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Lyra Rogers

Duemila.

Duemila era il numero dei passi che dividevano la scuola che frequentavo da casa mia.

Duemila erano i passi che mi separavano dal mio inferno quotidiano, anche se solo per qualche ora.

Duemila era l'anno in cui iniziò il mio calvario.

Avevo sei anni e il mio fratellino Toby, 4. Erano circa le dieci di sera e, mentre nostra madre ci raccontava una favola per farci addormentare, sentimmo una porta sbattere e delle urla. Io e Toby ci spaventammo molto, tant'è che lui inizio a piangere; ma nostra madre cercò di tranquillizzarci e scese al piano di sotto a capire come mai nostro padre stesse urlando a quel modo.

Capii che non sarebbe finita bene e abbracciai Toby per proteggerlo e farlo calmare.

Stavo percorrendo quella strada con delle mie compagne di scuola che abitavano nei pressi di casa mia. Come al solito, ero immersa nei miei pensieri e non stavo prestando attenzione ai loro discorsi frivoli e a quanto pare tanto entusiasmanti.

La mia mente era occupata dalle immagini della violenza che avevo subito recentemente: la sera prima mio padre tornò nuovamente a casa ubriaco e iniziò a picchiare mia madre. Non era la prima volta che la picchiava o che picchiasse me, ma quella volta avevo davvero il terrore che potesse lasciarla a terra priva di vita.

Intervenni e cercai di dividerli, ma ricevetti solo uno spintone che mi fece andare a sbattere con la schiena contro il bordo del tavolo. Caddi a terra e quando mi girai, vidi Toby con uno sguardo arrabbiato, gli arti irrigiditi e le mani serrate a pugno. I suoi soliti tic erano aumentati come ogni volta che veniva colto dalla rabbia, e tremava visibilmente.

- Torna in camera tua, Toby - gli sussurrai sorridendo debolmente per tranquillizzarlo e fargli capire che andava tutto bene anche se non era così.

E lui lo sapeva bene, ormai aveva 17 anni e non era più un bambino.

Si avventò su nostro padre e iniziò a tirargli dei pugni, mentre cercavo invano di fermarlo. Lui, però, lo prese per un polso scaraventandolo a terra e iniziò a tirargli dei calci sulle costole.

- NO! - urlai scoppiando a piangere e a singhiozzare.

Nostra madre mi portò in camera mia, mi abbracciò per poi guardarmi con uno sguardo preoccupato e gli occhi gonfi di lacrime, e tornò di sotto per separarli.

Non riuscii a chiudere occhio per tutta la notte e stamattina uscii più presto del previsto, senza far rumore, per scappare da quel posto.

Un tocco sul braccio mi fece sobbalzare.

- Lyra è tutto okay? -

- S-si... -

- Sembri spaventata -

- I-io... ma no no ragazze, è tutto okay - falsai un sorriso per convincere le mie amiche.

- Comunque, Abby darà una festa domani sera, tu verrai? - mi chiesero.

Ecco allora qual'era il motivo di tanta eccitazione. Abby dava feste ogni anno e invitava sempre un sacco di gente.

- Io veramente non credo che... -

- Eddai Lyra! Ci sarà un sacco di gente! -

- Mio frat... -

- Smettila di pensare a Toby per due minuti. Anche tu hai bisogno di divertirti. Eddai! - mi supplicarono.

Nel frattempo ero arrivata a casa mia. La casa blu con gli infissi bianchi, tanto carina quanto agghiacciante.

Per i vicini, quella casa ospitava una famiglia tranquilla e felice. Non sapevano quanto si sbagliassero.

- Io... ci penserò su - sorrisi ed entrai in casa mia lasciandole senza possibilità di proferire altre parole.

Quella festa non mi interessava per niente, perché sarei dovuta andarci? Potevo starmene tranquillamente per i fatti miei, come ogni fine settimana.

