/38/ Quando piove le stelle cadono
Sopra alla mia testa c'è una luce al neon che trema nella notte, al mio fianco c'è una parete spoglia e sporca di mozziconi schiacciati e spenti sull'intonaco una volta bianco ed ormai ingiallito. Le mie scarpe nere, lucide e troppo pulite, pestano larghe piastrelle scure su cui si perdono impronte impolverate. Tutto ciò che respiro è odore di fumo e soprattutto pungente retrogusto di alcol, tutto ciò che sento è assordante musica da discoteca e il suo rimbombo nel mio corpo. Vibro al ritmo di battiti artificiali, il mio cuore li segue, i miei sensi ne sono sopraffatti. Odiavo questi posti, gremiti di caos e viscidi respiri, eppure in questo momento mi scopro pronto ad amarli.
Immerso in brillanti riflessi mi sento ringiovanire, tornare agli incauti anni dell'adolescenza, quando avrei dovuto concedermi più spesso a certi svaghi. E mi avrebbero dovuto rincorrere invece di voltarmi le spalle, i nostri amici avrebbero dovuto trascinarmi con loro invece di accondiscendere ai miei secchi rifiuti. Ma adesso posso recuperare il tempo perduto, tutto, fino all'ultimo secondo, in questa notte di cui non rammento l'inizio e di cui ritarderò l'epilogo.
È solo un attimo di silenzio, una pausa, una debolezza a cui devo sottostare.
Sussurri di avvertimento che ignoro, qualcuno ha già provveduto a risalire i miei lineamenti e posare i palmi attorno al mio volto, premuroso di ovattare il suono premendo sulle orecchie. Ingoio aria e profumo di cologna, non la mia, mentre i pensieri si accavallano e meditati tocchi si spargono sul tessuto della camicia ormai mezza sbottonata. Mi sento spoglio, poi vestito, poi entrambe le cose. Un sospiro sul collo, caloroso invito di labbra, precede il liscio tocco di dita che mi fanno reclinare la testa ed io assecondo ogni movimento, troppo stordito per oppormi, ma abbastanza cosciente per non commettere la follia di rifiutare. Perciò accolgo la volontà di essere divorato e dopo il primo umido bacio a fior di pelle sono pronto a lasciarmi lacerare, se non fosse che vengo sbilanciato senza preavviso. Ricado in avanti, costretto a reggermi contro la parete puntando i palmi, e questa volta non è il mio busto la terra da esplorare, non le mie spalle, né i tortuosi sentieri che mani scottanti intraprendono fra i miei capelli, ma l'intimo sapore che a pochi dovrebbe essere svelato.
È il turno delle mie labbra di porgere il proprio dono, di accogliere e di essere accolte prima che il desiderio di svegliarsi prenda il sopravvento. Mantengo le palpebre serrate colto da un moto di sicurezza, incitato dal volume crescente della musica, e mi getto in un vizio a cui sono assuefatto. Ciò che trovo nell'oscurità sono curve di velluto, perfette e prive di tagli, non come le mie, contaminate da un paio di cicatrici, le stesse che qualcuno definì maledettamente attraenti. Sono ferite recenti, ancora ne vado fiero.
La fragranza che poco fa era lieve ora mi inebria, mi trasporta a fondo di questo discesa, portando ad inabbissarsi quel che resta di me nel mezzo di una discoteca gremita di banali anime indegne della mia attenzione, ormai smarrita perdutamente e rapita dal gusto del gin, il mio, e di un sentore dolciastro che vi si mischia. Il nome del secondo drink corre fra i miei pensieri, giunge fin sulla punta della lingua, ma svanisce con la stessa velocità con cui si è presentato poiché di parole non posso né formularne, né proferirne.
La pressione cala su di me, la creatura che mi sta ghermendo mi trae vicino, sempre più vicino, sento i suoi artigli avvinghiarsi alla mia nuca, al fianco, e ne percepisco la dura consistenza che piano inizia ad allarmarmi.
Compare e scompare, un déjà vu mi coglie con i suoi pizzichi, tocchi di aghi, lungo la spina dorsale e per brevi istanti precipito in notti diverse, ma simili a questa, in cui mani delicate e pericolose si sono arrampicate con la stessa euforia su di me.
Per quanto vorrò privarmi della vista? Perché sento di essermi ricongiunto con qualcuno che non dovrebbe essere qui? Perché fra tutte queste persone solo la durezza delle sue attenzioni è stata in grado di sottrarmi alla monotonia della serata?
