4. L'usignolo
Giulietta: «Vuoi già andar via? Il giorno è ancora lontano. È stato l'usignolo, non l'allodola, che ha colpito l'incavo del tuo orecchio timoroso. Canta ogni notte, laggiù, su quell'albero di melograno. Credimi, amore, era l'usignolo.»
Romeo: «Era l'allodola, la messaggera del mattino, non l'usignolo...»
***
-Cosa cazzo sta facendo? Vuole fare una scenata da Starbucks?- impreco.
-Secondo me, vuole che tu faccia la scenata, quindi sta' calma- dice Yvonne. Mi prende per le spalle, costringendomi a distogliere lo sguardo da Occhioni Azzurri per posarlo su di lei. -Usignolo, stai tranquilla.
Sento gli occhi innondarsi di lacrime. Non doveva dirlo. Lo sa benissimo come mi sento al suono di quella parola: mi fa calmare, ma mi fa pensare anche a lei... Da piccola, quando mia mamma mi comunicava qualche notizia che a me non piaceva, cominciavo a protestare per notti intere. Aveva associato questo mio parlare tanto al canto dell'usignolo che si propaga per boschi e per prati durante le notti di primavera. Da allora mi ha sempre chiamata usignolo, in italiano. Mia madre era un'hostess, viaggiava per tutto il mondo, soprattutto in Europa. Morì quando avevo cinque anni; stava tornando a casa per le ferie. Non avevano controllato approfonditamente i motori, e durante il volo ebbero dei problemi e... L'aereo è ancora disperso da qualche parte nell'oceano Atlantico, insieme ai corpi dei passeggeri e dell'equipaggio.
Notando il mio stato Yvonne si pietrifica, non sapendo come agire.
- S-scusa, scusa, non volevo...
Scrollo la testa e passo due dita sotto agli occhi. Guardo in alto, cercando di ricacciare indietro le lacrime, e ci riesco. Ma il groppo che ho alla gola, fatica a dissolversi. Infine, cerco di parlare. -Non chiamarmi più così, soprattutto in situazioni come questa- dico rivolgendo nuovamente lo sguardo verso Occhioni Azzurri che ormai ha raggiunto il tavolo.
-Hey, vedo che ti sei risistemata da capo a piedi- dice lui facendo riferimento al mio abbigliamento, mentre lui indossa una camicia bianca e dei jeans neri, strappati alle ginocchia.
Lo guardo di sottecchi.
Io a questo lo trucido...
-In realtà, si dice crucio- dice ancora lui, facendomi capire di aver pensato ad alta voce.
-Trucidare è un verbo da babbani, cruciare lo dicono i potterhead: io sono babbana.
-Bene, adesso che avete definito i vostri gusti in fatto di Harry Potter, puoi anche presentarti, Nuovo. Piacere, mi chiamo Lindsay- e mentre pronuncia l'ultima frase allunga la mano destra lungo tutto il tavolo, per arrivare a lui.
-Piacere mio, Lindsay- dice, stringendole la mano e abbozzando un sorrisetto malizioso, -il mio nome è Nash.
Rivolge poi un'occhiata a Yvonne, la quale evita di stringergli la mano, ma si affretta a presentarsi.
In seguito, comincia un'intera conversazione tra Liz e il Nuovo, mentre Yvonne cerca in tutti i modi di non guardarmi, e io osservo la scena con meno interesse di quanto ne ho solitamente.
-Da quanto tempo sei a San Diego?
-Sono arrivato un paio di giorni fa, dopo essermi fatto un giro di tutte le città più importanti della costa californiana.
-Quindi sei un viaggiatore?
Abbasso lo sguardo, stufa delle frecciatine che Lindsay invia a.. Nash, sì. Devo imparare il suo nome. Pensandoci bene, non dovrebbe importarmene così tanto, e allora perché sento questa pressione allo stomaco? Presa dai piensieri non mi sono accorta di essere finita sulla chat con Chris. Sono una dozzina di messaggi: nei primi esprime il suo dispiacere per non essere presente i primi giorni di scuola, spiegandomi che la vacanza a Miami si sta prolungando, gli altri messaggi esprimono preoccupazione per il fatto che non gli ho risposto. Gli invio un messaggio di scuse, rimandando la conversazione a stasera.
Se voleva rendermi invidiosa dei suoi viaggi negli Stati Uniti, non ci è riuscito. Non ho mai viaggiato, e non penso lo farò mai.
-...Chloe! Mi senti?
-Eh?- faccio con una faccia tutt'altro che intelligente. Nash ormai si è accomodato al nostro tavolo, mentre tutti e tre mi guardano perplessi, forse riflettendo la mia stessa espressione. -Che succede?