Il laghetto vicino casa, era la mia meta preferita. Perché avrei dovuto rinunciare alla bellezza della natura per una festa piena di adolescenti ubriachi e con gli ormoni a mille?

Andai direttamente in camera mia, ma venni attirata da una voce.

- Lyra... - mi chiamò debolmente.

- Toby? - era sulla porta della sua camera - c'è qualcosa che non va? - gli sorrisi, ma ero preoccupata.

Aveva molte malattie e non volevo perderlo per colpa di una di esse.

Toby si avvicinò e mi strinse in un abbraccio. Gemetti per il dolore al contatto delle sue braccia con il livido che avevo sulla schiena, ma ricambiai ancora più preoccupata. Lui se ne accorse e mi lasciò.

- Ti fa a-ancora male? - chiese seriamente mentre dei tic gli percorrevano il braccio destro.

- N-no.. .- mentii - cosa c'è che non va, Toby? Ti sei sentito male? Devo chiamare la mamma? - spostai il centro della conversazione su di lui per evitare altre domande.

- No, s-sto bene. V-vol... volevo solo sapere co-come stavi -

- Sto bene - gli sorrisi -ti va di andare al lago? -

Lui sorrise lievemente e annuì.

Uscimmo di casa e ci incamminammo nel bosco che costeggiava la strada e si prolungava fin dietro le case del nostro quartiere. Ci piaceva camminare lì, eravamo liberi e potevamo starcene tranquilli per un po'.

Toby non usciva molto, così ero felice quando accettava. Lo facevo svagare e lo tenevo lontano da nostro padre e da casa nostra.

Ultimamente, però, il bosco per me non sembrava così tranquillo. Ogni volta che mi ci addentravo, sentivo un ronzio fastidioso, come un rumore di interferenza tra apparecchi elettronici, e sentivo le forze mancarmi.

Molte volte eravamo tornati indietro senza arrivare al nostro lago, poiché Toby si preoccupava troppo; ma di solito cercavo di resistere per lui.

Come le volte precedenti, iniziai a tossire e sentii la testa girare.

- L-Lyra... vuoi che t-torniamo indietro? - si avvicinò preoccupato.

- No, sto bene - sorrisi - proseguiamo.

Toby era titubante, ma accettò e continuammo a camminare finché non arrivammo.

Passammo il pomeriggio a parlare seduti vicino al bordo del lago, lanciando dei sassolini in acqua.

Fu una bella giornata, e riuscii a dimenticare il malessere di poco prima e il malessere generale della mia vita.

Tornammo indietro per l'ora di cena e stranamente nostro padre era a casa.

Sbarrai gli occhi e il panico mi assalì. Iniziai a respirare velocemente, ma non sentivo l'aria arrivare ai polmoni. Mi sembrava che la terra mi mancasse sotto i piedi e le gambe tremanti sembravano voler cedere da un momento all'altro.

Mio fratello si accorse del malessere e mi prese la mano, stringendola.

Capii che dovevo essere forte per lui: non potevo avere un attacco di panico proprio in quel momento, non davanti a Toby.

Entrammo e sembrava tutto normale: la tavola era apparecchiata per quattro e nostro padre fumava seduto al suo posto. Sembrava avesse già finito la sua cena.

- Ragazzi - ci salutò nostra madre sorridendoci - bentornati. Come è andat...-

- Dove cazzo siete stati tutto questo tempo, uh? Perché siete tornati così tardi? - proferì quelle parole senza guardarci, né smettere di fumare.

Era arrabbiato. Si capiva dal tono di voce e da una vena che gli pulsava sulla fronte. Era una caratteristica che avevo notato sin da piccola.

- Noi siamo andati al lago - rispose Toby al posto mio - e non è poi così tardi - mi strinse la mano mentre altri tic si impossessavano del suo corpo.

- Cambia i toni, ragazzino - lo guardò con gli occhi colmi d'ira e odio.

Mi chiedevo come potesse una persona, arrivare ad odiare così tanto coloro che aveva creato e che diceva di amare.

