/39/ Sentirmi tuo
Un saluto è d'obbligo, questa è la regola, non credi? Non ci siamo visti per metà del mese e già sono preso dall'ansia di doverti veder lasciare casa a breve.
Il corpo ha un modo tutto suo di dire "bentornato", ma è la mente ad esser più complicata. È sempre stata una tua abitudine quella di accumulare nervosismo, tensione nel corpo, fino al nostro terrificante incontro e hai preso a giocare con troppa leggerezza con questi tuoi tratti. Ormai non ti appartengono più, non come un tempo, quando il vento ci accarezzava i capelli e le nuvole correvano sulle nostre teste, sfiorando pensieri che lassù, nella luce delle stelle e nelle calde giornate estive, si mischiavano confessandosi la reciproca appartenenza. Raccoglievamo le nostre attenzioni persino nelle ore più buie, in quelle in cui eravamo più distanti, e al nostro ricongiungerci porgevamo l'uno all'altro i petali che avevamo perso. Ma alla fine della grande attesa, passati inverni infiniti, abbiamo perso ogni foglia, raccolto ogni goccia dalla dura terra ormai crepata ed i nostri steli si sono piegati sotto al peso di una corolla sfatta e appassita. Risalivano in gola, i miei candidi dubbi, bianchi come cotone e vellutati come ogni dolce margherita che si porge al proprio cuore per disfare i nodi della mente. "Mi ama", "Non mi ama": sciocco modo per interrogarsi sui sentimenti, non trovi? Affidarmi a certe infantili risposte mi ha aiutato, forse non nel modo giusto, ma dalle centinaia di migliaia di punte che ho lasciato cadere a terra ho ottenuto un risultato tagliente come carta, la stessa su cui i tuoi lembi di rosa sono colati e hanno impresso a sangue la tua risposta.
"Ti amo, non ti amo, cosa desideri?" Rigirare le colpe, anche questa è una tua caratteristica che dovrei riconoscere come nobile e non infausta, poiché infine le colpe, quelle profonde, ruvide ed incomprese, appartengono ad entrambi. La tua domanda è lecita e vorrei dirti di sì, che vorrei che tu mi amassi, ma al contempo vorrei essere rifiutato per l'amaro sapore che potrei lasciarti sulle labbra. Riprendimi, dopo la disperazione dell'abbandono, senza alcuna premura, ma non chiedermi di parlare. Ho sprecato troppe grida di accusa e sussurrato troppe poche richieste di perdono. Nonostante ciò, credo che tu debba ancora desiderarmi, che tu non possa permettere alle mie radici di inaridirsi, che tu debba impedire in qualsiasi modo che la scampi nel più banale e vanaglorioso modo. La morte non è mai stata la nostra salvezza, avvicinarci a lei ci ha resi incauti, ci ha inasprito e ci ha sottratto molto della vita che avremmo dovuto condividere. Non ha più senso vivere nei rimorsi del passato, non per condannare me stesso all'ennesima cantilena. Non darmi motivi per dubitare, sto cercando e afferrando le certezze che offri.
Perciò sono qui, per questo separo le labbra e ti chiamo, ti porgo una mano e ti aspetto. "Amami, odiami, ma non lasciarmi".
Ed io mi sono perso per te, inabissato nel freddo di un letto vuoto e grande come il mare, profondo e custode di viscidi rantoli di ricordi. Non voglio più sentirmi come allora, ti chiedo di accompagnarmi fuori da questa selva, di correre oltre la collina, oltre l'abbagliante tentazione del lieto fine per riscoprirci inermi di fronte all'instabilità dei nostri passi. Abbiamo entrambi costruito lunghi discorsi, speso innumerevoli respiri per spingerci in avanti, quasi mi sembrano inutili tutti gli sforzi, gli affanni a cui siamo sottostati. Infine restiamo solo noi, forze completamentari che si annullano. E l'energia che dovremmo usare per restare in equilibrio la usiamo per cadere, per anelare all'ennesimo bacio e per aggrapparci l'uno all'altro, per vivere nell'unico modo che ci è permesso.
Ma consumarci non è mai stato dolce come oggi, come ieri e come queste ultime settimane, nell'attesa del tuo ritorno, nel ripresentarsi di quella quotidianità ormai dimenticata e che ora ha un sapore di vissuto capace di darmi i brividi. Pur essendo tutto un trascorso già visto, sento la diversità del terreno sotto i piedi e le punte delle pietre che strisciano sulle suole, i venti che soffiano sui nostri visi come a volerci sfidare, ma non più abbastanza forti da farci arretrare.