-Tu cosa ne pensi degli omosessuali?- domanda Lindsay.
-Ma come caspita ci siete arrivati a questo discorso in così pochi secondi? E poi che cavolo di domanda è?
-Una domanda leggittima- risponde il ragazzo dagli occhi azzurri.
Lo guardo di traverso, rispondendo con un'altra domanda: - Senti, ma tu sei venuto qui solo? No, per sapere se...- mi interrompo, perché lo vedo impallidire improvvisamente.
Si immobilizza e impreca sotto voce. Con uno "scusate ragazze" si alza dal tavolo e corre verso il bagno degli uomini, trafugando con le mani nelle tasche. Infine ne estrae qualcosa, credo una chiave, e apre la porta del bagno. Ne esce fuori un ragazzo moro, rosso in viso, che gesticola e se la prende con Nash. Scommetto che se non fossero nel locale, l'avrebbe già pestato.
-Chi è quello?
-Lindsay, li guardi tutti tu- sento dire da Yvonne, mentre io continuo a guardare la scena tra i due.
-Ragazze, ci hanno indicate. Se ritorna, io me ne vado, anche perché tra poco cominciano gli allenamenti- dico, prendendo il cellulare per vedere l'ora. E in effetti avevo ragione, sono le quattro e mezza del pomeriggio. -Se ci tenete, salutiamoli e poi andiamocene.
I ragazzi si avvicinano al tavolo. L'amico di Nash è ritornato a quel che penso sia il suo solito colore olivastro. -Ragazze, lui è Dylan- dice Occhioni Azzurri, puntando una mano verso l'amico, e lui per risposta agita la propria, -e loro sono Chloe, Yvonne e Lindsay.
-Ciao Dylan. Scusateci tanto, ma si è fatto tardi e dobbiamo andare.
-Che avete da fare il lunedì pomeriggio, il primo giorno di scuola poi?- domanda scettico l'amico, il che mi infastidisce. Forse sarebbe stato meglio se fosse rimasto dov'era...
-Non sono affari tuoi. Alla prossima, Nash. Dylan...- faccio, salutandoli. Prendo le mie cose ed esco, seguita dalle mie amiche che salutano a loro volta i ragazzi.
Appena fuori da Starbucks, mi separo anche da Yvonne e Lindsay, ricordando loro l'ora e il luogo per gli allenamenti. Dobbiamo sbrigarci, mancano solo venti minuti, e dovremmo essere nella palestra della scuola.
Prima di separarci, fermo Yvonne, prendendola per un braccio. -Si?
-Volevo dirti di non pensarci più a ciò che è successo prima. Per me è già stato dimenticato. Ok? Non voglio che tu stia male o che ti senta in colpa.
Annuisce e mi abbraccia. Non posso che ricambiare. Le voglio un mondo di bene, sia a lei che a Lindsay, la quale ormai ci da le spalle, incamminandosi verso casa. Le considero come delle sorelle.
-Dai, è tardi. Su, su. Ciao- dico staccandomi e allontanandomi a mia volta.
Venticinque minuti esatti dopo, arrivo in palestra, scusandomi con i presenti per il ritardo. E solo dopo altri dieci minuti, noto con gioia l'arrivo delle mie migliori amiche.
Una volta tornata a casa, sfinita, mi faccio una doccia veloce, e mi metto direttamente il pigiama.
Apro la cabina armadio, sapendo di trovare nell'angolo sinistro, una scatola di cartone. La apro, trovandoci all'interno alcuni vestiti, un paio di gioielli, e tante foto. Sono tutti oggetti di mia madre, e alcuni dei gioielli li ho indossati alle feste importanti a cui ho partecipato. Tutto questo mi ricorda i pochi istanti che avevo insieme a lei, e da quando Yvonne mi ha chiamata in quel modo da Starbucks, ho un nodo alla gola che non riesco a togliermi, come se avessi un forte bisogno di piangere e di sfogarmi.
Tolgo un paio di vestiti che ho salvato dalla putrida soffitta, poggiandoli sul letto con attenzione e mi concentro sulle foto. Una raffigura una donna dai capelli rossastri con in braccio un neonato in fasce rosa. Queste foto le conosco a memoria, per quante volte le ho osservate. Mia madre è in ospedale, rivolta verso la finestra, puntellata da mille gocce di pioggia. Il paesaggio al di fuori non è cupo, tutt'altro: pioveva col sole quando sono nata, una bellissima giornata di aprile...
Sento qualcosa di caldo sulla mia guancia e noto con stupore che si tratta di una lacrima. In un impeto di disperazione, prendo tutte le foto che riesco a raccogliere e me le porto al petto scoppiando in un pianto liberatorio.
Usignolo...
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