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il Brass Bell Club

Pioveva ancora quando uscirono dall'atrio del Cockrell Center. Il palazzo tuttavia era circondato da un portico messo lì apposta perché la gente potesse ammirare le vetrine con qualsiasi tempo. Wolf prese Beatrice a braccetto e insieme camminarono osservando il traffico che scorreva regolare sulla Rodes.

Beatrice amava il modo in cui Wolf sapeva restare in silenzio; era tanto bravo a parlare quanto a capire quando lei aveva bisogno di riordinare le idee. Gli strinse il braccio per richiamare la sua attenzione e quando lui si voltò gli regalò un sorriso. Le vetrine sarebbero state interessanti se Bea fosse stata in una diversa disposizione d'animo; erano più che altro negozi di abbigliamento, di accessori, gioiellerie e profumerie.

"Sai Wolf," disse a un tratto, "forse in fondo non mi dispiace camminare. Non con te, per lo meno."

Wolf annuì. "È un passatempo per chi sa osservare e ascoltare."

"Già."

La pioggia cadde più fitta per un attimo, per poi tornare a scendere leggera e insistente. Sembrava che volesse piovere per sempre. Beatrice controllò l'ora sul cellulare; erano quasi le otto e mezza. "Hai fame?"

Wolf scosse il capo. "Al più un po' di appetito; e tu?"

"Forse. È lontano il Brass Bell?"

"Un po'." Wolf controllò l'ora a sua volta, "partendo fra poco ci arriveremo per le nove."

Beatrice sorrise. "Per quell'ora avrò fame! È il caso che ci muoviamo."

"Agli ordini!" Wolf rise. "Andiamo!"

Tornarono al garage e salirono in macchina. Wolf partì non appena Beatrice si fu sistemata la cintura. Salirono velocemente la rampa e si tuffarono ancora una volta nel traffico.

Wolf guidava con calma, ma riusciva a procedere lo stesso velocemente; sfruttava le irregolarità nelle file per guadagnare terreno e sembrava divertirsi a superare gli automobilisti più distratti o addormentati. Bea confrontò il suo stile di guida con il proprio e si mise a ridere, era in pratica l'esatto opposto.

"Ridi di me, o con me?"

"Rido di me, in realtà! In confronto a te, guido come una pazza."

"Magari uno di questi giorni mi porterai in giro con il tuo scooter truccato e sperimenterò di persona."

Ma era serio? Wolf Vinters su uno scooter? "Scherzi?"

"Perché dovrei? Sono curioso, invece."

Beatrice arrossì. Portarlo in giro significava averlo talmente vicino che... "finiremmo per schiantarci, fidati."

Wolf rise. "Vedremo."

L'autoradio miagolava una melodia strana, inafferrabile come un pensiero a mezz'aria, triste ma al tempo stesso piacevole. "Che cos'è?"

"Che cos'è, cosa?"

"La musica. Il... di chi è?"

"Ah! È Albinoni, Tomaso Albinoni. Un compositore veneziano del diciassettesimo secolo."

Beatrice osservò il display come se Albinoni fosse lì che la osservava. "È... magico."

"È barocco." Wolf sorrise. "Il barocco è magico."

"Ti piace della musica strana."

"Mi piace tutto ciò che mi fa emozionare. Te, per esempio."

Beatrice si sentì letteralmente avvampare, doveva essere talmente rossa in viso da risultare ridicola. "Piantala! Vuoi uccidermi?"

Wolf scosse il capo e sorrise. "Resisti, ormai siamo arrivati."

Beatrice guardò fuori dal finestrino. Era di nuovo una parte della città che non conosceva affatto. Gli edifici erano più bassi e sembravano più vecchi. "Dove siamo?"

"È una zona chiamata Seaside; è molto caratteristica perché è precedente alla fondazione di Revolution City."

"Cioè... questa è come una città dentro la città?"

"In un certo senso... si, suppongo che si possa dire anche così. Revolution City è cresciuta attorno a un piccolo centro abitato, del quale non ricordo il nome, che è stato inglobato e non cancellato dall'urbanizzazione."

"Non ne sapevo niente."

"Quasi tutti gli abitanti della città non lo sanno. Spesso ignoriamo proprio ciò che abbiamo davanti agli occhi."

