Capitolo Dodici
Nei pressi del Casolare non c'era nessuno.
Non mi ero mai ritirata così presto e mi stupii di trovare tutti i giacigli vuoti. Non si sentiva il solito russare sommesso e nemmeno le chiacchiere di chi parlava nel sonno sopraffatto dagli incubi.
Mi lasciai cadere sulla mia amaca con ben poca grazia. A furia di vivere con tutti quei ragazzi stavo finendo col diventarlo io stessa.
Mi piaceva stare da sola, anche se stare da sola significava essere preda dei propri pensieri. Newt mi aveva spesso raccontato che quasi tutti i radurai appena arrivati avevano passato settimane o mesi a sploffarsi nei pantaloni e a piangere quasi fino a farsi schizzare gli occhi fuori dalle orbite, per poi alzarsi sconfitti dalla consapevolezza che ormai la loro vita era quella e non potevano fare niente per cambiare quella verità se non aspettare.
Io ero stata travolta da talmente tante emozioni, legate soprattutto a Newt stesso, da non avere mai veramente il tempo di pensare al guaio in cui mi ero cacciata.
La verità era che vivevo in uno spiazzo d'erba, circondata da un labirinto lungo chilometri e chilometri popolato da mostri metà animali e metà macchine che facevano a pezzi ogni povera anima che incontravano sul loro cammino. Senza ricordi. Senza famiglia. Senza niente.
L'unica cosa che potevamo fare per non impazzire definitivamente era aggrapparci solo agli altri e alle provviste che i Creatori, ossia i bastardi che ci avevano messo qua dentro togliendoci tutto, ci mandavano. Nonostante la fortuna di essere circondata da persone veramente meravigliose non potevo negare che tutta quella situazione fosse uno schifo totale e che avrei pagato qualsiasi prezzo pur di andarmene da lì.
Provai a pensare a tutte le belle cose che c'erano là fuori. Mi ricordavo di posti come il teatro, la pista di pattinaggio, il cinema o il karaoke e di esserci stata. Ma se solo provavo a pensare a come erano fatti o con chi c'ero stata riuscivo a vedere solo il buio più totale.
I Creatori ci avevano lasciato solo il guscio delle cose ma non i mezzi per immaginarle.
Non riuscivo a ricordare il volto di mia madre o quello di mio padre, sapevo di averne avuti anche io come tutti ma se provavo a concentrarmi anche solo su un dettaglio, un nome o un lineamento appariva tutto come un nube nera che mi affuscava la mente. C'era qualcuno che mi aspettava dall'altra parte? E se sì... mancavo a quelle persone?
Fu tra questi angoscianti pensieri che mi addormentai.
Non sognai un Dolente che mi faceva saltare la testa quella volta... e nemmeno io in preda alla mutazione che urlavo e sputacchiavo come un'ossessa. Non sognai Ben che mi attaccava senza riuscire a fermarsi o le porte del Labirinto che crollavano facendone riversare gli orrori nella Radura.
Quella volta sognai una stanza quasi troppo luminosa per essere vera. Attorno a me sentivo un sacco di voci, ma non riuscivo a cogliere quello che dicevano.
Mi sentivo come quando mi recavo a pranzo o a cena nella Radura con tutte quelle persone accanto a me che parlavano l'una sull'altra con discorsi sempre diversi e arrivai a pensare che fosse la stessa situazione. Solo che in un altro tempo e in un altro luogo.
E poi all'improvviso la sentii: una voce più chiara delle altre ma leggermente distorta, come se avessi le orecchie piene di acqua. Provai ad alzare la testa ma vedevo tutto sfocato. Non riuscivo a distinguere la persona davanti a me, ma vedevo solo una massa indistinta di colori che si mischiavano a formare una sagoma.
"Per te" disse solamente mettendomi qualcosa tra le mani.
Anche la mia mano era distorta. Capivo cosa fosse ma vedevo tutti i bordi circondati da un alone che sembrava fatto di nebbia.
La aprii piano piano e mi sorpresi nel vedere che in mezzo a tutta quella massa indistinta e incomprensibile spiccava una collana. Una collana con una piccola luna dai bordi irregolari.