Ed io credo ancora di poterti nascondere il sorriso mentre la notte si fa da parte e l'alba investe la città, mentre sto seduto sul bordo del letto al fianco dei tuoi lunghi respiri e le tende pendono ai lati delle vetrate con pesanti volute di stoffa, pendono come i miei pensieri. Se ne stanno lì, appesi, capovolti, disordinati come ad ogni risveglio ed ogni veglia. Per noi il giorno è notte e la notte è giorno, per noi le stelle sono profeti irraggiungibili, le nuvole macchie di candore che a stento riusciamo ad afferrare, ma quando il cielo non è né blu, né azzurro, ed il sole cala o si innalza, in queste occasioni non siamo persi, non siamo vicini, siamo fermi ed è così piacevole esserlo con te che spero di poter passare tante altre mattine a fissare il tuo viso rilassato e la tua accurata messinscena. So che sei sveglio, credevi d'ingannarmi?
Eppure non desidero tradire la fiducia che riponi nella tua recita, perciò mi trattengo dal volerti trascinare a fare colazione e resto seduto con i palmi puntati sul materasso ed occhi che vedono tutto e nulla, che raccolgono i particolari della stanza, ma ricadono sempre sulle guance rosse del giovane uomo con cui ho dormito. Il passo è breve, per così dire, e già mi ritrovo a dover confessare che il vero oggetto della mia attenzione sono indiscutibilmente le morbide volute delle tue labbra, ritrovato dono che ho preteso di ricevere. Mi domando se ci sia modo migliore per dirti di volerne ancora, di pregare, di dirti che mi sei mancato, che so di non essere solitario in questo mio disio, tuttavia sto ormai scuotendo lentamente la testa e ricadendo con la mente fra le lenzuola e la loro fragranza di pulito mischiata al nostro sudore, odore di pelle e sapore di cotone fra i denti, morsi di stoffa sui muscoli e raschi sui cuscini. Manco un respiro.
È per questo - e cos'altro se no? - che calo silenzioso e mi getto a restituirti o forse a prendere la forza che inizia a scorrermi in corpo e che si è destata. Allora la tua maschera di vetro cade, la senti strisciare sulla pelle mentre intreccio le tue ciocche alle mie dita e separi le tue umide sponde per rispondere al mio bacio che non è più capace di mostrare il pudore della giovinezza. Ora posso essere solo questo: preda e belva.
Un affetto maturo come il nostro, lo sai quanto me, può permettersi di regredire alle carnali tentazioni per accrescerle quanto un tempo non ci è stato permesso. Perciò senti il fiato che ingoio, che resta intrappolato fra le rose del respiro della passione e mostra un ghigno contro di esse, risponderò con un fugace sorriso ai tuoi morsi.
Fa caldo, non perché siamo ormai a luglio o perché l'afa estiva si è fatta insistente, ma solo per te e la tua urgenza di stringermi. Braccia che scorrono sui fianchi, schiena che si scontra con il materasso, pesi che vengono invertiti e vestiti che tirano; potresti avere risvegli come questo all'infinito se la vita fosse più clemente con noi. Ma forse la colpa di certe piccole, importanti mancanze è più mia che di altri, che ne dici?
Anche con i tuoi ricci scompigliati dal sonno stretti fra le mani ed il tuo palmo che corre sotto il tessuto della canotta continuo a non sentirti mio come vorrei. Per quanto le tue unghie premano, dimmi, dove sono io? Sepolto in queste lenzuola, a galleggiare sul mare dei tuoi tocchi o perso nel ricordo della nostra ultima volta? E per quale motivo i gemiti della notte riecheggiano come lugubri fantasmi ora che è mattina ed i nostri corpi si cercano?
È così: ieri, dopo l'ennesimo, inconclusivo, vago discorso, abbiamo messo a tacere la mente con il sesso migliore che ci sia capitato di fare, o forse la mia è solo un'impressione visto che due settimane di lontananza sono bastate a fare affamare entrambi. Resta comunque il dubbio che ci sia un altro livello di piacere che possiamo toccare e voglio scoprirlo per dimenticare che tutto questo rischia di diventare il nostro nuovo rifugio solitario... talmente solitario che mi sento cadere fuori dalla tua presa. Mi sto sciogliendo, proprio come cera lasciata alla mercé di una fiamma, e sto colando sulla tua pelle, ansimando nel cercare di sottrarti tanta aria quanta me ne sottrai e nell'accorgermi che nessuno di noi ne necessita, che alla fine sono io ad essere consumato e non solo da te, ma anche da me.