Le luci, mentre riapro lentamente gli occhi, sono fredde, dai toni violacei, gettano ombre profonde e confuse sul viso che a stento riesco a scorgere data la vicinanza e mi rendono impossibile distinguere il colore della chioma scura che al momento pare assurdamente ordinata e tirata indietro. La mia è l'opposto, lo intuisco da come viene scombinata e da come dita ansiose di stringermi vi passano in mezzo senza incontrare l'ostacolo di qualche passata di gel. Non è mai stata cosa da me, ricordo solo di aver tastato fili d'erba domati dal suo pungente odore.
Di nuovo, mi sembra di rivivere momenti passati e al contempo di star aggiungendo tasselli mancanti ad eventi che fatico a tenere a mente ora che cerco di raccogliere coraggio per arretrare e dare ascolto ad una razionalità quasi assopita. Non riesco nell'intento, do solo l'incipit, le mie intenzioni vengono comprese sul nascere e a mala pena mi allontano quel che basta per prendere un respiro prima di comprendere quanto stia accadendo.
Nell'istante in cui mi libero accadono tante cose: le mie iridi roteano, saettano fino all'insegna luminosa che riconosco essere quella del bagno, i polpastrelli strisciano sul muro del breve corridoio del locale ed è deserto, sì, poiché la pista è dietro l'angolo ed io credo di essermi rifugiato qui per scappare alla baraonda del sabato sera e proprio in questo posto ho avuto la sfortuna e la fortuna di esser trovato dalla persona che ora si sente tanto indispettita dal mio gesto appena accennato. E so, ancor prima che si mostri, la risposta che mi attende.
I miei piedi incespicano all'indietro, altri mi accompagnano al lato opposto del ristretto passaggio, la schiena si scontra con forza non contro la parete, ma qualcosa di meno consistente,credo sia una porta.
Old fashioned! Ecco il nome, ecco il sapore e l'aroma del caramello che si mischiano al tostato e si amalgamano al dolce dello zucchero di canna,ecco che riconosco il cocktail che non riesco a mandar giù a meno che non provenga da una persona che da sempre riesce a render piccanti certi assaggi.
Il fiato mi risale in gola dalla forza con cui sono stato spinto e la mia voce viene fermata nuovamente, ma ora che so, ora che so di aver riconosciuto da subito le labbra che indugiano sulla linea delle mie, non voglio rinunciare alla parola. Sono scivolato malamente, sono sostenuto da braccia che conoscono i punti in cui sorreggermi e a palpebre socchiuse rivolgo l'occhiata più divertita e soddisfatta che possa mostrare all'interlocutore con cui sto intrattenendo discorsi fatti di frasi non dette e carezze violente.
Questa creatura che mi è di fronte ricambia ogni sguardo e getta il caldo del proprio respiro su di me, se potesse scoprirebbe i denti aguzzi e produrrebbe un basso ringhio per venire incontro alle richieste che ora più di prima trattengo in gola. Ma siamo in due a stare al gioco, non è così?
<Non dovresti essere qui> è la prima cosa che riesco a sussurrare, conscio di star suscitando fastidio nel giovane uomo a cui sorrido.
Adesso che posso coglierne meglio i tratti mi accorgo di come un paio di ciocche ondulate si siano ribellate alla pettinatura e stiano ricadendo sulla fronte di cui indago la pelle chiara e da cui discendo per incontrare pietre preziose incastonate in avorio dai perlacei riflessi. Quanta oscura luce nel tuo sguardo...
<Deku> il mio è un sospiro ed un malcelato invito che spero sia accettato.
<Zitto> se le parole potessero mordere le tue lo farebbero, ne avverto i canini nelle membra e nel cogliere i nostri riflessi divenire complementari nelle pupille l'uno dell'altro i miei polmoni cedono alla famigliare morsa che susciti e che li rende deboli al tuo cospetto.
<Stai zitto, Kacchan> prevalichi, come tuo solito, rendendomi muto con poche sillabe che si impongono come monito in ogni cellula delle mie corde vocali. E se disubbidissi? Deluderei le tue aspettative? E per quale motivo vorrei tanto ribellarmi ai tuoi ordini?
Sei a pochi millimetri di distanza, dire che posso respirarti è un eufemismo.
<Sai di whisky> oso dirti mentre mi premo contro la superficie alle mie spalle e mi insegui accostandoti più di quanto tu già non sia al mio bacino.