Mi svegliai di scatto constatando fosse notte fonda ormai. Strizzai gli occhi e mi avvicinai al polso di Thomas dove spiccava il suo orologio, gentile concessione solo per velocisti ed intendenti. Segnava la quattro di notte.
Le immagini del sonno mi tornarono bruscamente indietro e automaticamente infilai una mano nel collo della mia maglietta tirandone fuori la collanina che portavo sempre nascosta sotto la maglietta così come l'avevo trovata la prima volta. Alla fine c'era un ciondolo appeso. Una piccola luna coi bordi sfrastagliati. La rigirai tra le dita più e più volte alla ricerca di qualche dettaglio che magari mi era sfuggito o che non avevo considerato, ma dopo qualche minuto di ricerca realizzai fosse solo un comune pezzo di acciaio senza niente di particolare. Ma perchè allora avevo sognato il giorno in cui l'avevo ricevuta?
Provai a chiudere gli occhi ma per quanto mi sforzassi non riuscivo a cogliere nessuna immagine che mi desse qualche suggerimento. Nella mia testa ripassava all'infinito la stessa stanza luminosa e sfocata e le stessi voci confuse e impossibili da riconoscere.
Riaprendoli però ripensai a un'altra cosa. Newt mi aveva dato appuntamento sulla Torre ed io non mi ero presentata né avevo preso una decisione. Sentii il panico assalirmi al pensiero che ormai fosse troppo tardi. Il ragazzo non si era mai trattenuto così tanto sulla Torre ad aspettarmi.
Solo in quel momento in cuor mio sentii il bisogno di perdonarlo annidato fin dal primo istante e fu quello a spingermi ad alzarmi per fare almeno un tentativo.
Nella Radura non faceva mai né troppo freddo e nè troppo caldo quindi mi incamminai senza neanche indossare le scarpe, godendomi la sensazione dell'erba sotto i piedi. Era liberatorio.
Mi allontanai dalla zona notte quatta quatta senza provocare il minimo rumore. L'ultima cosa che mi serviva in quel momento era svegliare un qualche impiccione pronto a spiare ogni mio movimento.
Mi ridestai dai miei pensieri solo davanti alla familiare scala a pioli e iniziai a salire piena di insicurezze. Newt non avrebbe mai perdonato il mio bidone e non avrebbe più cercato di chiarire con me ed io, troppo testarda e timida, non l'avrei fatto a mia volta.
Quando arrivai sulla cima mi mancò il fiato non notando dal principio nessuno seduto ad aspettarmi, stavo per tornare indietro quando finalmente la notai. In un angolo, al buio, c'era una sagoma rannicchiata avvolta in una coperta che lasciava uscire solo qualche inconfondibile ciuffo biondo. Mi avvicinai piano piano al ragazzo scostandogli la coperta giusto quel poco che bastava per scoprire il suo volto.
Newt dormiva profondamente con un'espressione serena e la bocca leggermente dischiusa lasciando uscire ad intervalli regolari il leggero suono dell'aria che inspirava ed espirava. Mi presi qualche secondo per contemplare lo spettacolo, mai in vita mia avevo visto un qualcosa di così bello e mi sentii quasi in colpa quando arrivò il momento di svegliarlo scuotendolo leggermente.
Il ragazzo si destò confuso e si mise a sedere con movimenti lenti per poi sbadigliare e stropicciarsi gli occhi riportando alla mia mente l'immagine di un bambino. Per un secondo nella mia testa ripassò l'immagine della sua piccola figura che si nascondeva dietro il corpo della donna bionda sconosciuta nel sogno che avevo fatto poco più di un mese prima e l'immagine bastò a farmi stringere il cuore.
"Sei venuta" sussurrò poco dopo con la voce ancora distorta dal sonno da poco interrotto.
Mi ritrovai ad annuire ancora rapita dal fugace momento appena vissuto. Newt si guardò per qualche secondo in giro per poi alzarsi respirando a pieni polmoni. "Credo di essermi addormentato aspettandoti" ammise controllando il suo orologio "sono le 4.12 del mattino."