- Papà, ci dispiace - cercai di far calmare entrambi e mettere le cose a posto - non accadrà mai più -

Accompagnai Toby alla sua sedia e mi sedetti accanto a lui.

Nessuno dei due aveva fame ma, se non avessimo mangiato, nostro padre si sarebbe arrabbiato nuovamente e volevamo evitare.

Non che gli mancassero gli spunti per prendersela ingiustamente con noi.

Infatti qualche ora più tardi, dopo essere uscito a bere ed essere rientrato nuovamente ubriaco fradicio, tornò alle sue vecchie abitudini.

Anche quella sera picchiò tutti e tre.

Anche quella sera avrei voluto poter far qualcosa per mia madre e per Toby.

Anche quella sera mi sentii impotente.

Anche quella sera, il desiderio di morire si fece largo prepotentemente nella mia mente.

Andai a farmi un bagno caldo per riprendermi dalle botte e mi fissai a guardare il mio corpo, con uno sguardo freddo che sembrava privo di emozioni. Ero una ragazza esile con la pelle chiara e piena di lividi e cicatrici auto inflitte.

Erano segni irregolari e rossi. Alcuni stavano svanendo, il che mi faceva venire voglia di farne altri, ma molti erano ancora visibili e bruciavano.

Il motivo per cui resistevo era l'inizio imminente dell'estate, il fatto che non volessi far preoccupare ulteriormente Toby e mia madre se l'avessero scoperto; e il fatto che tra pochi mesi sarei andata via da quello schifo per frequentare un college, che avevo accuratamente scelto il più possibile lontano da lì, cominciando una nuova vita.

Un'altra cosa che mi impediva di farla finita una volta per tutte, era sapere che poi Toby e la mamma sarebbero rimasti lì da soli, con quel bastardo schifoso.

Chiusi gli occhi, cercando di non pensare a nulla; ma iniziai a ricordare altri momenti passati.

Mi svegliai di sbotto e guardai l'orario. Erano le due del mattino. Sentii un altro urlo provenire dalla camera di Toby e mi precipitai a vedere cosa fosse successo.

- Toby - ansimai aprendo di scatto la porta e raggiungendolo sul letto.

Lui era seduto con gli occhi sbarrati e la testa tra le mani. Si dondolava e tremava.

Mi sedetti e lo abbracciai. Quelle urla ormai facevano parte della mia mente, ci ero abituata.

- Shh Toby, è tutto okay. Ci sono io -

Lanciò un altro urlo, e gli strinsi la testa sul mio petto. Se papà avesse sentito quelle urla, lo avrebbe picchiato nuovamente.

Avevano 14 e 12 anni all'epoca, ma ero abituata sin da piccola agli attacchi di Toby e cercavo di prendermene cura come potevo.

Iniziai a cantargli una canzone, come facevo sempre, e lui si calmò. Dopo poco tornò a dormire, ma io rimasi lì accanto a lui senza chiudere occhio.

Aprii gli occhi di scatto e poi sospirai. Toby stava bene e io ero troppo paranoica.

Uscii dall'acqua che ormai la mia pelle era raggrinzita, mi asciugai, misi il pigiama e andai a dormire.

'Devo farlo.' Pensai

'Non ce la faccio più, è l'unica soluzione.'

Sospirai nuovamente e mi recai nella camera di Toby, per poi bussare.

- Si? - sentii la sua voce fredda ma leggermente allarmata più bassa, quasi lontana.

- Sono Lyra... posso... posso dormire con te stanotte? -

Appena sentì la mia voce, aprì la porta e mi sorrise.

- Certo sorellona -

Dormimmo abbracciati. Era l'ultima volta che sarebbe successo.

Il giorno dopo, poiché era sabato, non avevo scuola e la mamma mi consigliò di portare Toby da qualche parte che non fosse il solito bosco, perché entrambi avevamo bisogno di rilassarci un po'.