Non si può amare qualcuno senza amare se stessi. Ho letto frasi capaci di sussurrare il medesimo, stereotipato insegnamento, eppure non riesco a trovarci i difetti che vorrei. Per amarti ho dovuto rinunciare al mio orgoglio e per farlo mi sono riscoperto migliore di quanto pensassi o, per esser più precisi e con quella nota poetica che non stona mai, sei stato tu ad aprirmi gli occhi sul mondo a cui avevo voltato le spalle. Sei riuscito in questo quando ancora eri sopito in un sonno che di sonno poteva aver le sembianze, ma non l'essenza. Ecco perché mi chiedo se la tua ombra sia stata abbastanza per ricompormi, per tirare a sé i cocci che ho disseminato. E lo so, abbiamo detto che va posto un punto e a capo e che siamo già in ritardo, tuttavia indugiare è davvero un vizio a cui non so rinunciare e che tu comprendi fin troppo bene.
Divieni impaziente, ma subito il tuo sguardo si fa falsamente mansueto nel brizzo di divertimento che colgo. Che posso fare per fermarti? Ho iniziato io il gioco, non era forse mia intenzione portarti a cambiare le carte in tavola?
Dovrei esser la tua ancora, scusa se ora non posso esserlo e cerco di farti affondare con me fra effusioni fameliche e frizione di pelle.
Spingi la mia canotta verso la mia testa con una mano, l'altra è intenta a raccogliere la gamba destra e a stringerne la coscia per premerla contro il tuo fianco. Se nei baci sei insaziabile, sei lento nei movimenti e ti maledico e ti ringrazio mentalmente per concedermi un supplizio che a voce non avrei saputo chiederti. Ed io mi contorco appena per lasciarmi sfilare l'indumento che non mi abbandona come previsto e si ferma poco prima dei gomiti già stesi sopra alla mia chioma. Mi privi così della vista, lasciando a metà l'atto e sì, potrei liberarmi io della maglia, eppure il pensiero non mi sfiora. Ti permetto tanto, perché non questo?
Resto comunque stupito inizialmente ed è nella mia sorpresa che ti accingi ad addentarmi il collo e vorrei pronunciare qualche parola al riguardo, dirti che hai sbagliato punto, ma non me ne dai il tempo che già i tuoi canini si fanno strada verso quella parte sensibile che conosci solo tu.
Mi sono descritto come margherita dai fragili petali, ma guarda nella mia anima, sezionala, scava quanto puoi ed intingi le mani in una linfa che ha ormai preso il colore del sangue.
<Domani è il- Ah..., non farlo> mi mordo la lingua a metà di una frase nel sentirti premere il bacino contro il mio.
<Perché?> lo dici con tono scherzoso ed accusatorio, come a rimproverarmi della mia lamentela. Le tue ragioni sono palesi: sono io a stringere le cosce attorno alla tua vita, sono io a farti richieste, non il contrario. La tua voce è profonda alla mattina, raschiante quasi, nemmeno io potrei addolcirla ed in fondo la trovo piacevole. Allora mi allungo con le braccia e tasto alla ceca per trovare il cuscino che afferro ed in meno di un secondo lo sollevo per lanciartelo. Lo pari prontamente e pur non vedendoti sono certo della tua espressione sconvolta e divertita.
<Non ti conviene> bisbigli fra i denti affondando un palmo vicino alla mia testa e chinandoti. Mi ci vuole un grande sforzo per non sporgermi in avanti e venirti in contro.
<Non abbiamo finito di parlare> tento di portarti indietro, solo per poco, per togliermi il fastidio che avverto in gola.