<E tu di gin> ribatti e se penso che la tua mano si stia muovendo per circondarmi il fianco resto deluso quando scivola via dai miei vestiti e si va a posare alla mia sinistra, dove suppongo vi sia una maniglia. "Clack", il suono è conciso e appena udibile nel frastuono che ci circonda, meno delle nostre voci. Un ghigno si dipinge sul viso di entrambi quando cadiamo assieme nella penombra dei servizi della discoteca e prendiamo a cercarci come se ci stessimo separando quel poco che basta a farci agognare nuovi tocchi come se dovessero essere gli ultimi. Dapprima è una fredda distesa verticale di piastrelle ad accoglierci e la porta si chiude piano sigillandoci nell'intimità del bacio che cerco e che chiedo con sospiri leggeri e poi pesanti. Sono stordito nella mente e nel corpo, ma percepisco distintamente ogni carezza che ci dedichiamo.
Ci assecondiamo a vicenda e smentiscimi se ho torto nell'affermare di non essere l'unico a ridere della situazione, perché riconosco l'impazienza dei nostri gesti e non mi sarei aspettato nulla di meno dopo la tua partenza.
<Sei in anticipo>.
La mia è un inutile constatazione che si perde nella stanza, immeritevole di qualsiasi tua attenzione.
Affilate zanne si accostano alla mia giugolare, sono i tuoi incisivi accompagnati dai canini a presagire con leggere pressioni il tuo imminente risveglio. Ti vorrei chiedere di attendere, credi che possa riuscirci?
<Sono felice - forse ora ho attirato il tuo sguardo, forse credi che non mi stia accorgendo di come il colletto della mia camicia sia scivolato ed il mio petto sia stato abbandonato dal bianco cotone che lo rivestiva, forse dovrei chiederti davvero perché tu sia qui - lo sono> concludo a stento quando il tuo palmo scorre in alto, verso lo sterno, e in basso, fino all'orlo dei pantaloni.
<Non mi chiederai nulla della missione fino a domani, non ci provare> appari minaccioso e senza indugio, per quanto l'alcol in circolo mi annebbi i pensieri, capisco di dovermi strozzare con le mille domande che vorrei rivolgerti. È bizzarro che tu pronunci tali parole quando una volta ero io a doverti intimare di trattenere la voce e assaporare i momenti che potevamo trascorrere assieme. Sono diventato un po' come te, apprensivo e pensieroso, e tu un po' come me, permaloso e avido di baci.
Pur volendo sapere ogni particolare che ti ha portato ad essere con me in questo disperso locale, mi zittisco e torno ad ascoltare il rimbombo dei bassi nel muro, a sopportare il mal di testa che viene lenito dalle tue carezze che si fanno delicate.
<Deku> si insinua fra le mie labbra, il tuo nome è solo un sospiro e lo ripeto, non ho idea di quante volte, ma tu non cerchi di impedirmi di cantilenare un tale richiamo.
D'un tratto, sul confine del l'istinto e della lucidità, circondi le mie guance reggendo il viso stanco che già si protende verso il tuo.
<Andiamo a casa> ed io annuisco senza esitazione, pronto ad accondiscendere a qualsiasi tua proposta, anche se in fondo sento di voler continuare a correre sotto alle stelle della città questa notte e di essere rincorso. Con ginocchia deboli, mi tendo mentre mi volto per rivolgere un'occhiata ansiosa alla porta. È rimasta chiusa, sono tutti troppo presi dal bit e dalla veloce ascesa delle ore più tarde, quelle più affascinanti, coinvolgenti e paricolose, per venire a rifugiarsi in uno scadente bagno come questo. Faccio certe frivole constatazioni, seguo la linea delle piastrelle del pavimento fino al lavandino e lì, ad un paio di metri di distanza, scorgo un ammasso di capelli dorati e pallidi come il grano più maturo, consumato dal sole, disordinata e tanto diversa da quella dell'elegante uomo in completo che le sta di fronte. E quest'uomo sta contravvenendo alle sue stesse parole perché cosa vale il suo "Andiamo a casa" a confronto con la sua incapacità di controllarsi e di porre un freno alla tortura dell'ennesimo morso di un collo tirato e ormai disabituato a simili, insistenti blandizie?
Lo specchio macchiato di schizzi ed illuminato da una soffusa luce calda riflette la natura di entrambi e la mia anima incauta ha ben poco da invidiare alla tua che, da quando le ho permesso di stringersi alla mia, non ha fatto altro che stritolarne i lembi e lacerare il corpo a cui è legata.
