati pochi minuti perché capitasse il guaio.
Chi lo poteva immaginare?
Intanto, i due rimasti nuovamente soli, ridacchiano della reazione della amico.
Forse non realizzando ancora cosa sia appena successo.
O forse vogliono semplicemente lasciare quel bacio nel limbo, dove entrambi non possono riprenderlo.
"Sarà meglio andare.
Tra poco devo attaccare a lavoro.
Ci vediamo domani."
Lo saluta, come se fosse nulla Emma.
Lasciandolo solo, come è ormai è abituata fare.
Ma questa volta non lo lascia amareggiato.
Ma con un sorriso soddisfatto, e la voglia di baciarla ancora....
Questo piccolo bacio, è solo l'inizio di un desiderio ancora più grande.

Alla fine del suo turno serale, Emma torna a casa con un dolce sorriso.
Che non l'ha lasciata tutta la sera.
Per la prima volta dall'inizio della terapia, sente emozioni senza che esse sconvolgano il suo corpo.
Ed è una sensazione bellissima vivere senza stare male.
Ma purtroppo, nulla dura per sempre.
Anzi a volte dura troppo poco.
Entrata in casa, trova la madre seduta al tavolo della cucina, con le mani tra i capelli.
Davanti a lei una lettera bagnata di lacrime.
"Che succede mamma?"
Subito Emma sente la preoccupazione.
Il primo pensiero è che riguardi suo padre.
Ma, anche se non riguarda lui, non sono comunque buone notizie.
"Hanno bocciato la sua iscrizione.
Tutta la fatica fatta da tutti noi, per nulla.
Lui l’ha rifiutato."
Emma afferra con rabbia la lettera.
Una lettera troppo formale, che dichiara che non possono accettare la iscrizione del fratello più piccolo.
Iscrizione per lui, molto importante.
Riconosce immediatamente la firma sul documento.
O meglio il cognome del mandante.
O lo collega subito al messaggio ricevuto il giorno prima.
-Se vuoi, sai cosa fare. -
Ecco cosa intendeva quel bastardo.
Ecco cosa voleva dire con quelle fottute parole.
L'occhio le cade di istinto sulla borsa, dove sa trovarsi quelle fottute pillole che la spengono.
"Tranquilla mamma.
Risolverò tutto."
Le dà le spalle, afferrando con rabbia la borsa.
Lasciando la madre con l'amaro in bocca.
Perché sa bene che decisione ha preso la figlia.
E sa che dovrebbe fermarla, ma non lo fa.
Chiudendosi la porta dietro le spalle.
Emma si siede sul letto, con in una mano il telefono e nell'altra il flaconcino.
Senza pensarci troppo, ne ingoia due, per poi rispondere a quel maledetto.
- Sono tua.
Convinci tuo padre.-
Senza aspettare risposta, lancia via il telefono, per poi sdraiarsi, lasciando che la empatia la ingoi.
Nascondendosi nel ricordo di quel bacio da favola.
L'unica cosa che la sosterrà nella sua rovina.
Insieme al pensiero che il fratello avrà una vita migliore.
Rinunciare alla propria vita, per migliorare quella di chi si ama.
Infondo anche questo è amore...

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