I giganteschi palazzi della City erano scomparsi alle loro spalle, per lasciare il posto a basse costruzioni di mattoni di tre o quattro piani al massimo; quelle che ne avevano pochi di più sembravano dei colossi in confronto alle altre. I negozi erano quasi tutti chiusi, ma quelli ancora aperti si affacciavano sulla strada con discrezione, quasi non volessero disturbare i passanti. Non c'erano cartelloni giganti né insegne tridimensionali o altre diavolerie; i lampioni ai lati delle strade illuminavano senza fracasso i marciapiedi dove la gente si affrettava per la pioggia ma trovava il tempo di fermarsi per un saluto quando s'incontrava. E allora si formavano dei buffi grappoli di ombrelli colorati che sgocciolavano e riflettevano la luce ondeggiando al ritmo delle chiacchiere dei loro proprietari.

Wolf parcheggiò accanto a un palazzo scuro, la cui facciata era dominata dall'insegna del Brass Bell Club, una grossa scritta al neon che seguiva il profilo di un sassofono. Scendendo dalla macchina prese un ombrello dal portaoggetti e l'aprì; poi venne dal lato di Beatrice e la aiutò a scendere riparandola dalla pioggia.

Si avviarono verso l'ingresso del club, l'ombrello li obbligava a stringersi l'un l'altra e Beatrice trovò la cosa terribilmente romantica. Un ombrello può essere un posto enorme o piccolissimo, dipende con chi ci finisci sotto.

Già dalla strada si sentiva la musica arrivare attutita attraverso la porta di legno e vetro. Quando Wolf l'aprì le note e il fumo ne uscirono libere e provocanti. "Jazz?" chiese Beatrice, "mi stai davvero portando ad ascoltare del jazz?"

"Non è musica per tutti, e tu non sei tutti."

Beatrice non sapeva cosa dire. Non sapeva molto del jazz, ma l'aveva sempre affascinata. Fu improvvisamente certa che entro la fine della serata ne avrebbe saputo molto di più. Wolf ovviamente aveva prenotato e un cameriere venne ad accompagnarli al loro tavolo. La sala era semibuia, illuminata soltanto dalle luci del palco e dalle candele sui tavoli.

Il gruppo che stava suonando in quel momento era formato da due uomini, una donna e un robot. Stavano improvvisando e sembravano divertirsi come matti, anche il robot per quanto potesse apparire illogico.

Qualcuno portò un aperitivo, ma Beatrice lo notò appena. Era letteralmente rapita dalle note che si inseguivano nell'aria come impazzite, secondo schemi e logiche del tutto bizzarre eppure rigorose allo stesso tempo. Trovare quell'ordine richiedeva di aprire l'anima a una più alta visione delle cose e Beatrice si sorprese rendendosi conto di saperlo fare. Con la coda dell'occhio vedeva Wolf che la osservava, come se intuisse quello che le passava per la testa.

Solo quando la musica finì Beatrice riuscì di nuovo a concentrarsi sulle cose pratiche, tipo la fame. "Diavolo, sto morendo. Ho bisogno di cibo!" Buttò giù un sorso dell'aperitivo, un vino bianco fresco e frizzante.

Wolf chiamò il cameriere con un gesto e quello si avvicinò con un block notes in mano. "Il piatto del giorno è la tagliata di Angus, signori. Altrimenti..."

"Tagliata!" lo interruppe Beatrice. "Non dica altro. Con le patate, se possibile."

"Anche per me," disse Wolf, "e una bottiglia di rosso, Barolo se possibile."

"Duemilasessantuno va bene?"

"Benissimo."

Beatrice si arricciò una ciocca fra le dita. "Certo che tu sei proprio fissato con i vini italiani eh?"

Wolf alzò le spalle. "Gli italiani sono gli unici a non aver dimenticato come si fa il vino, ormai."

"Vorrei visitare l'Italia, un giorno."

Wolf annuì e non disse nulla, che era come dire che aveva detto tutto.

Un altro gruppo occupò il palco, e Beatrice ripensò a quello che Wolf le aveva detto sui piaceri della vita... erano tanti, e grazie a lui li avrebbe sperimentati tutti. Forse era il vino o la musica o semplicemente lui... ma un piacere in particolare continuava a tormentare la sua immaginazione. Se non fosse riuscita a possedere presto quell'uomo avrebbe finito per impazzire. Sospirò e si abbandonò alle onde del jazz.

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