Dovremmo davvero andare. E nel pensarlo le mie tempie pulsano e la mia guancia si ritrova a premere su una superficie che non riconosco all'istante. Ho chiuso gli occhi, così mi dico sollevando le palpebre, ma non ricordo di averlo fatto ed ora sono perso. La parete alle mie spalle ha la fredda consistenza del metallo e tu, unica ricorrenza che dovrebbe tenermi con i piedi per terra, sei ancora intento a ricoprirmi di attenzioni. Quasi non sento il mio stesso respiro dalla foga con cui finiamo per riversarci nell'ennesimo ansimo, ma ho bisogno di un appiglio, adesso, e non lo sto trovando in te. Una lieve sensazione di squilibrio sale lungo le gambe e arriva allo stomaco, allungo una mano per trovare un appoggio e mi scontro con qualcosa di famigliare. Roteo gli occhi in basso a destra e finalmente riconosco il riquadro ben delineato in cui vari numeri stanno ad indicare i piani. L'undici, il nostro, è illuminato. Siamo in ascensore, mi sento sollevato. Il silenzio mi assale e ricado nella confusione, ora posso distinguere il fruscio dei nostri vestiti, sentire l'umida traccia di sudore colare lungo il collo, delineare la clavicola, disperdersi fra di noi ed il mal di testa si fa meno insistente per far spazio al l'avanzare dei brividi. Salgono ed inondano ogni lembo di pelle, sono gelidi, bollenti, sono troppo e troppo poco.
Non riesco ad udire lo scatto che segna l'arresto dell'ascensore, ma solo un gran frastuono provenire dal corridoio verso cui vengo gentilmente indirizzato a passo traballante. La moquette blu si distorce, non vi è alcuna luce accesa, ma i bagliori della notte e del temporale che imperversa oltre le ampie finestre bastano a farci avanzare di qualche metro. Credo di esser aggrappato alla tua spalla e quando questo sostegno mi vien tolto mi getto contro la parete, vicino alla porta alla quale ti accosti ed un tintinnio mi fa capire che hai già provveduto ad impugnare le chiavi. Dai un paio di giri, ma non spalanchi nessun ingresso, piuttosto scorgo un ghigno divertito sotto ai tuoi occhi indagatori.
Oh, lo so, stai guardando il mio busto ed i bottoni che ho riallaccio con grande disattenzione, ma chissà perché non ho davvero voglia di coprirmi.
<Uno: non lasciare mai più che Denki organizzi le uscite. Due: rispondi ai messaggi. Tre: non dimenticare il cellulare a casa se no il punto due non ha senso> accompagni il tutto con un gesto veloce delle dita che si tendono una alla volta man mano che elenchi il tutto.
Dovresti essere serio, forse anch'io dovrei esserlo, allora perché stiamo ridendo?
Mentre il suono delle nostre voci sfuma, ti riavvicini, credo che tu non abbia ancora detto il punto più importante, non è così?
<Quattro - con il tuo indice sotto al mento, seguo i movimenti della tua bocca - la prossima volta sii tu ad attendermi e non un appartamento vuoto>. Mostri i denti ed ogni mia supposizione si fa veritiera: sei tale e quale all'infido guardiano del sottomondo, cospiratore di inganni e profeta, felice scommettitore di vite. E per un qualche motivo la mia ti è capitata fra le mani, fili dorati intenti ad attorcigliarsi alle tue dita.
Forse sto travisando, forse il trascorso della serata mi sta facendo rinsavire con molta più lentezza del previsto ed io idealizzo come sempre i tuoi particolari, ne vengo accecato e già provvedo a cadere in un'insana preoccupazione. Ti ho ceduto terreno, sarà stata una buona idea? E quanti dubbi dovranno accumularsi prima che riprenda il controllo di me stesso? Diventi inconsistente, inafferrabile.
La mia mente fugge ancora, i miei arti vengono tirati e si puntano su un pavimento diverso, più solido e liscio. È il legno della nostra camera contro cui sbuffo e su cui capisco di esser malamente rotolotato dopo un'aspra lotta con le lenzuola del letto. Gambe avvolte da stoffa che a questo punto dell'estate offre solamente un caldo insopportabile, me ne libero malamente ed incespico un paio di volte nel rialzarmi. Inutile dire che ricado subito seduto e con una sensazione fin troppo riconoscibile a darmi la nausea. Ho esagerato, di nuovo. Mi tengo la testa reclinando il collo sul bordo del letto e rilassandomi per quanto possibile. Fuori è ancora buio, di un inconfondibile blu che so appartenere alle ore più tarde e mattiniere, quelle che precedono l'alba.