<Lasciami fare, almeno per i prossimi giorni e poi, come stavi dicendo - sussurri tagliente al mio orecchio - domani è il mio compleanno>. Con questo vinci nel più semplice dei modi, anche se la mia resa era stata dettata dal mio risveglio, quando ho sollevato le palpebre e tu gettavi sbuffi tiepidi nell'aria viziata della camera e mi sono alzato per aprire la finestra. Ho girato un paio di volte attorno al letto passandomi una mano fra i capelli. Ero nervoso e tutt'ora lo sono. Riflettevo sul mio comportamento, su come siamo finiti a fare l'amore per confortarci e su come il sapore di certi momenti sia finalmente diventato perfetto. Quasi non la sento più, la nota amara di un tempo, non dovrei esserne felice? Forse lo sono, proprio come mi hai augurato di essere, forse il mio cuore palpita sotto ai tuoi baci con il giusto imprevedibile ritmo ora che mi sono dato a te con le mie mille pagine da sfogliare. Hai letto tutto? Hai trovato tanti errori da correggere? Li hai lasciati essere, così mi hai fatto intendere. Non mettere mano dove l'inchiostro ha già scritto, le cancellature sono cicatrici che la carta non può guarire. Se mi ami, lo fai per ogni riga che porto dentro, non c'è bisogno che tu lo dica, lo capisco da come interpreti ogni metafora che ti illustro. Se ti dico di esser fragile, sai di dovermi ferire, se ti rivelo il mio odio, sai di dovermi mettere con le spalle al muro e se ti confesso il mio dolore, sai che accrescerlo può trasformarlo in gentili carezze per il mio corpo. Le tue attenzioni si riflettono al mio interno, nella mente che trova riposo nelle tue mani.
Ritorno a te, a dovermi concentrare per capire se ti appartengo come dovrei. Non per debito, né per bisogno, ma solo perché questo è ciò che deve succedere in questa stanza, in questa città e non ieri, non domani, adesso. Troppo spesso rincorriamo convinzioni sbagliate e non desidero che la mia sia quella di esser solamente un tuo diritto.
<Ti voglio comunque, Kacchan> dette a due millimetri dall'elastico dei boxer le tue parole mi colpiscono e cerco di non fraintendere. Tendo le orecchie e fisso le pupille nel buio, le mie ciglia grattano contro la stoffa.
<Non è mai la prima volta per te. Ieri ti sei ubriacato, mi hai cercato e mi hai trovato. Lo facevi anche quando non c'ero, credi che non lo sappia? Eppure solo ieri mi hai raggiunto fra la folla, solo per aver intravisto la mia chioma. E quel discorso, davvero, non è il caso di riprenderlo> tendi l'ultimo indumento che mi è rimasto addosso, mi sollevo il giusto perché tu possa gettarlo via.
<Mi volevi> esprimi il concetto con chiarezza, susciti con poche sillabe una sete che non sapevo di poter avere ad un'ora così mattutina.
<Mi vuoi sempre>.
Mi sbaglio, puoi dirmelo senza alcun tatto, apprezzo la tua sincerità. Sei tu la mia guida in questo paradiso scuro e tremante, scopro scomodamente di aver avuto torto nel discendere da solo lungo la via. È da molto tempo che ti appartengo, magari oggi sarò tuo in un modo diverso e così sarà per ogni altra occasione. Non sarò più indiscreto, né ostenterò saccenza, tantomeno avrò la scelleratezza di accogliere dubbi sul posto che ci siamo contesi per il nostro stupido modo di affidarci a brevi ed incostanti certezze.
Quel tuo "sempre" vive non solo nel presente, vive nei nostri errori, nel passato e capirlo con un tale ritardo duole e va bene, poiché ha quel particolare significato di eterno che non ho mai sentito mio come in questo istante.
Non dire un'altra parola, giacché la mia è rimasta intrappolata fra il cuore e la mente, in quel via vai di stimoli che non lascia fuggire ciò che vi si impiglia. Raggiungimi. I miei più intimi pensieri seguono le tue premonizioni, affermare di bramarti non è cosa da farsi con le labbra, ma con ogni mezzo che mi è concesso. Una cosa alla volta, proprio come ci siamo detti tante volte prima di cadere nel caos dei nostri corpi. Fruscii e fremiti mi permettono di narrare i tuoi movimenti: ti togli la maglia, ti sollevi e ti metti comodo gongolando fra te e te per l'aria di sfida che indosso con malizia. È il manto che hai gettato su entrambi e che nella crudeltà che ci distingue possiamo strappare e gettare a terra. Riprenderlo in mano è una continua tortura, eppure persistiamo nel farlo. Premi le ginocchia sul materasso, inizi a slacciare con quella tua straziante lentezza il fiocco dei pantaloni. Ecco che punti i palmi sulle cosce che posano sulle tue, divise e ferme, pronte a tremare.
