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5. Fragile

Lei era proprio fragile come una rosa. Ma metteva tante spine attorno a sé per evitare che qualcuno ne venisse a conoscenza.
(Anonimo)

***

Usignolo, non piangere.

-Mamma... Mamma! Mi manchi. Torna da me, ti prego.

Mi manchi anche tu, piccola mia, ma sai che non è possibile.

-Mamma. Mamma!

-Chloe, svegliati.- Apro gli occhi di scatto, mettendo a fuoco la figura di mio padre che mi scuote le spalle. Passo una mano sulle guance per cancellare le lacrime. Mi guardo intorno e sono immersa in un mare di foto. Mi sono addormentata...
-Chloe, tutto bene? Gridavi... 'mamma' nel sonno- spiega visibilmente preoccupato.

Era da tanto che non lo vedevo così triste. I suoi capelli color grano, sono più spenti e si nota che non se ne cura da un po', date alcune ciocche più lunghe. I suoi occhi, solitamente verde acqua, sono cupi, e circondati dalle linee scure della stanchezza. Le rughe sono ben evidenti, la barba è leggera, ma scommetto che se la toccassi, sarebbe ruvida sotto la mia pelle, e lui è ancora nella tenuta da ufficio.

-Sì, sto bene- dico riprendendomi, -quando sei arrivato?

-Pochi minuti fa. Sono salito subito di corsa, arrabbiato con te, ma poi...

-Arrabbiato con me?

Mi guarda, ora con una scintilla negli occhi che, se ne fosse capace, mi incenerirebbe. -Grace Moretz, sei in punizione- dice con tono autoritario, mentre si alza dal pavimento, e io faccio lo stesso.

-Perché? Che cosa ho fatto?

-Sei al quarto anno del liceo, e ancora non sai che mi arrivano le notizie nella segreteria telefonica?- Oh, cazzo. -Hai saltato l'ora di inglese, che è una delle più fondamentali. Non pensi che mi meriterei una spiegazione, ora come ora?

Sì, certo. E adesso come glielo spiego che è arrivato un nuovo alunno a scuola, che mi ha versato una bevanda addosso, che stranamente ha scoperto la mia segretissima password dell'armadietto, che io l'ho ripagato con la stessa moneta, che poi mi ha preso di peso, buttandomi nella fontana del cortile della scuola e che il pomeriggio l'ho incontrato, insieme alle mie amiche, nel mio locale preferito, facendoci conoscere un suo amico, ma poi li abbiamo lasciati lì, perché eravamo in ritardo per gli allenamenti? È complicato anche solo formulare questa domanda, figuriamoci dirla ad alta voce.

-Stavo poco bene.
Non spero che ci creda, anche perché non lo farà, ma lascerà passare perché si fida di me, e sa che ho avuto un motivo serio per cui lo abbia fatto.

-Non ti credo, però lascerò passare, perché mi fido di te e so che hai avuto un valido motivo per farlo.

Improvvisamente lo abbraccio. Conosco talmente bene questa persona da sapere quasi ogni sua mossa. Appoggia le sue grosse mani sulle mie spalle piccole ma forti, e mi guarda negli occhi dicendomi che, essendo l'ultimo anno, non posso permettermi troppe assenze. E io annuisco capendo la sua preoccupazione.
-Ma sei comunque in punizione questa settimana. Puoi uscire solo per la scuola e gli allenamenti.

-Va bene. Comunque, o dici entrambi i nomi, o solo Chloe, quante volte te lo devo ripetere?- gli dico senza alcuna cattiveria.

-Giusto, scusami.- Mi da un bacio sulla fronte, augurandomi la buonanotte, e si allontana. Arrivato all'uscio della porta, si volta. -Metti a posto questo casino, prima di andare a letto.

-Certo, papà. Non c'era nemmeno bisogno di dirmelo.

Chiude la porta, con sguardo pensieroso, e sento i suoi passi allontanarsi.

Poche volte l'ho visto arrabbiato, e non era affatto come stasera. Adesso è stato davvero comprensivo, e mi dispiace un po' avergli mentito. Mio padre non è affatto un uomo all'antica come molti pensano, anzi è molto aperto e disponibile al dialogo con chiunque di qualunque argomento. È stato persino uno dei primi ad essere a favore dei matrimoni omosessuali...

Ora che ci penso, è la seconda volta che vengono nominati gli omosessuali oggi. La prima volta è stata nel pomeriggio, quando me l'ha chiesto Nash. Quel ragazzo è pazzesco. Devo dire che dopotutto, non è tanto antipatico. Ripensando alla mattinata, devo rimangiarmi quello che ho appena affermato.