A quel punto mi guardò negli occhi. "Ma credo che tu non sia venuta fin quassù per essere aggiornata sull'orario." Detto questo il ragazzo andò a sedersi sul bordo della Torre lasciando a penzoloni le gambe ed io lo imitai.
"Ho ripensato a tutto quello che ti ho detto davanti la porta orientale e sono arrivato alla conclusione di averti dato delle spiegazioni da far schifo, caspio."
Lo guardai alzando un sopracciglio per evidenziare l'ovvio.
"Credo di non essermi riuscito a spiegare come volevo" iniziò "sai... quanto ti ho detto di essermi isolato per il fatto di aver trovato una ragazza era vero solo in parte."
"Continua" gli dissi parlando finalmente per la prima volta. La voce mi uscì come poco più di un bisbiglio.
"Ricordi quando ti ho raccontato il periodo da schifo che ho passato qui i primi mesi?"
"Come dimenticare..."
"Tutti qui nella Radura ci siamo passati almeno una volta, chi più chi meno. Tutti abbiamo sentito quella sensazione di essere abbandonati, di non avere nessuno e di essere soli al mondo" iniziò "nonostante gli amici e nonostante la ritrovata voglia di lottare mi ha sempre premuto il fatto di aver perso tutti i ricordi e tutti gli affetti. Per quanto Minho, Alby e Thomas riuscissero a tirarmi su di morale mi sono sempre sentito come se mi mancasse qualcosa. Tanto che la notte prima di dormire fissavo il cielo e chiudevo gli occhi chiedendo immensamente qualcosa o qualcuno capace di farmi sentire vivo, capace di darmi quella sensazione di possedere finalmente qualcosa di cui valesse la pena vantarsi in questo posto pieno di sploff." A quel punto restò un po' in silenzio a contemplare la Radura insieme a me.
"Quando finalmente qualcuno si è accorto di me e ha preso l'iniziativa come ha fatto Kayla non mi sembrava vero, mi sentivo come se il cielo mi avesse finalmente ascoltato donandomi qualcosa capace di tirarmi fuori una volta per tutte dalla melma che mi avvolgeva."
Guardarlo mentre fissava l'orizzonte pensieroso e con gli occhi di chi nella vita ne aveva vissute troppe di cose da reggere sopra il peso delle proprie spalle bastò a farmi capire cosa davvero mi attirava in quel ragazzo dai capelli color grano. Nel suo sguardo c'era sempre stata quell'aria malinconica che celava una disperata richiesta di essere salvato solo che io non ero riuscita a cogliere il messaggio prima di quell'esatto istante.
Avevo sempre visto qualcosa di profondo e di irrosolto nei suoi occhi che mi portava a caderci dentro ogni singola volta senza mai leggere davvero il messaggio che nascondevano.
Non era stato il fatto dell'abbandono di per sé a farmi chiudere in me stessa e andare su tutte le furie con lui. La verità era che la mia delusione era pari solo alla consapevolezza che la sua àncora di salvezza fosse un'altra persona anzichè io.
Con quel pensiero abbassai la testa sconsolata capendo di aver fallito nella cosa che più di tutte ritenevo la più importante.
O almeno così pensavo, ma poi Newt parlò di nuovo sorprendendomi
"Ma sai qual è la verità?" mi domandò guardandomi negli occhi "la verità è che mi sono sbagliato perchè ho capito che non è stata Kayla a tirarmi fuori dal buio, sei stata tu Charlotte."
Sulla Torre cadde il silenzio più assoluto. Sentivo come se l'aria mi fosse stata tutta risucchiata via dai polmoni lasciandomi nient'altro che il niente.
Provai ad aprire più volte la bocca per far uscire anche il minimo suono per poi arrendermi notando che l'unica cosa che ero stata capace di far uscire erano le lacrime. Lacrime che iniziarono a scivolare velocemente rigando le mie guance.
Newt non disse niente, non sorrise e non pianse a sua volta. Semplicemente mi attirò al suo corpo abbracciandomi come mai aveva fatto prima d'ora.
Mi abbandonai ai singhiozzi mentre mi rannicchiavo sempre di più contro il suo petto, più mi stringeva e più sentivo il freddo della solitudine e della tristezza abbandonare il mio corpo. Potevo quasi vederlo vorticare e allontanarsi da me salendo a spirali su, sempre più su verso il cielo scuro che ci faceva da testimone.