Ma adesso osserva, se puoi, il mio viso.
<Quante volte?> c'è bisogno di chiederlo? Non sai davvero rinunciare ai tuoi supplizi.
<Mi sono perso dopo la terza> ti confesso.
<Mh> le tue mani strisciano con forza verso l'alto, seguono la linea dei muscoli, la mia pelle cerca di seguirle, viene tirata al tuo passaggio e la sento chiedermi quanto presto tornerai ad accarezzarla. Quando giungi nuovamente chino al mio collo sto premendo la testa nelle lenzuola, un sospiro a coronare la mia bocca socchiusa.
<Cinque, ma eri troppo perso per tenerne il conto. Sarà stato per l'acool o per me?> quanto compiacimento nel mostrarti, non ne sei disgustato tu, che più di chiunque dicevi di disdegnare la vanità delle persone e la loro smaniosa corsa verso le più assurde glorie?
Il tuo fine è talmente terreno, concreto, fisico, Deku. Non vedo l'ora di cogliere la sua metamorfosi e di bearmi delle sue splendide ali una volta che le energie verranno meno.
Ricordare un numero, che sciocchezza! Tuttavia di tanto in tanto mi diletto a tenere il conto dei baci migliori, quelli che mi conducono all'annullamento dei sensi e soffocano echi di soddisfazione, e temo che tu abbia colto la mia innocua distrazione.
<Quante adesso?> la tua voce arriva al mio interno, mette a soqquadro per ogni dove e non oso darti la soddisfazione di vedermi contrarre l'addome. Sai che questa è una di quelle reazioni che mi avvicinano all'urgenza di averti e, peggio ancora, mi portano a pregarti.
<Troppe, lo sai>. La mia complicità non ti può stupire, ne sono cosciente, tuttavia cos'altro potevo darti? Ci capiamo e ci perdiamo in questi giorni che sanno di ieri e di oggi, non ho bisogno di altri sapori.
<Lo so> quasi mi fai il verso ed io mi crogiolo nella paura di ciò che la scia di assaggi che prendi dal mio corpo si fa portatrice: passione e non docile, no, indomabile per me e per te, per noi che sottostiamo alla vile fisicità e ne riconosciamo il fascino e le virtù.
Tenere lontani tutti gli anni che abbiamo vissuto, quelli che ci hanno tenuti legati e quelli che ci hanno separato, sembra facile in questo momento; nella follia potrei volerli cancellare. Mi ritroverei sempre con te, senza conoscerti, ma in una simbiosi capace di sopraffarmi e saprei di doverti avere e di dovermi dare a te. Sarebbe come esser cieco, esattamente come sono mentre tiro il tessuto sulle palpebre senza provar veramente a scostarlo, con il sentore di dovermi tendere per sottrarmi ed esser ripreso con gentil forza.
Stuzzicarti è un diletto a cui non rinuncio mai e se non vi cedessi non sarei tanto impaziente nell'attendere la tua presa sulle spalle, che vengono premute, sul petto ed ecco che torni al mio collo, sul limitare delle calde vene, pronto a farmi intendere di doverti assecondare. Respingere e accogliere, il loro alternarsi mi manda in estasi e mi fa ricadere nello sconforto con una velocità che mozza il fiato.
Odi et amo. Forse mi chiedi perché io lo faccia. Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.(*1) Che di tanta brama mi resti un vago retrogusto è un'illusione, poiché nel ripresentarsi prosciuga ogni mia parte e mi rende debole ove conduci il tuo cammino.
Andrai via, il pensiero si ripresenta con insistenza, scaturito dalla pressione che eserciti sulla mia gola, la dose perfetta per non ferirmi e per tenermi vigile. Pungente come spilli, vuoi che sia questo il mio modo di percepirti e sai, cazzo se sai quanto questo possa appagarmi.
Rilascio un pesante e sentito sospiro, mostro fiero labbra che mi son reso conto di star torturando da solo con gli incisivi. Le mostro a te e a questa stanza, mi vesto di quel che mi porgi, manto di lussuria e violente attenzioni.