Presi le chiavi della mia macchina e portai Toby in città. Passammo una giornata diversa e ci divertimmo molto.

Ma al ritorno, alla vista di un semaforo che emetteva una luce rossa, ripensai a quello che avevo deciso la sera prima.

Invece di rallentare, premetti sull'acceleratore e guardai Toby, ormai piangendo.

- Mi dispiace... ti voglio t-tanto bene... se-se sopravvivi, prenditi cura della mamma -

Aveva una faccia sconvolta, ma era troppo confuso per cercare di fare qualcosa o fermarmi.

E poi l'impatto.

Il mio corpo era irriconoscibile: avevo squarci e schegge di vetro ovunque. Rimasi schiacciata dall'airbag uscito troppo tardi e le mie gambe erano bloccate dal volante.

Mi girai verso Toby, che era svenuto. Aveva una profonda ferita sulla guancia destra e diversi tagli sul braccio.

Dopo qualche istante, svenni anche io; ma non mi svegliai più. Non nel mio corpo.

Quando riaprii gli occhi, mi sentivo leggera e tutti i dolori che avevo sembravano scomparsi. Vagai un po' prima di capire e realizzare il tutto: ero morta in quell'incidente.

La prima cosa che feci, fu tornare a casa per vedere se Toby stesse bene, ma con mio orrore era stata distrutta.

Scoprii più tardi che era stato appiccato un incendio e che mio padre era morto in seguito a delle ferite da arma da taglio. Il corpo di mio fratello non era stato trovato e mia madre si era trasferita da sua sorella.

Sentivo nel profondo che l'assassino di mio padre era Toby, ma non ce l'avevo con lui, né lo biasimavo.

Passai quasi un anno al fianco di mia madre, che era stata colpita da una profonda depressione.

Quando cominciò a stare meglio, decisi di andare a cercare mio fratello, o il suo corpo. Dovevo capire cosa gli fosse successo.

I giornali e i notiziari parlavano di misteriose scomparse nei pressi del bosco dietro casa e attribuivano la colpa a lui, anche se non erano certi se fosse ancora vivo o no.

Così, mossa dalla curiosità e sicura di trovarlo lì, mi addentrai nel bosco e, con mia sorpresa, notai che quegli strani sintomi che accusavo prima della mia morte, erano spariti.

Ad un certo punto, vidi un ragazzo esile con due accette in mano, intento ad uccidere qualcuno. Indossava una felpa con le maniche a righe e con un cappuccio blu.

Quella figura magra me lo ricordava tanto. Quando si girò, con mia sorpresa, scoprii che era proprio lui.

Cominciai a piangere: cosa gli era successo? Perché si comportava così?

Mi sentivo terribilmente in colpa, se non avessi premuto l'acceleratore e non mi fossi fiondata tra le braccia della Morte, tutto questo non sarebbe successo.

Decisi di seguirlo e proteggerlo sotto forma di spirito. D'altronde non mi rimaneva altro e mi sentivo troppo in colpa per 'passare oltre'.

Passò un altro anno, ed ero nascosta dietro ad un albero mentre lui faceva fuori qualcuno.

Feci un passo indietro calpestando qualcosa. Probabilmente un rametto secco, a giudicare dal rumore.

Stranamente, lo sentì e si girò di scatto per poi guardarsi intorno brandendo le due asce di papà davanti a lui. Quando si rilassò e se ne andò, decisi di provare ad attirare nuovamente la sua attenzione.

- Toby - sussurrai.

Lui si girò di nuovo, con gli occhi sgranati.

- L...Ly...Lyra? - disse sconvolto.

Con gli occhi lucidi, mi avvicinai a mio fratello. Non avevo paura di lui, sapevo che non mi avrebbe fatto alcun male.

Così, mi buttai tra le sue braccia rigandomi le guance di lacrime calde e salate

Toby, ancora incredulo, appoggiò le mani sulla mia schiena, tremando, e iniziò a piangere anche lui.



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