"Newt" sussurrai alzando lo sguardo. Il ragazzo incastonò il suo nel mio spronandomi con un cenno del capo a continuare la frase.
"Non te l'ho mai detto... ma credo che tu sia la cosa più importante per me in questa mia nuova vita."
"Oh Charlie" disse affondando la testa nei miei capelli senza lasciarmi andare neanche per un secondo.
"È la cosa più bella che mi abbiano mai detto" disse allontanandosi leggermente da me per poi guardarmi intensamente. Quando abbassò lo sguardo, però, la sua espressione mutò di colpo e si rabbuiò.
Newt si staccò da me di scatto indicando qualcosa pochi centimetri più sopra del mio ombelico. Seguii la traiettoria del suo dito scoprendo che la collana con la piccola luna oscillava brillando a causa della luce naturale che la colpiva.
"Oh questa" dissi prendendola tra le dita "ce l'avevo al collo quando sono arrivata." Il ragazzo si avvicinò a me con un balzo felino afferrandola per poi esaminarla sotto ogni angolazione con la bocca spalancata.
"Io credo di avere già visto qualcosa di simile" sussurrò come appena risvegliatosi da un sogno.
"Dove..." la mia domanda fu bruscamente interrotta dal ragazzo che si infilava una mano nella maglietta. Dopo pochi secondi tra le sue mani c'era una catenina identica alla mia che terminava con un piccolo sole che presentava da un lato alcuni raggi irregolari e un po' diversi dagli altri.
A quel punto Newt afferrò il mio ciondolo e il suo per poi avvicinarli. Mi mancò il fiato quando notai gli angoli irregolari delle rispettive collane incastrarsi perfettamente come a formare un solo gioiello.
"Cosa significa?" domandai con la bocca ancora spalancata dallo stupore.
"Significa che avevi ragione. Non ci siamo incontrati qui nella Radura per la prima volta, è successo in un momento precedente a tutto questo" spiegò indicando il paesaggio attorno a lui.
Tremante avvicinai le mani ai due ciondoli e nel momento stesso in cui li toccai dalla punta delle mie dita partì un'ondata di calore che si propagò in tutto il resto nel corpo. Chiusi gli occhi di scatto come guidata da un istinto primordiale.
Nella mia testa rivedevo la stessa immagine del sogno di poco prima, solo che davanti a me non c'erano più sagome offuscate o colori messi a caso. Vedevo la stanza piena di persone che mangiavano sorridendo, persone che conoscevo, persone che avevo visto nella Radura. Ma la cosa che più mi sorprese fu ritrovare un Newt davanti a me più piccolo apparentemente di quattro o cinque anni che mi porgeva sorridente la stessa collana che ora portavo appesa al collo.
Riaprii gli occhi di scatto traballando leggermente, come se le gambe non riuscissero più a sostenermi. Newt si avvicinò rapidamente a me per sorreggermi.
"Cos'è successo?" domandò visibilmente preoccupato.
"L'ho visto Newt, l'ho visto" risposi ancora sconvolta.
"Cosa?"
"Qualcosa del passato Newt, precisamente tu che mi regalavi questa collana" dissi.
"Ma non eri così" continuai sfiorando i suoi lineamenti con le dita "eri più piccolo, penso di qualche paio di anni e non eravamo da soli."
"Chi altro c'era?"
"Ho visto chiaramente Minho e Alby. E forse Ben ma non ne sono sicura."
"Cosa significa tutto questo? Perché continui a vedere queste cose?" chiese.
"Ne so quanto te, Newt."
"Non raccontare a nessuno quello che hai visto per il momento, mi hai capito?" domandò afferrandomi delicatamente per le spalle "a nessuno. Non credo che qualcuno con visioni del passato sarebbe visto di buon occhio e non voglio che si facciano strane idee su di te. Non voglio."
Guardai Newt piena di amore negli occhi e gli sorrisi con quanta più intensità potevo, consapevole che tutto era tornato al proprio posto. Eravamo di nuovo io, lui e la Torre pronti ad affrontare il mondo.
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