Domani sarà breve ed il tempo precipiterà, mi faccio oracolo di tale disgrazia, ma che la mia voce sia veritiera o un sussurro di falsità solo tu puoi saperlo. Da che ne ho memoria, ti ho affidato il compito di darmi risposte, tante, più di quante domande possa rivolgerti e mi chiedo se il mondo che ora mi gira attorno sia in grado di contenere ogni tua parola. Smentiscimi se ti è possibile, perché mi sento pronto ad accettare qualsiasi errore abbia disseminato lungo i miei ragionamenti. Voglio, voglio, voglio! A quante altre nuove pretese questa malerba mi farà sottostare? Mi sento in colpa, sento che adesso solo tu puoi prendere, consumare e non ho alcun diritto di strisciare nei panni dell'uomo egoista che ero. Ma tu mi offri nuovi baci, nuove carezze ed io, colto da un'aspra avidità, accolgo tutto e vivo ogni sensazione fino a toccare il fondo. Che abbia finalmente imparato a mutare il dolore in piacere ed il piacere in dolore? Se così fosse temo che non smetterò mai di cogliere i fiori che mi doni e vivremo in un giardino privo di colori, silenzioso e ombroso riparo per i nostri cuori. Allora ti immagino gettare a terra il mio stupido gioco. "Mi ami", "Non mi ami", qualunque sia l'effimera verità che lascio al caso, tu non puoi sopportare oltre la mia distrazione. Ti fai pesante, tenti di divorarmi e riportarmi indietro, alla mia prima volta, nella violazione di un regno di cui hai conquistato il trono. Sono le tue dita umide di saliva a strisciare in me e a sibilare in vibranti tocchi che mi offrono un frutto rilucente dello stesso rosso delle mie iridi. Lo addento incurante dei rischi, è il primo peccato che compio al tuo cospetto. Zucchero ed acidità, mi lasci con questo retrogusto prima di ascoltare i mugolii che ti dedico. Il secondo morso lo prendi tu e scopro di esser diventato io la morbida polpa color del latte, ma a differenza di una mela io posso reagire se ferito e ai segni che dissemini come scottanti marchi rispondo con lievi sussulti.
Roteo gli occhi ed è in questi stante di sottile goduria che sollevi la canotta e la calda luce della mattina mi investe per la seconda volta, con maggiore avventatezza e riscaldandomi le guance.
E sorrido - è mai possibile? - con il respiro che va a scatti e la vista sfocata. Immerso in un tale connubio di lucidità e perdizione potrei liberarmi delle sciocche preoccupazioni che mi assillano, però l'idea resta vaga nella mia mente e non riesco ad afferrarla. Gira da una parte all'altra, si ferma, riparte e corre, mi sforzo di raggiungerla e quando ne prendo un lembo so di esser riuscito a fuggire dalla terra degli ignavi. Stritolo il lenzuolo ed immagino di poterne disfare la stoffa, scucire qualsiasi nefandezza vi si sia aggrovigliata con le sue maligne radici e lo lascio andare.
Sei tu a tirare l'ultimo filo, a scuotermi e a farmi salire il battito in gola. Sei con me, sei in me, sei fra le mie braccia e ti ho fra le dita, negli spasmi con cui ti stringo e nello sguardo con cui mi scontro. C'è un labirinto nei tuoi smeraldi, ma pur conoscendone la via d'uscita la rifiuto. Non vi è differenza nell'esser tuo e nel sentirti mio: non vi è l'uno senza l'altro. Mi spingo contro il materasso, a labbra incurvate ti aspetto; vorrai ricongiungerle alle tue a breve, già avverto il tuo fiato abbattersi sulla pelle del viso. È su di esso che calano calde gocce brillanti, lacrime e confessioni, felici esiti del tuo operato. Nessuno di noi si appresta a fermarne la discesa, piuttosto ne osserviamo la bellezza e ne veniamo appagati.
È giusto, dimmi, è giusto sentirsi liberi solo in questo modo?
*1= Catullo, Carme LXXXV
Ho deciso di immergermi completamente nei pensieri di Katsuki e spero che il capitolo sia stato gradito ( ╹▽╹ ). Sto andando a rilento con la stesura, ma mi sono impegnata e l'arco narrativo è davvero prossimo alla fine (*breve momento di sconforto per l'autrice*). Il momento arriverà e sarò contenta di aver condiviso così tanto con voi lettori.
Con questo vi lascio, buongiorno a chi leggerà questo domani mattina e buonanotte a me e a chi soffre d'insonnia come la sottoscritta
( ˘ ³˘)♥
P.s. : nel caso ci fossero errori mi scuso, ho revisionato prima di andare a dormire e provvederò a rileggere tutto ancora una volta domani mentre sarò in viaggio.
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