Mi appoggio totalmente contro il materasso ed il freddo parquet, neanche sto a chiedermi il perché abbia addosso dei boxer puliti e non abbia il solito, disgustoso odore post-sbornia.
Respiro piano, non mi volto per ascoltar meglio i passi che sento avvicinarsi.
Il soffitto è un ottimo interlocutore, sai? Preferirei parlare con lui in questo momento, invece un tocco umido e tiepido si posa sulla mano sinistra, abbandonata sulla mia gamba.
<Mi odi quando faccio così> il tocco sale, percorre il braccio, sfiora appena la spalla e si appresta a premere sulla nuca affinché possa guardarti. Nella fioca luce noto che la tua pettinatura è cambiata, che ora sei ricoperto dal nostro profumo di lavanda ed i capelli ti ricadono a ciocche bagnate sul viso. Se sei appena uscito dal bagno non è da molto che siamo rientrati a casa.
<Sono serio, non lo sopporti ed io credevo anche di potermelo permettere> ti sei messo comodo e mi fissi, mi fissi e non proferisci parola.
<Credevo tornassi domani, non volevo nascondertelo, ma di sicuro avrei preferito raccontarti della noiosa serata davanti ad una tazza di caffè>. Niente, ti ostini ad indagare con lo sguardo e a celarti nella tua stessa ombra, che aspetti?
<Scusa> con questo ottengo a malapena un movimento, un segno di dissenso ed il tuo mento che si muove lentamente da destra a sinistra. Non è questo che vuoi e non cerchi neanche di darmi un indizio. Sei stanco, lo so che lo sei, eppure hai la forza di volermi tirar fuori qualche confessione, questa non ti manca mai.
<Il cellulare - dico facendo un cenno verso il comodino, dove ricordo di averlo posato - non l'ho dimenticato, era completamente scarico e l'ho lasciato a casa. Immagino che tu abbia sentito Kirishima per trovarmi>.
<Sì, è stato lui a dirmi di venire a prenderti> la tua voce è limpida, non una nota che lasci intendere un'emozione.
<Ha fatto bene. Grazie per avergli dato ascolto>.
<Io gli do sempre ascolto, specie se si tratta di te> sei pronto a ribattere e se potessi mi nasconderei, perché l'offesa questa volta traspare chiaramente dal tuo tono.
<Sei stato via appena due settimane>.
<Esatto, due settimane Kacchan>.
<Mi sei mancato dal primo giorno, devo riabituarmi a-
<Dobbiamo farlo entrambi> mi interrompi e non me la sento di riprendere il discorso. Tuttavia vuoi qualcosa di più e non è da te permettermi di sviare le discussioni, tanto vale che ti preceda.
<Ho bisogno di te ancora per un po'. Sapevo che avremmo dovuto ricominciare a correre, ma questa fretta, Deku, mi fa male> nel rivolgerti le ultime frasi decido di afferrare la maglia che indossi e a tirarti verso di me. Accolgo il tuo peso a braccia aperte e cerco di zittire qualsiasi sussurro di litigio che aleggia nella stanza. Non desidero discutere, non adesso e non per questo.
Sono uno spettacolo pietoso, mi rimprovero da solo, ma sai che ho ben altro da offrire e lo abbiamo promesso: impareremo a rialzarci assieme, non intendo venir meno a quel giuramento.
Infine ricambi la stretta, ti crogioli quel che basta nel mio calore e sospiri.
<Ci sarò per te, vedrai. Devi solo darmi tempo per riconciliarmi con il lavoro, per tornare al tuo fianco e per tornare a passare quelle stupende giornate di pausa con te. Lo farò, perché ci siamo dati tante delusioni e ci meritiamo di vivere come avremmo dovuto. Io ora devo correre, devo recuperare le cose che ho perso e tu sei una di queste, la più importante. Quindi dovresti riposarti e prendere un gran respiro, fermarti e aspettarmi. Nonostante tutte le promesse che ci siamo fatti dobbiamo capire che ci spettano molti obblighi da rispettare, la maggior parte dei quali sono verso noi stessi>.
Nell'istante in cui avverto la pelle tirare sotto alle tue dita rilascio fiato che neanche mi ero accorto di star trattenendo. Separo le labbra come se ingoiare la tua fragranza potesse darmi la stessa soddisfazione di un bacio che mi ritrovo a desiderare ardentemente.