Nel frattempo, non mi sono accorta di aver messo ormai tutto dentro la scatola. Riguardo un'ultima immagine. È una foto di quattordici anni fa. Ci siamo io, mamma e papà sulla spiaggia, insieme ad un'altra coppia di genitori, e un bambino dai capelli marroni, tendenti al nero: il mio amico d'infanzia... Suo padre era sullo stesso aereo di mia madre. Dal giorno dell'incidente, 10 Giugno 2004, quando era a casa mia singhiozzante, non lo vidi più, si trasferì lontano con sua madre e cambiò nome, non che io lo ricordi...

Nella foto mio padre sembra così giovane e pieno di vitalità, così bello. Ha sofferto tantissimo la morte della mamma.

Poso anche l'ultima foto nella scatola e la chiudo, rimettendola nell'armadio. Mi metto a letto, non prima di aver preso il cellulare e controllato i vari messaggi, alcuni proprio da Chris. Gli invio un vocale lungo circa sei minuti, in cui gli spiego i vari eventi della giornata, ricevendo dopo pochi secondi un'imprecazione come risposta.

Christian è un ragazzo italiano, della mia stessa età, arrivato in California quando ne aveva sette, due anni dopo la scomparsa di mia madre. È stato un vero e proprio balsamo per le mie ferite ancora aperte, conosce tutto di me, e io conosco tutto di lui. Ci siamo aiutati a vicenda, lui con la sua compagnia, io con la lingua inglese e l'integrazione in un gruppo. È il mio miglior amico da sempre. È molto protettivo nei miei confronti, infatti, dopo aver ascoltato il mio vocale, mi risponde: «Domani pomeriggio torno. Mercoledì a scuola me lo fai conoscere e lo saluto con un pugno.»

Gli rispondo con l'emoji che ride.
«Non mi piacciono le risse dove al mezzo ci sono io. Non fare cazzate, intesi?»

«Vedremo...»

Lo rimprovero e lui cambia argomento. In realtà, non vedo l'ora che lui torni, voglio proprio uscirci e divertirci come facciamo da sempre.

Viaggio per le altre chat, ma non ho nuovi messaggi perciò auguro la buonanotte a Chris e prendo il pdf italiano del libro L'arte di essere fragili, di Alessandro d'Avenia. Anche Christian mi ha insegnato la sua lingua: spesso parliamo in italiano per non farci capire dagli altri.

E così mi addormento, con il cellulare in faccia, la luce accesa, e i pensieri che viaggiano alla velocità della luce.

*

Il quarantacinquenne chiude la porta della stanza di sua figlia, ripensando alla conversazione appena avuta, e all'appunto che lei gli ha fatto notare riguardo al suo nome. Chloe non sa che averla vista in quello stato è stato devastante per Peter; gli ha fatto ripensare a Caithlyn, la sua defunta moglie.

L'aveva conosciuta al liceo, avevano il proprio gruppo di amici, e un giorno si scontrarono, come in una di quelle scene da film. A lei caddero i libri, e lui si affrettò ad aiutarla a raccoglierli. Si presentarono. Lei lo osservava ormai da giorni di nascosto, le piaceva, e lui se ne accorse. Pensò che fosse una bellissima ragazza dai capelli ramati, e che non c'era niente di male nel conoscerla.

Ben presto, però, si innamorò follemente dei suoi modi di fare, e tutto ciò che Peter faceva abitualmente con la sua miglior amica Delia, adesso lo faceva con Caith.

Il loro gruppo era formato da sei persone: loro e i loro migliori amici. Era un gruppo complicato, con le loro forze e le loro debolezze, ma tutti si volevano bene. Appena iniziato il college, le tre coppie del gruppo si sposarono, ma una di esse partì per l'Europa, e non li rividero più.

Delia e Frank (miglior amico di Caith) diedero alla luce un bambino, e un anno dopo nacque anche Chloe Grace.

A Peter piaceva tanto il nome Chloe, mentre a Caithlyn piaceva Grace. Nell'indecisione lasciarono entrambi.

Per questo, stasera, l'ha chiamata Grace: perché sua madre amava quel nome.

Sono ormai le dieci di sera, la cena non è stata fatta e ha trovato sua figlia in un bagno di lacrime e foto. Quando era entrato nella stanza avrebbe tanto voluto vederne alcune insieme a lei, ma non c'è stato il tempo. Non c'è mai tempo.

Decide di rientrare nella stanza della figlia, inizialmente bussando, poi provando ad aprire con cautela la porta. Trova la luce accesa, il telefono tra i capelli sparpagliati e una Chloe scoperta.

Prende il telefono, mettendolo in carica sul comodino -sapendo quanto lei odi avere il cellulare scarico-, le rimbocca le coperte come faceva quando era piccola e le accarezza il volto. Le manca la Chloe bambina, quella che parlava in continuazione, quella che faceva le domande più insensate, quella che non dimostrava la sua fragilità.

Peter ha paura che il mondo le crolli addosso, come quando successe dodici anni fa.

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