<Voglio solo dirti che devi concederti di più, che devi capire che posso darti molto di più di prima>.
Facciamo due passi avanti ed uno indietro, non è né giusto né sbagliato, avanziamo in ogni caso.
Scorri su di me, mi abbandoni e ritorni a gettare il tuo respiro sul volto che mantieni fermo fra le dita. Indaghi, mi domando se sulla mia pelle o in qualcosa di più intimo, oltre la morbida materia che ti posso offrire con facilità rispetto al groviglio che ho nella mente. Ma non avrei timore, non più, a consegnartelo e a lasciarti tirare qualche filo per risistemare il caos che ho generato. E capisco che vuoi dirmi di esserti riconosciuto egoista per l'ennesima volta, che vuoi avermi per te e che non sei stato toccato dalla malevola pianta della gelosia, ma semplicemente sai di poter avanzare diritti su di me come nessun altro. Quel che cerco di riconoscere come senso di appartenenza si rivela dipendenza e cosa posso contro te? Dove sei stato quando avevo bisogno di te? Non ha più importanza, sei fuggito al controllo che cercavo di mantenere e hai recuperato più di quanto tu abbia perso. Non contesto, in fondo sono io a volerti offrire tutto prima che tu possa domandarlo. Che sia un errore lo sappiamo, però non ce ne curiamo e se non è già accaduto quando ti sei preso cura di me e quando mi hai lasciato assopire nel nostro letto, vorrei farti dono di me stesso. Vorrei che fosse un regalo di bentornato e non un bisogno, sarebbe sbagliato altrimenti.
Riconosco di aver riafferrato il filo dei miei pensieri e spero che tu colga il bagliore nelle mie iridi mentre provo a chiamarti in un movimento di labbra privo di suono. Le tue rispondono, sconvolgono e portano un silenzio che inonda la stanza; la pioggia oltre le vetrate ha preso a scendere lentamente e a dissimulare con astuzia la propria irrequietezza. La città trema al suo cospetto e così faccio anch'io.
Siamo lacrime indistinte che si ricongiungono nei rivoli delle strade, siamo due nella moltitudine, ma possiamo essere un numero primo e riconoscere la difficoltà nel doverci dividere. Atomi aritmetici di calcoli a cui abbiamo pensato e ripensato, schizzi di rugiada che vagano, desideri che cerchiamo di esprimere quando ci è concesso. Nell'acqua le luci si allungano in riflessi ipnotici, nel mezzo della discesa nessuno ne coglie le tracce, ma noi possiamo provare. Quando piove le nuvole ricoprono l'universo, quando piove le stelle cadono, sono certo che tu possa raccogliermi prima che lo scontro con il terreno segni la mia disfatta.
La maggior parte di quelle che vediamo non esiste. Vediamo semplicemente i segni che hanno lasciato nel tempo ed i nostri sono profondi, poiché l'acqua erode ogni cosa e così sarà per noi, ormai pronti ad accoglierne la ferita.
Katsuki è preso dalle ultime insicurezze e necessita di stabilità che, come ha detto Deku qualche capitolo fa, dovrebbe cercare di trovare in lui, nella chioma verde che ama e non in altro. Avendo fatto un salto in avanti, è chiaro che il trasferimento dell'OFA sia andato a buon fine e che dovranno far fronte ad abitudini vecchie, ma nuove al contempo. Il biondo, dall'incidente, è diventato più apprensivo, ma anche più inappagabile. Una volta Deku poteva essere un punto fisso, qualcosa da osservare e da custodire, adesso che hanno iniziato a muoversi occorre adattarsi col giusto ritmo e Katsuki troverà sollievo nel doversi lasciare alle spalle i pessimi comportamenti assunti negli anni precedenti.
Forse Izuku è ben più cosciente di quanto gli avvenimenti abbiano intaccato l'animo di Kacchan e di quanto sia cambiato pur restando lo stesso. Proprio per questo sarà la giusta guida e non più un grumo di aspri ricordi, così che entrambi possano ritrovarsi completamente.
Mi ci è voluto un po' per revisionare l'aggiornamento e non credo uscirà un nuovo capitolo a breve visto che martedì prossimo ho l'esame di maturità e subito dopo partirò per una breve vacanza. Poi non si sa mai, dopo tutto quando sono sotto stress mi rifugio spesso nella scrittura.
Con la speranza che la lettura sia stata di vostro gradimento, vi lascio ❤️
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